Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Sindrome da depressione invernale

E’ arrivato giugno, e come ad ogni giugno da 7 anni a questa parte io mi mangio una merda.

In 5 di questi anni me la sono mangiata al barbeque perche’ ero in Australia, e come ben sapete qua giugno = dicembre = inverno.

In 2 di questi anni me la sono mangiata con le bacchettine perche’ ero in Giappone, e si era nel bel mezzo dello 梅雨, la famigerata stagione delle piogge.

Giugno in Italia invece mi ricorda la fine delle scuole, le giornate lunghissime, il sole, la spiaggia, le giappine in minigonna… ah no, mi sa che mi sono confuso un attimo. Comunque sia, a giugno negli anni 201x ci si collega nell’etere e si vedono gli amici bastardi che postano foto di quando vanno al mare, mentre qua sono le 16:39 e fa quasi buio. Argh.

(eh ma poi mi vendico, aspettate ottobre-novembre).

Chiudo qua perche’ mi viene la tristezza. Se siete miei amici su facebook, vi prego, non postate foto al mare che mi viene la saudade.

L’italiano non-medio

Democrazia vuol dire che ogni volta che un politico apre bocca, c’e’ qualche categoria o sottocategoria che si lamenta. Tipo ieri, quando a lamentarsi sono stati, nell’ordine:

1) I disoccupati che vivono vicino a casa e se ne andrebbero volentieri pur di trovar lavoro, ma (guarda te il destino infame) non c’e’ lavoro neanche distante da casa.

2) I precari che pur se precari vivono lontani da mamma.

3) Quelli che hanno trovato lavoro vicino a casa, e dicono allora, che male c’e'?

4) ecc. ecc.

Tutto questo perche’ e’ stata detta una cosa all’apparenza assodata e diciamolo, moderatamente sacrosanta, ovvero che all’italiano medio (non minimo, non massimo, ma quello medio eh) piacerebbe trovare il lavoro che vuole lui, dove vuole lui (ovvero sottocasa).

Perche’ insomma, se l’ingegnere elettronico francese sa per certo che una volta laureato deve spostarsi al 90% a Parigi, e se l’ingegnere elettronico giapponese sa benissimo che al 95% una volta laureato finisce a vivere a Tokyo, l’ingegnere elettronico di Scandolara naturalmente mica lo manda il CV a Milano. Figurarsi: l’esimio dott. ing. si aspetta che per lo meno qualche multinazionale dell’elettronica apra una filiale o due intorno alla zona di Scorze’-Zero Branco, o al massimo Mirano o Spinea, ecco (ma non troppo distante eh, perche’ di preferenza gli piacerebbe poter tornare a casa da mamma per pranzo, cosi’ si risparmia i buoni pasto). Per la serie: col cazzo che Maometto va alla montagna. Se non succede, beh, allora si dia via allo sport nazionale italiano, che come ben sapete non e’ il calcio bensi’ il lamentarsi per il cazzo.

Poi naturalmente quando qualche politico o opinionista o tecnico che sia dice questa cosa sacrosanta, ovvero che l’italiano medio (badate, non indice ne’ anulare, ma medio) deve rassegnarsi a muovere il culetto, allora ecco subito che entra in scena l’italiano non-medio (ovvero, quello che il culetto l’ha mosso, oppure quello che pur muovendolo non ha trovato nulla, ovvero quello che non lo puo’ muovere per motivi di famiglia o di salute, o fisici, o di altra varia natura).

A questo punto l’italiano non-medio che fa? Riconosce che le cose stanno come stanno in media, ma che lui e’ un caso particolare? Naturalmente no, figurarsi. No: l’italiano non-medio in questo caso, ovviamente, italianamente, non fa altro che raccontare del suo caso particolare per smontare tutto il palco. Nega che l’andazzo sia statisticamente quello indicato, usa il suo caso particolare per descrivere il tutto, e gia’ che c’e’ coglie l’occasione per mandare a fanculo quello che ha generalizzato parlando dell’andazzo generale.

Il fatto e’ che gli italiani quando fanno polemica si sentono meglio. E questo non e’ un caso medio: coinvolge proprio tutti, ma tutti tutti tutti (Me compreso, che infatti ho scritto questo post contro l’italiano non-medio).

Incidente all’italiana, Razzismo all’anglosassone

Allora. Se casca l’aereo francese costruito dai francesi, e’ colpa della tempesta, o del pilota, o del Brasile, o dell’Oceano Atlantico, o magari, incidentalmente, forse, della progettazione dell’aereo. Si piangono le vittime e morta la’.

Se si disintegra il treno tedesco costruito dai tedeschi, e’ colpa dell’errore nelle procedure di sicurezza, e nell’applicazione del freno di emergenza, e del macchinista, e della rotaia, e della curva, e del pilastro che era proprio li’ dove non doveva essere. Colpa della progettazione del treno? Sia mai: sono tedeschi! Anche qui, si piangono le vittime e morta la’.

Se esplode la centrale nucleare giapponese costruita dai giapponesi, e’ colpa del terremoto, dello tsunami, della Tepco, del governo, delle norme di sicurezza, della manutenzione, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Magari nel loro caso si dice anche che sia colpa della progettazione della centrale, ma solo perche’ sono giapponesi e in quanto asiatici l’opinione pubblica benpensante bianca si sente in diritto di poterli cazziare. Si piangono le vittime, si scopano le scorie sotto il tappeto, ma poi e’  morta la’.

Se si sfracella con cadenza praticamente bisettimanale un treno o una nave o un aereo o un bus americani costruiti dagli americani, nessuno dice un cazzo perche’ loro, si sa, sono gli Americani con la A maiuscola, e non so se vi ricordate ma sono andati sulla luna nel 1969, mica noccioline eh. Le vittime manco si cagano perche’ il conto ormai si perde nella memoria: meglio parlare dei talebani va’.

Ma se il capitano italiano rincoglionito di una nave da crociera porta la suddetta nave a sfracellarsi sugli scogli perche’ deve far fare ciao ciao con la manina ai passeggeri? Beh, in quel caso secondo l’opinione pubblica mondiale la colpa e’ solo incidentalmente del capitano; piuttosto, in questo caso e’ quasi ovvio che la colpa dev’essere, in ordine crescente:

(1) della nave italiana costruita da italiani, e quindi sicuramente fatta alla cazzo di cane (begli interni, ma in quanto ad affidabilita’, eh…).
(2) della compagnia italiana che in quanto italiana non sa applicare misura di sicurezza alcuna (si beh, sono di proprieta’ americana, ma sono pur sempre italiani).
(3) delle regole marittime italiane fatte alla cazzo di cane e prive delle piu’ elementari regole della sicurezza (che magari ci sono, in quanto europee, ma gli italiani non le seguono).
(4) delle carte nautiche italiane compilate da italiani, che descrivono fondali di mari che solchiamo dall’alba dei tempi ma visto che siamo italiani cazzoni nessuno s’era mai accorto di quel minchia di scoglio.
(5) in conclusione, dell’Italia tutta che dalla caduta dell’impero romano in poi viene vista all’estero come una cozzaglia di coglioni incapaci di gestire nulla in maniera decente.

E non si capisce come mai in occasioni come questa al posto di abbassare la testa e fare il faccino triste delle grandi occasioni, gli americano/australiano/britannico/franco/tedeschi (e c’aggiungerei pure i giappi, e chissa’ chi altri) se la ridacchiano quasi.

Come a fotocopia, glielo leggi nei sottintesi degli articoli di giornale, o nelle news sparate nell’etere planetario. Questo parlare di “nave italiana”, “regole”, eccetera… come certi nostri quotidiani o TG dove il giornalista pone l’accento razzista sullo stupratore rumeno, sulla banda albanese.

E qua in Australia, visti i precedenti migratori, lo stereotipo contiene sempre le solite due parole magiche accostate insieme, a far capire che in fondo in fondo siamo tutti della stessa pasta: Italiani – [paragone] – greci.

Ma andatevene a fanculo va’.

Racist mind

In diretta dalla Sakura Lounge dell’aeroporto di Narita, mi hanno appena fatto girare le palle. Tutti, in concerto.

Dovete sapere che io provo un certo fastidio per l’aeroporto di Tokyo, perche’ qui parlano tutti inglese, e si rivolgono a me in inglese.

Prima eravamo in 20 in autobus, io e 19 giappi. Controllo passaporto: il poliziotto dice 19 arigatou gozaimasu e un thank you very much. E riceve 19 inchini e un “va’ a mangiarte na merda“ dissimulato da un sorriso.

Check-in, controllo passaporti, security, ingresso alla lounge, duty free. Tutta la stessa solfa: mi accolgono in inglese, rispondo in giapponese, mi rispondono in giapponese. Ma anche quando saluto io per primo in giapponese, loro vedono la mia faccia gaijin e proprio non ci riescono a salutarmi in giappo. E’ piu’ forte di loro: la prima frase, anche in quei casi, e’ sempre in inglese.

E io sta cosa, non ci posso far niente ma mi manda in bestia proprio. La trovo di un razzista schifoso. Mi sento trattato come un diverso solo perche’ ho la faccia diversa, come uno che non parla giapponese solo perche’ non e’ giapponese. Perche’ se saluti in maniera diversa a seconda della persona che ti si para davanti significa che stai dividendo tra giapponesi e gaijin, in primo luogo. Tra cliente e cliente. Tra お客様 e turista straniero. 

Ma la cosa che mi urta di piu’ e’ che mi sento trattato come uno stupido: perche’ anche uno che non parla giapponese sa benissimo cosa vuol dire konnichi wa, cosa vuol dire uno stronzo arigatou. Sono parole come “ciao”: non serve essere fluenti in italiano per saperle. Ma quando mi sento dire questi sankyu beri much in inglese con giusto quel filino di accento giappo, mi sento come se di fronte a me ci fosse uno che non mi reputa neanche adatto a capire un semplice arigatou. Vuol dire che quella persona sta pensando che il suo inglese sia superiore al mio giappo (tsk). 

E poi questa cosa che siccome sei uno sporco gaijin allora PER DEFINIZIONE devi parlare inglese, mi manda fuori di testa. Peggio dei peggiori leghisti che etichettano tutti gli asiatici come cinesi, stessa cosa: noi siamo tutti americani forse? Crediateci o no, e’ tutto il pomeriggio che quando mi parlano in inglese rispondo:  すみません、イタリア人ですから英語が分かりません。(chiedo scusa ma sono italiano: non parlo inglese).

Perche’ se proprio vuoi discriminarmi, almeno fallo usando la mia lingua madre, stronzo/a!

La cosa da ridere

E’ che guardi l’Italia affondare sparata verso la bancarotta, ma poi parli con gente in Italia che guarda il Tg1 e sembra che vada tutto bene.

Si beh, alla fine hanno aumentato le tasse. Vabbe’ ma bisognava. E poi Silvio le avrebbe diminuite sin dal primo giorno, e’ che non glielo (?) lasciano fare. Questi i commenti di gente che pero’ si ricorda  (e ti ricorda) ancora le tasse aumentate anni fa da Visco o Bersani. E se fiati, ti danno del comunista (anche se sei sempre stato di destra, anche se l’ultima cosa che vorresti vedere e’ Baffino D’Alema e i suoi scagnozzi ancora al potere – perche’ il cancro, ricordiamolo, non sta da una parte sola).

Sempre e comunque, nell’Italia tifosa e partigiana l’importante e’ che quelli dall’altra parte non siano al potere.

Verso la catastrofe col sorriso. Fortuna che sono all’estero.

Quo usque tandem, Berlusconi

Non so se avete letto o sentito, ma mentre il nostro premier e’ intento a raccontare barzellette, quello giapponese ha rinunciato al suo stipendio da primo ministro fino a quando la situazione a Fukushima non sara’ risolta. E’ un po’ come se Iervolino e Bassolino avessero rinunciato ai loro stipendi fino alla soluzione della crisi dei rifiuti di Napoli (e questa no, non e’ una barzelletta).

Inoltre, il governo giapponese si e’ impegnato a rivedere totalmente la propria strategia energetica, la quale – lo ricordiamo – prevedeva di portare il nucleare a coprire il 50% del fabbisogno del paese entro il 2030. Ora invece hanno cambiato rotta (e vorrei vedere): via il nucleare e massimo investimento nelle energie rinnovabili. Finalmente. Ricordiamolo: stiamo parlando dei giapponesi, gli stessi che dopo il terremoto hanno ricostruito un pezzo di autostrada in sei giorni. Questi nel giro di due giorni se ne sono gia’ venuti fuori con un piano alternativo al nucleare, che prevede la costruzione di centrali eoliche nelle ventosissime e semideserte coste a nord dell’Hokkaido, dove spira tanto vento da superare l’attuale produzione derivata dal nucleare. Ci voleva tanto?

Nel frattempo, a Bananaland che succede? Beh, a Bananaland il presidente del consiglio infuoca il dibattito politico con dichiarazioni azzeccatissime, quando afferma che i magistrati sono un cancro e che gli oppositori non si lavano. Ah, e poi avanti con la solita solfa della patrimoniale, questi nemici immaginari che bisogna sempre tirar fuori per buttarla in rissa. Ormai ricorda Wanna Marchi quando prevedeva il malocchio alle vecchiette per vendere rametti d’edera e sali magici.

Ma meglio di lui per una volta sono riusciti a fare altri suoi alleati, tipo il sempre pacato Bossi, che non sapendo che altro dire ha dato dello stronzo a Fini, oppure il grandissimo La Russa, il quale ha scambiato il parlamento col concorso di Miss Italia, dichiarando che le parlamentari di sinistra sono dei cessi. Che tra l’altro se la bellezza fosse un requisito per la politica, lui sarebbe il primo a levare le tende.

…Dimentico qualcuno? Ah, la Moratti ieri mi pare abbia dato del ladro a Pisapia. Giusto, si. E dire che una volta ci si lamentava perche’ i politici parlavano troppo in “politichese”: Ora invece raccontano barzellette, inventano storielle, ma soprattutto si esprimono come vecchi da bar di paese (bestemmie comprese, apprezzamenti sulle donne compresi). Mi sa che era meglio prima.

E dire che io sarei di destra, in teoria. Ma come si fa a sopportare certa gente finta, di plastica, certo schifo populista, certo opportunismo becero, vuotezza di idee e pochezza di intenti, bassezza morale e ingordigia di casta? Cioè, la Santanché la prenderei a schiaffi io, figurarsi uno di sinistra.

Non so a voi, ma a me si spezza il cuore quando penso che siamo passati da “quo usque tandem abutere” a “Fini e’ uno stronzo”, e da “Cartago delenda est” alla barzelletta sulla Bindi.

Oh

Un giorno che non scrivo, zero commenti.

Sanguisughe.

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