Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: albino vi insegna

Dieci piccole indiane

Un gruppo di giappine di mia conoscenza questa settimana e’ in vacanza in Italia. Classica combo Roma-Firenze-Venezia, tour de force con meno di due giorni a citta’, secoli di storia e arte, guerre e conquiste, morti e pestilenze condensati nel solito set fotografico precostituito e formato pressappoco da: Colosseo, Fori, Vaticano, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, Uffizi, Torre di Giotto, David col Pistulino di Fuori, Ponte Vecchio, Ponte di Rialto, Canal Grande, Palazzo Ducale, Ponte dei Sospiri, giretto in gondola e fuori dai coglioni.

Poi ovviamente menu a prezzo fisso organizzati dalle agenzie, costituiti da pasta (a Roma carbonara e/o amatriciana a volonta’, a Firenze un bel ragú di selvaggina con spruzzata di tartufo che ad agosto con 40 gradi e’ la morte sua (dei giappi), a Venezia il solito nero di seppia che loro vanno matti, o una bella spaghetti bongore (*) che a Tokyo quando esci con una tipa e’un biglietto assicurato per il love hotel, aglio permettendo), poi pizza a go-go, gelato a secchiate e poco altro.

(Apro veloce parentesi: per una buona parte degli asiatici con cui parli alla fine la cucina italiana risulta pesante, noiosa e per niente meglio dell’italiano che si mangia a casa loro. Sfido io: immaginate se capitasse a voi di andare in Giappone con viaggio organizzato e che lí vi facessero mangiare solo sushi e sashimi a colazione pranzo e cena, in menu preconfezionato e senza mostrarvi null’altro della cucina locale! Anche a voi verrebbe dopo un po’ da dire che la cucina locale e’ un cincinnin noiosa, no?! Chiusa parentesi, come promesso).

Torniamo alle giappine in viaggio preconfezionato. Una non ha fatto nemmeno a tempo a scendere dalla scaletta dell’aereo a Fiumicino che – taaaaak! – le hanno subito fatto il portafoglio. Me le vedo come se fossi stato li’, ‘ste tre ignave a traballare col tacco dodici sui sanpietrini e la Louis Vuitton aperta spalancata a braccetto. Vatti un po’ a pensare che ti derubano, te giappina che a Tokyo lasci l’iphone sul tavolo da Starbucks per tenerti il posto occupato mentre vai a ordinare il frappuccino! (giuro, fanno cosí! Visto gente lasciare Iphone, ipad, portafoglio, borsetta…).

Ecco allora che in pieno stile Dieci Piccoli Indiani (son tre ma vabbe’…), la prima se n’e’ tornata a casa triste e affranta dopo un sol giorno. Non so se le agenzie viaggi giapponesi provvedano a risarcire i derubati (immagino di no, altrimenti tra Italia e Spagna andrebbero in rovina), ma per lo meno sembra provvedano al rimpatrio immediato. Buon per loro. Io comunque questa tipa me la immagino in aereo mentre singhiozza in silenzio accusando se stessa per non essere stata abbastanza attenta, invece di prendersela con quel paese di malandrini e scippatori dove ha avuto l’incauta idea di passare le ferie. Classica reazione giapponese per cui se quando ti succede una sfiga o qualcuno ti fa del male in fondo e’ colpa tua (che hai scelto quel paese, che non sei stata attenta, che eri lí in quel momento, che esisti), non di chi ti ha fatto un torto. Tutto il contrario della reazione vigliacca italiana per cui quando ti capita qualcosa di brutto o fai uno sbaglio e’ sempre colpa degli altri, della sfiga, del governo, mai tua. Mai.

Torniamo alle turiste per caso. Mi giunge voce che al momento una tra le due giappine sopravvissute sia terrorizzata a manetta dalla gente maleducata, aggressiva, incazzosa che incontra a Roma. Sfido io che hanno paura: non so se avete letto il copione della storia, ma il livello 2 narra che una tra lei e l’altra sia destinata a diventare la Seconda Piccola Indiana. Quella che torna a casa incinta.

Interessante notare come entrambe al momento si chiedano come mai un popolo come l’Italia che vive molto di turismo tratti cosi’ male i turisti. E parlano non sapendo ancora cosa le aspetta quando saranno arrivate a Venezia (livello 3 del girone dantesco), citta’ che a differenza delle altre due vive nonmolto” ma proprio “esclusivamente” di turismo. Aspettino di arrivare a Venezia e di sentirsi bestemmiare in faccia dagli educatissimi veneziani che salgono in vaporetto facendo a gomitate coi turisti, ovvero con quelli che gli danno da mangiare. Perfino i mandriani trattano meglio i loro capi di bestiame.

(Venezia meriterebbe di affondare solo perche’ i veneziani moderni se lo meritano proprio, di andarsi a trovare un lavoro vero, una volta nella loro triste vita).

Io me lo chiedo da anni, cari lettori: come abbiamo fatto a ridurci cosi’? Chi li ha creati quei monumenti, noi o un’altra civilta’ diversa dalla nostra?

(*): spaghetti bongore per chi non l’ha capita se la vada a cercare su google. O si studi un po’ di katakana, cribbio!

L’ultimo dei romantici (appiedati)

Lo Stereotipo ci insegna che agli italiani piacciono i motori. Non per nulla le piu’ belle auto e moto del mondo le abbiamo inventate noi. Non per nulla la mejo immagine dell’Italia che esportiamo nel mondo da un cinquantennio sono Gregory Peck e Audrey Hepburn in vespa a zonzo per Roma.

L’altra faccia della medaglia pero’ ci dice anche che gli italiani degli anni 2000 passano una bella fetta della loro esistenza nel traffico a bestemmiarsi l’un l’altro. Per ore, e ore, e ore, ogni santo giorno. Alle italiane degli anni 2000 piace portare i bambini davanti al cancello della scuola, in pigiama col SUV. All’italiano/a lavoratore/trice degli anni 2000 piace alzarsi dal letto la mattina, sedersi in macchina, star seduto una giornata intera in ufficio, per poi ri-sedersi in macchina e tornare a casa. E poi magari pagare 100 euro al mese di palestra, per far moto.

Questo perche’ siamo un po’ allergici ai mezzi pubblici, diciamolo, e ci stiamo anche un po’ tutti sul cazzo a vicenda. Sia mai che saliamo in bus e ci tocchi (congiuntivo, ragioniere!) sorbirci, che ne so, studenti che fanno casino. O ancora peggio magari ritrovarsi a tu per tu con una col velo, o a uno zingaro scippatore. O di dover pagare il biglietto (i 50 euro di benza invece sono gia’ in budget, quindi non sembra neanche di spenderli… fateci caso). E poi a noi italiani ci piace l’igiene, e i sedili dei mezzi pubblici sono lerci, strappati, scritti di uniposca, con le gomme americane e le caccole appiccicate sopra.

Questo e’ lo Stereotipo, ok. Ma come stanno le cose in realta’? E’ vero quasi quasi il contrario: a nessuno piace sedersi nel traffico per ore. Le mamme che scarrozzano i bimbi a scuola ne farebbero volentieri a meno, come ne facevano a meno le genitrici della loro (nostra) generazione. Ma metti che i bimbi capitino fra le grinfie di un pedofilo (figura che, si sa, negli anni 80 non esisteva), o che vengano rapiti dallo zingaro di cui sopra. Il fatto, dico io, e’ che tra gli italiani e i mezzi pubblici c’e’ un rapporto di malsopportazione. Avere a che fare col proprio prossimo proprio non ci va. Salire su carri bestiame sporchi e mal tenuti proprio non ci va. Gestire al meglio i mezzi pubblici, sia dal punto di vista dell’utente che dell’operatore, e’ un concetto a noi estraneo.

Morale: da anni le notizie sembrano assomigliarsi tutte. La Fiat in crisi, la Fiat che perde quote di mercato. Le assicurazioni automobilistiche alle stelle, il traffico che aumenta. I mezzi pubblici che fanno cagare, lo stato che sovvenziona enti in perdita cronica (il go-go-go-governo ha appena fatto trovare 400 milioni di euro di fondi pubblici all’ATAC di Roma sotto l’albero, se qualcuno non ci aveva fatto caso. Cosi’ sappiamo chi sara’ a organizzare il prossimo festino vestiti da maiali coi soldi di Pantalone). I parcheggi non sono mai abbastanza. Le polveri sottili, stranamente in aumento. E soprattutto: famiglie da 2000 euro al mese che mettono via un cazzo a fine mese ma hanno una o due auto, spendono centinaia di euro tra assicurazione, bollo, benzina, manutenzione. Tutto questo perche’ l’automobile serve, e’ necessaria, non si vive senza.

Le nuove linee di mezzi pubblici ai piu’ sembrano uno spreco di soldi. Ho un amico su facebook che ogni santo giorno fa la strada tra Mestre e Venezia in macchina (!) per accompagnare la morosa al lavoro (!!) e posta foto del ponte della Liberta’ intasato a causa dei lavori per il tram. Ripeto: invece di ringraziare che gli stanno costruendo un tram con cui la morosa potra’ andare al lavoro autonomamente (come se il treno non esistesse gia’, ma lasciamo perdere…), il tizio si lamenta perche’ il tram rallenta il traffico automobilistico. Se questa e’ la mentalita’, ringrazio il cielo di vivere all’estero.

Intendiamoci: se vivete in un paesino di 2000 abitanti in mezzo al nulla, ovvio che vi serve avere un’auto, se non altro per andare a fare le spese. Ma uno che vive a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino, a Bologna, a Firenze… in teoria non dovrebbe averne poi tutto questo bisogno, o no?

Ma cos’e’ il mercato dell’auto, in fondo. Un mercato basato sul motore a scoppio, ovvero una tecnologia vecchia di un secolo e rotti, alimentata da una fonte energetica non rinnovabile e destinata a scomparire. Vedo notizie allarmate sul mercato dell’auto in crollo, come se la vendita dell’auto fosse legata in maniera diretta e automatica al benessere delle persone, al benessere di un paese. Che poi e’ vero: oggigiorno Il benessere e la salute di un Paese, purtroppo, si misurano anche da quanti soldi la gente ha da sperperare in automobili.

Ma guardatela da un altro punto di vista, per una volta. Progresso e benessere si raggiungono davvero quando la gente puo’ permettersi di spendere soldi per chiudersi in solitudine dentro a un pezzo di latta? Ditemi che sono di parte, ma secondo me una civilta’ evoluta non e’ quella in cui anche i poveri possono permettersi un’auto, ma quella in cui anche i ricchi usano i mezzi pubblici.

Ho visto cose che voi umani

Qui da Tokyo in questo nebbioso sabato mattina, in un raro momento di pace e calma ho finalmente trovato il tempo di cambiare la testata al blog. Curioso che per poterlo fare sia dovuto venire fino in Giappone.

Ma facciamo un passo indietro, prima di spiegare. Come ben sapete tra queste pagine (pagine per modo di dire) Tokyo l’abbiamo chiamata la Metropoli Tentacolare, data la sua dimensione spropositata che sembra non avere inizio ne’ fine, tanto che anche dall’edificio piu’ alto della citta’ il grigio dei palazzi continua senza interruzioni fino all’orizzonte. Tokyo e’ e restera’ per noi la Metropoli.

Ok. Ma ora che siamo a Hong Kong, che si fa? Come minchia la raffiguriamo al lettore di Voghera? Beh, so benissimo che la cosa e’ stata detta e ripetuta in mille salse, ma il paragone quello e’, non c’e’ niente da fare: Blade Runner. Hong Kong e’ la citta’ di Blade Runner. Ho messo una foto qui sotto ma non credo renda abbastanza l’idea. Dovreste andare a vedere coi vostri occhi per capire.

So che alcuni di voi a questo punto storceranno un po’ il naso, dato che in passato ho gia’ paragonato Tokyo alla citta’ di Blade Runner. (in un post che tra parentesi modestamente ha spaccato – ma erano altri tempi e ora non sono piu’ er ghepardo de na vorta, o piu’ che altro non lavoro piu’ in un’azienda giappa che mi tiene giornate intere a non fare un cazzo perche’ non sa come utilizzare un gaijin… vabbe’, sto andando fuori tema).

Diciamocelo. Ammettiamocelo, su. L’idea non e’ poi cosi’ originale. Per nulla direi. Ma basta che vi veniate a fare un giro da queste (e quelle) parti per capire cosa intendo dire. Venite a Tokyo, salite su un grattacielo di notte e ammirate la Metropoli. Vi troverete di fronte allo spettacolo di mille luci a 360 gradi, da voi all’orizzonte, ovunque voi guardiate, come se la citta’ fosse tutto e non finisse mai. Ma se guardate bene e aguzzate la vista, noterete che che la citta’ non e’ tutta uguale. Vi accorgerete che e’ formata da varie parti, a chiazze – ci sono zone con case basse, zone di condomini a 6-10 piani, zone di grattacieli (facilmente riconoscibili pure: Shinjuku, Marunouchi, perfino Yokohama in lontananza) che spuntano qua e la’ in mezzo a un continuo quasi piatto.

Hong Kong invece e’ totalmente diversa. Se ne vede la fine, eccome, e poi c’e’ la baia in mezzo che risalta come una macchia scura. E poi la citta’ e’ piu’ piccola, visto che in fondo ci vivono ammassati “solamente” 8 milioni di persone. Eppure HK ha piu’ luci (molte piu’ luci), edifici piu’ alti (molto piu’ alti), condomini di 50-70 piani che svettano come torri, grattacieli molto piu’ numerosi e molto piu’ concentrati di Tokyo. Di notte, se possibile, HK e’ uno spettacolo ancora piu’ bello da vedere.

Come nella foto che ho “rubato” in rete per l’intestazione (il cui autore spero mi perdonera’), e che ripropongo qui sotto in tutta la sua maestosita’.


P.S. Io ora vivo in una di quelle torri… (un po’ a destra di quella piu’ alta…)

Piccola carrellata di orrori italinglesi

Alle volte leggendo articoli di giornale italiani (su internet e non) mi chiedo chi (abbia dato la laurea a certa gente che scrive) abbia deciso come tradurre le parole inglesi d’uso corrente in italiano. Certamente chi l’ha fatto non sapeva l’inglese.

Cosi’ e’ la vita, cari lettori. Alcune parole inglesi sono diventate e stanno sempre piu’ diventando d’uso comune nella nostra lingua, e il significato viene distorto perche’ in Italia nessuno o quasi sa l’inglese. Un po’ come gli anglosassoni che chiamano il salamino piccante pepperoni perche’ non sanno l’italiano…

Abbiamo un paio di esempi classici di vecchia data, legati al cibo. In Italia chiamiamo plum cake praticamente ogni tortino di forma rettangolare di pasta simil-muffin fatto nello stampo rettangolare del… plum cake. Esiste il plum cake alla mela, alla pera, all’arancia, al cioccolato… ma possibile che nessuno si sia mai accorto che plum cake in realta’ vuol dire “torta di prugne“?

Lo strafalcione culinario che mi fa ridere di piu’ comunque e’ il mitico roast beef, letteralmente “manzo arrosto”, che in Italia spesso viene scritto in maniera orrifica “rosbif”, rosbeef”, “rost beef”, eccetera. In Italia il roast beef all’inglese e’ di solito una fetta di carne arrostita e tagliata sottile, spesso con l’affettatrice, che molti mangiano cruda con olio e limone e/o rucola tipo carpaccio. Cos’abbia d’inglese questa ricetta non lo sa nessuno.
Belle anche le signore in macelleria che ordinano al macellaio “un chilo di rosbif” come fosse un taglio di carne, tipo lombata o costata.

Ma veniamo ai tempi moderni, all’era del computer e della globalizzazione. Siamo partiti dalla diffusione dello scanner, parola inglese che noi italiani non sapevamo come chiamare (scansionatore evidentemente suonava male). Ecco allora che il verbo “scansionare” e’ diventato “scannerizzare”, ovvero “usare lo scanner”. Bello.

Ma noi italiani siamo un po’ cosi’ no, ci piace chiamare le cose col loro nome per indicarle con precisione. Scansionare sa tanto di sonar e navi da guerra, non e’ una parola adatta alla vita d’ufficio. Un po’ come la parola web, che noi non potevamo certo chiamare ragnatela (a parte per la lunghezza) visto che in Italia ci piace che ogni parola abbia un senso tutto suo, preciso, mica siamo faciloni come gli anglosassoni. Il mouse mica potevamo chiamarlo topo, altrimenti l’avremmo confuso con l’animale. L’inglese invece, ammettiamolo, e’ una lingua povera dove le parole sono limitate e ci si capisce un po’ dal contesto, diciamo. Anche se a guardar bene qualche esempio al contrario magari c’e’, tipo la parola gelato, che secondo noi italiani va tradotta ice cream in inglese. Invece no: in inglese chiamano ice cream il gelato industriale, mentre quello artigianale “all’italiana” lo chiamano… gelato. Anzi, spesso lo chiamano gelati, plurale, e non ho mai capito il perche’.

Negli ultimi anni comunque di cacofonie d’origine inglese ne ho viste nascere di assurde. Mi piace quando i giornalisti negli articoli citano la la parola mobbing per indicare le molestie sul luogo di lavoro(derivato da mob, che in inglese semmai indica piuttosto una folla, un movimento di piazza) invece di usare quella corretta, in inglese, che semmai sarebbe harassment, o bullying. Poi non si capisce cos’avessero di sbagliato i corrispettivi italiani (molestie e bullismo); chi lo sa, forse serviva coniare una parola nuova per indicare il contesto lavorativo?

Bellissimo anche l’uso a-super-sproposito dell’espressione “lap dance“, che in Italia indica di solito il ballo sul palo (chiamato in inglese giustamente pole dance), e dove perfino il palo invece di “palo” viene chiamato “palo della lap dance”. LOL. Peccato che l’espressione in realta’ in inglese indichi un tipo preciso di ballo erotico a pagamento dove la tipa balla sul lap (= seduta in braccio) del cliente. Ah gia’, ma quello invece si chiama andare nel prive’. Giusto.

I talebani della sicurezza

Mmmh… oggi faccio un post sulle scuole di Sydney che vietano ai bambini di fare le capriole, o sul fatto che posso finalmente svelare l’arcano sul luogo dove vado a vivere?
…Ok dai, faccio il primo, e per l’altro vi tengo un’altra giornata sulle spine.

Over-concern, Over-safety, Over-regulation.
Dovete sapere, ma lo sapete gia’, che io in parte approvo ma in altra parte sempre piu’ detesto il Fantastico Mondo Perfetto che gli australiani cercano di creare tramite leggi, regole, politiche e campagne varie. E’ un’utopia malata di mondo risk-free, dove tramite l’analisi di freddi numeri si perde di vista troppo spesso la ragione. Vedi l’idiozia del caschetto obbligatorio per i ciclisti, anche quelli che fanno due metri, o l’obbligo delle cinture in macchina anche dietro e anche a motore spento (basta che le chiavi siano nel quadro). O l’obbligo dell’allarme antincendio in ogni stronzo soffitto di ogni stronza stanza di ogni stronza casa, col Tecnico del Comune che viene a controllarti una volta l’anno per vedere se le batterie sono cariche, e ti tocca prenderti un giorno di ferie per aprirgli la porta perche’ se non lo fai ti prendi la multa.

Un problema che ho trovato nel raffrontarmi con questa realta’ e’ che… non riesco a descriverla. Nel senso che non riesco a comunicarvi con esempi decenti il motivo per cui penso che in Australia si stia esagerando.

Credo sia una situazione simile alle famose microaggressioni che avvengono in Giappone. In Australia sei costantemente sottoposto a una serie di regolette, di usanze, di parole, tutte piccole cose, minuscoli dettagli che ti spingono ad uniformarti a una visione comune che per definizione e’ quella Giusta. E guai a parlare fuori dal coro. E’ una visione della Sicurezza a senso unico, in cui non c’e’ un limite, perche’ secondo il concetto australiano piu’ sicurezza c’e’ e meglio e’. Senza vie di mezzo, senza paletti di buon senso o di liberta’ personale. E’ la parolina qua e la’, tutto a ricordarti e a riportarti allo stesso concetto che “sicurezza non e’ mai abbastanza“, tutti che sbraitano a gran voce che occorre eliminare anche i minimi rischi della vita di tutti i giorni, tutti che ne fanno una battaglia personale dove chi la spara piu’ grossa in materia ha sempre ragione.

Ma non fraintendetemi: la sicurezza e’ importante e guai se non ci fosse (e chi puo’ dirlo meglio di me, che faccio il consulente della sicurezza?). E in Australia non solo sono all’avanguardia ma sono cento, mille volte meglio di noi italiani, che al contrario alla sicurezza ci pisciamo in testa. (Qua, per dire, i dissuasori di velocita’ seri (non quelli patetici alti 2 cm che attraversavo a 80 all’ora con la mia Citroen Visa negli anni ’90) ci sono ovunque e da decenni, l’etilometro l’hanno introdotto loro per primi al mondo, la patente a punti l’hanno inventata loro… tanto di cappello su certe cose). Solo che io sono anche convinto che a tutto c’e’ (e ci deve essere) un limite, e purtroppo qui in Australia a volte il limite viene superato e non di poco.

Vi chiederete a questo punto: cosa succede quando passi il limite? Beh, a me un po’ viene in mente 1984 di Orwell. Solo senza polizia moralizzatrice che brucia i libri, senza manifesti del Grande Fratello, senza farsi vedere, ma con la stessa etica estremista secondo cui tutto e’ ammesso e accettabile in nome del Bene supremo di una non ben precisata salvaguardia della vita umana (o meglio: dell’incolumita’ fisica delle persone). Ecco qui un esempio: in nome della sicurezza malata alcune scuole a Sydney hanno deciso di vietare ai bambini di poter fare la verticale, il ponte o le capriole in giardino durante la ricreazione. Metti mai che i bimbi si facciano male!
Ma io dico… e’ mai possibile? Se uno non si fa male da piccolo, quando minchia deve sbucciarsi le ginocchia o sbattere la capoccia: da vecchio?

Il problema e’ che in fondo siamo tutti esseri umani, e di questo si dimenticano troppe volte i talebani della sicurezza. Sia che siamo indiani, cinesi, europei o australiani. I bisogni primari sono gli stessi, e uno di questi e’ il bisogno di liberta’. Che non e’ solo la liberta’ di votare alle elezioni o la liberta’ di mandarsi a fanculo. E’ anche, badate, la liberta’ di prendersi dei rischi, la liberta’ di cadere e farsi male, la liberta’ di sbagliare e imparare dai propri errori, di correre in bici capelli al vento, di limonare in macchina con la cintura slacciata, di giocare a pallone in strada senza l’adulto che ti controlla e ferma il traffico per farti attraversare la strada, di bersi una birra in spiaggia sotto la luce delle stelle. La liberta’ di sbattere la testa contro il muro per capire come va il mondo.

Quando invece la liberta’ e’ limitata succede come agli australiani, poveretti, che appena li lasci liberi dal recinto si trasformano in animali allo stato brado, come quando si ubriacano a morte nel weekend, o come quando vanno in vacanza all’estero (particolarmente nei paesi poveri dei sud-est asiatico) e fanno piu’ danni di una mandria di bufali. Senza limiti e senza pudore, proprio come quando parlano di sicurezza.

E vorrei vedere io, se fin da piccolo ti tarpano le ali e ti trattano come una persona responsabile, e’ ovvio che poi le cazzate finisci col farle da grande. Come quelli che si sposano la prima morosa e poi li trovi parcheggiati sul Terraglio a puttane perche’ non hanno provato nient’altro quando era il momento. O come gli aussie, che distruggono i locali in Thailandia, poi si prendono la sacrosanta coltellata tra le scapole o vengono pestati/arrestati/condannati all’ergastolo dalla polizia, e a sentire il loro governo e la loro TV poi e’ tutta colpa non di quegli animali ma della Thailandia, perche’ non fa rispettare abbastanza i diritti umani e le norme sulla sicurezza.

Una tal maestria nel ripetere sempre gli stessi errori che sembra quasi l’abbiano imparata da noi italiani.

L’anima nera dell’Australia

Continente australiano. Superficie: 7.617.930 Kmq. Popolazione: 22.618.521. A spanne fa 2, 67 abitanti per chilometro quadrato. Ovvero, una persona ogni quadrato di 610 metri di lato. Di questo ipotetico quadrato, all’incirca il 70% e’ arido o desertico, e il resto e’ coltivabile. L’Australia e’ un paese vuoto, nel senso che la maggior parte della popolazione e’ concentrata nei (pochi) centri urbani, e per il resto e’ tutto incolto e pressoche’ disabitato.

L’Australia e’ ricchissima di minerali e risorse varie, tra cui oro, diamanti, alluminio, ferro, uranio, petrolio, gas naturale, terre rare, eccetera. Si puo’ dire che l’Australiano medio deve la sua ricchezza a quello che scava dal sottosuolo. Il paese e’ ricco (non ha quasi debito pubblico), isolato e sottopopolato: in altre parole non c’e’ quasi traccia di disoccupazione, e per questo la risorsa umana e’ sopravvalutata (e sopra-retribuita). Oltre a questo non c’e’ quasi traccia nemmeno di immigrazione clandestina (da una parte c’e’ il pacifico, dall’altra l’Antartide, dall’altra L’Indiano – unica porta verso il resto del mondo e’ la parte di oceano infestata di squali e coccodrilli a nord).

Soprattutto, molti degli attuali abitanti dell’Australia sono giunti qui via nave nell’ultimo secolo o due, sotto forma di conquistatori quando il continente era in mano agli aborigeni, sotto forma di carcerati quando il paese era in mano a Sua Maesta’, sotto forma di emigranti disperati quando ci si rese conto che il continente andava popolato in qualche modo.

Ciononostante, qua in Australia nel 2012 non si parla d’altro che di come fermare quei due o tre barconi di disperati che saltuariamente fanno capolino nel paese. Come se i suddetti disperati cambiassero qualcosa nel conto totale dei 2.67 abitanti per chilometro quadrato. Dovreste vedere i toni: il sentimento medio del paese sembra essere quello di prendere le barche a cannonate e affondare tutti.

Una cosa inaccettabile.

Eh ma dite, anche i leghisti in Italia. Si: solo che in Italia c’e’ crisi. C’e’ disoccupazione. C’e’ un problema di gestione degli immigrati. C’e’ un sistema politico-giuridico e di ordine pubblico inefficiente, per cui gli immigrati che sbarcano poi finiscono diretti in mano alle organizzazioni criminali, e te li ritrovi a spacciare per le strade e a dormire in stazione. Questi i problemi in Italia. Ma in Australia, dove c’e’ ricchezza, spazio, opportunita’, e un sistema che funziona: che bisogno hanno di essere cosi’ cinici, cosi’… cattivi?

Perche’ in fondo c’e’ giustizia a questo mondo

Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto che le aziende prendano ispirazione le une dalle altre, e l’ufficio brevetti americano e’ una presa per il culo alla ragione umana.

L’esagerazione americana e’ inconcepibile. Di piu': inaccettabile. E’ stupido che un’azienda possa brevettare una forma, un modo di muovere le dita, un marchio o un nome di uso comune o universale. Perche’ allora io vado all’ufficio brevetti e brevetto il fatto di sedersi davanti al PC, e da domani alla Apple il prossimo iphone lo programmano tutti stando in piedi. Che idiozia.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
E’ non solo giusto ma addirittura sacrosanto che Samsung sia stata condannata a pagare per aver copiato Apple. Che cazzo, uno perde anni a creare un’idea rivoluzionaria, e poi ti arriva il primo stronzo coreano che in tre mesi ti copia anni di Ricerca e Sviluppo e grazie a questo riesce ad essere piu’ economico di te e ti ruba fette di un mercato che tra l’altro hai creato tu! (e tutto questo tacendo del fatto che se non fosse per l’iphone probabilmente saremmo ancora qui a smanettare con le tastierine di plastica dei nokia…).

Ma non esiste proprio! Guardate le macchine coreane, le tv coreane, le lavatrici coreane: sembrano macchine a volte giapponesi, a volte tedesche, a volte… beh, ce n’e’ una qua in Australia che ha lo stesso i-den-ti-co culo della Giulietta. Ma si puo’?

D’altronde la differenza sostanziale tra un coreano e un cinese, e’ che il cinese di fronte all’evidenza ammette candidamente che i cinesi copiano, mentre quando parli coi coreani-dal-cervello-lavato, a sentirli sono loro che inventano e gli altri che copiano. Ben gli sta questa volta. In fondo, ricordiamolo, Apple non aveva niente contro il design di Samsung, a patto che Samsung “partecipasse delle spese di ricerca” pagando una licenza, ovvero un tot a telefonino venduto. Tanto per giocare ad armi pari. Un po’ come i produttori di automobili pagano la licenza per il tetto rigido retrattile che la Mercedes ha inventato per la SLK.

(Non per nulla, dopo essere stata copiata per anni dai coreani di Samsung e LG, Sony ha tagliato i fondi allo sviluppo delle nuove tecnologie AMOLED, dichiarando che e’ ora che i coreani prendano lo scettro della ricerca nel settore TV. Che e’ un po’ come dire: questa volta lo smazzo per inventare la nuova generazione di prodotti ve lo pagate voi, stronzi, e noi voi copiamo a suon di reverse engineering come fate voi da anni. Ovvero come i giappi stessi facevano negli anni sessanta con gli americani, tra parentesi – perche’ non tutti sanno che i coreani hanno copiato anche il modo di copiare).

***********

Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto quello che dice Zeman, ovvero che quando uno viene squalificato non dovrebbe allenare.
E’ giusto quello che dice Petrucci, ovvero che la gente in Italia dovrebbe imparare ad accettare le sentenze e commentare solo a sentenza definitiva.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
Mi piace che Conte, condannato senza uno straccio di prova, possa allenare durante la settimana e la domenica sedersi comodamente in tribuna VIP, e comandare la squadra via cellulare.
Perche’ ricordiamolo: se Conte fosse l’allenatore dell’Inter la sua posizione sarebbe stata archiviata gia’ dalla prima udienza.

Le due Europe (viste dall’Australia)

Nei miei svariati anni di vita in Australia ho collezionato una serie notevole di incontri e chiacchierate con emigranti o viaggiatori europei. Si va dal collega o cliente, alla gente con cui parli alle feste con un drink in mano, agli incontri piu’ disparati (perfino per strada).

Nei miei incontri ho notato che l’Europa centro-occidentale, se vogliamo, ha bene o male due anime: una latina (=Italia, Spagna, Portogallo, Francia e poco altro) e una “nordica” (Scandinavia, Germania e dintorni, UK e dintorni). Da questo lascio fuori Est Europa, Grecia, Turchia, stati ex-sovietici come Latvia, Bielorussia e tutti quei paesi la’.

Ci sono molte cose da dire su queste due “macro-culture”, o modi di vivere, ed e’ interessante vederle in azione in territorio piu’ o meno neutrale, qui all’estero. Ecco quindi un elenco di differenze e di diversi modi di vedere/vivere l’Australia – un elenco che per sua natura parte dalle mie esperienze personali, quindi generalizza e fa un po’ il riassunto di massima di quello che ho visto da queste parti. Onde per cui non cagatemi il c. con commenti tipo “non e’ vero ho conosciuto un tizio che non si comporta cosi’!“. Chiaro?

In Australia:

(1) I latini si lamentano in continuazione, i nordici no.
Ci sono cose che i latini non riescono a soffrire dell’Australia, e queste sono, nell’ordine: la mancanza di una cultura culinaria (a parte quelle importate), la mancanza di gusto nel vestire della gente, la mancanza di baretti all’aperto dove bere l’aperitivo, la mancanza di bar in spiaggia, il fatto che i negozi chiudono alle sei di sera, il fatto che le citta’ sono deserte durante la settimana e tutti escono solo nel weekend a ubriacarsi.

I nordici invece sembrano non farci caso. Non ho mai sentito un nordico lamentarsi di nulla di tutto cio’, mentre appena incontri un latino dopo due frasi inizia a dirti che qui i pomodori non sanno di niente, il formaggio e’ noioso, il pane una merda, la moda vecchia di due anni, eccetera.

(2) I nordici amano la rilassatezza dei costumi australiani, i latini la deridono.
Se incontri un australiano vestito da australiano, hai due possibilita': o e’ australiano, o e’ un nordico adattato. I nordici tendono a diventare australiani appena capiscono come vanno le cose.

I latini invece non riescono e non riusciranno mai ad adattarsi ad andare a far la spesa al supermercato a piedi scalzi, e infatti se vedi uno a piedi nudi al supermercato e uno dietro che lo guarda e ride o scuote la testa, sai per certo che quest’ultimo e’ o francese, o italiano, o spagnolo, o portoghese, o di culture/zone limitrofe (svizzero italofrancese, san marinese, ecc).

(3) I latini amano il rispetto delle regole che vige in Australia, i nordici lo ritengono stupido.
Su questo punto la situazione e’ un po’ variegata, perche’ alcuni latini tendono ad essere allergici alle regole, soprattutto quelle ferree e a volte stupide che trovi in Australia (tipo l’esagerata e spesso paradossale mania per la sicurezza, i confini prestabiliti per tutto, le regole naziste alla guida eccetera). Ciononostante, queste regole sembrano irritare molto di piu’ i nordici.

Il nordico medio dice: a casa mia le regole non sono cosi’ atroci e tutto funziona decentemente, quindi non c’e’ bisogno di essere cosi’ rompicoglioni. Il latino invece tende spesso a ripensare a casa sua dove non funziona un cazzo, e vede il sistema australia come un esempio da seguire.

Tipo, classico esempio: se c’e’ scritto che l’ufficio postale chiude alle 17:00 e ti entri in posta alle 17:01 con un pacco da spedire, ti indicano gentilmente la porta e ti dicono di tornare domani. In Italia magari tenderebbero ad essere un filino piu’ flessibili e cordiali, contravvenendo di fatto alla regola per farti un piacere. Eppero’ le poste in Australia funzionano e in Italia no: sara’ perche’ qui seguono le regole alla lettera?

(4) I latini preferiscono Melbourne a Sydney perche’ ha cultura, i nordici preferiscono Sydney a Melbourne perche’ ha la baia.
Non fraintendetemi: gusti sono gusti, e ci sono anche tanti latini che si lamentano atrocemente del clima di Melbourne. Ciononostante, Melbourne ha un amore per la cultura che non ha uguali in Australia, e i latini questo lo notano con piacere. I nordici no, sembra.

In sostanza, il colloquio con un latino di Sydney in linea di massima inizia con “Sydney non ha cultura” e finisce con “Melbourne e’ meglio; peccato abbia un clima di merda”. Il colloquio con un nordico di Sydney invece inizia con “Melbourne mi fa cagare” e finisce con “A Melbourne mai e poi mai”. Con buona pace dei barettini fighissimi di Melbourne, degli open di tennis, della F1 eccetera.

(5) Quando incontri un latino questo ti parla sempre di casa sua e del suo paese, e non vede l’ora di ritornarci. I nordici invece non ne parlano quasi mai.
E vorrei ben vedere. Italia, Francia, Spagna: sole mare buon vino e bella vita. Quando parli con un tedesco di che minchia vuoi che ti parli con nostalgia: della porta di Brandeburgo?

Eppero’. Dall’altra parte, non so chi di voi l’abbia notato, ma i nordici tendono ad essere piu’ nazionalisti. I latini che lasciano i loro paesi si lamentano costantemente della loro terra d’origine (gli spagnoli della mancanza di lavoro, i francesi della puzza sotto il naso dei loro connazionali, gli italiani del sistema-Italia allo sfascio – ma che sia per questo che se ne sono andati?) mentre se parli con un olandese o con un norvegese, ai loro occhi casa loro e’ la terra perfetta. Perfino i giappi o i coreani trovano difetti nei loro paesi d’origine, ma a mia memoria non ho mai sentito un nordico criticare una cosa di casa sua. A parte i britannici devo dire, i quali comunque guardano la loro isoletta con occhio critico: ma trova un olandese che ammetta un difetto nel suo paese se ne sei capace.

Al punto che mi e’ capitato piu’ volte di chiedermi se esista una qual sorta di capacita’ critica nei nordici, o se sia vero come dicono che scelgono il posto dove vivere solo a seconda del clima.

Chiudo il post qui perche’ non ho tempo, ma ne avrei altre da raccontare. Continuate voi nei commenti se volete :-)

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Il folklore della disonesta’ italica

In questi giorni una coppia di miei amici australiani e’ in Italia in vacanza. Hanno fatto tappa a Napoli, e ovviamente nel giro di due giorni hanno clonato loro la carta di credito. A entrambi.

La cosa pazzesca di questa storia non e’ la rapina: quella purtroppo e’ una cosa abbastanza comune. La cosa interessante e’ il fatto che i due l’hanno presa come una cosa folcloristica e ci hanno pure riso sopra! Naturalmente non hanno perso un centesimo, visto che la carta era protetta da un sistema antifrode (non so neanche perche’ certa gente si metta a clonare le carte, visto che basta fare una chiamata in banca per bloccare e annullare ogni transazione). Ma la cosa che mi ha impressionato e’ che la usavano apposta, la carta, sperando di farsela clonare solo per la soddisfazione di bloccarla e poter poi raccontare in giro: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato!

(Ci sarebbe pure spazio per un business di magliette con su scritto: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato. Anzi scommetterei che gia’ le fanno).

E le foto su facebook: dovreste vederle. Lei fotografata sul lungomare che commenta “questo e’ il confine della zona pattugliata dalla polizia. Oltre questo punto inizia la zona selvaggia dove ci hanno sconsigliato di andare”. After this point you are on your own! Ci rendiamo conto? Manco fossero a Mogadiscio, o a Beirut.

Questa storia mi ha riportato alla mente un mio vecchio amico di Perth, il quale anni fa e’ andato in vacanza a Roma e si e’ messo a fare su e giu’ per il mercato con un portafogli che sporgeva in bella vista dalla tasca dei jeans, in attesa di essere rapinato. Il portafogli era vecchio e conteneva solo un biglietto con scritto “fuck you“.

Per certi turisti sembra essere una cosa divertente, da raccontare. Soprattutto quando sei anglosassone e per te l’italiano e’ un malandrino scuro e impomatato che di solito fa il pizzaiolo, allo stesso livello del turco che vende Kebab e dell’indiano che guida i taxi. Sapete com’e': quando vai in Spagna scappi dai tori a Pamplona, appena atterri ad Amsterdam ti accendi una canna, quando vai in Nuova Zelanda fai rafting, quando vai in Thailandia vai a troie, e quando vai in certe parti d’Italia ti fai rapinare. Ogni paese ha la sua esperienza particolare, no?

Quanto e’ difficile essere italiano nel 2012… abbiamo esportato la civilta’ per millenni, e non ci siamo resi conto che stavamo restando senza noi.

Populismo gaijin

Oggi vorrei aggiungere due parole al post di ieri, e in particolare al link che Fabio ha postato nei commenti.

Il blog e’ indubbiamente ben scritto, anche se tratta dei classici di quello che io definisco populismo gaijin. Sono quei temi su cui e’ facile cadere quando si capita in un blog di emigranti che vivono in Giappone (qualunque sia la loro nazionalita’, anche se noto che gli anglosassoni sono la netta maggioranza). Sono quei temi che vengono notati in continuazione dagli stranieri, e riportati nei blog come evidenza del fatto che i giapponesi sono intrinsecamente razzisti al midollo.Ecco una breve carrellata dei cavalli di battaglia del populismo gaijin:

I giappi non mi si siedono vicino in treno, ergo sono razzisti.
Certo, perche’ l’Italiano/ francese/ inglese/ tedesco medio che sale in autobus e ha la scelta tra il sedersi vicino a un connazionale o lo stare spalla a spalla con un extracomunitario di razza diversa, naturalmente non avrebbe alcuna inconscia preferenza, vero? (eh ma dice: il cinese puzza d’aglio, il musulmano ha il barbone e la bomba sotto la tunica, e il negro mi rapina. Eh beh, come darvi torto. Gli americani-europei in Giappone invece, tutti santi, tutti puliti, tutti vestiti Gucci e Prada).

I giappi mi fanno domande razziste tipo se so usare le bacchettine, anche se vivo li’ da 20 anni.
Contestualiziamo un secondo, perche’ il populismo non contestualizza mai. La situazione al contorno e’ questa: sei in ristorante e ti sei trovato di fianco a uno cui non sai che cazzo dire, e allora peschi uno stereotipo dal mazzo, oppure giochi la carta dell’ovvio. Metti che ti si siede di fianco uno vestito da giocatore di basket. Alzi la mano chi non gli chiederebbe: “giochi a basket?” (risposta: graziealcazzo). Beh: lo stesso vale per il giappo di turno, per il quale – lo ricordiamo – giocare la carta dell’ovvio equivale a giocare sul sicuro e iniziare una conversazione del piu’ e del meno.

Detto questo, se alcuni di voi hanno l’iphone e come me sono iscritti all’apple store giapponese, avranno notato che ci sono tantissimi manuali nello store: come avvicinare le ragazze, come comportarsi al primo appuntamento, come comportarsi al love hotel, come farsi le pippe, come essere simpatici, come comportarsi durante un meeting di lavoro, come comportarsi in tintoria. Sapete che ai giapponesi piace avere bene chiare le regole su come comportarsi. Allora, chi vi dice che se tutti i giappi dicono le stesse cose non voglia dire che da qualche parte ci sia anche un prontuario di frasi fatte da dire allo straniero quando ne incontri uno?

(nota a posteriori: e’ successa anche a me questa storia delle bacchettine. Una volta mi hanno chiesto se le sapevo usare e io, noncurante, ho continuato a mangiare usandole e ho risposto “いいえ、箸は全然使えません” (no, le bacchette non le so usare per nulla). L’ironia li seppellira’: Il tipo prima ha fatto una faccia da wrong input – system error, poi quando ho sorriso l’ha capita e si e’ piegato in due dal ridere).

I vicini giappi controllano se riciclo correttamente la spazzatura.
A me a sentire queste cose viene in mente la classica casalinga italiana di mezza eta’ che controlla ogni mossa dei condòmini cinesi appena trasferitisi al piano di sotto. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo.

I colleghi giappi mi chiamano per nome proprio e non per cognome.
Vedi sopra la storia del prontuario: pure questo viene da li’, dallo stereotipo su come comportarsi coi gaijin. Ma d’altronde anche noi occidentali in inglese mettiamo il suffisso -san dietro al nome dei giapponesi, no? E se ci troviamo in mezzo a un meeting di lavoro con 10 americani e 1 giapponese, non verrebbe anche a noi da chiamare tutti gli americani col nome proprio e il giapponese per cognome?

La polizia giappa mi discrimina perche’ sono straniero.
In Europa e America invece la polizia tratta gli extracomunitari esattamente come i locali, vero?

Ma allora, alla fine dei conti e’ vero che i giapponesi sono intrinsecamente xenofobi e (in)consciamente razzisti? Certo che e’ vero: nessuno lo puo’ negare – ne’ io sono qui a cercare di negarlo. Se provate a chiederglielo nemmeno loro tentano di negarlo! Ma se ricordate oggi non siamo qui a parlare di razzismo, bensi’ dei blog che parlano di razzismo: blog che come dicevamo piu’ o meno si ripetono tutti, pescando un po’ tutti nel calderone del populismo gaijin.

Questi blog rispecchiano, a mio avviso, un certo disagio dell’uomo bianco che e’ abituato a discriminare e non a sentirsi discriminato. La verita’ nuda e cruda e’ questa cocchi belli, altro che i sedili del treno lasciati vuoti: ai nostri occhi va bene lasciare libero il sedile a fianco a un senegalese, ma ci sembra un affronto se un asiatico lascia libero il sedile accanto a noi caucasici, profumati & ben vestiti come siamo.

Ditemi che sbaglio se ne avete il coraggio; e pensate a quanto i giapponesi che vivono in Italia ne avrebbero da raccontare, in fatto del razzismo nostro.

PS: anch’io ho fatto i miei bei post di populismo gaijin, ma se l’ho fatto e’ per due motivi: (1) io sotto sotto sono un populista, e (2) in quei giorni non avevo di meglio da scrivere. Ah, e (3): alle volte sfogarsi in un blog ti fa sentire meglio. E (4): io ho ragione.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

Un altro cerchio

Non so cosa mi sia venuto in mente, ma ho avuto la sciagurata idea di guardarmi in streaming qualche pezzo di puntate recenti di Porta a Porta. Vomito.

A parte gli ospiti di caratura politica e intellettuale di spicco (Lupi, Cicchitto, BelPietro, Bocchino, per non parlare della sinistra e del centro), quello che mi ha impressionato di piu’ sono alcune sparate di Vespa. Tipo questa: “dopo l’esploit del movimento 5 stelle, abbiamo capito che cosa Grillo non vuole, ma non abbiamo ancora capito cosa vuole“.

Ora, io mi chiedo. Per quanto abbia la faccia come il culo Vespa e’ pur sempre un giornalista, giusto? Il programma di Grillo e’ disponibile nel suo blog in formato pdf da anni, e io non ci credo che  nello staff di Porta a Porta nessuno ne sia al corrente. Allora io dico… un minimo di onesta’ intellettuale, fa proprio cosi’ schifo? Basta scaricarsi il pdf per sapere cosa propone e come si pone il M5S, fin nei piu’ minimi stronzi dettagli. Si puo’ essere d’accordo oppure no, oppure come me si puo’ essere d’accordo in parte si, in parte no, e in parte in parte. Se volete vi dico anche dove.

Allora mi chiedo: cosa vogliono gli altri schieramenti politici, quelli dei partiti, quelli della casta? Governare, certo. Potere, certo. Soldi, certo. E poi? I programmi dove sono? Come cambiano? Il PD e’ a favore o contro gli inceneritori? Il PDL e’ a favore o contro i camorristi in parlamento? Il PD e’ a favore o contro le coppie di fatto? Il PDL e’ a favore o contro il taglio dei parlamentari? Il PD e’ a favore o contro il taglio delle province? I partiti tutti sono a favore o contro il Porcellum elettorale?

Io Grillo e il M5S so per filo e per segno cosa vogliono fare. Gli altri schieramenti, sinceramente no: perche’ o dicono cose e poi le smentiscono il giorno dopo, oppure le dicono e le smentiscono coi fatti. E allora, chi e’ l’antipolitica? Il fatto e’ che il M5S non e’ antipolitica: e’ antipolitici, e questo la casta l’ha capito benissimo, ma cerca di nasconderlo per non perdere anche i voti dei nonnetti che guardano Porta a Porta e non si informano tramite internet.

Riguardo a Vespa ho un solo pensiero: eh ma arriva il giorno della resa dei conti, prima o poi. Come ho scritto ieri, i cerchi prima o poi tendono sempre a chiudersi.

25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Crowdsourcing e cervelli in fuga

Leggevo questo articolo, sul crowdsourcing e sui cervelli in fuga. L’articolo dice che bisogna valorizzare l’immenso patrimonio perso, mettendo insieme le potenzialità delle migliaia di scienziati, ricercatori, innovatori italiani sparsi per il mondo, senza cercare di combattere una battaglia persa per farli ritornare a casa.

Battaglia persa, giusto. Parlo per me ad esempio, che se non torno a lavorare in Italia e’ per due ragioni fondamentali: la prima e’ che se tornassi in Italia adesso dovrebbero darmi in mano un ufficio con doppio ficus, poltrona in pelle umana, acquario dipendenti, ma soprattutto con responsabilità superiori rispetto a gente più vecchia e con più anni di esperienza di me (ma io l’esperienza me la sono fatta, se permettete, sul campo. Non e’ che un anno dietro a una scrivania a menarsi il ciccio valga come un anno a dirigere un progetto all’estero).

Il secondo motivo, poi, naturalmente, e’ che sono fuori mercato. Una famosissima ditta tedesca che comincia con Siem e finisce con ns qualche anno fa per una posizione a Roma mi ha offerto la bellezza di 1700 euro al mese (mi par di ricordare), dicendomi che “ingegnere, alla sua eta’ non possiamo pagarla più di così“. Ecco, manteniamo quella stessa cifra e trasformiamola in stipendio settimanale e possiamo cominciare a parlarne. Perché se mi arriva qualcosa di decente in Italia sono anche disposto a fare qualche sacrificio.

Ora il go-go-go-governo ci viene a dire, a noi emigranti studiati: eccoci qua, siamo arrivati, siamo i tecnici, non siamo più quella manica di incompetenti e Gasparri vari che c’erano prima. Noi sappiamo che non riusciamo a riportarti a casa. Bene, caro emigrante: resta li’, ma dacci una mano dall’estero.

Va bene. Io pero’ non e’ che ci abbia (thanks Aka) capito molto. Volete l’aiuto dei ricercatori in fuga, o anche di quelli che fanno parte del mondo dell’industria? No, perché a me pare che in Italia ci sia un problema legato alla ricerca, ma anche uno (e bello forte) nel settore della grande industria, dove la meritocrazia e’ azzerata e il livello di competitività nel mercato globale e’ praticamente nullo, fatte salve forse le aziende che esportano cibo, moda e design.

Senza offesa per i ricercatori sparsi per il pianeta e impegnati a scalare le gerarchie accademiche di mezzo mondo; ma quanti ingegneri trentacinquenni ci sono in Italia in grado di gestire gare internazionali multimilionarie in inglese perfetto con documentazione allegata? Quanta gente sa prendere in mano un sistema e andarlo a vendere agli indiani, ai giapponesi, ai cinesi, agli australiani?

Io me li ricordo nel 2009 quando in Australia sono atterrati gli italiani di quella famosa ditta di Finmeccanica. Me li ricordo con la loro scarpa perfetta, vestito perfetto, cravatta perfetta, tutto perfettamente fuori posto per il contesto. Me li ricordo in mezzo agli australiani in maniche corte e pantaloncini corti. Me li ricordo parlare in inglese con un accento spaventoso. Me li ricordo saper tutto loro senza sapere un cazzo dell’ambiente in cui erano entrati.

Ora pero’ arriva il governo, che mi mette a disposizione il crowdsourcing. Bello, ma io che me ne faccio? Mi date un bel forum su cui diffondere le mie conoscenze maturate all’estero? Ma vi pare che io abbia tempo da perdere?

Ma non e’ meglio, per chi come me e’ impegnato nel settore industriale, il ricorrere al buon vecchio sistema della lobby? Magari automatizzato, magari centralizzato. Così magari diamo una sponda amica e familiare a chi sta in Italia e cerca di esportare oltreoceano?

Cosicché magari la prossima volta che un gruppo industriale italiano manda gente in giro per il mondo evita di fare figure di merda?

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 377 follower

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: