Bello Onesto Ri-emigrato Australia

Da Tokyo a Sydney, sola andata?

Il vero Australia Day

La maggior parte dell’Australia pensa che Australia Day sia stato ieri, giovedi 26 gennaio 2012. Per me invece ieri e’ stata solo la festa nazionale, perche’ in realta’ per me il vero Australia Day e’ oggi, venerdi 27 gennaio.

Oggi e’ un giorno lavorativo per me, che come pochi non ho potuto fare ponte (sono troppo incasinato, ho mille cose da fare e da preparare prima di partire per il Giappone). Oggi quindi lavoro… da casa. Come il 95% del mio ufficio. Ecco il bello dell’Australia, il poter lavorare da casa. La mattina invece di andare in ufficio te ne resti a casa, e… lavori. It’s that easy.

Vi spiego come funziona nel mio caso. Solitamente mi sveglio alle 7, verso le 8:20 esco di casa, e sulle 8:45 sono al lavoro. Alle 12 piccolissima pausa pranzo, di solito un sandwich o un sushi seduto in scrivania; e dalle 4:30 alle 5 me ne torno a casa. Come ho gia’ detto lavoro dalle 7 alle 8 ore, flessibili e autocertificate, e non c’e’ alcun cartellino da timbrare in quanto la maggior parte dei lavori per white collars/impiegati/salarymen va a obiettivi, e se li raggiungi in 2 ore bene, se ce ne metti 12 cazzi tuoi.

Quando lavoro da casa invece devo: (1) ricordarmi di portare a casa il laptop la sera prima (negli uffici in cui si puo’ lavorare da casa in Australia il pc di solito e’ un laptop con tanto di docking station su cui attaccarlo quando sei in ufficio). Poi quel che devo fare e’ (2) scrivere WFH (Working From Home) sulla lavagnetta delle presenze, cosi’ chi entra in ufficio sa che sono a casa. Fine.

Il giorno in cui lavoro da casa mi sveglio alle 8:30, faccio colazione e mi piazzo a lavorare dalla mia scrivania di casa. Accendo il laptop del lavoro, mi collego alla intranet aziendale… e voila’, e’ come se fossi in ufficio. Se qualcuno mi vuole non ha che da chiamarmi al cellulare aziendale. Sono reperibile tutto il giorno, dalle 9 alle 5. Per il resto me ne sto qui a lavorare, con la differenza che alle 4:30 stacco tutto e la mia strada dal lavoro al divano di casa si riduce da qualche Km a qualche… metro.

Naturalmente queste cose non si potrebbero fare in paesi come il Giappone, dove a nessuno interessa se fai qualcosa, ma l’importante sono le ore che passi accampato in ufficio. E ovviamente neanche in paesi come l’Italia (ma non solo), dove la gente se ne approfitterebbe per prendersi giorni di vacanza a scrocco.

Certo, poi anche qua nessuno ti controlla quando sei a casa, e ovviamente un filino di cazzeggio ci scappa sempre. Tipo scrivere il post di oggi, per dire. Ma c’e’ modo e modo di comportarsi.
E’ questo il bello dell’Australia. Un sistema se vogliamo ancora relativamente semplice e incontaminato, dove fai il giusto e vieni pagato il giusto, dove la persona a volte viene messa al primo posto rispetto al business.

E’ oggi il mio Australia Day, il giorno in cui anch’io mi sento un po’ australiano. Il giorno in cui mi ritrovo ad essere soddisfatto di essere venuto a vivere in questo Paese, perfino io, perfino nonostante quello che ho scritto ieri.

Australia Day 2012

Come raccontavo, qui in Australia oggi e’ Australia Day. E’ un po’ come la nostra festa della repubblica del 2 giugno, e in effetti qui il 26 gennaio in teoria dovrebbe essere estate.

In teoria.

In pratica, piove e qua non si vede il sole da per lo meno una settimana. Non vi dico il weekend che sta per arrivare: siamo in attesa di inondazioni! Alla faccia del downunder che in teoria dovrebbe essere il paese piu’ arido del mondo.

Leggiucchiavo prima alcuni blog di italiani in Australia, e sono capitato nelle foto di facebook di una tipa italiana “amica di amici” che conosco, e che abita a Brisbane sin dai tempi in cui a Brisbane vivevo pure io. Faccia e fisico da bonazza ma espressione da persona superficiale e un po’ vuota, diciamo. Avete presente il tipo no, occhialone da sole costante, espressione di repertorio provata allo specchio, pose da figa. E le foto in tema: feste, surf, spiaggia, sorrisoni, festoni.

Alcune sembrano le foto che facevo io… 5 anni fa. Quando a Brisbane era tutto festa e casino e spiaggia e vita spensierata.

Io nel frattempo pero’ sono cambiato. Sono andato e sono tornato, e mi sono un po’ svegliato da questo sogno australiano. Certo, sono tornato a vivere qui perche’ qui si sta bene, la vita e’ facile, il tempo libero e’ tanto, il lavoro e’ splendido e la paga e’ alta.

Pero’. Se mi togli il sole e non vado in spiaggia, e’ come togliere lo sfondo a una bella cartolina. Quello che resta e’ la vera Australia, un paese che anche i suoi cittadini definiscono spesso con la parola “shallow“. Come l’italiana di Brisbane di cui raccontavo, che sembra una miss: bel sorriso e faccia da stupida, occhi grandi ma poco profondi.

Ma io, che non ho un bel sorriso ma neanche la faccia da stupido, in questi giorni piovosi di vacanza non faccio altro che ritrovarmi a guardar fuori dalla mia finestra, e dirmi che qui si sta benone, certo… ma purtroppo o per fortuna, nel mio destino sta scritto che prima o poi dovro’ rifare il bagaglio, e tornare alla civilta’.

Alla vita vera.

Pensierino della buonanotte

Il viceministro Martone: laurearsi a 28 anni e’ da sfigati.

Mai stato piu’ d’accordo in vita mia. Gia’ ai tempi dell’universita’ dicevo a chi rifiutava gli esami che un anno di ritardo della laurea non vale e non varra’ mai il voto di laurea, manco fossero 20 punti di voto. Meglio laurearsi con 90 a 25 che con 110 a 26, perche’ un domani quell’anno di universita’ varra’ oro.

E ve lo dice uno che ha la maggior parte dei coetanei anglosassoni del ’76 che a parita’ di laurea hanno iniziato a lavorare 3 anni prima di lui e sono un livello sopra lui, visto che nel resto del mondo a 22-23 anni sei gia’ laureato (e se non fai il PhD, il master degree nel mondo vero non serve a un cazzo).

Parlando del piu’ e del meno

Oggi non mi riesce di scrivere il post (e nemmeno ieri, a dire il vero). Il problema principale e’ che sono in chiusura per il viaggio in Giappone, e quindi incasinatissimo a chiudere tutto per tempo prima di partire.

Tra parentesi qui il 26 gennaio (giovedi) e’ Australia Day, ovvero il giorno in cui tutti gli Australiani si ubriacano ancor di piu’ che durante il resto dell’anno. Naturalmente (c’e’ da chiederlo?) il sottoscritto si fa anche un bel ponte, e quindi c’ho pure la settimana corta. Quindi immaginate quanto sono impegnato: pensate, ieri ho finito addirittura alle 17:15!

Qua a Sydney e’ da ben due settimane che non si vede una giornata di sole, e pure il prossimo weekend e’ previsto brutto (ponte incluso); mentre a TOkyo ieri sembra abbia nevicato un bel po’, segno che ovunque io vada il tempo di merda non lo riesco a evitare quest’anno.

In conclusione, mi scuso per il post telegrafico, a dire il vero avrei un paio di argomenti interessanti di cui parlare ma sono entrambi ULTRA-privati, e non e’ che posso fare tutti i post protetti da password, senno’ poi passo piu’ tempo a dare la password che a scrivere il blog!

Palm Beach, NSW

Al primo timido sprazzo di sole, subito in spiaggia!

PS: Nota di servizio. Visto che il 31/1 Splinder chiude i battenti, ho trasferito il vecchio blog qui su wordpress. Tanto per non perdere i contenuti passati. (Comunque sia, non e’ mia intenzione continuarlo – lo teniamo solo per archivio OK?).

Dalla mia finestra

Oh, ma è possibile che quest’anno non venga un weekend decente manco a pagarlo? WTF.

Protetto: L’applicazione del metodo giapponese

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2012: Ritorno alla Metropoli Tentacolare

Comunico ufficialmente che le prime due settimane di febbraio sono in viaggio di lavoro. Dove? Che domande: a Tokyo, e dove senno’?

Questa volta pero’, a differenza dell’altra, mi tocca lavorare seriamentissimamente. Ho mille incontri, mille riunioni, mille cene di lavoro programmate… tutte da far combaciare in quei pochi giorni miserelli. (comunque il fine settimana per lo meno sono libero).
Insomma, a ben vedere sto per lasciare l’estate australiana (la quale fino ad ora ha fatto cagare, tra parentesi, ma sono sicuro che febbraio spacchera’ visto che vado via io) per andarmi a sparare due settimane a zero gradi o poco piu’, nel mezzo dell’inverno piu’ gelido (febbraio e’ il mese piu’ freddo dell’anno da quelle parti).

(…ma venitemi a chiedere se sono contento di andare, ghghgh…).

Ma insomma: Se siete a Tokyo e siete liberi durante il weekend dell’11 e 12 febbraio fatemelo sapere, perche’ dovrei essere da quelle parti ecco. Forse. Senno’ ci si vede in maggio, quando probabilmente rifaro’ tappa in suolo nipponico.

Capitano che fa, va a casa?

So che non c’entra niente, ma la conversazione tra Schettino e la guardia costiera mi ricorda un altro scambio di battute che ormai e’ passato alla storia.

Peccato che quello di Schettino non faccia ridere (soprattutto dopo aver letto che al posto di buttar via la chiave l’hanno mandato ai domiciliari, e che invece dell’ergastolo d’ufficio che si meriterebbe rischia solo 15 anni – quindi, in realta’, ne fara’ molti meno).

- Allora ragioniere che fa, batti?
- Ma… mi dà del tu?
- No, no! Dicevo: batti, Lei?
- Ah, congiuntivo!
- Sì!

 

Comunicazione di servizio

Stamattina stavo leggendo la posta del blog, quando mi sono chiesto per l’ennesima volta perche’ diavolo io continui a tenere la corrispondenza del blog su hotmail, visto e considerato che sia l’interfaccia che la velocita’ che il servizio di hotmail mi fanno non solo schifo ma addirittura orrore. (sapevatelo, ma io con i prodotti microsoft ho un rapporto di odio-odio sin dai tempi in cui hanno tolto MS-DOS da Windows, e sono un orgoglioso possessore di Mac windows-free a casa sin dal 2008).

Tagliando corto con le stronzate, ho aperto un nuovo indirizzo (mondoalbino@gmail.com) , e non contento ho pure colto l’occasione per aggiornare la pagina dei contatti.

(Il nuovo indirizzo ora tra parentesi lo leggo pure da iphone, cosi’ da oggi posso darvi la password e/o illuminarvi con le mie pillole di saggezza anche quando sto seduto al cesso. Fico eh?).

Incidente all’italiana, Razzismo all’anglosassone

Allora. Se casca l’aereo francese costruito dai francesi, e’ colpa della tempesta, o del pilota, o del Brasile, o dell’Oceano Atlantico, o magari, incidentalmente, forse, della progettazione dell’aereo. Si piangono le vittime e morta la’.

Se si disintegra il treno tedesco costruito dai tedeschi, e’ colpa dell’errore nelle procedure di sicurezza, e nell’applicazione del freno di emergenza, e del macchinista, e della rotaia, e della curva, e del pilastro che era proprio li’ dove non doveva essere. Colpa della progettazione del treno? Sia mai: sono tedeschi! Anche qui, si piangono le vittime e morta la’.

Se esplode la centrale nucleare giapponese costruita dai giapponesi, e’ colpa del terremoto, dello tsunami, della Tepco, del governo, delle norme di sicurezza, della manutenzione, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Magari nel loro caso si dice anche che sia colpa della progettazione della centrale, ma solo perche’ sono giapponesi e in quanto asiatici l’opinione pubblica benpensante bianca si sente in diritto di poterli cazziare. Si piangono le vittime, si scopano le scorie sotto il tappeto, ma poi e’  morta la’.

Se si sfracella con cadenza praticamente bisettimanale un treno o una nave o un aereo o un bus americani costruiti dagli americani, nessuno dice un cazzo perche’ loro, si sa, sono gli Americani con la A maiuscola, e non so se vi ricordate ma sono andati sulla luna nel 1969, mica noccioline eh. Le vittime manco si cagano perche’ il conto ormai si perde nella memoria: meglio parlare dei talebani va’.

Ma se il capitano italiano rincoglionito di una nave da crociera porta la suddetta nave a sfracellarsi sugli scogli perche’ deve far fare ciao ciao con la manina ai passeggeri? Beh, in quel caso secondo l’opinione pubblica mondiale la colpa e’ solo incidentalmente del capitano; piuttosto, in questo caso e’ quasi ovvio che la colpa dev’essere, in ordine crescente:

(1) della nave italiana costruita da italiani, e quindi sicuramente fatta alla cazzo di cane (begli interni, ma in quanto ad affidabilita’, eh…).
(2) della compagnia italiana che in quanto italiana non sa applicare misura di sicurezza alcuna (si beh, sono di proprieta’ americana, ma sono pur sempre italiani).
(3) delle regole marittime italiane fatte alla cazzo di cane e prive delle piu’ elementari regole della sicurezza (che magari ci sono, in quanto europee, ma gli italiani non le seguono).
(4) delle carte nautiche italiane compilate da italiani, che descrivono fondali di mari che solchiamo dall’alba dei tempi ma visto che siamo italiani cazzoni nessuno s’era mai accorto di quel minchia di scoglio.
(5) in conclusione, dell’Italia tutta che dalla caduta dell’impero romano in poi viene vista all’estero come una cozzaglia di coglioni incapaci di gestire nulla in maniera decente.

E non si capisce come mai in occasioni come questa al posto di abbassare la testa e fare il faccino triste delle grandi occasioni, gli americano/australiano/britannico/franco/tedeschi (e c’aggiungerei pure i giappi, e chissa’ chi altri) se la ridacchiano quasi.

Come a fotocopia, glielo leggi nei sottintesi degli articoli di giornale, o nelle news sparate nell’etere planetario. Questo parlare di “nave italiana”, “regole”, eccetera… come certi nostri quotidiani o TG dove il giornalista pone l’accento razzista sullo stupratore rumeno, sulla banda albanese.

E qua in Australia, visti i precedenti migratori, lo stereotipo contiene sempre le solite due parole magiche accostate insieme, a far capire che in fondo in fondo siamo tutti della stessa pasta: Italiani – [paragone] – greci.

Ma andatevene a fanculo va’.

Dubbi amletici di un rompicoglioni

In sostanza sembra che mi ri-spediscano in Giappone per un paio di settimane. Mi direte che sono un lamentino (e in effetti un po’ lo sono), ma quasi quasi mi finirei l’estate australe prima di partire… qua sono in manica di camicia, e Tokyo oggi fa 0 gradi di minima. Va bene tutto, ma Tokyo non e’ che scappa se ci vado fra un paio di mesi eh…
Autocommento: che rompicoglioni, mai contento. E Giappone si, e Giappone no. Deciditi!

L’altro dubbio amletico che mi attanaglissima in questo weekend di mezza estate e’ se prendere il Kindle o l’ipad per leggere e-books. Siccome e’ ormai appurato che trasloco con frequenza biennale, e constatato ormai che solitamente non e’ che cambio casa o citta’, e neanche nazione ma proprio continente… beh, ho pensato che forse e’ il caso di smetterla di comprare libri e optare per la soluzione digitale.
Autocommento: Che poi va a finire che a ogni trasloco i libri mica me li porto dietro: no, li spedisco a casa in Italia “in attesa di mettere radici da qualche parte”, per la gioia di mia madre che deve cuccarsi gli scatoloni – e le tavole da surf.

In sostanza, il problema dell’ipad e’ che non c’ho voglia di comprarlo adesso: voglio aspettare la versione 3. Il problema del Kindle e’ che io l’ipad 3 quando esce me lo compro in ogni caso, e non c’ho tanta voglia di riempirmi la casa di gadgets elettronici. Che poi quando viaggio non e’ che mi porto dietro tutti e due. Quindi a quel punto il kindle mi diventerebbe un doppione, facendo la fine della PSP che era utilissima per giocare quando stavo seduto sulla tazza, ma che non ho mai piu’ usato da quando ho preso l’iphone.
Autocommento: Come vedete da buon ingegnere specializzato in sistemi di sicurezza non e’ che guardo ai pro ma mi focalizzo sul minimizzare i contro. E’ un po’ una filosofia di vita, la chiamerei albinismo se albinismo non volesse dire qualcosa di totalmente diverso…

Comunque sia, gran bel post del cazzo ho fatto oggi.
Autocommento: eh gia’.

Di amicizia e Carpe Diem

Capita a tutti nella vita di scoprire che le cose belle non durano per sempre.

Alle volte si formano compagnie o gruppi di amici che sembrano inossidabili. Gente che si completa a vicenda, divertimento assoluto, ricordi che restano per sempre. Senza andare a scomodare i tempi delle superiori, che per me sono stati indimenticabili, nella mia esperienza posso citare i primi anni 2000, quando vivevo in Italia. Eravamo un gruppone di una quindicina di persone, tutti ai confini tra il laureando e il neolaureato. Abbiamo passato insieme un inverno da favola, un’estate leggendaria. Poi, tutt’a un tratto ci siamo accoppiati quasi tutti. Il mitico gruppo si e’ indebolito prima, sfaldato poi, ridotto a mero contatto su facebook ai giorni nostri. (Ma chi dimentichera’ mai le feste fantastiche, le albe in disco fino alla chiusura, l’appartamento in affitto di quell’estate?)

La magia e’ tornata nel 2005, con un nuovo gruppo di persone. A Brisbane questa volta. Nato per caso, gente per lo piu’ italiana con cui sono finito con l’uscire tutte le sere per mesi. Indimenticabili notti nella Valley, e feste in case di sconosciuti, e domeniche infinite in riva al Pacifico coi furgoni noleggiati, per quello che sembrava non dovesse finire mai. C’e’ stata una chimica bellissima tra di noi. Ma poi, come prima, tutti sono tornati alla loro strada, e nel giro di settimane a Brisbane di noi non c’era che una manciata di persone. E alla fine con uno schiocco di dita ero rimasto solo io.

Poi c’e’ stato il 2008, quando ho preso i famosi sei mesi sabbatici e ho fatto lo studente a Tokyo. Li’ ho avuto la fortuna di far parte di un altro gruppo fantastico di amici, gente proveniente da tutte le parti del mondo. Si e’ usciti ogni sera per mesi, tutti insieme a scoprire Tokyo. Mezzi non parlavano neanche inglese, e ci si esprimeva a gesti. Poi la scuola e’ finita e se ne sono andati quasi tutti. Sono rimasti i migliori, pero’, quelli da cui sono tornato quando ho trovato lavoro in Giappone. Ma anche loro, a uno a uno, hanno gettato la spugna o hanno trovato nuove strade. La cilena s’e’ accasata in Cile, il francese ha rinunciato a trovare un lavoro decente e se n’e’ tornato in Francia, la Coreana ha avuto un bimbo ed e’ tornata a casa col marito, il romeno e’ tornato in Italia dopo il terremoto, lo svizzero ha deciso di tornare a casa e finire l’universita’, l’americana ha trovato lavoro ed ora e’ in… antartide! L’italiano, che poi sarei io, ha fatto ritorno in Australia. Restavano solo la cinese e l’americano. Ed e’ notizia di ieri che pure lei alla fine se ne va. Pezzo dopo pezzo, a Tokyo col tempo che passa ho sempre meno gente da cui tornare.

Il bello della vita pero’ e’ che come le stagioni, certe cose muoiono ma poi rinascono, diverse ma sempre ugualmente belle.
Il segreto sta tutto nel saperlo accettare e nell’evitare di attaccarsi troppo a certe situazioni, altrimenti va a finire che mentre si guarda indietro ci si perde lo spettacolo che si ha davanti. Lo so, sto raccontando la solita menata del Carpe Diem, ma e’ questo quello cui sto pensando ora, ed e’ questo che mi sentivo di condividere col mondo nel post di oggi.

Concludendo, ci terrei anche a dire che al momento la mia unica certezza e’ che quando parlo di Giappone e di giappine mi si alzano i contatti del blog (x2, a ben vedere). Otaku di merda che non siete altro.

Il Giappone col senno di poi

Ieri ho citato un post vecchio di tre anni, che e’ anzi il primo di una serie di tre consecutivi in cui racconto alcune storie risalenti all’inizio della mia avventura a Tokyo. A rileggermi sembro uno sbarbetello sprovveduto che sbatte la faccia contro la cultura giapponese… invece stiamo parlando di eventi accaduti neanche tre anni e mezzo fa.

Non ho problemi ad ammettere che col senno di poi rifarei tutto in maniera squisitamente opposta. Parlo dei miei rapporti interpersonali con le tipe di cui ho narrato in quei post, e di altre di cui ho raccontato in quel periodo. Il mio problema e’ che ero un italiano che veniva da un’esperienza in Australia, due paesi dove i rapporti sono assolutamente franchi e schietti. L’errore che commettevo di continuo era quello di essere troppo diretto, ma soprattutto troppo brusco, troppo ansioso. Cercavo amici in cinque minuti (come la Speedy Pizza Findus) in una terra in cui le amicizie nascono solo quando le coltivi per anni.

Bisogna dire che quest’esperienza ha cambiato (e di parecchio) il mio modo di pormi nei confronti della gente. Ho imparato che quando un giapponese ti diventa amico, allora e’ un amico vero. Con quelli/e che conosci appena, al contrario, ci sono delle distanze minime e delle regole d’oro da rispettare e che non vanno infrante mai. E posso dirvi? Preferisco per certi versi questo modello al nostro, nel quale a parole ti diventano tutti amici con una facilita’ impressionante, e poi ti prendi le coltellate tra le scapole.

Ma vi dicevo delle regole da non infrangere. La prima e’ che non bisogna aspettarsi niente da nessuno. Suona brutto da dire, ma bisogna pianificare per se stessi. Nel post citato racconto delle due tipe che vogliono andare a casa e di me che mi lamento perche’ mi lasciano solo fino al primo treno. Il problema li’ e’ che io venivo da una realta’ (anche un po’ campagnola, se vogliamo) in cui ci si incontra, si sta tre ore a decidere dove andare per non scontentare nessuno, si sta insieme e si finisce tutti insieme, e quando uno vuole andare a casa si torna tutti. In pratica il classico modello della compagnia o comitiva all’italiana. Invece non funziona cosi’: si arriva a qualsiasi ora e si pensa per se’, quando e’ il momento di tornare. Succedesse ora, non vedrei nemmeno il problema, e se qualcuno mi dicesse che devo aspettare il primo treno con lui lo guarderei anch’io come si guarda un matto.

La seconda regola e’ che non bisogna perdere la calma, mai. Nella nostra cultura una persona che mostra le sue emozioni anche agli sconosciuti e’ considerata una persona genuina, vera, sincera; al contrario per loro e’ sinonimo di superficialita’, e una persona cosi’ non viene presa sul serio. La gente va e viene, e se c’e’ bisogno di chiarirsi per qualche incomprensione lo si fa con gli amici veri, non certo con gli sconosciuti. Per noi italiani la ricerca del confronto e del chiarimento e’ una cosa dovuta, un modo per capirsi meglio. In Giappone invece il chiedere spiegazioni significa infrangere la privacy delle persone. Un po’ come in Italia quando devi inventarti il mal di testa se non hai voglia di uscire con qualcuno, mentre in Giappone puoi semplicemente mandare un messaggio con scritto “scusa oggi non esco”, e nessuno ti chiede spiegazioni.

La terza e’ che i rapporti uomo-donna sono totalmente diversi dai nostri. Quando uno va in Giappone deve riprogrammare del tutto le sue tattiche, perche’ le donne si aspettano comportamenti completamente diversi da noi.

La quarta e’ un po’ un corollario della seconda: non bisogna prendere niente troppo a cuore, soprattutto nella Metropoli Tentacolare dove tutto scorre e tutto passa, e chi c’e’ c’e’, mentre chi non c’e’, appunto, non c’e’.

Ripensando agli eventi passati, avrei visto molte situazioni con un’ottica diversa, e avrei agito di conseguenza. Gli errori sono stati tanti e sono stati grossolani. La tipa del cane bagnato di latte si aspettava una mossa molto piu’ decisa da me, mentre io abituato alle italiane cincischiavo portandola a cena e aspettavo dei feedback che arrivavano in maniera totalmente sballata. Invece andava portata diretta in hotel dalla stazione, altro che fuori a cena. Piu’ la portavo fuori a cena e piu’ lei pensava di non piacermi e che io fossi solo alla ricerca di un’amica, e piu’ mi trattava da amico piu’ tentennavo nel provarci alla fine della cena. Idiota di un albino: nel dizionario giapponese non esistera’ nemmeno tra mille anni il concetto di cena tra giappina e amico maschio conosciuto da poco che non piace fisicamente ma e’ solo amico. Il messaggio che non passava l’ho capito solo a posteriori: se inviti un’italiana a cena e lei ti dice di si, allora ti ha detto di si per la cena. Se inviti una giappina a cena e lei ti ha detto di si, allora ti ha detto di si e basta, dopocena compreso, tutto compreso.

Momoka e la giappo-italica invece non le ho piu’ riviste per un semplice motivo, palese proprio: cercando il chiarimento ho mostrato di prendere la cosa troppo a cuore, ho perso la calma e ho dimostrato quella che ai loro occhi e’ solo instabilita’ e debolezza. Non veniva richiesto niente di tutto cio’: da loro a me veniva richiesto di fare il maschio gaijin, ovvero farle divertire, ballare, bere con loro, e se nasceva l’atmosfera giusta portarne a casa una (o piu’ d’una, chi lo sa) a fine serata. Succedesse oggi, capirei al primo istante la richiesta sballata del tipo giappo che si era intromesso nella nostra serata, me ne libererei in tempo zero+, andrei in disco con entrambe, farei le mosse giuste, eviterei quel bacio in pubblico, lascerei passare la serata pronto a invitarne fuori una sola una seconda volta, questa volta per una cosa a due, cena + dopocena.

Concludo con un pensiero. Ieri sera mi sono ritrovato a ripercorrere mentalmente non solo questi ma miriadi di altri eventi che mi sono capitati in quei primi tempi in Giappone. La cosa che mi ha stupito e’ che piu’ ci ripensavo, e piu’ ne capivo; e alla fine sono rimasto con la netta sensazione di essermene andato non appena avevo iniziato veramente a capirci qualcosa.

Ma forse e’ proprio per questo che me ne sono andato, chi lo sa. O forse, magari anche no.

Il giapponese, questo sconosciuto

*premessa: la cosa positiva del post di oggi e’ che parla di Giappone e di giappine; quella negativa e’ che immagino** richieda un minimo di conoscenza della lingua giapponese, quindi se navigate nell’ignoranza mi dispiace ma potreste trovare queste righe un po’ noiose.
**dico immagino perche’ non l’ho ancora scritto e quindi non so come andra’ a finire. Vediamo.

In giro per Tokyo qualche mese fa mi e’ capitato di incrociare in un negozio una coppia di signori sulla sessantina, lui occidentale e lei giapponese. I due parlavano in giapponese, e ricordo che ho sono quasi scoppiato a ridere nel sentire la parlata di lui. Il tipo finiva ogni frase con かしら (kashira, con l’accento sull’ultima a), che per chi non lo sapesse e’ un modo terribilmente effemminato (forse il piu’ effemminato di tutti) di terminare una frase. La persona tipica che finisce le frasi con kashira in Giappone e’ la donna di mezza eta’, ovvero la moglie del tipo che ho incrociato quel giorno. Facendo due piu’ due, si puo’ intuire che i due siano sposati da un bel pezzo, e che lui abbia imparato il giapponese da lei, un po’ come lo straniero medio che va a vivere a Torino e dopo un po’ inizia a mettere il ne’ alla fine delle frasi.

Il problema, cari lettori, e’ che il giapponese inteso come lingua universale parlata dai giapponesi non esiste. Un po’ come l’italiano parlato, che varia da regione a regione, dove il veneto non usa il passato remoto neanche sotto tortura, il toscano dice babbo invece di papa’, il napoletato dice “sto” invece di “sono” per indicare lo stato in luogo, il romano e’ allergico alla particella “re” dei verbi all’infinito anche quando parla in italiano, e via di seguito.

La lingua giapponese segue per certi versi la stessa sorte dell’italiano, solo che laddove l’italiano e’ una lingua a varianza prevalentemente geografica, il giapponese e’ una lingua che varia soprattutto a seconda del contesto sociale. Cosa significa tutto cio’? Significa in parole povere che la signora di mezza eta’ parla un giapponese diverso dalla ragazzina, la quale parla un giapponese diverso dal ragazzino, il quale parla un giapponese diverso rispetto all’uomo di mezza eta’, e dall’anziano, e dal bambino.

Ma non e’ finita. Tutte (o quasi) queste categorie cambiano il modo con cui parlano a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte o della situazione (casual, amici, famiglia, lavoro, ecc.). E’ un po’ quello che succede in italiano quando diamo del Lei, solo che in giapponese cambiano le particelle, cambiano le desinenze verbali, cambiano i tipi di verbi, cambia parte della struttura grammaticale… insomma, cambia tutto.

Questo modo di esprimersi del giapponesi ha svariate conseguenze nei loro rapporti interpersonali: l’ammontare di informazione non detta nei loro discorsi e’ impressionante, e una grossa fetta di quello che dici lo esprimi nel modo in cui lo dici. Un paio di luoghi comuni sui giapponesi e’ che si dice non abbiano un modo ben definito di dire si e no, e che non dicano parolacce. Beh: tutto questo non e’ altro che una conseguenza della loro struttura linguistica. E’ un po’ difficile da spiegare senza dare esempi concreti, ma un giapponese puo’ dire si e no senza bisogno di doverlo dire (o meglio, puo’ dirti di si e allo stesso tempo farti capire che e’ in realta’ e’ un no), a seconda di come si esprime, e anche se non ti manda a fanculo a parole, e’ in grado di ferirti e offenderti molto di piu’ dei nostri vaffanculo, a seconda di come ti parla e del rispetto che ti porta. Parlando poi dei modi di scambiarsi informazione quando si mente o ci si inventa una scusa, sui giapponesi piu’ che un post se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Un esempio classico e’ l’approccio uomo-donna. Nel locale italiano il tipo va dalla tipa, inizia a parlarci, e ci fa conversazione. Poi dopo un po’ ci prova, e lei ci sta o non ci sta, e finisce li’. La tipa sa che il tipo e’ interessato a lei, e risponde di conseguenza. Entrambi non sanno cosa vuole veramente l’altro: se la tipa sia alla ricerca di una storia seria lui non lo puo’ sapere, mentre lei non sa se gli piace veramente o se e’ li’ solo per portarsi a letto la prima che capita. Tattica impone pero’ a lui di non dire esplicitamente che vuole sesso (di solito) per non bruciarsi subito, mentre a lei di non dimostrarsi troppo disponibile, per non rischiare di apparire troppo facile.

In Giappone l’ammontare di informazione sottintesa e’ notevolmente maggiore. Uno straniero che ascoltasse una conversazione da locale tra un giapponese e una giapponese non ci capirebbe niente: il tipo si avvicina, inizia a parlare del piu’ e del meno, lei risponde e poi… magicamente, lui se ne va. Oppure, caso due, lui continua a insistere senza sosta anche se lei lo manda via. Oppure, caso tre, se ne va lei. Oppure, caso quattro, se ne vanno insieme… al love hotel.

Cosa succede tra giapponesi? Lui la approccia usando una forma colloquiale, per accorciare la distanza tra loro. Le dice: ti voglio, anche se le ha solo chiesto l’ora. Lei risponde in maniera ultra-formale, per ripristinare la distanza. Gli risponde non mi piaci, anche se gli ha solo detto che sono le nove meno un quarto.

Oppure: lui l’approccia usando un tono di rispetto. Le dice che e’ un gentiluomo, anche se le ha solo chiesto come si chiama. Lei gli risponde in maniera ultra-formale per dirgli che non si fida di lui. Allora lui scopre le carte e parla in maniera diretta, dicendole che ma che in realta’ vuole solo quello. Lei risponde in maniera diretta a sua volta, facendogli capire che va meglio cosi’, che non e’ venuta in quel bar alla ricerca di una storia seria. Da li’ al materasso il passo e’ breve. A uno straniero che ascoltasse la traduzione simultanea della loro conversazione pero’ tutto questo non verrebbe comunicato, e gli sembrerebbe solo un breve scambio di ciao mi chiamo X, come ti chiami, dove vivi, dove lavori, ecc.

La cosa che mi fa ridere in tutto cio’ e’ che poi quelli che passano per essere persone dirette siamo noi latini, anche se l’ammontare di informazione che ci scambiamo e’ molto inferiore, e siamo costretti a chiedere le cose esplicitamente perche’ non abbiamo altri mezzi per farlo. Per loro invece e’ tutto sottinteso, e per questo ai nostri occhi ignoranti passano per… timidi! (e chiunque abbia avuto a che fare con il Giappone per abbastanza tempo sa bene che timidi proprio non sono, anzi… silenziosi, forse. Riservati, sicuramente. Ma timidi…!).

Questo sistema, capirete, e’ croce e delizia dei gaijin che vivono in Giappone. Delizia perche’ con le tipe a momenti non serve neanche provarci: vai li’, dici due frasi due, e sai gia’ dopo tre secondi se c’e’ trippa per gatti o no. Se ti risponde diretta sai gia’ che e’ praticamente orizzontale, se ti risponde usando verbi troppo formali sai gia’ che te la devi sudare, o che proprio non c’e’ storia. La croce sta invece nel fatto che all’inizio non ci si capisce veramente niente (e non so se ricordate i miei vecchi post del 2008 quando ero io quello che non capiva…). E che anche quando inizi a districarti in questa miriade di regole, capita che sei fottuto in partenza e non lo sai (lo straniero medio ci mette un’eternita’ anche solo a capire quando e come usare i modi di dire “io”, con watashi, boku e ore che in teoria sembrano di facile applicazione ma poi dipende da chi, come, quando, dove, perche’, con chi, da chi, per chi, a chi…).

Sei fottuto in partenza e non lo sai: riuscite a capire perche’? Il motivo, cari lettori, e’ molto semplice: i giapponesi parlano in modi totalmente diversi a seconda di genere ed eta’, e lo straniero impara da loro senza sapere bene cosa sta imparando. Esattamente come il signore che ho incrociato quel giorno, appena apre bocca lo straniero medio indica al suo interlocutore giapponese (1) da chi ha imparato il giapponese e (2) con chi passa la maggior parte del suo tempo.

Gli esempi sono molteplici, ma uno mi fa sorridere. Ripenso al solito locale che ho citato prima. Uno straniero approccia una giappina e le chiede qualcosa. Dopo un po’ che sta parlando le sbatte nella conversazione espressioni come kawaii ne, usa deshou invece di darou, finisce qualche frase di troppo con “no” e magari sovrappensiero (orrore!) addirittura con “nano”!

La giappina a quel punto lo guarda e fa il sorriso dei vincitori. Infatti sa gia’ che il pirlotto ha moglie e figli che lo aspettano a casa, e che comunque ha imparato il giapponese grazie a lunghe e profonde frequentazioni con nipponici di sesso femminile. L’evidenza e’ che lui e’ abituato a usare quel tipo di espressioni per emulazione quando parla con la sua giappina abituale, quella che gli ha insegnato il giapponese (e non s’e’ curata , per tattica o per disinteresse, di fargli notare che quando parla in giapponese usa espressioni femminili al punto di sembrare quasi un ricchione – anzi, magari per la sua donna lui quando parla cosi’ e’ kawaii….).

Poi, badate: a quel punto chi lo sa come va a finire tra i due. Mica e’ detto che lui vada in bianco, anzi alla giappina del bar potrebbe anche andar bene cosi’. Ma questa e’ un’altra storia, un’altra situazione, che magari tratteremo un’altra volta.

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