Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: albino vi mostra come si fa

Tokyo dal cielo

Cari lettori, mi scuso per la prolungata assenza. Ad alcuni sembrerà che io non abbia più niente da dire, quando invece… Sono l’uomo più incasinato del continente asiatico.

Praticamente è successo che ho il piede in due scarpe (lavorativamente parlando). Al momento lavoro in pianta stabile una settimana a Tokyo e una a Hong Kong, facendo avanti e indietro come un qualsiasi pendolare… Volante.

Per quello non posto più da fine settembre. A parte adesso, e questo post per dire lo sto scrivendo dal telefono. Argh.

L’impatto visivo di Hong Kong

Credo ci siano piu’ o meno tre modi di vedere Hong Kong. Tre immagini, diciamo. La prima e’ di notte, i grattacieli, la citta’ che ricorda molto la scena iniziale di Blade Runner (ciminiere sputafuoco e macchine volanti a parte). La seconda e’ sempre di notte, i vicoli, la pioggia, la citta’ che ricorda molto… Blade Runner (olala’ che originalita’!), la scena in cui Harrison Ford si ciuccia un ramen (o quello che e’) al ristorante. Presente no?

La terza immagine invece e’ questa. La meno conosciuta, diciamo. Domenica pomeriggio, miliardi di persone in giro a fare shopping. Le insegne spente che fanno un po’ tristezza, i condomini da 80 piani scrostati e sporchi (che fanno altrettanta tristezza), la gente ovunque, in ogni angolo, peggio di un formicaio all’ora di punta.

Quando i miei amici giappi mi chiedono com’e’ HK, gli rispondo di solito che HK e’ la versione sporca di Tokyo. E’ un po’ vero, diciamo.

Anche se comunque questa sgrarrupposita’ (sgarruppaggine? sgarruppevolezza?) di HK ha il suo fascino, diciamo. Lo spiegheremo un’altra volta, spero presto. (ah quanto mi mancano i tempi di Brisbane quando non facevo un cazzo da mattina a sera al lavoro e avevo tempo di tenere un blog…).

Il mago del basilico

@Olivia: ecco un paio di foto del mio fantasmagorico basilico, dopo essere stato potato per bene (una terrina di foglie spuntate ieri sera, altrimenti era un cespuglio).

Il segreto principe per non farlo morire è: mai è dico MAI fargli fare i fiori. I gambi vanno tagliati alla punta, e dopo un giorno le foglioline già ricrescono, come si può vedere dalla foto sotto. Con le punte castrate dopo 10 giorni i fiori stavano per venire fuori, e io ieri sera le ho tagliate rigorosamente tutti. Il basilico è una pianta che muore quando si riproduce, come i maschi di mantide religiosa…

La storia del secchio è semplice. Prendi una terrina o una bacinella e riempila d’acqua. Mettila vicino al vaso in posizione rialzata (se la bacinella è ad altezza del vaso la cosa non funziona). Poi prendi un pezzo di spago bagnato o un pezzo di calza di nylon e “collega” i due: immergi un capo nell’acqua, l’altro a 2-3 cm dentro la terra del basilico. Per il principio dei vasi comunicanti lo spago resterà bagnato e il basilico si “succhierà” l’acqua al bisogno. Io a dire il vero ho messo il secchio in mezzo a tutte le piante e con 5 spaghi dato da bere a salvia, prezzemolo, rosmarino e menta… Con risultati misti (prezzemolo e salvia si sono leggermente ingialliti alla base per la troppa acqua suckata credo).

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L’ultimo dei romantici (appiedati)

Lo Stereotipo ci insegna che agli italiani piacciono i motori. Non per nulla le piu’ belle auto e moto del mondo le abbiamo inventate noi. Non per nulla la mejo immagine dell’Italia che esportiamo nel mondo da un cinquantennio sono Gregory Peck e Audrey Hepburn in vespa a zonzo per Roma.

L’altra faccia della medaglia pero’ ci dice anche che gli italiani degli anni 2000 passano una bella fetta della loro esistenza nel traffico a bestemmiarsi l’un l’altro. Per ore, e ore, e ore, ogni santo giorno. Alle italiane degli anni 2000 piace portare i bambini davanti al cancello della scuola, in pigiama col SUV. All’italiano/a lavoratore/trice degli anni 2000 piace alzarsi dal letto la mattina, sedersi in macchina, star seduto una giornata intera in ufficio, per poi ri-sedersi in macchina e tornare a casa. E poi magari pagare 100 euro al mese di palestra, per far moto.

Questo perche’ siamo un po’ allergici ai mezzi pubblici, diciamolo, e ci stiamo anche un po’ tutti sul cazzo a vicenda. Sia mai che saliamo in bus e ci tocchi (congiuntivo, ragioniere!) sorbirci, che ne so, studenti che fanno casino. O ancora peggio magari ritrovarsi a tu per tu con una col velo, o a uno zingaro scippatore. O di dover pagare il biglietto (i 50 euro di benza invece sono gia’ in budget, quindi non sembra neanche di spenderli… fateci caso). E poi a noi italiani ci piace l’igiene, e i sedili dei mezzi pubblici sono lerci, strappati, scritti di uniposca, con le gomme americane e le caccole appiccicate sopra.

Questo e’ lo Stereotipo, ok. Ma come stanno le cose in realta’? E’ vero quasi quasi il contrario: a nessuno piace sedersi nel traffico per ore. Le mamme che scarrozzano i bimbi a scuola ne farebbero volentieri a meno, come ne facevano a meno le genitrici della loro (nostra) generazione. Ma metti che i bimbi capitino fra le grinfie di un pedofilo (figura che, si sa, negli anni 80 non esisteva), o che vengano rapiti dallo zingaro di cui sopra. Il fatto, dico io, e’ che tra gli italiani e i mezzi pubblici c’e’ un rapporto di malsopportazione. Avere a che fare col proprio prossimo proprio non ci va. Salire su carri bestiame sporchi e mal tenuti proprio non ci va. Gestire al meglio i mezzi pubblici, sia dal punto di vista dell’utente che dell’operatore, e’ un concetto a noi estraneo.

Morale: da anni le notizie sembrano assomigliarsi tutte. La Fiat in crisi, la Fiat che perde quote di mercato. Le assicurazioni automobilistiche alle stelle, il traffico che aumenta. I mezzi pubblici che fanno cagare, lo stato che sovvenziona enti in perdita cronica (il go-go-go-governo ha appena fatto trovare 400 milioni di euro di fondi pubblici all’ATAC di Roma sotto l’albero, se qualcuno non ci aveva fatto caso. Cosi’ sappiamo chi sara’ a organizzare il prossimo festino vestiti da maiali coi soldi di Pantalone). I parcheggi non sono mai abbastanza. Le polveri sottili, stranamente in aumento. E soprattutto: famiglie da 2000 euro al mese che mettono via un cazzo a fine mese ma hanno una o due auto, spendono centinaia di euro tra assicurazione, bollo, benzina, manutenzione. Tutto questo perche’ l’automobile serve, e’ necessaria, non si vive senza.

Le nuove linee di mezzi pubblici ai piu’ sembrano uno spreco di soldi. Ho un amico su facebook che ogni santo giorno fa la strada tra Mestre e Venezia in macchina (!) per accompagnare la morosa al lavoro (!!) e posta foto del ponte della Liberta’ intasato a causa dei lavori per il tram. Ripeto: invece di ringraziare che gli stanno costruendo un tram con cui la morosa potra’ andare al lavoro autonomamente (come se il treno non esistesse gia’, ma lasciamo perdere…), il tizio si lamenta perche’ il tram rallenta il traffico automobilistico. Se questa e’ la mentalita’, ringrazio il cielo di vivere all’estero.

Intendiamoci: se vivete in un paesino di 2000 abitanti in mezzo al nulla, ovvio che vi serve avere un’auto, se non altro per andare a fare le spese. Ma uno che vive a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino, a Bologna, a Firenze… in teoria non dovrebbe averne poi tutto questo bisogno, o no?

Ma cos’e’ il mercato dell’auto, in fondo. Un mercato basato sul motore a scoppio, ovvero una tecnologia vecchia di un secolo e rotti, alimentata da una fonte energetica non rinnovabile e destinata a scomparire. Vedo notizie allarmate sul mercato dell’auto in crollo, come se la vendita dell’auto fosse legata in maniera diretta e automatica al benessere delle persone, al benessere di un paese. Che poi e’ vero: oggigiorno Il benessere e la salute di un Paese, purtroppo, si misurano anche da quanti soldi la gente ha da sperperare in automobili.

Ma guardatela da un altro punto di vista, per una volta. Progresso e benessere si raggiungono davvero quando la gente puo’ permettersi di spendere soldi per chiudersi in solitudine dentro a un pezzo di latta? Ditemi che sono di parte, ma secondo me una civilta’ evoluta non e’ quella in cui anche i poveri possono permettersi un’auto, ma quella in cui anche i ricchi usano i mezzi pubblici.

Malinconia a parte

Buon Natale a tutti i lettori! (In Roaming inernazionale dalle Filippine…)

Sto passando il natale a Boracay… :)

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Dubbi amletici prima della partenza

Ok, basta parlare di politica – tanto comunque vada in Italia i politici (di ogni colore) continueranno a rubare imperterriti i vostri soldi; riguardo a me i miei possedimenti nello stivale credo arrivino a circa 500 euro scarsi in un conto che sto pure pensando di chiudere, quindi la cosa mi tocca fin la’, ecco. L’importante, quello si, e’ che non torni il Banana cosi’ almeno evito che i miei colleghi mi prendano per il culo. Fine della questione.

La cosa che invece mi interessa davvero capire al momento e’ una sola. Anzi no: due cose.

La prima e': come chiamiamo ‘sto blog una volta sbarcati a HK?

Ricordiamo i precedenti: prima di tutto fu “Bello Onesto Emigrato Australia” quando ero a Brisbane (e ora il remake, poverello in verita’ ma abbiate pazienza), in memoria del mitico “Bello onesto emigrato Australia poserebbe compaesana illibata” di Alberto Sordi e Claudia Cardinale del 1971.

Poi se ben ricordate quando sono passato al Giappone ho chiamato il blog “Come sa di soja lo riso altrui” un remake fichissimo di “come sa di sale lo pane altrui” del canto 17 del Paradiso di Dante in cui Cacciaguida parla dell’esilio:

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Ovvero, una citazione raffinatissima che abbiamo capito probabilmente in quattro, ma che non per questo e’ stata meno azzeccata o meno profonda. Un po’ come quando mi emoziono pensando alla sublime profondita’ della mia autocitazione 花よりマンコ  (e quanto sia vero che il gaijino medio in realta’ usa gli hanami come scusa per andare a giappine mentre i maschi locali si sfondano di alcool e collassano al suolo in mari di vomito, nda) o quando canticchio がっかりのトトロ in preda allo sclero totale.

Ma anche queste due ultime citazioni, le avrete capite probabilmente in due, ma sono sicuro che voi due le avete proprio apprezzate, nevvero?

Ma ordunque, e qui vengo al punto: ora che vado a Hong Kong, sto blog come minchia lo chiamo? Dubbio numero uno.

Ma soprattutto, e qui scatta lo dubbio numero due, che e’ molto piu’ importante del numero uno: la fauna locale come la definiamo? Se ci sono le giappine e le koreine, dovranno ben esserci anche le honkonghine, no? Ma honkonghine e’ troppo lungo e mi si intrecciano le dita a scriverlo… quindi che fare? Andiamo di honkine? Che dite?

Le due Europe (viste dall’Australia)

Nei miei svariati anni di vita in Australia ho collezionato una serie notevole di incontri e chiacchierate con emigranti o viaggiatori europei. Si va dal collega o cliente, alla gente con cui parli alle feste con un drink in mano, agli incontri piu’ disparati (perfino per strada).

Nei miei incontri ho notato che l’Europa centro-occidentale, se vogliamo, ha bene o male due anime: una latina (=Italia, Spagna, Portogallo, Francia e poco altro) e una “nordica” (Scandinavia, Germania e dintorni, UK e dintorni). Da questo lascio fuori Est Europa, Grecia, Turchia, stati ex-sovietici come Latvia, Bielorussia e tutti quei paesi la’.

Ci sono molte cose da dire su queste due “macro-culture”, o modi di vivere, ed e’ interessante vederle in azione in territorio piu’ o meno neutrale, qui all’estero. Ecco quindi un elenco di differenze e di diversi modi di vedere/vivere l’Australia – un elenco che per sua natura parte dalle mie esperienze personali, quindi generalizza e fa un po’ il riassunto di massima di quello che ho visto da queste parti. Onde per cui non cagatemi il c. con commenti tipo “non e’ vero ho conosciuto un tizio che non si comporta cosi’!“. Chiaro?

In Australia:

(1) I latini si lamentano in continuazione, i nordici no.
Ci sono cose che i latini non riescono a soffrire dell’Australia, e queste sono, nell’ordine: la mancanza di una cultura culinaria (a parte quelle importate), la mancanza di gusto nel vestire della gente, la mancanza di baretti all’aperto dove bere l’aperitivo, la mancanza di bar in spiaggia, il fatto che i negozi chiudono alle sei di sera, il fatto che le citta’ sono deserte durante la settimana e tutti escono solo nel weekend a ubriacarsi.

I nordici invece sembrano non farci caso. Non ho mai sentito un nordico lamentarsi di nulla di tutto cio’, mentre appena incontri un latino dopo due frasi inizia a dirti che qui i pomodori non sanno di niente, il formaggio e’ noioso, il pane una merda, la moda vecchia di due anni, eccetera.

(2) I nordici amano la rilassatezza dei costumi australiani, i latini la deridono.
Se incontri un australiano vestito da australiano, hai due possibilita': o e’ australiano, o e’ un nordico adattato. I nordici tendono a diventare australiani appena capiscono come vanno le cose.

I latini invece non riescono e non riusciranno mai ad adattarsi ad andare a far la spesa al supermercato a piedi scalzi, e infatti se vedi uno a piedi nudi al supermercato e uno dietro che lo guarda e ride o scuote la testa, sai per certo che quest’ultimo e’ o francese, o italiano, o spagnolo, o portoghese, o di culture/zone limitrofe (svizzero italofrancese, san marinese, ecc).

(3) I latini amano il rispetto delle regole che vige in Australia, i nordici lo ritengono stupido.
Su questo punto la situazione e’ un po’ variegata, perche’ alcuni latini tendono ad essere allergici alle regole, soprattutto quelle ferree e a volte stupide che trovi in Australia (tipo l’esagerata e spesso paradossale mania per la sicurezza, i confini prestabiliti per tutto, le regole naziste alla guida eccetera). Ciononostante, queste regole sembrano irritare molto di piu’ i nordici.

Il nordico medio dice: a casa mia le regole non sono cosi’ atroci e tutto funziona decentemente, quindi non c’e’ bisogno di essere cosi’ rompicoglioni. Il latino invece tende spesso a ripensare a casa sua dove non funziona un cazzo, e vede il sistema australia come un esempio da seguire.

Tipo, classico esempio: se c’e’ scritto che l’ufficio postale chiude alle 17:00 e ti entri in posta alle 17:01 con un pacco da spedire, ti indicano gentilmente la porta e ti dicono di tornare domani. In Italia magari tenderebbero ad essere un filino piu’ flessibili e cordiali, contravvenendo di fatto alla regola per farti un piacere. Eppero’ le poste in Australia funzionano e in Italia no: sara’ perche’ qui seguono le regole alla lettera?

(4) I latini preferiscono Melbourne a Sydney perche’ ha cultura, i nordici preferiscono Sydney a Melbourne perche’ ha la baia.
Non fraintendetemi: gusti sono gusti, e ci sono anche tanti latini che si lamentano atrocemente del clima di Melbourne. Ciononostante, Melbourne ha un amore per la cultura che non ha uguali in Australia, e i latini questo lo notano con piacere. I nordici no, sembra.

In sostanza, il colloquio con un latino di Sydney in linea di massima inizia con “Sydney non ha cultura” e finisce con “Melbourne e’ meglio; peccato abbia un clima di merda”. Il colloquio con un nordico di Sydney invece inizia con “Melbourne mi fa cagare” e finisce con “A Melbourne mai e poi mai”. Con buona pace dei barettini fighissimi di Melbourne, degli open di tennis, della F1 eccetera.

(5) Quando incontri un latino questo ti parla sempre di casa sua e del suo paese, e non vede l’ora di ritornarci. I nordici invece non ne parlano quasi mai.
E vorrei ben vedere. Italia, Francia, Spagna: sole mare buon vino e bella vita. Quando parli con un tedesco di che minchia vuoi che ti parli con nostalgia: della porta di Brandeburgo?

Eppero’. Dall’altra parte, non so chi di voi l’abbia notato, ma i nordici tendono ad essere piu’ nazionalisti. I latini che lasciano i loro paesi si lamentano costantemente della loro terra d’origine (gli spagnoli della mancanza di lavoro, i francesi della puzza sotto il naso dei loro connazionali, gli italiani del sistema-Italia allo sfascio – ma che sia per questo che se ne sono andati?) mentre se parli con un olandese o con un norvegese, ai loro occhi casa loro e’ la terra perfetta. Perfino i giappi o i coreani trovano difetti nei loro paesi d’origine, ma a mia memoria non ho mai sentito un nordico criticare una cosa di casa sua. A parte i britannici devo dire, i quali comunque guardano la loro isoletta con occhio critico: ma trova un olandese che ammetta un difetto nel suo paese se ne sei capace.

Al punto che mi e’ capitato piu’ volte di chiedermi se esista una qual sorta di capacita’ critica nei nordici, o se sia vero come dicono che scelgono il posto dove vivere solo a seconda del clima.

Chiudo il post qui perche’ non ho tempo, ma ne avrei altre da raccontare. Continuate voi nei commenti se volete :-)

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Populismo gaijin

Oggi vorrei aggiungere due parole al post di ieri, e in particolare al link che Fabio ha postato nei commenti.

Il blog e’ indubbiamente ben scritto, anche se tratta dei classici di quello che io definisco populismo gaijin. Sono quei temi su cui e’ facile cadere quando si capita in un blog di emigranti che vivono in Giappone (qualunque sia la loro nazionalita’, anche se noto che gli anglosassoni sono la netta maggioranza). Sono quei temi che vengono notati in continuazione dagli stranieri, e riportati nei blog come evidenza del fatto che i giapponesi sono intrinsecamente razzisti al midollo.Ecco una breve carrellata dei cavalli di battaglia del populismo gaijin:

I giappi non mi si siedono vicino in treno, ergo sono razzisti.
Certo, perche’ l’Italiano/ francese/ inglese/ tedesco medio che sale in autobus e ha la scelta tra il sedersi vicino a un connazionale o lo stare spalla a spalla con un extracomunitario di razza diversa, naturalmente non avrebbe alcuna inconscia preferenza, vero? (eh ma dice: il cinese puzza d’aglio, il musulmano ha il barbone e la bomba sotto la tunica, e il negro mi rapina. Eh beh, come darvi torto. Gli americani-europei in Giappone invece, tutti santi, tutti puliti, tutti vestiti Gucci e Prada).

I giappi mi fanno domande razziste tipo se so usare le bacchettine, anche se vivo li’ da 20 anni.
Contestualiziamo un secondo, perche’ il populismo non contestualizza mai. La situazione al contorno e’ questa: sei in ristorante e ti sei trovato di fianco a uno cui non sai che cazzo dire, e allora peschi uno stereotipo dal mazzo, oppure giochi la carta dell’ovvio. Metti che ti si siede di fianco uno vestito da giocatore di basket. Alzi la mano chi non gli chiederebbe: “giochi a basket?” (risposta: graziealcazzo). Beh: lo stesso vale per il giappo di turno, per il quale – lo ricordiamo – giocare la carta dell’ovvio equivale a giocare sul sicuro e iniziare una conversazione del piu’ e del meno.

Detto questo, se alcuni di voi hanno l’iphone e come me sono iscritti all’apple store giapponese, avranno notato che ci sono tantissimi manuali nello store: come avvicinare le ragazze, come comportarsi al primo appuntamento, come comportarsi al love hotel, come farsi le pippe, come essere simpatici, come comportarsi durante un meeting di lavoro, come comportarsi in tintoria. Sapete che ai giapponesi piace avere bene chiare le regole su come comportarsi. Allora, chi vi dice che se tutti i giappi dicono le stesse cose non voglia dire che da qualche parte ci sia anche un prontuario di frasi fatte da dire allo straniero quando ne incontri uno?

(nota a posteriori: e’ successa anche a me questa storia delle bacchettine. Una volta mi hanno chiesto se le sapevo usare e io, noncurante, ho continuato a mangiare usandole e ho risposto “いいえ、箸は全然使えません” (no, le bacchette non le so usare per nulla). L’ironia li seppellira’: Il tipo prima ha fatto una faccia da wrong input – system error, poi quando ho sorriso l’ha capita e si e’ piegato in due dal ridere).

I vicini giappi controllano se riciclo correttamente la spazzatura.
A me a sentire queste cose viene in mente la classica casalinga italiana di mezza eta’ che controlla ogni mossa dei condòmini cinesi appena trasferitisi al piano di sotto. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo.

I colleghi giappi mi chiamano per nome proprio e non per cognome.
Vedi sopra la storia del prontuario: pure questo viene da li’, dallo stereotipo su come comportarsi coi gaijin. Ma d’altronde anche noi occidentali in inglese mettiamo il suffisso -san dietro al nome dei giapponesi, no? E se ci troviamo in mezzo a un meeting di lavoro con 10 americani e 1 giapponese, non verrebbe anche a noi da chiamare tutti gli americani col nome proprio e il giapponese per cognome?

La polizia giappa mi discrimina perche’ sono straniero.
In Europa e America invece la polizia tratta gli extracomunitari esattamente come i locali, vero?

Ma allora, alla fine dei conti e’ vero che i giapponesi sono intrinsecamente xenofobi e (in)consciamente razzisti? Certo che e’ vero: nessuno lo puo’ negare – ne’ io sono qui a cercare di negarlo. Se provate a chiederglielo nemmeno loro tentano di negarlo! Ma se ricordate oggi non siamo qui a parlare di razzismo, bensi’ dei blog che parlano di razzismo: blog che come dicevamo piu’ o meno si ripetono tutti, pescando un po’ tutti nel calderone del populismo gaijin.

Questi blog rispecchiano, a mio avviso, un certo disagio dell’uomo bianco che e’ abituato a discriminare e non a sentirsi discriminato. La verita’ nuda e cruda e’ questa cocchi belli, altro che i sedili del treno lasciati vuoti: ai nostri occhi va bene lasciare libero il sedile a fianco a un senegalese, ma ci sembra un affronto se un asiatico lascia libero il sedile accanto a noi caucasici, profumati & ben vestiti come siamo.

Ditemi che sbaglio se ne avete il coraggio; e pensate a quanto i giapponesi che vivono in Italia ne avrebbero da raccontare, in fatto del razzismo nostro.

PS: anch’io ho fatto i miei bei post di populismo gaijin, ma se l’ho fatto e’ per due motivi: (1) io sotto sotto sono un populista, e (2) in quei giorni non avevo di meglio da scrivere. Ah, e (3): alle volte sfogarsi in un blog ti fa sentire meglio. E (4): io ho ragione.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

Bushwalk in Sydney National Park

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu'; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

Azz

Un mio amico (british domiciliato in Giappone) ha postato su facebook alcune foto del suo recente viaggio in Thailandia. Avete presente il film “The Beach”, con Di Caprio? Stessa roba. Anche Bangkok. Guardate che roba.

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Mmhh… una parte del mio cervello sta valutando l’insana possibilita’ di farmi trasferire all’ufficio di Bangkok.

Peccato che abbia appena dato disponibilita’ per aprire l’ufficio di Perth, e i miei capi non mi lascerebbero andare mai e poi mai, e poi mai.

Azz.

Prova di photoshare da Instagram

Hi there,

albino just shared an Instagram photo with you:

2d78e89c842711e1a87612313804ec91_6.jpg
view full image

“Waiting for the bus”

Thanks,
The Instagram Team

Nuove regole su mondoalbino

Comunicazione di Servizio.

Per favorire la partecipazione attiva a questo blog, ho deciso fare un piccolo esperimento: ho tolto temporaneamente la possibilita’ di votare i post e i commenti.

Per quel che riguarda i post, da oggi in poi se vi piace quello che scrivo invece di darmi cinque stelle potete farmi sentire il vostro supporto o affetto o approvazione tramite altri canali, molto piu’ efficaci. Tipo scrivendomi una mail privata, o ancora meglio condividendo i miei post su twitter, facebook o google+. Se invece volete darmi zero stelle potete andarvene ben bene a fanculo, o ancora meglio comunicarmi i vostri estremi cosi’ vi ci mando direttamente io.

Per quel che concerne invece i commenti, ho segato via la storia del pollice verso perche’… beh, non mi piaceva piu’. In particolar modo non mi piaceva questa moda recente dove se uno dice una cosa fuori dal coro si prende una valanga di vaccagare anonimi senza poter ribattere e senza soprattutto sapere perche’ se li e’ presi. Ergo, da oggi in poi se avete qualcosa da dire la dite in faccia alla gente nei commenti, scannatevi pure li’ ma civilmente, con educazione e savoir faire tipo dama inglese che beve il te’ delle cinque col mignolo alzato. Chiaro? E ricordate che c’e’ un Grande Fratello Biondo che vigila su di voi e si prende la liberta’ di segare troll o commentatori offensivi a sua squisita e insindacabile discrezione.

Fine del messaggio. Questo blog si autodistruggera’ in cinque… quattro… tre…

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