Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: Generalizzando senza cognizione di causa

Viaggio a Shanghai

Tanto per ricordare ai lettori che ultimamente sono un filino impegnato, vorrei sottolineare che sto scrivendo questo post in multitasking. Da seduto. Sulla tazza.

Come avete potuto notare a fine marzo sono andato a Tokyo per il mio viaggio mensile (il prossimo verso la meta’ di aprile, poi a inizio maggio dopo la golden week). Ovviamente non avendo i giappi la Pasqua, sono dovuto tornare sabato, fottendomi di conseguenza il venerdi di festa (Good Friday (=venerdi santo) e’ festa nazionale nei paesi anglosassoni, e di riflesso anche in alcune ex-colonie britanniche tipo Hong Kong) e naturalmente il sabato.

La cosa da ridere e’ che il lunedi di pasquetta (= altra festa nazionale) dovevo essere a Shanghai per un corso (training vendite ultra-avanzato, ovvero tecniche e strategie per vendere ghiaccio agli eschimesi). Morale: ho volato la domenica, percio’ di questo weekend lungo di Pasqua sono stato libero e a casa per circa una decina d’ore.

Tokyo e’ stata… beh, come al solito. Lavoro, izakaya con gli amici, fiori di ciliegio, pulizia & ordine ovunque, mezza stagione, allergia al スギ di merda, riunioni con salaryman che non capiscono una tega, albergo fighissimo in solitudine tipo lost in translation (a parte che conosco la lingua, ma l’atmosfera di solitudine a volte a Tokyo e’ proprio come quella del film).

Vorrei pero’ parlare un attimo di Shanghai. E’ stata la mia prima volta in Cina (terraferma Cina – ero stato a Taiwan e naturalmente vivo a HK, ma nella Cina comunista non c’ero mai stato. Poi dire che HK e’ Cina e’ come dire che Montecarlo e’ Francia, o che Singapore e’ Malesia).

Shanghai, devo dire, me l’aspettavo diversa. Piu’ sgarruppata, tanto per cominciare. Piu’… cinese.

Punti positivi: il centro e’ pulito, ordinato, senza poi tutto questo traffico. E’ pieno di posti interessanti, la metro e’ fighissima (ma d’altronde e’ quasi tutta certificata dalla mia azienda, ghghgh), ristoranti ottimi a prezzi convenienti, piena di vita. Niente male. Inoltre l’impressione generale e’ che il posto sia vivo, vibrante. La senti l’economia che tira, quasi fosse palpabile. Senti odore di opportunita’, un feeling positivo. Come se fosse li’ che succedono le cose, che si fanno le esperienze, (e perche’ no?) i soldi. Senti che a far carriera – in qualche modo – a Shanghai magari si potrebbe far prima.

Punti negativi /1: in centro c’e’ una troia ogni 5 metri e ti ferma un magnaccia ogni 4 passi. (passo – passo – passo – “do you want sexy massage?” – passo – passo – passo – “do you want sexy lady?” – passo – passo – passo – eccetera…).

2. L’acqua e’ non solo imbevibile, ma addirittura tossica credo. Dopo la doccia ti senti la pelle che “tira”. Il mio hotel mi dava 2 bottiglie d’acqua al giorno e in bagno c’era la scritta “usa l’acqua in bottiglia anche per lavarti i denti”.

3. Sono tornato da 4 giorni e ancora mi bruciano gli occhi. Quanto cazzo inquinata e’ l’aria?

4 (soprattutto). Credo ci siano due modi di “vivere” in Asia, a seconda del posto dove vivi. C’e’ il vivere sereno dei posti ultrasicuri dove la gente e’ fondamentalmente “onesta”, ricca o povera che sia. I posti dove giri per la strada senza il pensiero che qualcuno potrebbe sfilarti il portafogli (Giappone, Sudcorea, Hong Kong, Singapore, Malesia se vogliamo, Taiwan, ecc.). E poi ci sono i posti dove sei sei da solo di notte in citta’ ti guardi le spalle, perche’ non sai chi potresti avere dietro. Tipo Manila, o tipo… beh, Shanghai. Questa almeno e’ l’impressione che ha dato a me.

Aggiungo qualche foto tanto per.

L’ultimo dei romantici (appiedati)

Lo Stereotipo ci insegna che agli italiani piacciono i motori. Non per nulla le piu’ belle auto e moto del mondo le abbiamo inventate noi. Non per nulla la mejo immagine dell’Italia che esportiamo nel mondo da un cinquantennio sono Gregory Peck e Audrey Hepburn in vespa a zonzo per Roma.

L’altra faccia della medaglia pero’ ci dice anche che gli italiani degli anni 2000 passano una bella fetta della loro esistenza nel traffico a bestemmiarsi l’un l’altro. Per ore, e ore, e ore, ogni santo giorno. Alle italiane degli anni 2000 piace portare i bambini davanti al cancello della scuola, in pigiama col SUV. All’italiano/a lavoratore/trice degli anni 2000 piace alzarsi dal letto la mattina, sedersi in macchina, star seduto una giornata intera in ufficio, per poi ri-sedersi in macchina e tornare a casa. E poi magari pagare 100 euro al mese di palestra, per far moto.

Questo perche’ siamo un po’ allergici ai mezzi pubblici, diciamolo, e ci stiamo anche un po’ tutti sul cazzo a vicenda. Sia mai che saliamo in bus e ci tocchi (congiuntivo, ragioniere!) sorbirci, che ne so, studenti che fanno casino. O ancora peggio magari ritrovarsi a tu per tu con una col velo, o a uno zingaro scippatore. O di dover pagare il biglietto (i 50 euro di benza invece sono gia’ in budget, quindi non sembra neanche di spenderli… fateci caso). E poi a noi italiani ci piace l’igiene, e i sedili dei mezzi pubblici sono lerci, strappati, scritti di uniposca, con le gomme americane e le caccole appiccicate sopra.

Questo e’ lo Stereotipo, ok. Ma come stanno le cose in realta’? E’ vero quasi quasi il contrario: a nessuno piace sedersi nel traffico per ore. Le mamme che scarrozzano i bimbi a scuola ne farebbero volentieri a meno, come ne facevano a meno le genitrici della loro (nostra) generazione. Ma metti che i bimbi capitino fra le grinfie di un pedofilo (figura che, si sa, negli anni 80 non esisteva), o che vengano rapiti dallo zingaro di cui sopra. Il fatto, dico io, e’ che tra gli italiani e i mezzi pubblici c’e’ un rapporto di malsopportazione. Avere a che fare col proprio prossimo proprio non ci va. Salire su carri bestiame sporchi e mal tenuti proprio non ci va. Gestire al meglio i mezzi pubblici, sia dal punto di vista dell’utente che dell’operatore, e’ un concetto a noi estraneo.

Morale: da anni le notizie sembrano assomigliarsi tutte. La Fiat in crisi, la Fiat che perde quote di mercato. Le assicurazioni automobilistiche alle stelle, il traffico che aumenta. I mezzi pubblici che fanno cagare, lo stato che sovvenziona enti in perdita cronica (il go-go-go-governo ha appena fatto trovare 400 milioni di euro di fondi pubblici all’ATAC di Roma sotto l’albero, se qualcuno non ci aveva fatto caso. Cosi’ sappiamo chi sara’ a organizzare il prossimo festino vestiti da maiali coi soldi di Pantalone). I parcheggi non sono mai abbastanza. Le polveri sottili, stranamente in aumento. E soprattutto: famiglie da 2000 euro al mese che mettono via un cazzo a fine mese ma hanno una o due auto, spendono centinaia di euro tra assicurazione, bollo, benzina, manutenzione. Tutto questo perche’ l’automobile serve, e’ necessaria, non si vive senza.

Le nuove linee di mezzi pubblici ai piu’ sembrano uno spreco di soldi. Ho un amico su facebook che ogni santo giorno fa la strada tra Mestre e Venezia in macchina (!) per accompagnare la morosa al lavoro (!!) e posta foto del ponte della Liberta’ intasato a causa dei lavori per il tram. Ripeto: invece di ringraziare che gli stanno costruendo un tram con cui la morosa potra’ andare al lavoro autonomamente (come se il treno non esistesse gia’, ma lasciamo perdere…), il tizio si lamenta perche’ il tram rallenta il traffico automobilistico. Se questa e’ la mentalita’, ringrazio il cielo di vivere all’estero.

Intendiamoci: se vivete in un paesino di 2000 abitanti in mezzo al nulla, ovvio che vi serve avere un’auto, se non altro per andare a fare le spese. Ma uno che vive a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino, a Bologna, a Firenze… in teoria non dovrebbe averne poi tutto questo bisogno, o no?

Ma cos’e’ il mercato dell’auto, in fondo. Un mercato basato sul motore a scoppio, ovvero una tecnologia vecchia di un secolo e rotti, alimentata da una fonte energetica non rinnovabile e destinata a scomparire. Vedo notizie allarmate sul mercato dell’auto in crollo, come se la vendita dell’auto fosse legata in maniera diretta e automatica al benessere delle persone, al benessere di un paese. Che poi e’ vero: oggigiorno Il benessere e la salute di un Paese, purtroppo, si misurano anche da quanti soldi la gente ha da sperperare in automobili.

Ma guardatela da un altro punto di vista, per una volta. Progresso e benessere si raggiungono davvero quando la gente puo’ permettersi di spendere soldi per chiudersi in solitudine dentro a un pezzo di latta? Ditemi che sono di parte, ma secondo me una civilta’ evoluta non e’ quella in cui anche i poveri possono permettersi un’auto, ma quella in cui anche i ricchi usano i mezzi pubblici.

Curiosando in giro – Wan Chai

Visto che a Hong Kong non ho ancora una casa, sono andato per lo meno a informarmi su dove si trovi il mio ufficio. Ebbene, si trova a Wan Chai, che se chiedete all’Internet sembra essere un po’ il quartiere a luci rosse della citta’… ma un quartiere un po’ strano, perche’ di giorno sembra trasformarsi magicamente in un discreto quartiere commerciale (perche’ mi ricorda Gotanda questa cosa?).

Insomma, per chi avesse dimestichezza della Metropoli Tentacolare, diciamo che mi trovero’ a lavorare in un misto tra Marunouchi e Yurakucho, che di notte sembra trasformarsi in un misto tra Shinjuku e Roppongi. Praticamente, saro’ casa e bottega.

Ma vediamo un po’ che foto ci mostra l’Internet. Dunque, ecco a voi:

Marunouchi. Anzi: Maru Chai (celo)

Yurakucho, particolarmente se pensiamo a ガード下 (celo)

Shinjuku… o meglio, Wan-juku (celo)

Roppon… chai (celo)

…E poi, per finire, qualcosa di completamente nuovo, che fa molto sud-est Asiatico.

(Gia’ mi piace, questo posto.)

Perche’ in fondo c’e’ giustizia a questo mondo

Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto che le aziende prendano ispirazione le une dalle altre, e l’ufficio brevetti americano e’ una presa per il culo alla ragione umana.

L’esagerazione americana e’ inconcepibile. Di piu': inaccettabile. E’ stupido che un’azienda possa brevettare una forma, un modo di muovere le dita, un marchio o un nome di uso comune o universale. Perche’ allora io vado all’ufficio brevetti e brevetto il fatto di sedersi davanti al PC, e da domani alla Apple il prossimo iphone lo programmano tutti stando in piedi. Che idiozia.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
E’ non solo giusto ma addirittura sacrosanto che Samsung sia stata condannata a pagare per aver copiato Apple. Che cazzo, uno perde anni a creare un’idea rivoluzionaria, e poi ti arriva il primo stronzo coreano che in tre mesi ti copia anni di Ricerca e Sviluppo e grazie a questo riesce ad essere piu’ economico di te e ti ruba fette di un mercato che tra l’altro hai creato tu! (e tutto questo tacendo del fatto che se non fosse per l’iphone probabilmente saremmo ancora qui a smanettare con le tastierine di plastica dei nokia…).

Ma non esiste proprio! Guardate le macchine coreane, le tv coreane, le lavatrici coreane: sembrano macchine a volte giapponesi, a volte tedesche, a volte… beh, ce n’e’ una qua in Australia che ha lo stesso i-den-ti-co culo della Giulietta. Ma si puo’?

D’altronde la differenza sostanziale tra un coreano e un cinese, e’ che il cinese di fronte all’evidenza ammette candidamente che i cinesi copiano, mentre quando parli coi coreani-dal-cervello-lavato, a sentirli sono loro che inventano e gli altri che copiano. Ben gli sta questa volta. In fondo, ricordiamolo, Apple non aveva niente contro il design di Samsung, a patto che Samsung “partecipasse delle spese di ricerca” pagando una licenza, ovvero un tot a telefonino venduto. Tanto per giocare ad armi pari. Un po’ come i produttori di automobili pagano la licenza per il tetto rigido retrattile che la Mercedes ha inventato per la SLK.

(Non per nulla, dopo essere stata copiata per anni dai coreani di Samsung e LG, Sony ha tagliato i fondi allo sviluppo delle nuove tecnologie AMOLED, dichiarando che e’ ora che i coreani prendano lo scettro della ricerca nel settore TV. Che e’ un po’ come dire: questa volta lo smazzo per inventare la nuova generazione di prodotti ve lo pagate voi, stronzi, e noi voi copiamo a suon di reverse engineering come fate voi da anni. Ovvero come i giappi stessi facevano negli anni sessanta con gli americani, tra parentesi – perche’ non tutti sanno che i coreani hanno copiato anche il modo di copiare).

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Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto quello che dice Zeman, ovvero che quando uno viene squalificato non dovrebbe allenare.
E’ giusto quello che dice Petrucci, ovvero che la gente in Italia dovrebbe imparare ad accettare le sentenze e commentare solo a sentenza definitiva.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
Mi piace che Conte, condannato senza uno straccio di prova, possa allenare durante la settimana e la domenica sedersi comodamente in tribuna VIP, e comandare la squadra via cellulare.
Perche’ ricordiamolo: se Conte fosse l’allenatore dell’Inter la sua posizione sarebbe stata archiviata gia’ dalla prima udienza.

Le due Europe (viste dall’Australia)

Nei miei svariati anni di vita in Australia ho collezionato una serie notevole di incontri e chiacchierate con emigranti o viaggiatori europei. Si va dal collega o cliente, alla gente con cui parli alle feste con un drink in mano, agli incontri piu’ disparati (perfino per strada).

Nei miei incontri ho notato che l’Europa centro-occidentale, se vogliamo, ha bene o male due anime: una latina (=Italia, Spagna, Portogallo, Francia e poco altro) e una “nordica” (Scandinavia, Germania e dintorni, UK e dintorni). Da questo lascio fuori Est Europa, Grecia, Turchia, stati ex-sovietici come Latvia, Bielorussia e tutti quei paesi la’.

Ci sono molte cose da dire su queste due “macro-culture”, o modi di vivere, ed e’ interessante vederle in azione in territorio piu’ o meno neutrale, qui all’estero. Ecco quindi un elenco di differenze e di diversi modi di vedere/vivere l’Australia – un elenco che per sua natura parte dalle mie esperienze personali, quindi generalizza e fa un po’ il riassunto di massima di quello che ho visto da queste parti. Onde per cui non cagatemi il c. con commenti tipo “non e’ vero ho conosciuto un tizio che non si comporta cosi’!“. Chiaro?

In Australia:

(1) I latini si lamentano in continuazione, i nordici no.
Ci sono cose che i latini non riescono a soffrire dell’Australia, e queste sono, nell’ordine: la mancanza di una cultura culinaria (a parte quelle importate), la mancanza di gusto nel vestire della gente, la mancanza di baretti all’aperto dove bere l’aperitivo, la mancanza di bar in spiaggia, il fatto che i negozi chiudono alle sei di sera, il fatto che le citta’ sono deserte durante la settimana e tutti escono solo nel weekend a ubriacarsi.

I nordici invece sembrano non farci caso. Non ho mai sentito un nordico lamentarsi di nulla di tutto cio’, mentre appena incontri un latino dopo due frasi inizia a dirti che qui i pomodori non sanno di niente, il formaggio e’ noioso, il pane una merda, la moda vecchia di due anni, eccetera.

(2) I nordici amano la rilassatezza dei costumi australiani, i latini la deridono.
Se incontri un australiano vestito da australiano, hai due possibilita': o e’ australiano, o e’ un nordico adattato. I nordici tendono a diventare australiani appena capiscono come vanno le cose.

I latini invece non riescono e non riusciranno mai ad adattarsi ad andare a far la spesa al supermercato a piedi scalzi, e infatti se vedi uno a piedi nudi al supermercato e uno dietro che lo guarda e ride o scuote la testa, sai per certo che quest’ultimo e’ o francese, o italiano, o spagnolo, o portoghese, o di culture/zone limitrofe (svizzero italofrancese, san marinese, ecc).

(3) I latini amano il rispetto delle regole che vige in Australia, i nordici lo ritengono stupido.
Su questo punto la situazione e’ un po’ variegata, perche’ alcuni latini tendono ad essere allergici alle regole, soprattutto quelle ferree e a volte stupide che trovi in Australia (tipo l’esagerata e spesso paradossale mania per la sicurezza, i confini prestabiliti per tutto, le regole naziste alla guida eccetera). Ciononostante, queste regole sembrano irritare molto di piu’ i nordici.

Il nordico medio dice: a casa mia le regole non sono cosi’ atroci e tutto funziona decentemente, quindi non c’e’ bisogno di essere cosi’ rompicoglioni. Il latino invece tende spesso a ripensare a casa sua dove non funziona un cazzo, e vede il sistema australia come un esempio da seguire.

Tipo, classico esempio: se c’e’ scritto che l’ufficio postale chiude alle 17:00 e ti entri in posta alle 17:01 con un pacco da spedire, ti indicano gentilmente la porta e ti dicono di tornare domani. In Italia magari tenderebbero ad essere un filino piu’ flessibili e cordiali, contravvenendo di fatto alla regola per farti un piacere. Eppero’ le poste in Australia funzionano e in Italia no: sara’ perche’ qui seguono le regole alla lettera?

(4) I latini preferiscono Melbourne a Sydney perche’ ha cultura, i nordici preferiscono Sydney a Melbourne perche’ ha la baia.
Non fraintendetemi: gusti sono gusti, e ci sono anche tanti latini che si lamentano atrocemente del clima di Melbourne. Ciononostante, Melbourne ha un amore per la cultura che non ha uguali in Australia, e i latini questo lo notano con piacere. I nordici no, sembra.

In sostanza, il colloquio con un latino di Sydney in linea di massima inizia con “Sydney non ha cultura” e finisce con “Melbourne e’ meglio; peccato abbia un clima di merda”. Il colloquio con un nordico di Sydney invece inizia con “Melbourne mi fa cagare” e finisce con “A Melbourne mai e poi mai”. Con buona pace dei barettini fighissimi di Melbourne, degli open di tennis, della F1 eccetera.

(5) Quando incontri un latino questo ti parla sempre di casa sua e del suo paese, e non vede l’ora di ritornarci. I nordici invece non ne parlano quasi mai.
E vorrei ben vedere. Italia, Francia, Spagna: sole mare buon vino e bella vita. Quando parli con un tedesco di che minchia vuoi che ti parli con nostalgia: della porta di Brandeburgo?

Eppero’. Dall’altra parte, non so chi di voi l’abbia notato, ma i nordici tendono ad essere piu’ nazionalisti. I latini che lasciano i loro paesi si lamentano costantemente della loro terra d’origine (gli spagnoli della mancanza di lavoro, i francesi della puzza sotto il naso dei loro connazionali, gli italiani del sistema-Italia allo sfascio – ma che sia per questo che se ne sono andati?) mentre se parli con un olandese o con un norvegese, ai loro occhi casa loro e’ la terra perfetta. Perfino i giappi o i coreani trovano difetti nei loro paesi d’origine, ma a mia memoria non ho mai sentito un nordico criticare una cosa di casa sua. A parte i britannici devo dire, i quali comunque guardano la loro isoletta con occhio critico: ma trova un olandese che ammetta un difetto nel suo paese se ne sei capace.

Al punto che mi e’ capitato piu’ volte di chiedermi se esista una qual sorta di capacita’ critica nei nordici, o se sia vero come dicono che scelgono il posto dove vivere solo a seconda del clima.

Chiudo il post qui perche’ non ho tempo, ma ne avrei altre da raccontare. Continuate voi nei commenti se volete :-)

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu'; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

Crowdsourcing e cervelli in fuga

Leggevo questo articolo, sul crowdsourcing e sui cervelli in fuga. L’articolo dice che bisogna valorizzare l’immenso patrimonio perso, mettendo insieme le potenzialità delle migliaia di scienziati, ricercatori, innovatori italiani sparsi per il mondo, senza cercare di combattere una battaglia persa per farli ritornare a casa.

Battaglia persa, giusto. Parlo per me ad esempio, che se non torno a lavorare in Italia e’ per due ragioni fondamentali: la prima e’ che se tornassi in Italia adesso dovrebbero darmi in mano un ufficio con doppio ficus, poltrona in pelle umana, acquario dipendenti, ma soprattutto con responsabilità superiori rispetto a gente più vecchia e con più anni di esperienza di me (ma io l’esperienza me la sono fatta, se permettete, sul campo. Non e’ che un anno dietro a una scrivania a menarsi il ciccio valga come un anno a dirigere un progetto all’estero).

Il secondo motivo, poi, naturalmente, e’ che sono fuori mercato. Una famosissima ditta tedesca che comincia con Siem e finisce con ns qualche anno fa per una posizione a Roma mi ha offerto la bellezza di 1700 euro al mese (mi par di ricordare), dicendomi che “ingegnere, alla sua eta’ non possiamo pagarla più di così“. Ecco, manteniamo quella stessa cifra e trasformiamola in stipendio settimanale e possiamo cominciare a parlarne. Perché se mi arriva qualcosa di decente in Italia sono anche disposto a fare qualche sacrificio.

Ora il go-go-go-governo ci viene a dire, a noi emigranti studiati: eccoci qua, siamo arrivati, siamo i tecnici, non siamo più quella manica di incompetenti e Gasparri vari che c’erano prima. Noi sappiamo che non riusciamo a riportarti a casa. Bene, caro emigrante: resta li’, ma dacci una mano dall’estero.

Va bene. Io pero’ non e’ che ci abbia (thanks Aka) capito molto. Volete l’aiuto dei ricercatori in fuga, o anche di quelli che fanno parte del mondo dell’industria? No, perché a me pare che in Italia ci sia un problema legato alla ricerca, ma anche uno (e bello forte) nel settore della grande industria, dove la meritocrazia e’ azzerata e il livello di competitività nel mercato globale e’ praticamente nullo, fatte salve forse le aziende che esportano cibo, moda e design.

Senza offesa per i ricercatori sparsi per il pianeta e impegnati a scalare le gerarchie accademiche di mezzo mondo; ma quanti ingegneri trentacinquenni ci sono in Italia in grado di gestire gare internazionali multimilionarie in inglese perfetto con documentazione allegata? Quanta gente sa prendere in mano un sistema e andarlo a vendere agli indiani, ai giapponesi, ai cinesi, agli australiani?

Io me li ricordo nel 2009 quando in Australia sono atterrati gli italiani di quella famosa ditta di Finmeccanica. Me li ricordo con la loro scarpa perfetta, vestito perfetto, cravatta perfetta, tutto perfettamente fuori posto per il contesto. Me li ricordo in mezzo agli australiani in maniche corte e pantaloncini corti. Me li ricordo parlare in inglese con un accento spaventoso. Me li ricordo saper tutto loro senza sapere un cazzo dell’ambiente in cui erano entrati.

Ora pero’ arriva il governo, che mi mette a disposizione il crowdsourcing. Bello, ma io che me ne faccio? Mi date un bel forum su cui diffondere le mie conoscenze maturate all’estero? Ma vi pare che io abbia tempo da perdere?

Ma non e’ meglio, per chi come me e’ impegnato nel settore industriale, il ricorrere al buon vecchio sistema della lobby? Magari automatizzato, magari centralizzato. Così magari diamo una sponda amica e familiare a chi sta in Italia e cerca di esportare oltreoceano?

Cosicché magari la prossima volta che un gruppo industriale italiano manda gente in giro per il mondo evita di fare figure di merda?

Dubbi amletici da spiaggia

Leggevo da qualche parte (purtroppo non ricordo dove) una teoria/studio molto interessante che lega l’avversione al rischio al livello di educazione.

Questo studio dimostrerebbe come un maggior livello di istruzione porta una persona a ragionare in maniera più analitica, e questa nuova “forma mentis” tende a razionalizzare e quindi evitare i rischi.

Cosa significa questo in soldoni? Beh, innanzitutto che in teoria più uno studia e più ha la tendenza a cercare il “lavoro sicuro”, con meno rischi e meno sbattimenti. Dall’altra parte, sembra che un imprenditore tenda ad avere meno successo man mano che il suo livello di istruzione aumenta, in quanto sarebbe meno propenso a “mettersi in gioco”.

Nessuno di voi ha mai sentito parlare di questa cosa? Se si, scrivetemi un commento o una mail.

Più ci penso e più mi spiego come mai il livello medio d’istruzione dell’imprenditore veneto varia tra la quinta elementare e la terza media. Mi spiego come le nuove generazioni “più studiate” non siano in grado di performare come i genitori. Mi spiego come mai l’Italia di oggi sia così in crisi. Mi spiego come mai una volta ci si tirava su le maniche mentre oggi lo sport più in voga sembra sia quello di lamentarsi. (pure io, eh)

Dite che sia possibile che non siamo più in grado di prendere rischi, che vogliamo tutti il lavoro dipendente, comodo, magari meno soddisfacente ma con meno rischi? In fin dei conti pure io me ne son venuto fin qui in Australia pur di avere le condizioni di lavoro che dico io… anche se a ben pensarci la cosa più redditizia dopo la laurea sarebbe stato mettersi in proprio, magari a fare il piastrellista, o il pittore (di pareti, non di quadri). Dicevo: voglio fare quello per cui ho studiato. Ma in fondo, diciamolo, ha senso limitarsi a fare per tutta la vita quello che si e’ deciso di dover fare a 19 anni?

Che dite?

Repubblica Delle Aviobanane vs Too Easy, Mate

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, marzo 2005.
Cambio aereo da Venezia a Roma in direzione Australia. Aspettiamo i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti: alleluja! Si muove il nastro. Mezz’ora: eccoli, i tanto sospirati bagagli! Ma che peccato: check-in chiuso, aereo perso, coincidenza andata, Australia adios.
Grazie Roma, cantava Venditti. E pure io, ma con ben altro spirito, tipo quello con cui i nordcoreani pensano ai sudcoreani.

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, dicembre 2011.
Aspetto i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti, si muove il nastro, ma io non canto certo vittoria, memore del 2005. Esce una valigia, due, poi si ferma di nuovo.

La gente si spazientisce e inizia ad accalcarsi attorno al nastro: un po’ perche’ stiamo parlando di italiani trogloditi (ciccini belli, non e’ che se vi accalcate sul nastro le valigie arrivano prima), un po’ perche’ ci sono altrettanti trogloditi che non stanno facendo o non sanno fare o non vogliono fare il loro lavoro dall’altra parte del nastro. No, perche’ ad uno a un certo punto viene pure da chiedersi come mai, e forse e’ meglio non specularci sopra troppo, perche’ si sa che in Italia non e’ mai colpa di nessuno. Probabilmente dietro le quinte c’e’ un’azienda che se ne fotte del passeggero (ché tanto di turisti a Roma l’e’ pieno), un subcontractor che taglia sul personale per mangiarci sopra, il poco personale sottopagato, svogliato, in costante pausa sigaretta – e magari la ciliegina sulla torta, a dare il tocco di classe: un bel software antiquato e incriccato di gestione bagagli, di quelli che girano ancora su PC anteguerra col monitor polverosi a tubo catodico – me li vedo come se li avessi davanti, me li vedo…

Nastro bagagli, aeroporto di Tokyo/Melbourne/Brisbane/Perth/Sydney/altrove nel mondo civilizzato
Decine e decine di voli, sia domestici che internazionali, e mai un solo problema, mai un ritardo, mai una pagliuzza fuori posto. Sara’ un caso? Forse si, perche’ a dire il vero non ho mai avuto problemi nemmeno a Venezia. Ma si sa, il veneto c’ha un po’ di sangue austriaco nelle vene, sara’ per quello? (si fa per dire: i problemi all”aeroporto di Venezia ci sono e sono ben altri, tipo per esempio il banco Alitalia, o quell’assurda security con file chilometriche che mescola voli nazionali e internazionali. Tsk).

Nastro bagagli, aeroporto di Sydney, l’altro ieri.
Arrivati a Sydney da Perth, a me e a un’altra ventina di passeggeri non e’ stato consegnato il bagaglio. Prima volta che mi succede in piu’ di un centinaio di voli in Australia. Tempo di accorgercene, e ci siamo diretti allo sportello bagagli. Tempo di dirlo, e l’addetto al banco ha schiacciato un pulsante rosso sul banco.

Tempo di schiacciare il pulsante, e altri DUE addetti sono usciti in tutta fretta a smistare la fila. Gentilezza ed efficienza: 10 e lode.

Tempo di spiegarsi, e hanno fatto un paio di telefonate. Nel giro di un secondo ci hanno dato un modulo da compilare, e ci hanno mandato a casa senza bagaglio dicendoci che per un disguido (rottura dei un nastro) le nostre valigie erano rimaste a Perth, e sarebbero arrivate col volo successivo (erano le 9 di sera, quindi quello che arrivava alle 6 di mattina).

Ore 7:30 del giorno dopo, mi chiamano: il bagaglio e’ qui, mo’ te lo portiamo a casa.

Tornato a casa al sera, mi accorgo che il bagaglio ha una piccola crepa sul fondo. Chiamo il numero verde, mi risponde in due secondi una tipa, la quale mi fa un paio di domande, mi da l’indirizzo di un negozio di valigie in centro e mi dice di portare il bagaglio li': dopo l’ispezione vedono se possono ripararlo, altrimenti me ne danno uno nuovo in sostituzione.

In Italia, come ben sapete, se avessi chiamato per un bagaglio danneggiato probabilmente sarebbe andata cosi’.

Se diventassimo dei tedeschi qualunque

Oggi ho avuto a che fare con questo tipo nordeuropeo, diciamo olandese, esperto in sicurezza. Parla con un’altra tipa di human errors, e cita il naufragio della Costa Concordia, frutto a suo avviso della cultura italiana del pressapochismo e della sottovalutazione sistematica dei rischi, dovuta a suo dire alla cultura del machismo imperante in Italia. Insomma, sembra che questo “esperto” proprio non rieasca a togliersi dalla testa il classico stereotipo che identifica l’italiano come un terruncello in canotta e occhiale a specchio, capelllo nero impomatato, vespa senza casco mentre cerca di abbordare ad alta voce le tipe che passano per strada.

Io a sentire quelle frasi mi sarei quasi quasi intromesso, ricordandogli magari che dopo il Giappone l’Italia ha la seconda rete ferroviaria piu’ sicura al mondo (sebbene sgangerata). O magari ricordandogli che uno dei market leader nella produzione di elicotteri e’ italiano, e se vendiamo gli elicotteri in giro per il mondo magari di sicurezza qualcosa ne sappiamo anche noi. O magari avrei potuto buttarla in rissa, dal basso della mia italianita’ di buono a nulla, chiedendogli quand’e’ che una macchina olandese ha vinto l’ultimo campionato di F1. Cosi’, tanto per sapere. O l’ultimo mondiale di rally, o mondiale motogp.

Invece mi sono morso la lingua e non ho risposto. Anche se sapeva che sentivo e sapevo che si aspettava una reazione, visto che parlava di fronte a un italiano che e’ la cosa piu’ lontana al mondo rispetto allo stereotipo che aveva presentato lui.

Non ho reagito perche’ in fondo, beh… ha ragione lui. Siamo cosi’, noi italiani. una parte di noi, di ognuno di noi, grande o piccola che sia, e’ cosi’. E’ vero: l’italiano che descrive lui esiste e si comporta esattamente cosi’. Ma allo stesso tempo, c’e’ anche l’italiano che e’ meccanico della ferrari, o ingegnere nella multinazionale. C’e’ l’italiano che sbaglia i congiuntivi, e contemporaneamente abbiamo l’azzeccagarbugli di professione. Abbiamo inventato il diritto e siamo la nazione sviluppata che infrange di piu’ la legge. Abbiamo inventato sia i mafiosi che i martiri di mafia. Abbiamo il nobile con la erre moscia che non ha mai lavorato un giorno in vita sua ridotto a vendersi i quadri di famiglia per ripagarsi i debiti, e il miliardario veneto con la quinta elementare che ci ficca la bestemmia una parola si e una no, lavora 87 ore la settimana solo di straordinario ed e’ andato in vacanza l’ultima volta nel 1982.

Abbiamo l’operaio siciliano che si fa un culo cosi’ per arrivare a fine mese e gli chiudono la fabbrica, e il dipendente pubblico lombardo che si fa timbrare il cartellino a scrocco dai colleghi ma poi vota lega perche’ secondo lui Roma e’ ladrona. Perche’ in Italia siamo cosi': genio e merda, Ferrari GTO e Fiat Duna sfornate dallo stesso gruppo, eccellenza e ignoranza, gente vestita di Armani che fuma sigarette di contrabbando, architettura divina e abusivismo terreno, l’Opera di Verdi e Gigi d’Alessio. Abbiamo una nazionale di calcio che tutti criticano (noi per primi) e che nessuno rispetta, ma le sue belle quattro coppe del mondo in bacheca ce le ha, e tutti noi sappiamo che non saranno certo le ultime che portiamo a casa. Gli olandesi sono sempre visti come quelli che fanno il bel calcio, mentre noi siamo i catenacciari… pero’ poi guarda caso la coppa l’alziamo noi, e loro sucano.

Siamo bravi a parlare, noi Italiani. Quello si. Abbiamo le caste e le lotte interne, i dibattiti in TV e i giornali di partito. E poi abbiamo l’omertà e il doppiopesismo, Lucio Dalla col funerale in chiesa solo perché non aveva mai rivelato di essere gay. La vita in Italia e’ un’eterna lotta tra il bene e il male, con bene e male che si scambiano le parti di continuo. Abbiamo milanisti di sinistra che maledicono le leggi ad personam ma tirano un sospiro di sollievo ogni volta che Berlusconi viene prescritto, perche’ sanno bene che il giorno in cui smette di staccare l’assegnino a fine anno il Milan finisce in B senza passare dal Via. Abbiamo Peppone e Don Camillo: un esercito di chiesaroli che pontifica contro l’uso del preservativo, ma poi quando gli capita vallo a sapere quante sono quelle che vanno ad abortire in segreto. Dall’altra parte la moltitudine degli atei e degli agnostici, e vallo a sapere quanti di questi sul letto di morte chiameranno il prete per dirgli che ci han ripensato, che in fondo si scherzava, che mi raccomando padre ci metta una buona parola per me.

E io che credevo di essere in una societa’ multiculturale, qui in Australia. Perche’ certo, qui ci sono i cinesi e gli indiani, gli italiani e i greci, gli aborigeni e gli ex-galeotti britannici. Tutti sotto le stesse regole, tutti piatti e uniformi come giapponesi che saltano la corda. Ma in Italia… ci sono gli italiani: piu’ multiculturali di cosi’! C’e’ la regola e il caos, l’eccellenza e il paraculo, il Trota e l’esercito dei cervelli in fuga, il Bravo e il Fortunato, Fantozzi e il visconte Cobram, Schettino con la moldava in cabina e la scialuppa pronta per fuggire mentre dall’altra parte abbiamo riempito e riempiamo il mondo di Viaggiatori con due palle cosi’. Il tamarro in scooter che abborda le tipe e il Montessori usato in ogni paese come metodo d’educazione.

Cosa c’e’ di piu’ multiculurale di questo? E cosa puoi dire a un olandese se non che ha ragione, che siamo cosi’, o che per lo meno lo e’ una delle nostre mille facce? Ma guai a toccarcela, questa faccia, perche’ se la perdessimo potremmo perfino rischiare di non essere piu’ noi, di perdere il nostro genio, la nostra imprevedibilita’, e magari trasformarci – vuoi mai! – in dei banali, freddi, perfetti, mediocri tedeschi qualunque.

L’italiano non-medio

Democrazia vuol dire che ogni volta che un politico apre bocca, c’e’ qualche categoria o sottocategoria che si lamenta. Tipo ieri, quando a lamentarsi sono stati, nell’ordine:

1) I disoccupati che vivono vicino a casa e se ne andrebbero volentieri pur di trovar lavoro, ma (guarda te il destino infame) non c’e’ lavoro neanche distante da casa.

2) I precari che pur se precari vivono lontani da mamma.

3) Quelli che hanno trovato lavoro vicino a casa, e dicono allora, che male c’e’?

4) ecc. ecc.

Tutto questo perche’ e’ stata detta una cosa all’apparenza assodata e diciamolo, moderatamente sacrosanta, ovvero che all’italiano medio (non minimo, non massimo, ma quello medio eh) piacerebbe trovare il lavoro che vuole lui, dove vuole lui (ovvero sottocasa).

Perche’ insomma, se l’ingegnere elettronico francese sa per certo che una volta laureato deve spostarsi al 90% a Parigi, e se l’ingegnere elettronico giapponese sa benissimo che al 95% una volta laureato finisce a vivere a Tokyo, l’ingegnere elettronico di Scandolara naturalmente mica lo manda il CV a Milano. Figurarsi: l’esimio dott. ing. si aspetta che per lo meno qualche multinazionale dell’elettronica apra una filiale o due intorno alla zona di Scorze’-Zero Branco, o al massimo Mirano o Spinea, ecco (ma non troppo distante eh, perche’ di preferenza gli piacerebbe poter tornare a casa da mamma per pranzo, cosi’ si risparmia i buoni pasto). Per la serie: col cazzo che Maometto va alla montagna. Se non succede, beh, allora si dia via allo sport nazionale italiano, che come ben sapete non e’ il calcio bensi’ il lamentarsi per il cazzo.

Poi naturalmente quando qualche politico o opinionista o tecnico che sia dice questa cosa sacrosanta, ovvero che l’italiano medio (badate, non indice ne’ anulare, ma medio) deve rassegnarsi a muovere il culetto, allora ecco subito che entra in scena l’italiano non-medio (ovvero, quello che il culetto l’ha mosso, oppure quello che pur muovendolo non ha trovato nulla, ovvero quello che non lo puo’ muovere per motivi di famiglia o di salute, o fisici, o di altra varia natura).

A questo punto l’italiano non-medio che fa? Riconosce che le cose stanno come stanno in media, ma che lui e’ un caso particolare? Naturalmente no, figurarsi. No: l’italiano non-medio in questo caso, ovviamente, italianamente, non fa altro che raccontare del suo caso particolare per smontare tutto il palco. Nega che l’andazzo sia statisticamente quello indicato, usa il suo caso particolare per descrivere il tutto, e gia’ che c’e’ coglie l’occasione per mandare a fanculo quello che ha generalizzato parlando dell’andazzo generale.

Il fatto e’ che gli italiani quando fanno polemica si sentono meglio. E questo non e’ un caso medio: coinvolge proprio tutti, ma tutti tutti tutti (Me compreso, che infatti ho scritto questo post contro l’italiano non-medio).

Il giapponese, questo sconosciuto

*premessa: la cosa positiva del post di oggi e’ che parla di Giappone e di giappine; quella negativa e’ che immagino** richieda un minimo di conoscenza della lingua giapponese, quindi se navigate nell’ignoranza mi dispiace ma potreste trovare queste righe un po’ noiose.
**dico immagino perche’ non l’ho ancora scritto e quindi non so come andra’ a finire. Vediamo.

In giro per Tokyo qualche mese fa mi e’ capitato di incrociare in un negozio una coppia di signori sulla sessantina, lui occidentale e lei giapponese. I due parlavano in giapponese, e ricordo che ho sono quasi scoppiato a ridere nel sentire la parlata di lui. Il tipo finiva ogni frase con かしら (kashira, con l’accento sull’ultima a), che per chi non lo sapesse e’ un modo terribilmente effemminato (forse il piu’ effemminato di tutti) di terminare una frase. La persona tipica che finisce le frasi con kashira in Giappone e’ la donna di mezza eta’, ovvero la moglie del tipo che ho incrociato quel giorno. Facendo due piu’ due, si puo’ intuire che i due siano sposati da un bel pezzo, e che lui abbia imparato il giapponese da lei, un po’ come lo straniero medio che va a vivere a Torino e dopo un po’ inizia a mettere il ne’ alla fine delle frasi.

Il problema, cari lettori, e’ che il giapponese inteso come lingua universale parlata dai giapponesi non esiste. Un po’ come l’italiano parlato, che varia da regione a regione, dove il veneto non usa il passato remoto neanche sotto tortura, il toscano dice babbo invece di papa’, il napoletato dice “sto” invece di “sono” per indicare lo stato in luogo, il romano e’ allergico alla particella “re” dei verbi all’infinito anche quando parla in italiano, e via di seguito.

La lingua giapponese segue per certi versi la stessa sorte dell’italiano, solo che laddove l’italiano e’ una lingua a varianza prevalentemente geografica, il giapponese e’ una lingua che varia soprattutto a seconda del contesto sociale. Cosa significa tutto cio’? Significa in parole povere che la signora di mezza eta’ parla un giapponese diverso dalla ragazzina, la quale parla un giapponese diverso dal ragazzino, il quale parla un giapponese diverso rispetto all’uomo di mezza eta’, e dall’anziano, e dal bambino.

Ma non e’ finita. Tutte (o quasi) queste categorie cambiano il modo con cui parlano a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte o della situazione (casual, amici, famiglia, lavoro, ecc.). E’ un po’ quello che succede in italiano quando diamo del Lei, solo che in giapponese cambiano le particelle, cambiano le desinenze verbali, cambiano i tipi di verbi, cambia parte della struttura grammaticale… insomma, cambia tutto.

Questo modo di esprimersi del giapponesi ha svariate conseguenze nei loro rapporti interpersonali: l’ammontare di informazione non detta nei loro discorsi e’ impressionante, e una grossa fetta di quello che dici lo esprimi nel modo in cui lo dici. Un paio di luoghi comuni sui giapponesi e’ che si dice non abbiano un modo ben definito di dire si e no, e che non dicano parolacce. Beh: tutto questo non e’ altro che una conseguenza della loro struttura linguistica. E’ un po’ difficile da spiegare senza dare esempi concreti, ma un giapponese puo’ dire si e no senza bisogno di doverlo dire (o meglio, puo’ dirti di si e allo stesso tempo farti capire che e’ in realta’ e’ un no), a seconda di come si esprime, e anche se non ti manda a fanculo a parole, e’ in grado di ferirti e offenderti molto di piu’ dei nostri vaffanculo, a seconda di come ti parla e del rispetto che ti porta. Parlando poi dei modi di scambiarsi informazione quando si mente o ci si inventa una scusa, sui giapponesi piu’ che un post se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Un esempio classico e’ l’approccio uomo-donna. Nel locale italiano il tipo va dalla tipa, inizia a parlarci, e ci fa conversazione. Poi dopo un po’ ci prova, e lei ci sta o non ci sta, e finisce li’. La tipa sa che il tipo e’ interessato a lei, e risponde di conseguenza. Entrambi non sanno cosa vuole veramente l’altro: se la tipa sia alla ricerca di una storia seria lui non lo puo’ sapere, mentre lei non sa se gli piace veramente o se e’ li’ solo per portarsi a letto la prima che capita. Tattica impone pero’ a lui di non dire esplicitamente che vuole sesso (di solito) per non bruciarsi subito, mentre a lei di non dimostrarsi troppo disponibile, per non rischiare di apparire troppo facile.

In Giappone l’ammontare di informazione sottintesa e’ notevolmente maggiore. Uno straniero che ascoltasse una conversazione da locale tra un giapponese e una giapponese non ci capirebbe niente: il tipo si avvicina, inizia a parlare del piu’ e del meno, lei risponde e poi… magicamente, lui se ne va. Oppure, caso due, lui continua a insistere senza sosta anche se lei lo manda via. Oppure, caso tre, se ne va lei. Oppure, caso quattro, se ne vanno insieme… al love hotel.

Cosa succede tra giapponesi? Lui la approccia usando una forma colloquiale, per accorciare la distanza tra loro. Le dice: ti voglio, anche se le ha solo chiesto l’ora. Lei risponde in maniera ultra-formale, per ripristinare la distanza. Gli risponde non mi piaci, anche se gli ha solo detto che sono le nove meno un quarto.

Oppure: lui l’approccia usando un tono di rispetto. Le dice che e’ un gentiluomo, anche se le ha solo chiesto come si chiama. Lei gli risponde in maniera ultra-formale per dirgli che non si fida di lui. Allora lui scopre le carte e parla in maniera diretta, dicendole che ma che in realta’ vuole solo quello. Lei risponde in maniera diretta a sua volta, facendogli capire che va meglio cosi’, che non e’ venuta in quel bar alla ricerca di una storia seria. Da li’ al materasso il passo e’ breve. A uno straniero che ascoltasse la traduzione simultanea della loro conversazione pero’ tutto questo non verrebbe comunicato, e gli sembrerebbe solo un breve scambio di ciao mi chiamo X, come ti chiami, dove vivi, dove lavori, ecc.

La cosa che mi fa ridere in tutto cio’ e’ che poi quelli che passano per essere persone dirette siamo noi latini, anche se l’ammontare di informazione che ci scambiamo e’ molto inferiore, e siamo costretti a chiedere le cose esplicitamente perche’ non abbiamo altri mezzi per farlo. Per loro invece e’ tutto sottinteso, e per questo ai nostri occhi ignoranti passano per… timidi! (e chiunque abbia avuto a che fare con il Giappone per abbastanza tempo sa bene che timidi proprio non sono, anzi… silenziosi, forse. Riservati, sicuramente. Ma timidi…!).

Questo sistema, capirete, e’ croce e delizia dei gaijin che vivono in Giappone. Delizia perche’ con le tipe a momenti non serve neanche provarci: vai li’, dici due frasi due, e sai gia’ dopo tre secondi se c’e’ trippa per gatti o no. Se ti risponde diretta sai gia’ che e’ praticamente orizzontale, se ti risponde usando verbi troppo formali sai gia’ che te la devi sudare, o che proprio non c’e’ storia. La croce sta invece nel fatto che all’inizio non ci si capisce veramente niente (e non so se ricordate i miei vecchi post del 2008 quando ero io quello che non capiva…). E che anche quando inizi a districarti in questa miriade di regole, capita che sei fottuto in partenza e non lo sai (lo straniero medio ci mette un’eternita’ anche solo a capire quando e come usare i modi di dire “io”, con watashi, boku e ore che in teoria sembrano di facile applicazione ma poi dipende da chi, come, quando, dove, perche’, con chi, da chi, per chi, a chi…).

Sei fottuto in partenza e non lo sai: riuscite a capire perche’? Il motivo, cari lettori, e’ molto semplice: i giapponesi parlano in modi totalmente diversi a seconda di genere ed eta’, e lo straniero impara da loro senza sapere bene cosa sta imparando. Esattamente come il signore che ho incrociato quel giorno, appena apre bocca lo straniero medio indica al suo interlocutore giapponese (1) da chi ha imparato il giapponese e (2) con chi passa la maggior parte del suo tempo.

Gli esempi sono molteplici, ma uno mi fa sorridere. Ripenso al solito locale che ho citato prima. Uno straniero approccia una giappina e le chiede qualcosa. Dopo un po’ che sta parlando le sbatte nella conversazione espressioni come kawaii ne, usa deshou invece di darou, finisce qualche frase di troppo con “no” e magari sovrappensiero (orrore!) addirittura con “nano”!

La giappina a quel punto lo guarda e fa il sorriso dei vincitori. Infatti sa gia’ che il pirlotto ha moglie e figli che lo aspettano a casa, e che comunque ha imparato il giapponese grazie a lunghe e profonde frequentazioni con nipponici di sesso femminile. L’evidenza e’ che lui e’ abituato a usare quel tipo di espressioni per emulazione quando parla con la sua giappina abituale, quella che gli ha insegnato il giapponese (e non s’e’ curata , per tattica o per disinteresse, di fargli notare che quando parla in giapponese usa espressioni femminili al punto di sembrare quasi un ricchione – anzi, magari per la sua donna lui quando parla cosi’ e’ kawaii….).

Poi, badate: a quel punto chi lo sa come va a finire tra i due. Mica e’ detto che lui vada in bianco, anzi alla giappina del bar potrebbe anche andar bene cosi’. Ma questa e’ un’altra storia, un’altra situazione, che magari tratteremo un’altra volta.

I greci, terroni dei terroni

Uno dei primi stereotipi che l’italiano medio si trova ad affrontare in Australia e’ il sentirsi accomunato ai greci, e ai mediorientali in genere (non so se abbiate mai sentito parlare del termine wog). Wog accomuna lo sterotipo dell’uomo basso, peloso, scuro di pelle, ultralegato alla sua famiglia di wog, persona che esce coi suoi amici wog, sposa le donne wog, parla le parole chiave della sua lingua wog anche dopo 12 generazioni (cfr. i pro-nipoti di emigranti che mantengono in uso termini come “mamma”, “nonna”, “zio”, “ciao”, “minchia”, tutte parole tramandate di generazione in generazione).

Ecco. Immaginerete quanto possa far piacere ad un veneziano (per giunta albino) sentirsi accomunare ad un turco. Gia’ malsopportiamo gli stereotipi anglosassoni per cui italiano = terrone con la camicia col pelo del petto di fuori; figurarsi quanto ci accomunano agli albanesi, o ai libanesi.

Non so se ci abbiate mai avuto a che fare, con questa gente. Gli emigranti delle comunita’ greche, turche, mediorientali in genere. Per descriverli con una battuta, questa e’ la gente che ha insegnato come essere terroni ai terroni. Se ci pensate potrebbe essere anche vero in fondo. Grecia e Magna Grecia, Turchi e saraceni etc… sono tutti passati alla conquista del sud Italia seminando il caos, mentre gli austraci e i francesi invadevano il nord e ci insegnavano ad essere polentoni.

Turchi e greci sono a tutti gli effetti dei super-terroni. Stereotipicamente parlando, s’intende. Pensateci: hanno piu’ peli sul petto, vestono con camicie piu’ strette, sono piu’ maschilisti, piu’ tradizionalisti, piu’ rumorosi, piu’ disorganizzati, piu’ casinisti. Sono loro gli originali: i terroni dei terroni. E avere a che fare con gli originali e’ proprio uno spettacolo. Ieri salgo in taxi nella city a Melbourne, direzione aeroporto. Il tassista e’ greco. Ha attaccato bottone per 45km senza stare zitto un secondo, mannaggia a lui.

Durante il viaggio ha risposto al telefono in vivavoce ad una cinese di vent’anni (lui 65enne). Poi mi ha raccontato tutta la storia di come l’ha tirata su ed e’ riuscito a convincerla di comprarle la cena, essendo lei da sola a Melbourne e senza un soldo. Mentre guidava le mandava messaggini (guidando) e si pavoneggiava del fatto che stavolta l’aveva chiamato senza nascondere il numero. E’ fatta, e’ fatta, e ha solo vent’anni, ti rendi conto? mi diceva, mentre io sprofondavo nel sedile.

Poi mi ha raccontato del figlio che ha mandato a studiare in Inghilterra. Ma il terzo anno d’universita’ glielo fa fare in Cina (ha gia’ organizzato tutto con tre anni d’anticipo, e io pensavo a questo povero figlio greco-australiano in Inghilterra con il percorso universitario gia’ deciso dal padre). Si perche’ il tassinaro si dice convinto che il cinese e’ la lingua del futuro, e che il figlio avra’ molte piu’ possibilita’ di avere un’ottima carriera se parla cinese. Io gli ho risposto che ci sono milioni di cinesi che parlano perfettamente inglese e sono madrelingua cinesi… buona fortuna. Ma secondo lui mica deve lavorare in Cina: il figlio lavorera’ dall’Australia (vicino a papa’ suo – e soprattutto, come se i cinesi mandassero gente che non parla inglese a far business in Australia, e aspettassero il figlio del tassinaro per comunicare).

A un certo punto mi ha proprio mandato in bestia. Sai perche’, noi italiani e greci siamo fortunati ad essere in Australia, con la situazione economica disastrosa che abbiamo a casa…
Li’ sono sbottato. Perche’ della situazione economica italiana puoi dire tutto, ma non puoi accomunarla con la Grecia. Che cazzo, Treviso da sola fa piu’ PIL della Grecia. Vogliamo parlarne?

Puoi dirmi, certo, che la situazione italiana e greca ha degli elementi in comune: corruzione, nepotismo, assistenzialismo, malapolitica. Puoi anche arrivarmi ad accomunarmi la situazione greca col parlamento siciliano, se vogliamo. Grecia e Magna Grecia, posso anche accettarlo. Ma come gli ho risposto: Gran calma. Noi siamo nel G8. Noi siamo una potenza industriale, voi no.

Lui a quel punto si e’ irrigidito, lasciandomi finalmente in pace…per cinque minuti. Poi ha tirato fuori una busta con le sue foto da giovane, di quando praticava la boxe per il Panathinaikos o come diavolo si scrive.

E io ho pensato a quanto si stava bene in Giappone coi tassisti in guanti bianchi che si facevano i cazzi loro.

Protetto: Il fattore I

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