Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: Cazzi miei

5 giorni in Italia

…e non entro più nei jeans.

Non ho altro da aggiungere: è pronto in tavola!

PS. Oggi torno a visitare Padova dopo anni… :-)

Il 2012 di mondoalbino

Il 2012 di mondoalbino (blog) e’ stato un po’ fiacchetto, lo ammetto. Di seguito, sotto, potete andarvi a vedere il report annuale di Wordpress per questo blog.

Il 2012 di albino (persona) e’ stato un po’ una rivelazione. Ne sono successe di tutti i colori, anche se molto non l’ho scritto per ragioni professionali (e non). In futuro ricordero’ quest’anno come quello in cui sono riuscito a “unire i puntini” delle cose fatte nella mia vita fino ad ora.

Il 2013 sara’, una volta tanto, un anno all’insegna della tranquillita’. Staro’ qui a Hong Kong, mi faro’ il mio viaggetto mensile in Giappone, le mie meritate vacanze un paio di volte. Da qui a un anno voglio ritrovarmi a vivere nella stessa casa, andare al lavoro nello stesso ufficio. Cose semplici tanto per cambiare.

Poi vedremo come andra’ a finire in realta’, naturalmente. Nella vita non si puo’ mai sapere, in fondo, che diavolo ti capita poi dietro l’angolo…

(Comunque sia, buon anno a tutti i lettori!)

Ecco un estratto:

About 55,000 tourists visit Liechtenstein every year. This blog was viewed about 200.000 times in 2012. If it were Liechtenstein, it would take about 4 years for that many people to see it. Your blog had more visits than a small country in Europe!

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

Piccola quotidianita’ di un Traslocatore seriale

Niente di nuovo dal fronte, se non che sono stra-impegnato nei preparativi (lavorativi e non) in vista del trasloco. Tipo mille moduli da compliare, mille visti da fare, mille ambasciate da avvertire, mille preventivi da chiedere, mille rimborsi da esigere. Cose di ordinaria amministrazione per noi Traslocatori Internazionali Seriali e Compulsivi (TISC, sembra il nome di una malattia in effetti).

Oggi ho fatto la gradevole scoperta che ad HK l’azienda non mi dara’ il cellulare aziendale bensi’ si limitera’ a pagarmi la bolletta di quello privato… quindi ho azzerato le spese mensili di telefono, che e’ cosa buona e giusta. E con questa mi sono tolto dai coglioni gli IT che mi braccano ogni mese successivo ai miei viaggi in Giappone rompendomi le palle per la bolletta stratosferica (e di regola le chiamate minatorie dell’IT partono quando la bolletta supera i 500 euro ahah).

A parte questo, sto avendo problemi atroci nel vendere la macchina. Ho messo alcuni annunci on-line, tipo questo ma sembra che li caghino al massimo 4-5 persone al giorno. Boh. Ne ho messo perfino uno a pagamento sul sito piu’ importante in Australia e oggi l’annuncio ha ricevuto… 3 visite! (Ma il problema l’ho capito qual e': i concessionari mettono le macchine in vendita online, hanno abbonamenti premium e il mio annuncio quindi finisce a pagina 87. Facce di merda).
A proposito, se qualcuno di voi lettori vive in Australia e sta andando in cerca di una macchina, la mia puo’ fare al caso vostro! (e voi potete fare al caso mio!)

Altro problemino logistico che sto vivendo in questi giorni e’ il dilemma frigo-lavatrice. Ho scoperto che al contrario dell’Australia a HK sia frigorifero che lavatrice fanno parte della dotazione di serie degli appartamenti non ammobiliati, quindi devo per forza vendere anche questi due elettrodomestici seminuovi prima di partire. Solo che… quando li vendo? Se li provo a piazzare adesso mi ritrovo senza frigorifero per un mese, mentre se li provo a vendere piu’ tardi e’ facile che mi ritrovi sulla scaletta dell’aereo con una lavatrice come bagaglio a mano. Bel casino, uhm.

Che altro? Ah si, ieri mi ha chiamato un recruiter offrendomi se non una montagna diciamo una discreta collinotta di yen per tornare in Giappone. Posizione aperta dal nostro principale competitor, azienda tedesca che noi stiamo mazzulando ovunque in Asia tranne in Giappone dove sono piu’ grandi loro (nel ferroviario). Sembra siano in cerca di uno di noi rarissssssimi consulenti esperti in sicurezza con conoscenza nel ferroviario e capacita’ di comunicare in giapponese, ed evidentemente (guarda caso!) io ero in cima alla lista (a differenza dei siti di vendita automobili…).

Ovviamente ho detto no grazie, visto che (a) sto andando da un’altra parte con ben altri piani ma soprattutto (b) se cambio di nuovo azienda mi sputtano (verbo sputtanarsi) agli occhi dei miei clienti giappi, e questo sarebbe un po’ come scalpellare il mio nome (in katakana) sulla lapide della mia fine professionale nella Terra del Sol Levante.

(Pero’, devo ammetterlo, mentre dicevo “no grazie” ho sentito una pugnalata al petto e mi e’ calata una lacrimuccia nel pensare a quanto avrei dato per avere un’occasione cosi’ nel 2007-08 quando stavo cercando disperatamente lavoro a Tokyo. But again, se allora non fossi andato a lavorare per i giapponesi ieri non avrei ricevuto quella proposta, quindi e’ un po’ come volere l’uovo oggi e la gallina domani allo stesso tempo, no?).

Viaggerellando qua e la’

E insomma e’ deciso al 90% che tra 6-9 mesi mi trasferisco a Perth, diventando di fatto il capo assoluto del Western Australia con tanto di statua equestre eretta sulla pubblica piazza in mio onore.

Resta da vedere cosa ne sara’ dei miei viaggi in Giappone – Perth e’ veramente distante da tutto. A parte che il prezzo del biglietto sarebbe piu’ o meno lo stesso, per fare Perth-Tokyo ci vogliono ben 16 ore (minimo) con un cambio obbligatorio. Ma per ora da Sydney di sicuro c’e’ solo che mi si rivedra’ in terra nipponica alla fine della golden Week, cioe’ verso i primi di maggio, per la solita quindicina di giorni. Per quest’anno conto di fare almeno altri 2 viaggi a Tokyo (maggio + settembre-ottobre), piu’ magari un bel luglio in mezzo che non mi farebbe schifo… sempre se riesco a convincere i grandi capi.

All’inizio di aprile devo anche fare una capatina a Kuala Lumpur (in giornata) per un corso. Cioe’, spieghiamoci: volo di 8 ore dal pomeriggio con arrivo alle 8 di sera, notte in albergo, mezza giornata di corso e poi di nuovo in aereo per tornare in Australia. Non male. Per me si tratta di un ritorno: i lettori di vecchia data ricorderanno il periodo in cui mi hanno mandato in Malesia a lavorare nel 2008.

Questo weekend invece vado a Perth ma per ragioni personali (matrimonio di un amico) – 5 ore di volo, noleggio auto e 250 km in macchina per andare qui. Ammazza se e’ remoto come posto… (zoomare per credere).

Niente male come spiaggetta per fare un matrimonio, no? Un po’ in mezzo al nulla, but still

L’amico X e la Proposta indecente

Insomma c’e’ questo mio amico, che con molta fantasia chiameremo X, il quale un paio d’anni fa ha pubblicato un romanzo. Il contratto di edizione aveva durata di due anni, i quali scadono in questi giorni.

A due anni di distanza il mio amico X ha iniziato a discutere con l’editore, dati alla mano, per capire cos’e’ andato e cosa non e’ andato. L’edizione del romanzo e’ stata, senza troppi giri di parole, una piccola Caporetto. Innanzitutto a causa del prezzo: 14 euro per il romanzo di un esordiente, chi cazzo li paga? Il libro e’ bello da vedere, l’edizione e’ solida, fatta bene, per carita’, anche la copertina e’ fica, but still.

Ancor piu’ del prezzo, la vera nota dolente e’ stata la distribuzione. Mettiamocelo in testa: anche nel 2012 la gente in Italietta vuole andare in libreria a comprare i libri. L’acquisto via internet funziona in paesi sviluppati come gli USA o l’Australia, dove le poste non si fottono i pacchi e le carte di credito non vengono clonate a pioggia. Ma in Italia, ferma al Giurassico Tecnologico, chi minchia va a comprare via internet? FAIL.

E poi l’italiano e’ un po’ cosi’ in fondo, gli piace andare in libreria e passeggiare tra gli scaffali, passare il ditino sulle coste dei libri, fermarsi quando vede un titolo interessante, prendere il volume, sfogliarlo, leggere il retro di copertina, guardare il prezzo, decidere di aspettare l’edizione economica da 4.99 prima di comprarlo. E in fondo cosa ne puo’ sapere di come gira in Italia un misero ingegnere che vive a 20.000 Km di distanza? Niente, e infatti via cosi': libro reperibile solo via internet (cosi’ si risparmia sulle spese di distribuzione) e a prezzo esorbitante (cosi’ lo comprano solo quei quattro gatti che conoscono l’autore di persona – o via blog, nel caso del mio amico X, il quale per una fortuita coincidenza vive all’estero e tiene un blog, proprio come me).

Nel frattempo in questi due anni l’amico X ha scoperto l’ebook. L’ebook e’ il futuro, e nel 2012 questo futuro si scrive kindle, si scrive Amazon, si scrive formato mobi, si scrive pagamento via paypal (nome che ci suona bene in quanto ricorda パイパン). E si scrive anche ibook, si scrive ipad, si scrive formato epub, si scrive pagamento via itunes account. Questi sono i due canali principali: con un click ti compri un libro, e te lo leggi sullo stesso dispositivo e su tutti quelli compatibili (vedi la bellissima applicazione Kindle per iphone o android, che sincronizza dove sei arrivato a leggere tra un dispositivo e l’altro. Io per esempio leggo qualche paginetta la mattina in bus (via iphone) e la sera sul comodino mi trovo il kindle sincronizzato al punto dove sono arrivato con l’iphone, e viceversa la mattina. Fantastico).

Il prezzo? 99 centesimi, non di piu’. Se chiedi di piu’ la gente se lo scarica illegalmente. Non che non avvenga comunque, ma 99 cent  sono il prezzo di un caffe’, e’ ovvio che il pidocchioso lo trovi sempre (io stesso scarico tonnellate di ebooks via torrent). Cio’ non toglie pero’ che alcuni, magari pochi, saranno comunque disposti a cliccare il link e scaricarselo direttamente dal sito, perche’ tanto sono solo 0.99, il costo di un’app per iphone, meno del costo di un giornale, non vale nemmeno la pena di sprecare 5 minuti a cercare il torrent e a farsi l’upload sul kindle. E poi da iphone/ipad basta solo un click, vuoi mettere?

Morale della favola: l’amico X chiede all’editore di chiudere quell’edizione fallimentare in cartaceo e di portare tutto su ebook. Cosi’ gli italiani all’estero che seguono il blog di X possono finalmente leggersi il suo romanzo, cosi’ chiunque abbia un dispositivo android o apple puo’ scaricarsi e leggersi il libro. E pazienza se poi la gente se lo scarica aggratis: tanto X non lo fa certo per soldi, quanto per il piacere di farsi leggere.

L’editore allora fa la sua proposta. Udite udite. Canali di distribuzione: non amazon o apple, non kindle o ibook ma… Rizzoli online, Ibs, Libreria San Paolo, Mediaworld… insomma, una presa per il culo.

Ma attenzione al prezzo, tenetevi forte. 8 euro. Avete capito bene: OTTO euro per scaricare un libro. Ditemi: chi di voi sarebbe disposto a spendere 8 euro per un ebook? La proposta e’ talmente ridicola che non sono riuscito a non scriverla sul post di oggi. Otto euro… mi viene da ridere solo a pensarci. LOL.

Insomma, cari amici, mantenendo l’anonimato su X e sulla sua opera, sappiate che a breve  il romanzo verra’ edito in formato ebook per kindle, piattaforme android e apple. Al prezzo irrisorio di 99 centesimi, e su questo veramente non ci piove. Questo a spese dell’edizione cartacea e a meno che l’editore non accetti di pubblicare via amazon a 99 cent (cosa che a questo punto mi sembra ormai improbabile), ma tanto l’edizione cartacea era comunque troppo cara e troppo difficile da trovare.

Vi terro’ aggiornati – nel frattempo datemi la vostra impressione nei commenti, grazie.

Se diventassimo dei tedeschi qualunque

Oggi ho avuto a che fare con questo tipo nordeuropeo, diciamo olandese, esperto in sicurezza. Parla con un’altra tipa di human errors, e cita il naufragio della Costa Concordia, frutto a suo avviso della cultura italiana del pressapochismo e della sottovalutazione sistematica dei rischi, dovuta a suo dire alla cultura del machismo imperante in Italia. Insomma, sembra che questo “esperto” proprio non rieasca a togliersi dalla testa il classico stereotipo che identifica l’italiano come un terruncello in canotta e occhiale a specchio, capelllo nero impomatato, vespa senza casco mentre cerca di abbordare ad alta voce le tipe che passano per strada.

Io a sentire quelle frasi mi sarei quasi quasi intromesso, ricordandogli magari che dopo il Giappone l’Italia ha la seconda rete ferroviaria piu’ sicura al mondo (sebbene sgangerata). O magari ricordandogli che uno dei market leader nella produzione di elicotteri e’ italiano, e se vendiamo gli elicotteri in giro per il mondo magari di sicurezza qualcosa ne sappiamo anche noi. O magari avrei potuto buttarla in rissa, dal basso della mia italianita’ di buono a nulla, chiedendogli quand’e’ che una macchina olandese ha vinto l’ultimo campionato di F1. Cosi’, tanto per sapere. O l’ultimo mondiale di rally, o mondiale motogp.

Invece mi sono morso la lingua e non ho risposto. Anche se sapeva che sentivo e sapevo che si aspettava una reazione, visto che parlava di fronte a un italiano che e’ la cosa piu’ lontana al mondo rispetto allo stereotipo che aveva presentato lui.

Non ho reagito perche’ in fondo, beh… ha ragione lui. Siamo cosi’, noi italiani. una parte di noi, di ognuno di noi, grande o piccola che sia, e’ cosi’. E’ vero: l’italiano che descrive lui esiste e si comporta esattamente cosi’. Ma allo stesso tempo, c’e’ anche l’italiano che e’ meccanico della ferrari, o ingegnere nella multinazionale. C’e’ l’italiano che sbaglia i congiuntivi, e contemporaneamente abbiamo l’azzeccagarbugli di professione. Abbiamo inventato il diritto e siamo la nazione sviluppata che infrange di piu’ la legge. Abbiamo inventato sia i mafiosi che i martiri di mafia. Abbiamo il nobile con la erre moscia che non ha mai lavorato un giorno in vita sua ridotto a vendersi i quadri di famiglia per ripagarsi i debiti, e il miliardario veneto con la quinta elementare che ci ficca la bestemmia una parola si e una no, lavora 87 ore la settimana solo di straordinario ed e’ andato in vacanza l’ultima volta nel 1982.

Abbiamo l’operaio siciliano che si fa un culo cosi’ per arrivare a fine mese e gli chiudono la fabbrica, e il dipendente pubblico lombardo che si fa timbrare il cartellino a scrocco dai colleghi ma poi vota lega perche’ secondo lui Roma e’ ladrona. Perche’ in Italia siamo cosi': genio e merda, Ferrari GTO e Fiat Duna sfornate dallo stesso gruppo, eccellenza e ignoranza, gente vestita di Armani che fuma sigarette di contrabbando, architettura divina e abusivismo terreno, l’Opera di Verdi e Gigi d’Alessio. Abbiamo una nazionale di calcio che tutti criticano (noi per primi) e che nessuno rispetta, ma le sue belle quattro coppe del mondo in bacheca ce le ha, e tutti noi sappiamo che non saranno certo le ultime che portiamo a casa. Gli olandesi sono sempre visti come quelli che fanno il bel calcio, mentre noi siamo i catenacciari… pero’ poi guarda caso la coppa l’alziamo noi, e loro sucano.

Siamo bravi a parlare, noi Italiani. Quello si. Abbiamo le caste e le lotte interne, i dibattiti in TV e i giornali di partito. E poi abbiamo l’omertà e il doppiopesismo, Lucio Dalla col funerale in chiesa solo perché non aveva mai rivelato di essere gay. La vita in Italia e’ un’eterna lotta tra il bene e il male, con bene e male che si scambiano le parti di continuo. Abbiamo milanisti di sinistra che maledicono le leggi ad personam ma tirano un sospiro di sollievo ogni volta che Berlusconi viene prescritto, perche’ sanno bene che il giorno in cui smette di staccare l’assegnino a fine anno il Milan finisce in B senza passare dal Via. Abbiamo Peppone e Don Camillo: un esercito di chiesaroli che pontifica contro l’uso del preservativo, ma poi quando gli capita vallo a sapere quante sono quelle che vanno ad abortire in segreto. Dall’altra parte la moltitudine degli atei e degli agnostici, e vallo a sapere quanti di questi sul letto di morte chiameranno il prete per dirgli che ci han ripensato, che in fondo si scherzava, che mi raccomando padre ci metta una buona parola per me.

E io che credevo di essere in una societa’ multiculturale, qui in Australia. Perche’ certo, qui ci sono i cinesi e gli indiani, gli italiani e i greci, gli aborigeni e gli ex-galeotti britannici. Tutti sotto le stesse regole, tutti piatti e uniformi come giapponesi che saltano la corda. Ma in Italia… ci sono gli italiani: piu’ multiculturali di cosi’! C’e’ la regola e il caos, l’eccellenza e il paraculo, il Trota e l’esercito dei cervelli in fuga, il Bravo e il Fortunato, Fantozzi e il visconte Cobram, Schettino con la moldava in cabina e la scialuppa pronta per fuggire mentre dall’altra parte abbiamo riempito e riempiamo il mondo di Viaggiatori con due palle cosi’. Il tamarro in scooter che abborda le tipe e il Montessori usato in ogni paese come metodo d’educazione.

Cosa c’e’ di piu’ multiculurale di questo? E cosa puoi dire a un olandese se non che ha ragione, che siamo cosi’, o che per lo meno lo e’ una delle nostre mille facce? Ma guai a toccarcela, questa faccia, perche’ se la perdessimo potremmo perfino rischiare di non essere piu’ noi, di perdere il nostro genio, la nostra imprevedibilita’, e magari trasformarci – vuoi mai! – in dei banali, freddi, perfetti, mediocri tedeschi qualunque.

L’enigma della porta chiusa

L’altro giorno vi ho introdotto il fatto che mi hanno prenotato nell’albergo delle puttane. In realta’ non e’ proprio cosi': si trattava di un semplice motel, ben tenuto ma abbastanza vecchiotto.

Il suddetto motel aveva tanto di terrazzo e balconata con vista su uno stranissimo ospedale privato (cosi’ diceva l’insegna, private hospital), semideserto e dove in tre giorni non e’ arrivata nessun’ambulanza. La prima sera dopo essere tornato in hotel ho avuto la bella idea di affacciarmi al terrazzo, e… mi sono chiuso fuori per sbaglio! Nel senso che ho chiuso la porta a vetri dietro di me, e questa e’ scattata.

Fortunatamente (per non so quale allineamento cosmico) avevo preso in mano il telefono prima di uscire, per cui sono andato nella pagina internet dell’albergo e ho chiamato la reception, chiedendo se gentilmente qualcuno mi veniva a liberare. Erano le 23:30 circa: immaginate la scena di questo hotel pieno di luci spente e terrazzini, con un imbecille in mutande chiuso fuori al settimo piano.

Ma non e’ finita qui, purtroppo. Mentre aspetto che il tipo della reception salga su al settimo piano ad aprirmi, butto l’occhio sulla porta della camera e… mi rendo conto che l’ho chiusa da dentro con la catena! Mi viene nell’ordine: faccia da urlo di Munch, sudori freddi, disperazione, voglia di buttarmi di sotto.

Nel frattempo il tipo della reception fa 1-2-3-4-5-6-7 piani in ascensore, arriva alla mia camera, fa per aprire la porta e… bam! Non si apre che di un paio di centimetri, perche’ ovviamente c’e’ il catenaccio chiuso. Il tipo prova un paio di volte, fa per infilare due dita nella fessura aperta, ma poi rinuncia.

Dopo cinque minuti chiamo di nuovo la reception. Il tipo e’ sceso e mi rassicura: no worries, adesso vengo su a liberarti, sono sceso a prendere un arnese. Io a quel punto penso che certo, ovviamente in albergo devono avere un attrezzo per aprire le catene chiudiporta. Tipo metti che uno si senta male o muoia dentro la stanza con la catenella chiusa…

….Ma anche no. Dopo 10 minuti il tipo si ripresenta e ci riprova, ma altro che attrezzo e attrezzo! Questa volta si e’ portato dietro nientepopodimeno che un cacciavite e un coltello da cucina. I tentativi di sgangiare l’arnese si rivelano del tutto vani, e io sono li’ che gia’ mi pregusto una notte all’aperto sul balcone, quand’ecco che (dopo innumerevoli prove) finalmente riesce a sganciare la sicura. E’ l’una di notte quando mi libera.

Sarebbe stato divertente scoprire cosa avrei fatto se non avessi avuto con me uno smartphone per cercare il numero dell’hotel dal terrazzo, o ancora peggio se fossi stato senza telefono. Mettermi a urlare HELP! HELP! nel pieno della notte sarebbe stato l’over-the-top del ridicolo.

Non che io non sia diventato lo stesso lo zimbello dell’albergo, eh. I miei colleghi per due giorni hanno raccontato ‘sta storia a tutti, taxisti compresi. Clienti compresi. Altri colleghi compresi. Camerieri dei ristoranti compresi.

Ecco una foto della porta con catenaccio scardinato (non si vede bene, sorry). Sono o non sono il Re dei Pirla?

Wordaholic e le amicizie a sfumare

C’e’ stato il (lunghissimo) tempo in cui ero un wordaholic. Un tempo in cui scrivevo lettere, che poi con l’evoluzione della tecnologia sono diventate e-mail. Il tempo in cui mi tenevo in contatto con amici e amiche varie. Scrivevo, chiamavo, coltivavo amicizie e parole.

Ora scrivo per lavoro, per la maggior parte del mio tempo. Buona parte del mio lavoro e’ scrivere mail e tenermi in contatto con clienti e consulenti vari. Scrivo, chiamo, coltivo contatti e opportunita’.

Poi ad un certo punto della mia giornata torno a casa, e non c’ho proprio cazzi di scrivere e tenermi in contatto e coltivare amicizie e parole al vento. Spesso dimentico compleanni ed eventi, rispondo a monosillabi quando mi mandano la foto dei figli o delle vacanze. Alle volte rispondo con giorni di ritardo: cosa incredibile nel tempo che fu, nel tempo in cui ero un wordaholic.

Infatti molti dei vecchi amici sono scomparsi. Nonostante facebook che tutti unisce, nonostante io ogni tanto c’abbia pure provato. Con altri invece ci si sente a distanza di mesi, e ora va bene cosi’. Perche’ tanto torno una volta l’anno, e non ha senso star li’ a parlare del piu’ e del meno: meglio uscire il piu’ possibile quando sono in zona.

Si vede che alcune erano amicizie da niente, e altre erano amicizie a sfumare. E altre sono amicizie che si sviluppano in loco, che o ci sei o non ci sei, e se ci sei bene, se non ci sei ci si vede quando ci sei. E altra era gente che semplicemente me la tenevo attaccata, appunto, perche’ me la tenevo attaccata io.

La cosa bella di tutto cio’ pero’ e’ che per scrivere adesso mi pagano.

Il mio posto nel mondo

Parte 1 – il mio lavoro.

Spesso la gente mi chiede cosa faccio nella vita, e io rispondo “il consulente”, che vuol dire tutto e niente. E infatti la gente non capisce.

Iniziamo a spiegare mettendo i puntini sulle i: c’e’ consulente e consulente. Il consulente di solito viene identificato come una persona che lavora in proprio, mentre io lavoro in azienda. Il mio caso e’ un po’ un misto tra la figura del libero professionista e quella dell’impiegato d’azienda.

La cosa ha dei bei vantaggi: uno su tutti, ho la liberta’ del consulente, e contemporaneamente la sicurezza economica dell’impiegato. Per esempio, io non ho cartellini da timbrare, ne’ ho l’obbligo di stare in ufficio 8 ore al giorno. Pero’ prendo lo stipendio a fine mese come ogni dipendente. Se ho bisogno di andare da qualche parte per lavoro ci vado, mi prenoto hotel e aerei senza problemi e senza bisogno di autorizzazioni perche’ tanto poi la mia azienda carica le spese sui clienti. Nessuno mi controlla, nessuno mi dice cosa devo fare, pero’ allo stesso tempo se ho bisogno di qualcosa posso chiamare l’ufficio del personale, o l’assistenza informatica aziendale. Alcuni dei miei colleghi lavorano direttamente da casa, mentre io preferisco venire in ufficio per disciplina personale, perche’ so che a casa non farei una sega.

Ma come funziona, cos’e’ che faccio da mattina a sera? Dipende. Il mio lavoro di solito e’, come si dice, “80% billable“. Nel senso che per l’80% del mio tempo (per esempio, quattro giorni a settimana) devo lavorare per clienti. Clienti che l’azienda mi ha trovato, e che mi sono stati assegnati. (Ecco un’altra differenza tra me e il consulente che lavora in proprio: io ricevo il lavoro da altri, mentre il libero professionista se lo deve cercare da solo). Il restante giorno a settimana che avanza (in media) lo posso spendere a seconda delle necessita’ facendo aggiornamenti, training, e naturalmente col cosiddetto business development: ovvero, cercando di espandere il business. Quindi posso organizzare presentazioni, meeting, etc.

Ecco la spiegazione dei miei viaggi in Giappone. Il Giappone fa parte del 20% del mio tempo che devo dedicare alle presentazioni e alla ricerca di nuovi clienti. Ho proposto il Giappone, e l’azienda mi ha detto si. La cosa e’ molto interessante, perche’ ho una liberta’ d’azione notevole. E qui passiamo alla parte 2.

Parte 2 – Ho cambiato in meglio

Se potessi dare un voto alla mia vita lavorativa ai tempi del Giappone, da 1 a 10 gli darei un 3. Un 3 dovuto al fatto che ero sottoutilizzato in quanto non sapevano cosa farmi fare, sottoutilizzato perche’ ero ritenuto troppo giovane per fare certe cose (quello che faccio adesso a un giapponese in Giappone glielo fanno fare a 45 anni, e anche anche). Essendo sottoutilizzato ero sottopagato (secondo gli standard del mio valore “internazionale”, ovvero secondo quello che sarei stato pagato come espatriato in altre nazioni, tipo in Cina, o in Corea, o in America. In pratica mi pagavano come un giapponese della mia eta’, ma io – se permettete – valevo di piu’, perche’ nel mio curriculum avevo piu’ esperienze e piu’ skills del salaryman medio). Il voto assolutamente negativo e’ dovuto anche al fatto che le condizioni lavorative della mia vecchia azienda erano atroci: un minuto di ritardo la mattina mi costava mezza giornata di ferie, ogni pretesto era buono per sanzionare chi usciva dalle regole (le regole piu’ assurde, non sto qui ad elencarle ma credetemi sulla parola), lo straordinario era pagato a scaglioni di ore, le ferie erano 10 giorni l’anno, compresa malattia. Terribile per un emigrante che bene o male ha radici e famiglia in un altro continente. Se proprio devo trovare un pregio al mio lavoro in Giappone, e’ il fatto che avevo molto tempo libero (essendo sottoutilizzato), e potevo permettermi il lusso di scrivere post chilometrici su questo blog. E’ quello che mi manca adesso, purtroppo, e non ci posso far nulla. Io sono ancora io: solo, non ho piu’ il tempo materiale per mettere la mia vita su blog.

Se potessi dare un voto alla mia vita lavorativa attuale, gli darei un 9. Il dieci non lo do perche’ la perfezione non esiste, e poi perche’ bene o male ogni tanto qualcosa di noioso mi tocca farlo (tipo negli ultimi due giorni ho dovuto fare un audit della qualita’, e io odio la qualita’ in ogni sua forma).

Parte 3 – il mio posto nel mondo

L’altro giorno qualcuno ha scritto un commento che mi accusava di “elemosinare” viaggi in Giappone. Il fatto e’, come ho spiegato nella parte 1, che i miei viaggi in Giappone fanno parte delle mie attivita’ di business development. Volendo potrei andare in altri posti, ma avendo agganci e contatti a Tokyo la mia azienda e’ ben contenta di mandarmi li’, perche’ sa che io so come trattare con i giapponesi, conosco l’intricatissimo mercato ferroviario come pochi gaijin al mondo, parlo la lingua quel tanto che basta, e via di seguito.

Vedete, non e’ che elemosino. Come ho detto piu’ e piu’ volte, io ho fatto la mia scelta. Ho scelto di andarmene da un posto che mi dava pochissime soddisfazioni lavorative. Ho deciso di crescere una buona volta. Ora a Tokyo ci torno per lavoro: che male c’e’? Finche’ ho opportunita’ da sfruttare ci dovrei tornare magari due o tre volte l’anno. Viaggiando in business class, soggiornando negli hotel del centro, cenando nei ristoranti di lusso a spese non mie. In quei momenti avro’ l’opportunita’ di ritrarmi coi vecchi amici, di farmi la seratina a Roppongi o al mitico Hub di Shibuya, e poi ciao ragazzi alla prossima. A Tokyo, come ho scritto piu’ volte, ci tornerei a vivere solo in grande stile. Appartamenti da 30mq, orari assurdi e burocrazia folle: ho gia’ dato grazie. Se torno, voglio essere uno degli espatriati che vivono negli appartamenti di hiroo o di azabu a spese aziendali, voglio condizioni lavorative all’occidentale. Senno’ ci torno solo per viaggi di lavoro e vaffanculo.

Chiamatemi scemo. E la sapete una cosa? Appena mi riesce mi faccio spedire pure a Hong Kong, e a Shanghai, e a Singapore, e a Seoul, e a Bangkok. E naturalmente, perche’ no, se ci scappa, in Italia. E poi torno alla base, sotto il sole di Sydney. Altro che elemosina.

Livello due, triplo uhm

In breve, ecco la situazione odierna da queste parti del pianeta.

 

Prima di tutto: Piove, governo ladro. Speriamo butti in bello domani o dopodomani, cosi’ vado al mare.

Oggi ho tantissimo da fare, o forse no. Dipende da una telefonata di conferma che sto aspettando da un momento all’altro. Ma in ogni caso qui siamo in Australia: che ci sia da fare o no, alle 5 si torna a casa e comincia il weekend.

Ma forse non si torna a casa, perche’ alle quattro ho una presentazione con un’azienda giappa qui in ufficio da noi. E forse dopo si esce a bere tutti insieme.

Naturalmente lo scopo ufficiale di questa presentazione e’ una collaborazione tra noi e loro. Il mio scopo personale invece e’ quello di strappare una contro-presentazione a Tokyo. E questo sara’ l’ostacolo numero 1. Uhm.

Il livello 2 invece sara’ quello di spiegare al diretur perche’ mai dovrebbe ri-spendere questi quindicimila euri per rimandarmi una settimana in Giappone, quando invece potrebbe spenderne due o tremila mandando per un paio di giorni il mio analogo coreano che vive a Seul, a un paio d’ore di volo da li’. Perfino dal mio punto di vista, se fossi il diretur in Giappone non mi ci manderei. Doppio uhm.

Occorre inventare una strategia vincente, un piano d’attacco. Triplo uhm.

Risposta ai commenti di ieri

E’ una cosa che non faccio mai, ma visti i tanti spunti, oggi ho deciso che rispondo ai commenti via post, cosi’ faccio prima ed e’ tutto piu’ visibile.

A S che mi chiedeva se non devo rendere conto a nessuno. Non e’ vero, bisogna sempre rendere conto a qualcuno. L’importante e’ circondarsi di persone che ti capiscono e che possibilmente siano simili a te.

A Fabiusli, grazie per il bel commento. Su una cosa non sono d’accordo: hai scritto che la noia patologica porta anche solitudine. Semmai e’ il contrario. Io credo che ci siano due modi per rispondere a certi stimoli: uno e’ cadere nella depressione, e l’altro e’ andarsi a prendere il mondo. E quando uno viaggia, credimi, incontra tantissimi Viaggiatori come lui. Non importa chi siano e da dove provengano. In Giappone uscivo coi Viaggiatori piu’ disparati: un americano ex soldato che ora fa l’attore, un francese di Nizza, cameriere, che e’ passato dai 5000 euro al mese di Montecarlo al condividere la stanza con una cilena, perennemente al verde. Un filippino mandato in Giappone da sua madre dopo una rissa a scuola. Un rumeno con la famiglia che vive in Italia. Una cinese alla seconda laurea. Una giapponese perennemente in viaggio che lavora in nero pur di avere abbastanza ferie per girare. Eccetera, eccetera.
Con questo voglio dire due cose. La prima: gli italiani che vanno all’estero e pigliano i loro simili (italiani che escono con italiani, colletti bianchi che escono con colletti bianchi, ecc.) non sono viaggiatori. Conosco tantissimi italiani in Giappone come in Australia che si sono creati la loro piccola “casetta” all’estero – quello non e’ certo “stay foolish”: quello e’ andare a vivere all’estero, full stop. Quelli sono andati via per i motivi piu’ disparati (soldi, lavoro, amore), non certo perche’ dovevano. Quelli se gli dai un bel lavoro e 5000 euro al mese tornano in Italia domani (io no).

Quindi: non certo solitudine, al contrario. Sono nato e cresciuto con amici d’infanzia che sono gente splendida, che amo e con cui sono costantemente in contatto: mi conoscono alla perfezione, ne abbiamo passate tantissime insieme… ma non sono come me. Per trovare i miei simili ho dovuto viaggiare.

A Ivan: Per stare in Giappone sei mesi sono entrato due volte nel paese con visti turistici da tre mesi, e fatto due livelli della ARC Academy a Shibuya, da tre mesi ciascuno. Vivendo a Brisbane, sono partito il 29 Settembre 2008, con un biglietto andata e ritorno Australia-Italia con la JAL, con stop-over di tre mesi a Tokyo sia all’andata che al ritorno. Ho fatto 29/09 – 22/12 a Tokyo, poi Italia fino al 12/01/2009, e poi Giappone fino al 12/04. Le prime tre settimane ho vissuto in un ryokan economico, poi ho trovato casa in condivisione con due giappi, pagavo 70,000 yen al mese (ma si puo’ trovare a meno). I due corsi a scuola mi sono costati intorno ai 1200 euro a corso, mi par di ricordare. Uscivo praticamente tutte le sere con i compagni di scuola e amici vari che mi sono fatto nel frattempo, e ho fatto un paio di viaggetti interni in Giappone.
In totale, compresi voli e scuola, credo di aver speso qualcosa piu’ di 15000 euro. E’ difficile da dire perche’ all’epoca c’e’ stato il crollo della valuta a causa della crisi economica e lo yen era diventato fortissimo (ad esempio, ricordo che la seconda rata della scuola costava uguale in yen, ma io ho pagato la prima volta 1700 dollari, la seconda 2300! – questo perche’ il dollaro australiano all’epoca era andato a rotoli).
Bisogna comunque dire che io lavoravo e prendevo bene, per cui non mi sono fatto mancare piu’ o meno nulla durante quei sei mesi.
Esauriente come risposta?

Il backpacker in giacca e cravatta

Diceva Schopenhauer che la vita’ e’ come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Diceva albino, invece, che La vita e’ come un rotolo di carta igienica. Ma se vogliamo tirare le somme, cari lettori, si puo’ dire anche che la vita di albino e’ come un pendolo che oscilla tra la vita spericolata e la pianificazione malata.

Nel post di ieri abbiamo raccontato fino ai primi 2008. A quel tempo vivevo a Brisbane, ero innamorato perso di una che viveva a Tokyo (e che non mi cagava, ndA), ero tornato da poco dalla mia esperienza lavorativa nell’outback australiano, e non avevo particolari stimoli. E ci sono ricaduto di nuovo, nel tunnel della pianificazione intendo.

A quell’epoca cercavo lavoro in Giappone. Un po’ per la tipa, un po’ perche’ mi ero rotto i coglioni di Brisbane, un po’ perche’ vedevo che in azienda da me venivano premiati piu’ o meno solo i leccaculo incapaci (azienda italiana, manco a dirlo)… ma soprattutto perche’ ero andato in vacanza in Giappone ed ero tornato indietro follemente innamorato della Metropoli Tentacolare.

Se voi voleste andare a vivere in Giappone, che fareste? Vi dico cosa ho fatto io: dopo analisi fredda e ingegneristica (ho intersecato le mie aspettative lavorative, il mio curriculum e la mia scarsa conoscenza del giapponese, piu’ sei-nove mesi di tentativi di ricerca di colloquio andati a vuoto) ho concluso che non avevo la mimissima possibilita’. Quindi mi sono inventato la storia dell’orso e ho chiesto sei mesi di aspettativa non pagata al lavoro. Ho comprato un biglietto aereo, mi sono iscritto ad una scuola di giapponese a Shibuya… e sono partito. (Tra la decisione, l’ottenimento dell’aspettativa e l’acquisto di scuola e biglietto sono passati credo tre o quattro giorni, non di piu’).

Ora, cari lettori. Facciamo rewind e guardiamo di nuovo l’evolversi della cosa. In Italia ho fatto ingegneria (Pianificazione), poi ho vissuto anni fregandomene del futuro (Vita Spericolata), ma ho trovato lavoro nel settore pubblico (Pianificazione), poi sono partito per l’Australia (Vita Spericolata), e ho iniziato a pensare alla mia carriera (Pianificazione), con un processo che mi ha portato ad accettare sette mesi di trasferta nel deserto australiano (Vita Spericolata), per poi tornare e studiare la mia dipartita per il Giappone (Pianificazione). A quel punto il mio processo di pianificazione ha deliberato che in Giappone non ci sarei potuto andare neanche nel mondo dei sogni… cosi’ ho mandato a fanculo la pianificazione, ho preso e sono partito lo stesso: ed eccola di ritorno, la (Vita Spericolata).

A quel punto sono iniziati i miei sei mesi da studente a Tokyo, nei quali il pendolo e’ sempre stato nella zona della Vita Spericolata. In quel periodo mi sono divertito tantissimo, ho conosciuto gente fantastica con cui sono in contatto ancora adesso. E poi, dal nulla, mandando CV a caso, mi e’ arrivata una richiesta di colloquio. Ho trovato lavoro per caso, due giorni prima di tornare in Australia, cercandolo a tempo perso e un po’ a caso, primo ingegnere straniero assunto da un’azienda di segnalamento ferroviario giapponese (primo, ho sempre detto, perche’ a nessun ingegnere ferroviario probabilmente e’ mai venuta l’idea malata di mollare tutto e partire per il Giappone a imparare la lingua, per poi cercare lavoro in un settore totalmente privo di stranieri).

Quando il mio periodo di studente di giapponese in aspettativa e’ finito (siamo nell’Aprile del 2009), sono ritornato in Australia e ho ricominciato a pianificare: tra le altre cose dovevo ottenere il visto da permanent resident australiano, e poi dovevo preparare il trasloco per il Giappone (vendere mobili, organizzare un po’ tutto insomma). Alla fine sono partito (ottobre 2009) per Tokyo, ho iniziato a vivere li’, e sono iniziati due anni Giapponesi in cui tutto e’ stato un oscillare tra noia e divertimento, conquiste e follie (in Giappone si oscilla di piu’, questo e’ sicuro, e perdere la direzione e’ un attimo).

Ed ecco che siamo arrivati alla famosa Illuminazione Siddharthiana che mi e’ venuta l’altra notte. Tirando le somme del passato mi sono reso conto che ho la tendenza naturale a pianificare e a “sedermi”, e che questa tendenza mi porta a diventare insoddisfatto. A quel punto, la pianificazione malata diventa pianificazione positiva: cerco di uscire da situazioni di stallo usando la testa. Quando ci riesco resto nello stato di “pianificazione” e tendo a fare conquiste ma a rimanere o a ritornare molto velocemente insoddisfatto.

E’ quando l’insoddisfazione raggiunge un certo limite che “faccio follie”. Chi mi conosce lo sa: sono un raro caso di ingegnere imprevedibile, di persona quadrata fuori ma impazzita dentro, cotone fuori lana sulla pelle, un backpacker in giacca e cravatta. Uno che non si tufferebbe mai da una scogliera per paura di farsi male, ma che adora andare venti metri sott’acqua con bombole e maschera: come a dire che mi piace l’avventura, non il pericolo. Io che non ho paura di fare scelte azzardate quando non c’e’ hazard (e infatti lavoro principalmente nel settore della sicurezza).

Chiudiamo il cerchio. Quando faccio la follia di turno, passo dallo stato di pianificazione a quello di vita spericolata. Questo mi regala di solito un sei-dodici mesi di divertimento atroce, amicizie intense, amori folli, conquiste lavorative. Ma la mia tendenza naturale e’ quella di pianificare e annoiarmi, come un ciclo stagionale primavera-estate-autunno-inverno. Naturale come il mio colpo di follia, tendo a ritornare naturalmente alla quotidianita’ che in fondo mi piace (a piccole dosi), fino a quando non mi rompo nuovamente le palle e tiro fuori qualcosa di nuovo dal cilindro.

Quando nel 2005 sono partito per l’Australia, la mia ex dell’epoca mi ha profetizzato una vita da insoddisfatto cronico. Non e’ stato cosi’: anzi, sarei stato insoddisfatto se fossi rimasto (con lei). Invece e’ proprio partendo che sono riuscito a capire e ad accettare la mia natura di annoiato patologico. Una natura che combatto senza problemi e con nonchalance perche’ so di essere libero di dare una scossa al pendolo, quando voglio vivere una nuova avventura e uscire dalla quotidianita’. (E questo in fondo e’ un concetto molto semplice che entra in testa a pochissimi: lo vogliamo capire o no che gli unici limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi?)

Questa credo sia stata l’illuminazione che mi ha regalato Tokyo nel mio recente viaggio. Ho capito che sono libero, e che sono venuto in Australia perche’ ora e’ il periodo di pianificazione, di carriera e di vita tranquilla. Ma quando arriva il momento della follia e della vita spericolata, cari lettori, lo leggerete tra queste pagine. E state certi che arriva.

Oh se arriva.

Racist mind

In diretta dalla Sakura Lounge dell’aeroporto di Narita, mi hanno appena fatto girare le palle. Tutti, in concerto.

Dovete sapere che io provo un certo fastidio per l’aeroporto di Tokyo, perche’ qui parlano tutti inglese, e si rivolgono a me in inglese.

Prima eravamo in 20 in autobus, io e 19 giappi. Controllo passaporto: il poliziotto dice 19 arigatou gozaimasu e un thank you very much. E riceve 19 inchini e un “va’ a mangiarte na merda” dissimulato da un sorriso.

Check-in, controllo passaporti, security, ingresso alla lounge, duty free. Tutta la stessa solfa: mi accolgono in inglese, rispondo in giapponese, mi rispondono in giapponese. Ma anche quando saluto io per primo in giapponese, loro vedono la mia faccia gaijin e proprio non ci riescono a salutarmi in giappo. E’ piu’ forte di loro: la prima frase, anche in quei casi, e’ sempre in inglese.

E io sta cosa, non ci posso far niente ma mi manda in bestia proprio. La trovo di un razzista schifoso. Mi sento trattato come un diverso solo perche’ ho la faccia diversa, come uno che non parla giapponese solo perche’ non e’ giapponese. Perche’ se saluti in maniera diversa a seconda della persona che ti si para davanti significa che stai dividendo tra giapponesi e gaijin, in primo luogo. Tra cliente e cliente. Tra お客様 e turista straniero. 

Ma la cosa che mi urta di piu’ e’ che mi sento trattato come uno stupido: perche’ anche uno che non parla giapponese sa benissimo cosa vuol dire konnichi wa, cosa vuol dire uno stronzo arigatou. Sono parole come “ciao”: non serve essere fluenti in italiano per saperle. Ma quando mi sento dire questi sankyu beri much in inglese con giusto quel filino di accento giappo, mi sento come se di fronte a me ci fosse uno che non mi reputa neanche adatto a capire un semplice arigatou. Vuol dire che quella persona sta pensando che il suo inglese sia superiore al mio giappo (tsk). 

E poi questa cosa che siccome sei uno sporco gaijin allora PER DEFINIZIONE devi parlare inglese, mi manda fuori di testa. Peggio dei peggiori leghisti che etichettano tutti gli asiatici come cinesi, stessa cosa: noi siamo tutti americani forse? Crediateci o no, e’ tutto il pomeriggio che quando mi parlano in inglese rispondo:  すみません、イタリア人ですから英語が分かりません。(chiedo scusa ma sono italiano: non parlo inglese).

Perche’ se proprio vuoi discriminarmi, almeno fallo usando la mia lingua madre, stronzo/a!

La brioche di traverso

Che bello la mattina, quando nell’altro lato del pianeta apri il Sydney Morning Herald pensando di farti i cazzi loro, e scopri invece che loro si divertono un mondo a farsi i tuoi.

Benvenuti nella mia casa aussie

Con ieri si e’ conclusa un’altra tappa importante di questo estenuante trasloco iniziato il 25 giugno (ma anche prima), quando un paio di filippini si sono presentati alla mia porta e mi hanno svuotato la casa alla velocita’ della luce. No, a ben pensarci il trasloco e’ cominciato circa un mese prima, quando sono venuti a farmi l’ispezione della casa giapponese (“casa” e’ una parola grossa, non so se ricordate che vivevo in 35mq di perfetta gestione giapponese degli spazi. Tipo Renato Pozzetto nel Ragazzo di campagna, taaaak!).

E fu cosi’ che dopo milioni di telefonate ed email, vendita degli elettrodomestici e impacchettamenti vari, il 25 mi hanno svuotato la casa, e un paio di giorni dopo me ne sono andato da Tokyo. Una volta arrivato qui a Sydney, come da accordi con la nuova azienda, ho avuto a disposizione per un mese un’auto da tamarro a noleggio e un superattico fronte grattacielo della citibank . Il mese e’ scaduto ieri, e con esso la mia vita da “accampato” in attesa di trovar casa. Sabato infatti mi hanno dato le chiavi del nuovo appartamento che ho preso in affitto, e ieri sono andato a restituire la tamarromobile e a ritirare la corolla bianca che mi sono comprato. Lo so, a sentirlo dire “Corolla bianca” fa tanto auto delle suore, ma a vederla non e’ per niente male, con specchietti in tinta e tutto il resto. Sempre meglio di quella di prima comunque.

Ora vivo in uno stabile di quattro appartamenti in stile finto-coloniale. Credo che l’edificio risalga agli anni 50 forse. Vecchio ma ristrutturato, di quegli appartamenti che da fuori sembrano cosi’ cosi’, ma una volta dentro con l’arredamento giusto fanno la loro porca figura. Io occupo uno dei due appartamenti al primo piano; i due al piano terra hanno un giardinetto, mentre di sopra non abbiamo niente, neanche un misero balcone. Ma per miseri 2000 euro al mese, questo ci si puo’ permettere a Sydney.

Come la maggior parte delle case in Australia, a parte cucina e bagno tutto e’ tappezzato di moquette. Gli inglesi amano la moquette, sapete com’e’, e tirate le somme cosa sono gli australiani se non degli inglesi in vacanza al mare? Solo che la moquette forse si puo’ capire nella tristezza di Manchester o Derby, dove c’e’ nebbia grigio e freddo anche in agosto… ecco, magari un po’ meno a Cairns dove anche in pieno inverno la temperatura tocca i trenta gradi. E vi assicuro che le case in riva all’oceano con la moquette piena di sabbia non sono belle da vedere. Io naturalmente mi unisco al coro dei connazionali italici che odiano la moquette: si macchia con niente, bisogna stare attenti a ogni passo ed e’ come camminare su colonie di germi visto che non e’ che puoi lavare la moquette con la varecchina (e logicamente gli aussie ci camminano sopra con le scarpe, altrimenti che gusto c’e’?). Poi ci sono due modi di pulire una moquette: o con l’aspirapolvere, o lavandola. Nel primo caso non pulisci ma spolveri, nel secondo ti tocca perdere una giornata per lavarla e star fuori di casa un’altra giornata in attesa che si asciughi. Ma vabbe’, qui se sei in affitto non hai praticamente scelta: o cosi’ o pomi’.

Nota a margine: quando entri in una casa di italoaustraliani la riconosci subito per due motivi: a terra non c’e’ la moquette (forse solo in camera) ma le care vecchie piastrelle, o legno. E in bagno c’e’ il bidet, importato dall’Italia, perche’ scusate tanto ma a noi italiani dopo aver cagato ci piace lavarci il cül. E vorrei tanto chiedere a Borghezio se questa la prende o no come una prova inconfutabile dell’unita’ nazionale.
Nota a margine numero due: la mia moquette e’ tinta crema, chiarissima, si macchia solo a guardarla. E’ un mondo difficile, lo so.

Andando avanti con la descrizione della casa, immaginate soffitti alti, finestre a ghigliottina in puro stile anglosassone, con degli intelligentissimi balconi bianchi che si aprono verso l’interno(!), che non sono poi cosi’ male a ben guardarli. Due camere da letto, una grande e una piu’ piccolina per gli ospiti dove mettero’ il letto giapponese appena mi arriva, tavola da stiro, scrivania. Poi c’e’ un salotto abbastanza spazioso, che al momento e’ vuoto in quanto non ho ne’ tv ne’ tantomeno il divano, e la cucina che e’ praticamente quasi seminuova.

Per quel che riguarda l’arredamento, al momento la casa consta di una cucina quasi completamente funzionante ma senza tavolo (in arrivo dal Giappone), un salotto totalmente vuoto, un corridoio lunghissimo e stretto che di notte sembra il set di un film dell’orrore, una camera da letto con un letto e un armadio a muro, una camera per gli ospiti piena di casino, scatoloni e cianfrusaglie, un bagno con lavatrice. FINALMENTE, e lo scrivo in maiuscolo, finalmente dicevo ho potuto comprare una minchia di lavatrice a caricamento frontale e dotata di temperatura. Perche’ non so se sapete, ma in Giappone le lavatrici (a parte rare e costosissime eccezioni) sono a caricamento dall’alto (che e’ una merda, spreca un casino d’acqua e quando tiri fuori la roba ha un aspetto decisamente maltrattato), e soprattutto non hanno la temperatura. Avete capito bene: in Giappone si lava solo con l’acqua fredda. Come ebbi a dire non molto tempo fa, pure in Burundi hanno lavatrici meglio dei giappi. Tsk.

Anzi, gia’ che ci sono allego un paio di foto esplicative, che non e’ che dicano molto ma vabbe’. Per quel che riguarda il vicinato e l’ambiente circostante credo valga la pena di scrivere un post a parte, perche’ a Sydney sembra di stare in mezzo a una giungla pluviale anche a un chilometro dal centro. Agli australiani piace il verde, secondo me un po’ troppo, cosi’ come le hanno pensate loro le citta’ fanno molto pianeta delle scimmie, avete presente tipo in quei film di fantascienza nei quali nel futuro l’umanita’ scompare e la natura riprende possesso del pianeta. E tutto sto verde si paga comunque in termini di spazi, infrastrutture e trasporti. Ma vedrete al piu’ presto coi vostri occhi.

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