Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Mensili: giugno 2012

Senza Parole

Bellissima vittoria dell’Italia contro la Germania. Ok. Bella. Mi sono alzato alle 4:45 del mattino per vederla, e me la sono goduta dal primo all’ultimo minuto. Credo, tra parentesi, che quest’Italia potrebbe quasi quasi battere quella che ha vinto il mondiale 2006.

Stavo leggendo i titoli dei giornali italiani, poco fa. Come al solito finezza e sportivita’ dell’Italia Cafona sono prerogative della destra italiana. Si vede che stanno grattando il fondo del fondo, del fondo, del fondo.

Titola Libero: “Vaffanmerkel“. Il giornale: “Ciao Ciao Culona“. E io mi chiedo: credete che non li leggano i titoli dei nostri giornali, in Germania? Vi sembra il modo di comportarvi? Ma soprattutto: vi rendete conto che quei titoli sono rivolti agli stessi tedeschi cui poi chiedete la riduzione dello spread? L’eurobond, presente no?

Fossi tedesco vi farei fallire, razza di bestie. Così poi vediamo se i governi italiani danno ancora sovvenzioni pubbliche a giornali falliti in partenza che vendono due copie in croce, tipo Libero-Giornale & spazzatura affine. Se non la galera meritate la fame, oh giornalisti (vocativo). Sul serio.

Discorso a parte per Tuttosport, che mette in prima pagina Balotelli e titola: “li abbiamo fatti neri“. Bonjour finesse - ma si sa, in fondo, che il mondo del tifoso e’ un po’ così’. Rustico, ecco.

News dal fronte

Non sono morto, e’ che sono preso da scadenze atroci.

Vado in Giappone dal 19 al 29 Luglio, circa, e poi ci caccio un 7-8 giorni in Italia. Ho scoperto che Sydney-Tokyo in business class costa 6000$, mentre Sydney-Francoforte costa poco meno di 7000$. Visto che l’azienda mi paga fino a Tokyo, con circa 1000$ torno a casuccia in business. Evvai! :D

Per il resto qua a Sydney, pioggia, freddo, miseria, disperazione. In una parola: inverno.

E domani mattina sveglia alle 4:45 per Italia-Crucconia. Speriamo di tirargli 87 palloni, Merkel di merda!

Populismo gaijin

Oggi vorrei aggiungere due parole al post di ieri, e in particolare al link che Fabio ha postato nei commenti.

Il blog e’ indubbiamente ben scritto, anche se tratta dei classici di quello che io definisco populismo gaijin. Sono quei temi su cui e’ facile cadere quando si capita in un blog di emigranti che vivono in Giappone (qualunque sia la loro nazionalita’, anche se noto che gli anglosassoni sono la netta maggioranza). Sono quei temi che vengono notati in continuazione dagli stranieri, e riportati nei blog come evidenza del fatto che i giapponesi sono intrinsecamente razzisti al midollo.Ecco una breve carrellata dei cavalli di battaglia del populismo gaijin:

I giappi non mi si siedono vicino in treno, ergo sono razzisti.
Certo, perche’ l’Italiano/ francese/ inglese/ tedesco medio che sale in autobus e ha la scelta tra il sedersi vicino a un connazionale o lo stare spalla a spalla con un extracomunitario di razza diversa, naturalmente non avrebbe alcuna inconscia preferenza, vero? (eh ma dice: il cinese puzza d’aglio, il musulmano ha il barbone e la bomba sotto la tunica, e il negro mi rapina. Eh beh, come darvi torto. Gli americani-europei in Giappone invece, tutti santi, tutti puliti, tutti vestiti Gucci e Prada).

I giappi mi fanno domande razziste tipo se so usare le bacchettine, anche se vivo li’ da 20 anni.
Contestualiziamo un secondo, perche’ il populismo non contestualizza mai. La situazione al contorno e’ questa: sei in ristorante e ti sei trovato di fianco a uno cui non sai che cazzo dire, e allora peschi uno stereotipo dal mazzo, oppure giochi la carta dell’ovvio. Metti che ti si siede di fianco uno vestito da giocatore di basket. Alzi la mano chi non gli chiederebbe: “giochi a basket?” (risposta: graziealcazzo). Beh: lo stesso vale per il giappo di turno, per il quale – lo ricordiamo – giocare la carta dell’ovvio equivale a giocare sul sicuro e iniziare una conversazione del piu’ e del meno.

Detto questo, se alcuni di voi hanno l’iphone e come me sono iscritti all’apple store giapponese, avranno notato che ci sono tantissimi manuali nello store: come avvicinare le ragazze, come comportarsi al primo appuntamento, come comportarsi al love hotel, come farsi le pippe, come essere simpatici, come comportarsi durante un meeting di lavoro, come comportarsi in tintoria. Sapete che ai giapponesi piace avere bene chiare le regole su come comportarsi. Allora, chi vi dice che se tutti i giappi dicono le stesse cose non voglia dire che da qualche parte ci sia anche un prontuario di frasi fatte da dire allo straniero quando ne incontri uno?

(nota a posteriori: e’ successa anche a me questa storia delle bacchettine. Una volta mi hanno chiesto se le sapevo usare e io, noncurante, ho continuato a mangiare usandole e ho risposto “いいえ、箸は全然使えません” (no, le bacchette non le so usare per nulla). L’ironia li seppellira’: Il tipo prima ha fatto una faccia da wrong input – system error, poi quando ho sorriso l’ha capita e si e’ piegato in due dal ridere).

I vicini giappi controllano se riciclo correttamente la spazzatura.
A me a sentire queste cose viene in mente la classica casalinga italiana di mezza eta’ che controlla ogni mossa dei condòmini cinesi appena trasferitisi al piano di sotto. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo.

I colleghi giappi mi chiamano per nome proprio e non per cognome.
Vedi sopra la storia del prontuario: pure questo viene da li’, dallo stereotipo su come comportarsi coi gaijin. Ma d’altronde anche noi occidentali in inglese mettiamo il suffisso -san dietro al nome dei giapponesi, no? E se ci troviamo in mezzo a un meeting di lavoro con 10 americani e 1 giapponese, non verrebbe anche a noi da chiamare tutti gli americani col nome proprio e il giapponese per cognome?

La polizia giappa mi discrimina perche’ sono straniero.
In Europa e America invece la polizia tratta gli extracomunitari esattamente come i locali, vero?

Ma allora, alla fine dei conti e’ vero che i giapponesi sono intrinsecamente xenofobi e (in)consciamente razzisti? Certo che e’ vero: nessuno lo puo’ negare – ne’ io sono qui a cercare di negarlo. Se provate a chiederglielo nemmeno loro tentano di negarlo! Ma se ricordate oggi non siamo qui a parlare di razzismo, bensi’ dei blog che parlano di razzismo: blog che come dicevamo piu’ o meno si ripetono tutti, pescando un po’ tutti nel calderone del populismo gaijin.

Questi blog rispecchiano, a mio avviso, un certo disagio dell’uomo bianco che e’ abituato a discriminare e non a sentirsi discriminato. La verita’ nuda e cruda e’ questa cocchi belli, altro che i sedili del treno lasciati vuoti: ai nostri occhi va bene lasciare libero il sedile a fianco a un senegalese, ma ci sembra un affronto se un asiatico lascia libero il sedile accanto a noi caucasici, profumati & ben vestiti come siamo.

Ditemi che sbaglio se ne avete il coraggio; e pensate a quanto i giapponesi che vivono in Italia ne avrebbero da raccontare, in fatto del razzismo nostro.

PS: anch’io ho fatto i miei bei post di populismo gaijin, ma se l’ho fatto e’ per due motivi: (1) io sotto sotto sono un populista, e (2) in quei giorni non avevo di meglio da scrivere. Ah, e (3): alle volte sfogarsi in un blog ti fa sentire meglio. E (4): io ho ragione.

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

Biscotto si, biscotto no

Ve lo ricordate questo post, nel quale introducevo il commentatore giapponese porta sfiga?

Visto che all’epoca mi sono sbilanciato in una previsione che si e’ poi rivelata azzeccata, mo’ ci riprovo. Secondo me stasera Spagna e Croazia ce lo fanno eccome, il biscottone.

Anzi, finisce 3-2 per la Spagna. L’ultimo goal lo segnano agli ultimi minuti, dopo che sanno per certo che l’Italia si e’ suicidata da sola pareggiando con l’Irlanda.

Per la gioia di Balotelli che cosi’ puo’ andarsi a rilassare a Formentera.

*** update ****

Ops ho sbagliato previsione. O forse stavo solo piangendo il morto, chi lo sa.

L’effetto Whitney Houston

Ieri sera sono finito in un live club a Manly Beach, una festa in maschera dove tutti erano vestiti in uniforme delle superiori (si, la marinaretta tipo giapponese. No, non ho fatto foto).

E’ salita sul palco ad un certo punto una cantante che mi ha lasciato allibito: era la copia sputata della Santanche‘. Una quindicina d’anni più giovane, toh. Brava a cantare per carità, ma non e’ quello il punto. Ho provato a scattarle qualche foto ma sono venute da schifo. Ne metto due, spero si capisca.

Qualcuno di voi ora si starà’ chiedendo di certo come mai io mi sia messo a scattar foto alla Santanche’ invece di scattarle alle marinarette. Ma sapete che mentre scrivo queste righe me lo sto chiedendo pure io?

Ad un certo punto nella serata la Santanche’ ha tolto le tende, non prima di deliziarci con un pezzo di chiusura d’altri tempi, I wanna dance with somebody di Whitney Houston. E io sono rimasto li’ a guardarla, la Santanche’ che cantava Whitney. E mi sono messo a pensare che nella vita non si arriva proprio mai, infatti guarda quelli “arrivati” come vanno a ridursi. Parlo di Whitney, non della cantante di ieri.

Certo che i momenti di riflessione filosofeggiante mi vengono proprio nei momenti più assurdi eh.

Workaholic

Questa settimana ho fatto talmente tante ore di volo e talmente tante riunioni che non mi sembra neanche sia arrivato venerdì. Non ho la forza fisica per uscire, contando che stanotte ho dormito solo 3 ore, in aereo. (Sono partito a mezzanotte da Perth e arrivato alle 6:30 a Sydney).

A volte rimpiango i bei tempi quando il lavoro era in fondo alla scala delle priorita’. Mi facevo le mie otto ore tranquille, pensavo a divertirmi, e alla fine del mese lo stipendio arrivava comunque.

Dovrei darmi una regolata. Tipo emigrare in Giamaica, tanto per riprendere il ritmo del fancazzismo.

Welcome to the Pilbara

Sono bloccato qua per altre 2 ore. Poi Perth, cambio e arrivo a Sydney. Alle 6 di mattina di venerdì, ovvero tra 14 ore. Uff.

Venticello di primavera(?!)

Leggevo su google news della tempestuccia sul Western Australia (“Australia Occidentale” – un po’ come se chiamassimo ancora New York “Nuova York”).

Ma dai, che culo, proprio adesso che sono qua a Perth. Me n’ero leggermente accorto sapete: a momenti ieri mi precipita l’aereo! Non avevo mai visto le ali piegarsi in quel modo, coi motori quasi a contorcersi… e i salti senza fine, sensazioni d’impotenza che mi hanno ricordato il grande terremoto dell’anno scorso in Giappone. Veramente brutto.

Oggi invece ho una riunione nell’azienda di questa persona qui, dopodiche’ domani alle ore 6:20 (am) ho il volo che mi riportera’ a Port Hedland, nel mitico Bloody Nowhere australiano. Non vedo l’ora.

Aspettate foto nei prossimi giorni. Stay tuned.

it’s raining, government thief!

Qua a Sydney siamo chiusi in casa da due giorni, causa piogge torrenziali imperterrite e senza fine che ci affliggono da due giorni. Fortuna che domani vado a Perth (dove piove as well, sembra).

11 giugno: oggi qui si festeggia il compleanno della Vagina Elisabetta II d’Inghilterra, per cui e’ festa nazionale. Ma per i motivi di cui sopra sono chiuso in casa, per cui mi sono dato alla cucina. Ieri ho fatto, nell’ordine: pizza radicchio e funghi, crostata di frutta di cui allegherò la foto a breve, e… basta.

Stanotte sono riuscito a svegliarmi alle 2am per vedere l’Italia, e per fortuna non le abbiamo prese. Sono abbastanza soddisfatto dai: vuol dire che bene o male siamo tornati. Un altro paio di inquisiti e li vinciamo, ‘sti europei.

Tra parentesi notavo (scusate il tocco di populismo, ma quando ci vuole ci vuole) che pur con tutti i problemi economici degli spagnoli, lo stadio era pieno di casacche rosse. Come direbbe Berlusconi: gli stadi son pieni, non c’e’ la crisi. lol.

La notizia del giorno e’ che forse, ma dico forse, il mio viaggio in Giappone di luglio salta. E a me già girano le palle, perche’ non so se si e’ notato dal tenore del post, ma qua (causa tempo di merda) mi sto annoiando da mo-ri-re e non vedo veramente l’ora di tornare nella Metropoli Tentacolare.

Torno nella mia catacomba, ad maiora. Ci si sente nei prossimi giorni in collegamento dal Western Australia.

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Vivid @ Sydney harbour

Treviso in Australia

….non che sia originale ma vabbé…

Oggi v’insegno le abbreviazioni

Da stasera inizia un weekend lungo qui in Australia. O per lo meno in NSW, New South Wales e VIC, Victoria. E’ il compleanno della Regina, dicono, non so.

Programmi per il weekend ce ne sono un tot, adesso vediamo cosa fare.

Martedi mattina invece me ne volo a Perth (capitale del WA, Western Australia), e poi giovedì, dopo anni, ritorno nell’outback – quello che chiamavamo, all’epoca, il Bloody Nowhere.

Ecco dove vado, ed ecco alcune foto dell’epoca… ah quanti ricordi.

(PS. tutte le foto sono state fatte da me)

Sindrome da depressione invernale

E’ arrivato giugno, e come ad ogni giugno da 7 anni a questa parte io mi mangio una merda.

In 5 di questi anni me la sono mangiata al barbeque perche’ ero in Australia, e come ben sapete qua giugno = dicembre = inverno.

In 2 di questi anni me la sono mangiata con le bacchettine perche’ ero in Giappone, e si era nel bel mezzo dello 梅雨, la famigerata stagione delle piogge.

Giugno in Italia invece mi ricorda la fine delle scuole, le giornate lunghissime, il sole, la spiaggia, le giappine in minigonna… ah no, mi sa che mi sono confuso un attimo. Comunque sia, a giugno negli anni 201x ci si collega nell’etere e si vedono gli amici bastardi che postano foto di quando vanno al mare, mentre qua sono le 16:39 e fa quasi buio. Argh.

(eh ma poi mi vendico, aspettate ottobre-novembre).

Chiudo qua perche’ mi viene la tristezza. Se siete miei amici su facebook, vi prego, non postate foto al mare che mi viene la saudade.

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