Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Meno 2 alla Metropoli Tentacolare

Quasi tre mesi di assenza, e posso dirvi che neanche l’Italia mi e’ mai mancata cosi’ tanto. E’ amore, bisogno fisico, crisi di astinenza che mi chiude lo stomaco.

E di notte, signori e signore, camminero’ per la Metropoli. Io e lei, da soli.

Robe che manco Sherlock Holmes

Stamattina mi e’ capitato sottomano (sottomouse?) un articolo fichissimo apparso su Japan Today:

Cioe’, non so se vedete le contraddizioni. Questo tipo viene imprigionato una prima volta dopo aver compiuto un non precisato crimine verso le due donne. Quando viene rilasciato, invita le due donne nel suo appartamento, e queste accettano.

Una volta nell’appartamento, le imprigiona (?) minacciandole con un coltello, e bloccando la porta. Pero’ non toglie loro il cellulare. Cosi’ dopo tre giorni di prigionia una di loro si ricorda di avere il cellulare, e manda una mail a un parente. Ma la cosa da ridere e’ che quando arriva la polizia… li trova tutti al ristorante!

 Ora, i casi sono due. O ci troviamo di fronte a un gruppo di deficienti, oppure le due donne sono le artefici di una messinscena clamorosa per rispedire il tipo dietro le sbarre.

Io non so perche’ ma sono propenso a votare per il secondo caso. Caso che comunque non esclude che anche il primo sia vero.

albino torna in Giappone

Ho deciso. E’ arrivato il giorno in cui faccio outing. Ho tenuto questo segreto dentro di me per troppo tempo, ma oggi ho deciso che e’ il mondo deve sapere. E’ arrivato il momento.

Ebbene si, albino torna in Giappone. Ma solo per una settimana, o poco piu’.

Non so se vi ho detto la mia attuale mansione. Credo di no. Io ora lavoro per un’azienda che si occupa di consulenze. Sono un senior consultant, e il mio tempo ora e’ diviso tra mansioni diciamo “tecniche” (project management, consulenze tecniche, ecc) e altre piu’ manageriali – tra cui un 10 o 20% del mio tempo che dev’essere dedicato al cosiddetto Business Development, ovvero alla ricerca di nuovi clienti e di nuove opportunita’  lavorative.

Ora, fatevi la domanda e datevi la risposta. Conoscendomi come mi conoscete, dove pensate che io abbia focalizzato le mie attenzioni per supportare le mire espansionistiche della mia azienda? Vi do un aiutino: si tratta di un paese dove le studentesse vestono completi alla marinaretta con le gonne mai piu’ lunghe di venti cm. Ve ne do un altro: si tratta di un paese con un mercato peculiare che io conosco discretamente bene, per lo meno nel mio campo. Un mercato chiuso e difficile, in cui molte aziende vorrebbero entrare ma non riescono perche’ non hanno le chiavi giuste.

E quindi. A fine settembre albino si dirgera’ verso l’aeroporto di Sydney, prendera’ il suo bel volo in business class, atterrera’ a Tokyo e sara’ impegnato in 4 o cinque giorni di revival del Salaryman, ovvero lavoro estenuante fatto di presentazioni in power point e cene coi clienti. Naturalmente, il tutto nella Metropoli Tentacolare.

Ma neanche a chiederlo: mi sono ritagliato il weekend precedente e quello successivo nei quali staro’ nella Metropoli, impegnato a girare e cazzeggiare (di giorno) e naturalmente a visitare i luoghi topici della citta’, tipo Shibuya, Ebisu, Roppongi (di notte), in compagnia  dei vecchi amici. Perche’ l’Australia e’ il posto dove vivo, per carita’: ma una piccola parentesi giappa ogni tanto mi ci vuole.

Chiamatemi scemo.

Il mio bus e’differente

A Sydney i bus hanno i sedili pieni di scritte e graffiti. Ma non e’ opera di vandali: hanno fatto i sedili cosi di proposito, sembrano tanti quadri astratti. Evidentemente qualche psicologo illuminato ha pensato che ai vandali potrebbe passare la voglia di scriverci sopra, se gia’ li trovano pieni di scritte. E se magari ci scrivono sopra, probabilmente non si nota neanche. L’effetto non e’ neanche male a dire il vero.

A Sydney in bus non si riesce a stare seduti in due sullo stesso sedile. Non si capisce se li hanno fatti piccoli apposta, o se e’ perche’ qui la gente e’ grossa. Se sei seduto nella parte esterna stai di sicuro con una gamba fuori, e arrivi a destinazione costellato di crampi.

Da casa mia sono ben cinque le linee cinque che posso prendere per andare al lavoro. Peccato che ogni linea passa una volta all’ora, di media, per cui facendo il conto ho un bus teorico ogni dieci minuti o poco piu’.

A Sydney i bus non solo arrivano in ritardo: spesso, anzi la maggior parte delle volte, arrivano in anticipo. Non si capisce come mai. L’altro giorno mi sono presentato alla fermata del bus alle 8:04. A cento metri dalla fermata sono arrivati contemporaneamente il bus delle 7:56, quello delle 8:07 e quello delle 8:21. E io li ho persi tutti e tre, perche’ mentre uno caricava gli altri passavano dritti. Dopo quei tre, ho dovuto aspettare mezz’ora per il primo mezzo utile.

A Sydney quando un bus e’ pieno (posti a sedere occupati e corridoio mediamente affollato), allora il bus inizia a saltare le fermate. Spesso la mattina devo stare fermo un giro perche’ l’autobus e’ pieno (e quello dopo logicamente e’ vuoto). Ripensandoci pero’ mi mancano gli autobus-sardina giapponesi, in cui non serviva appoggiarsi alle maniglie perche’ si era tutti stipati tipo gommone di profughi. Aveva il suo fascino (soprattutto quando stavi tutto il viaggio a contatto col culo di una giappina. Un po’ meno quando dovevi passarlo ad annusare le ascelle di un salaryman).

Pensando al concetto di autobus, mi riaffiora un ricordo di anni fa, quando ho letto “Lo stupidario della maturità”. Un tipo di Taranto aveva scritto una frase tipo questa nel suo tema: “sono andato a prendere l’autobu alla stazione degli autobi”. La cosa fa ridere se si pensa alla frase, mentre fa un po’ meno ridere se si pensa a come un caprone del genere sia riuscito ad essere ammesso alla maturita’. Se ci pensate, questo prevede che abbia concluso con successo cinque anni di elementari, tre di medie, cinque (dico, cinque) anni di superiori, e che sia stato ammesso alla maturita’ stessa. E poi dicono dell’istruzione al sud.

Stamattina in bus e’ salita una mamma con il figlioletto. Il figlio era praticamente la versione gemellare in miniatura della madre. Mai vista una cosa del genere. Ora i casi sono tre: o si e’ riprodotta asessuatamente per mitosi, o la tipa ha un gemello e ha avuto il figlio da lui, oppure e’ l’unica persona al mondo ad avere tutti i geni dominanti e ad aver sposato contemporaneamente l’unico uomo al mondo che ha tutti i geni recessivi. Se fossi il marito le direi “scusa se esisto” e chiederei il divorzio a causa del suo egoismo genetico.

Davanti alla mamma era seduta una talmente cessa, ma talmente cessa, che non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Sembrava uno di quei travestiti che vedi subito che sono travestiti: solo che questa era una donna vera. Aveva perfino gli occhiali da vista con sopra gli occhiali da sole. Una cosa inguardabile. Passava il tempo a mettersi il rossetto, e tirava le labbra in pose assolutamente goffe. Uno fratto femminilita’ proprio. A guardarla mi sono venute in mente le giappine che si truccavano in treno, e riuscivano a mettersi il rimmel senza battere ciglio tra casino e sballottamenti e frenate varie, pur col loro tacco quindici d’ordinanza ai piedi, lo specchietto in mano e la Louis Vuitton appesa al gomito. Ma quelle sono di un altro pianeta, e sarebbero riuscite a truccarsi con grazia e una femminilita’ immutate anche a bordo di un tagadà in una sagra di paese. Altra stoffa, altra categoria: altro che le donne dei bus di Sydney, pfui.

Silly albino vs le banche giapponesi

Prima di cominciare questo post faccio una piccola introduzione per coloro che, non avendomi chiesto la password, non hanno potuto leggere il post di ieri. In estrema sintesi, ieri ho raccontato le mie disavventure su un rimborso che devo fare alla mia ex azienda giapponese. (Ho come il sospetto che quelli che hanno effettivamente letto il post si siano piegati in due dal ridere a leggere questa “sintesi”… ma andiamo avanti).

Bene, cari lettori. Pensavate che le mie avventure fossero finite? Certo che no, perche’ tra il dire e il fare c’e’ di mezzo il pagare! Infatti, una volta accordatici per la somma dell’iniquo esproprio da restituire, ho chiesto alla mia azienda le loro coordinate bancarie e sono andato sulla pagina dell’internet banking della mia banca giapponese per trasferire i fondi. Troppo facile per essere vero. Appunto: infatti qui entra in scena… il colpo di scena!

Beh, a dirla con una battuta, potrei affermare che “la mia banca e’ differente”. Nel senso che non accetta trasferimenti bancari se non a destinatari “registrati”.

Ecco in arrivo la domanda topica che gia’ riecheggia nell’aria: come si registra un destinatario? Semplice: bisogna andare in banca a compilare un modulo con i dati del suddetto destinatario! Cioe’, vi rendete conto di che internet banking del cazzo? Per fare un bonifico online devi prima andare in banca, compilare un modulo con i dati del destinatario, e poi quando lo accettano puoi fare il bonifico online! Cioe’, ma a questo punto visto che devi andare comunque in banca invece di registrare il destinatario e aspettare una settimana perche’ te lo approvino, fai il bonifico direttamente da li’, no?!

Questo viene fatto, dicono, per ragioni di sicurezza. Le solite ragioni di sicurezza senza senso giapponesi, il paese in cui non si muove una foglia senza che venga compilato un modulo cartaceo. Ma dico io.

Vabbe’. A questo punto, a malincuore (visto che gia’ so che mi faranno incazzare), mi tocca chiamare il servizio clienti. Compilo il numero dell’assistenza, e dopo un po’ mi risponde una tipa. Le dico che sono all’estero e che non posso venire in banca a registrare il destinatario del mio bonifico. Che posso fare?

Non c’e’ problema” – mi risponde lei, “non serve che Lei venga qui. Il modulo una volta compilato lo puo’ inviare anche per posta ad una delle nostre sedi in Giappone”.

Wow” – rispondo io, con poco entusiasmo a dire il vero. In qualsiasi banca del mondo metti login e password, fai il bonifico e amen. Qua invece devo compilare, spedire, e poi aspettare. E poi all’azienda avevo detto che avrei fatto il bonifico subito, mentre dopo quell’intoppo avrei dovuto avvertirli che avrei pagato con un paio di settimane di ritardo. Comunque sia, dalle mie parti si dice: piuttosto di niente e’ meglio piuttosto. Accontentiamoci. A questo punto chiedo alla tipa: “ok, dove trovo il modulo?

E lei, serafica: “deve venire in una delle nostre banche a ritirarlo”.

Cioe’, secondo lei io dall’Australia dovrei salire sul primo aereo diretto in Giappone, una volta atterrato andare in banca, prendere un modulo, tornare in Australia, compilare il modulo, spedire il modulo in Giappone, aspettare che mi approvino il destinatario, E POI fare il bonifico usando l’internet banking?

Ma vaffanculo va. Le ho sbattuto il telefono in faccia, mentre i santi saltavano giu’ dal calendario come gente da un edificio in fiamme. Silly albino: avrei dovuto saperlo fin da subito come si fanno i bonifici dall’estero verso il Giappone. Online, dal conto australiano.

Protetto: Silly albino vs i salaryman

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L’ultima serata all’HUB

Femminismo asessuante
Stamattina leggevo questo articolo. Penso che questo sia un classico esempio di femminismo esasperato e bacchettone, di quello un po’ acido e vendicativo, avete presente? Io trovo che questa immagine sia fresca, simpatica e innocente, e se devo essere sincero l’idea che mi viene e’ piu’ quella di una ragazza che sta uscendo con le amiche il sabato pomeriggio che quella di un’olgettina sul palo di palazzo Grazioli. Non ci vedo nulla di discriminatorio, nulla di sessuale.
Io capisco tutto, ma adesso in nome della parita’ dei sessi vediamo di non passare dai culi al vento delle veline all’asessuare le donne pur di non discriminarle. Voto 2 all’articolo, suggerisco alla giornalista di farsi una bella seduta terapeutica per scoprire i suoi traumi nascosti, o in alternativa una sana scopata per scaricare la tensione.

Siam pronti alla morte, l’Italia chiamo’
Ieri tanto per cambiare sono finito all’HUB di Shibuya con gli amici, per l’ultima grande serata a birrozze e cuba libre. Fantastici i giappi che ci hanno provato con le tipe sedute di fianco a noi, si sono stretti a coorte e poi le hanno accerchiate. Entrambe guardavano in basso mentre loro le incalzavano di domande. Poi naturalmente se ne sono andati con le pive nel sacco.

Le trombogiappine.
Nel frattempo noi si parlava della notizia del giorno, tipo del mio amico che ha deciso di smettere di tradire la morosa. L’ultima volta che siamo stati allo stesso hub aveva una lista di ben 12 trombogiappine 12, ma (dice) ha chiuso con tutte. Sono tre settimane che non esce dal seminato: resistera’? (secondo me, no). Grandissima quella di venticinque anni che il giorno uno gli aveva detto “voglio solo trombare”, il giorno due gli ha detto “ti amo”, e ieri sera dopo mesi in cui lui se l’era data a gambe gli ha scritto (in diretta) “you are not that into me, are you?”. Get the fuck out of here, lol.

Striscia di Gaza.
Notabile anche la disquisizione ad alta voce e in inglese di albino sulla depilazione pubica delle asiatiche, salvo poi scoprire che una tipa che stava a poca distanza era piegata in due dal ridere. A volte mi capita di dimenticare che all’hub tutti e tutte parlano inglese. Belli soprattutto i confronti tra i vari slang, tipo per lo stile che io chiamo “striscia di Gaza”, e che il mio amico americano invece chiama “Hitler”.

Poi verso mezzanotte e mezza sono tornato verso casa a recuperare il sacco della terra, e mi sono fatto una camminata lungo il Meguro river camminando lungo l’aiuola e incrociando solo salaryman alticci e barcollanti. Un bel buco sul fondo e via, la terra non e’ piu’ un problema. Missione compiuta.

Vado a pulire il frigo va’, che oggi pomeriggio se lo vengono a portar via.

Meno un giorno al trasloco, by the way. Da oggi – credo – non ho piu’ internet, posto solo via iphone. E dal 27 al 30 mi sa che non posto del tutto.

Nel disprezzo della consecutio temporum

Ieri avete commentato cosi’ tanto, ma cosi’ tanto, che oggi o scrivo il post o leggo quello che avete scritto voi. Uhm… facciamo che scrivo.

Futuro prossimo.
Cari lettori, mi sto accingendo alla mia ultima settimana lavorativa in Giappone. Giovedi 9 giugno sara’ il mio ultimo giorno. Alle cinque precise timbro il cartellino per l’ultima volta e vado diretto a Narita, dove mi imbarchero’ in un volo Emirates diretto a Venezia. Dopodiche’ ritorno in Giappone il 21 giugno, ho il trasloco programmato per il 25-26, e il 28 mi attende un volo di sola andata per l’Australia. (Io si che faccio su miglia, lol)

Presente.
Non credo di averlo ancora raccontato, ma da quando ho dato le dimissioni la mia vita al lavoro e’ diventata un piccolo inferno. Come ben sapete qui in Giappone il rapporto tra l’azienda e il dipendente e’ strutturato in modo vagamente sbilanciato, del tipo che l’azienda e’ il tuo Unico Dio, la tua Vera Famiglia, il tuo Migliore Amico, il tuo Tifo Viscerale, il tuo Primo Amore, il tuo Maestro di Vita, mentre tu per l’azienda sei una merdina, con la m minuscola naturalmente.
Capirete che in questa situazione, sommando pure che mi sono rivelato essere (ai loro occhi) il solito sporco gaijin traditore e che me ne sono andato senza additare le solite scuse puerili, ma sputando i crudi fatti di quello che non mi piaceva dell’azienda… beh, diciamo che se la sono leggermente presa. Tipo che mi hanno chiesto di restituire tutto, e quando dico tutto dico anche la spilletta aziendale da appuntare alla giacca, o la tessera sconto (scaduta) per Disneyland. O tipo che mi avevano assicurato che le tasse locali (住民税) erano a carico dell’azienda, salvo poi rimangiarsi la parola dicendo che l’accordo valeva solo se non mi fossi licenziato (te pareva), e chiedermi di pagare 4000 euri in contanti, che tra l’altro ho dovuto portargli stamattina.
(Una cosa che non ho potuto evitare, visto che se non pago, loro non mi pagano le tasse, e il governo giapponese poi si rifarebbe su di me, mica su di loro! Quindi se volevo poter rimettere piede in questo paese mi toccava sborsare, non c’era altra soluzione).
(Naturalmente in un altro paese uno avrebbe portato l’azienda in tribunale. Eppero’ in Giappone le cose funzionano in maniera leggermente diversa, visto che qui vale il detto “la legge e’ uguale per tutti, a parte i gaijin”. Me la vedo quest’aula di tribunale col giudice che ride di gusto e mi fa: “albino-san, sei uno straniero, non hai capito come funzionano le regole da queste parti. Il caso e’ chiuso, avanti il prossimo!”).

Futuro Remoto.
Visto che ho tempo da perdere, stavo pensando a come sara’ il nuovo blog. Sono indeciso se tornare al vecchio titolo, “Bello Onesto Emigrato Australia”, o se inventarmi qualcosa di nuovo. Quel che e’ certo e’ che il nuovo blog manterra’ lo stesso indirizzo di quello attuale. Resta da vedere quanto tempo riusciro’ a trovare per scriverlo. Beh, lo scopriremo solo vivendo.

Di bacchette e Purezza della razza

Non mi stanchero’ mai di dire quanto mi stia sulle palle l’atteggiamento dei giapponesi quando si trovano a parlare con uno straniero che pronuncia anche una sola, singola, stronza parola nella loro lingua. Questo il discorso tipico – ma che dico tipico, automatico – tra un giapponese J e uno straniero S.

J: (frase qualsiasi detta in inglese stentato o in giapponese).
S: (parola qualsiasi detta in giapponese. Ne basta una sola, tipo arigatou o sumimasen, o anche un semplicissimo konnichiwa)
J: 日本語上手ですねー! (trad: ma che bravo che sei in giapponeseeee!)

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Manifestazione a Shibuya!

Oggi pomeriggio mi sono imbattuto in una manifestazione pro-marijuana a Shibuya. Notare quanta gente partecipava (quattro gatti), e soprattutto il rapporto assurdo polizia/manifestanti.

In Giappone mi sembra di ricordare che l’uso di marijuana sia un reato penale, non vorrei sbagliarmi.

Yokohama

Se vi siete mai chiesti com’e', ecco qualche foto.

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Dieci motivi, anzi nove

Come promesso, oggi mi sono messo d’impegno per scrivere i dieci motivi per cui albino non puo’ vivere il resto della sua vita in Giappone.
Non ci sono riuscito: me ne sono usciti solo nove. Credo comunque che siano ben piu’ che sufficienti.

1. Perche’ in Giappone o sei giapponese o sei un “gaijin”, due caste in cui si entra a senso unico per nascita e il cui status e’ incancellabile perche’ sta scritto nel codice genetico. Questo e’ un paese in cui o fai parte del sistema, oppure ne sei fuori. E non si parla di passaporto: qui per far parte del sistema bisogna essere geneticamente omologati, altrimenti si e’ gaijin, 外人, letteralmente “persone al di fuori“. Ho una collega che ha un bisnonno cinese: al lavoro la chiamano ancora “la cinese”. Eppure ha un nome e un cognome giapponesi, e’ nata in Giappone, i suoi genitori sono giapponesi – dico, avesse un singolo tratto somatico da cinese: invece no, cazzo, e’ 100% giappina! (ma per loro no).
E’ cosi’, cari lettori. Qui si sente parlare la gente di “korean blood” se uno ha antenati coreani, o di “half“ se uno ha un genitore o un nonno non giapponese. E non sono parole pronunciate da leghisti giapponesi, o da gente di estrema destra: no, queste sono le parole di uso comune, naturali, parte del costume, che senti pronunciare da qualsiasi persona. Quando guardi la tv coi giappi li senti commentare sempre sui personaggi famosi “he’s half”, “she’s got korean blood”. In Italia nessuno si sognerebbe mai di chiamare “straniera” Samantha De Grenet solo perche’ ha un cognome di origini francesi. Come nessuno si e’ mai sognato di dire a me che ho sangue francese per via del mio cognome (e comunque io al massimo il sangue francese potrei averlo sul paraurti della macchina, in caso).

2. Perche’ se e quando avro’ dei figli, non voglio farli crescere in una societa’ nella quale se sei maschio nasci per sottostare ad un’azienda, e se sei femmina nasci per sottostare ad un maschio. Perche’ non voglio che i miei figli da bambini vengano educati ad uniformarsi agli altri bambini, grigi nel grigio. Perche’ non voglio che a scuola gli venga insegnato a saltare la corda a tempo. Perche’ non voglio pagare decine di migliaia di euro per delle universita’ che non insegnano niente e sfornano casalinghe o salarymen.

3. Se vieni assunto dall’azienda all’uscita dell’universita’ sei un “dipendente”, altrimenti ti chiamano “part-time”. E’ una cosa che non sopporto e non sopportero’ mai: ti fa sentire una persona di serie B (e lo sei, ai loro occhi). Ma in generale, la concezione del lavoro dal punto giapponese e’ qualcosa di assolutamente inaccettabile dal mio punto di vista. Una soluzione sarebbe lavorare per un’azienda straniera a Tokyo, ma e’ una cosa praticamente impossibile nel mio campo (il ferroviario qui e’ dominato al 99.9% da aziende locali), e soprattutto mi darebbe l’idea di aver gettato la spugna e di essermi ghettizzato come gli altri gaijin.

4. Perche’ a Tokyo se non sei ricco sfondato ti senti come un bambino in un negozio di caramelle, solo che le caramelle costano tutte dall’euro in su e tu in tasca hai pochi spicci.

5. Per la situazione immobiliare. I lettori mi scuseranno per la banalita’, ma le case giapponesi hanno un mercato tutto particolare. Ovunque nel mondo le case aumentano di valore, mentre qui no: qui scendono. Questo perche’ in Giappone c’e’ una congiuntura tra mercato immobiliare stagnante, case di cartone che deperiscono facilmente e tradizione giapponese del rifiuto per le cose usate.
Inoltre, e’ vietato affittare la maggior parte degli appartamenti nei condominii. Avete capito bene: se compri un appartamento di nuova costruzione in un complesso residenziale, di regola puoi andarci a vivere solo tu: non lo puoi affittare. Non parliamo poi dei prezzi e dei mutui a 40 anni, come in Italia; e soprattutto, della qualita’ degli immobili, legnazzo e calcestruzzo prefabbricato fatti per superare i terremoti ma non vent’anni di vita. Insomma: comprare un appartamento qui in Giappone significa viverci dentro per il resto della vita, anno piu’ o anno meno. Capirete che la mia indole di viaggiatore rabbrividisce solo all’idea.
Per finire, ancora, come da altri punti precedenti: in Giappone se sei uno straniero chi lo sa se e a chi puoi rivendere, un giorno. E se un giorno una tua ipotetica moglie giappina decide di punto in bianco di vendere la tua casa a tua insaputa e fuggire a Cuba col maestro di salsa, sei sicuro che esista qualcuno o qualcosa che glielo possa impedire? Io ho paura di no.
Ah: e non venitemi a dire stronzate tipo “compra in Italia”: quale banca mi darebbe un mutuo in Italia se prendo lo stipendio in Giappone?

6. Perche’ in Giappone il tempo mi scivola tra le dita come sabbione in un cantiere edile, mentre io preferisco la betonata perche’ quella almeno la puoi tenere in mano. Non lo so quale sia la causa di tutto questo, ma qui la vita e’ cosi’ frenetica che vola via. Giorno dopo giorno, mese dopo mese. Chi mi conosce lo sa: io sono una persona dai mille interessi (poliedrici plurisfaccettati e a volte un po’ schizofrenici, diciamolo). In Australia riuscivo a gestire i test di un progetto a otto zeri, e contemporaneamente scrivere un romanzo, e contemporaneamente farmi il brevetto di sub o il corso di golf, e contemporaneamente andare a fighe. Qui a Tokyo lavoro, vado al pub o all’izakaya, esco, passano i mesi e nemmeno me ne accorgo. Faccio la vita del salaryman, fuori a bere coi colleghi, bevi fuma e niente sport. Dopo un anno e mezzo ho letto due romanzi, tra cui uno sottilissimo di Dick, roba che in Australia avrei divorato in qualche settimana. E soprattutto, mi guardo allo specchio e mi vedo invecchiato. E con la panzetta da birra.

7. Perche’ qui ho dieci giorni di ferie l’anno, compresa malattia, e io ‘sta cosa proprio non la sopporto. Perche’ appena arriva un giorno di festa nazionale non puoi andare da nessuna parte a meno che non spendi una fortuna e ti prepari a fare code infinite, perche’ come te ci sono altri 35.599.999 persone in movimento. Perche’ io sono un viaggiatore e dal Giappone non puoi viaggiare, per motivi geografici (da una parte hai un oceano, dall’altra Cina e Russia: sei lontano da tutto!), temporali (con dieci giorni di ferie l’anno dove cazzo vuoi andare?!) ed economici (per mettere il naso fuori da quest’isola devi prendere l’aereo, e durante festivita’ nazionali e periodi di ferie i prezzi raddoppiano. Ci vuole una fortuna per spostarsi da qui!).

8. Per la mia situazione lavorativa. Il mio campo qui in Giappone e’ composto bene o male da tre concorrenti principali, i quali da molti anni hanno siglato accordi per non rubarsi il personale a vicenda. In pratica, essendo stato assunto da una delle tre aziende, non potro’ mai essere assunto dalle altre. Il problema e’ che qui nella mia azienda non ho possibilita’ alcuna di far carriera come dico io, per motivi che ho spiegato abbondantemente in passato, tutte le volte in cui ho parlato della mancanza cronaca di meritocrazia e del fatto che i non-giapponesi non possono far carriera in aziende giapponesi.
Ora, raga: io ho trentacinque anni, ci sono paesi in cui posso essere un senior engineer e farmi la villozza e il biemmevvu’, mentre in questo sono un signor nessuno: voi cosa scegliereste, di stare qui a Tokyo solo per il piacere perverso di sbavare (non corrisposti) sulle giappine a Shibuya?

9. Perche’ il Giappone e’ una bella favoletta che ci accompagna nell’immaginario sin da quando siamo piccoli. Perche’ nella mia testa di bambino c’e’ un quartiere di Tokyo chiamato Tomobiki dove ogni sera un ragazzo arrapatissimo torna da scuola accompagnato dalla sua innamorata svolazzante; perche’ in cuor mio so che da qualche parte in questa citta’ c’e’ un parco giochi che si apre e da cui esce un Trider, o una piscina ai piedi del Fuji da cui esce un Mazinga. Ed e’ cosi’ che voglio ricordare il Giappone, come una specie di Paese delle Meraviglie. E’ cosi’ che voglio vederlo ogni volta che ci tornero’. Perche’ ci tornero’ costantemente, per il resto della vita, a ricordare a queste quattro rocce vulcaniche traballanti e radioattive quanto le amo, e quanto le ho sempre amate. E tornero’ a vivere non solo la notte di Roppongi e le serate ai ristoranti e ai pub piu’ belli del mondo: ma anche, e finalmente, tornero’ per vivere le magnifiche giornate di Shibuya, le mattine di sole sulla yamanote, e le passeggiate nella citta’ piu’ folle del pianeta. Tutte cose che non puo’ fare chiunque a Tokyo ci lavori.

Perché una cosa ho imparato: nella Metropoli Tentacolare o ci vivi, o ci lavori.

Pazza idea

Avevo pensato di gettare la maschera, oggi. Scoprire le carte, sputare il sacco, vuotare il rospo, dire tuttalaverita’, nientaltrochelaverita’, dicaloggiuro – loggiuro. Insomma: e’ da un po’ di tempo che mi balena in testa questa idea: smettere i panni di albino e raccontare gli eventi che mi stanno capitando (stanno capitando a me, io sottoscritto medesimo: quello vero) in questo periodo.


sopra: albino prima di gettare la maschera (ma in realta’ non sono io, nda)

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Volume 4 – Sotto questo sole

In attesa di cospicue rivelazioni che non so ancora come strutturare (sara’ una serie di post, presumo), volevo prendermi del tempo per continuare la vecchia saga del Viaggiatore, ovvero la mia personalissima guida turistica della Tokyo da Vivere, dedicata a chi non vuole limitarsi a visitare un agglomerato di cemento (pur con il suo fascino, vedi sotto) nel momento in cui decida di fare un salto nella Metropoli Tentacolare. La saga e’ iniziata col post “don’t give up on Tokyo” ed e’ continuata qui, qui, e qui.

E dunque.

Viaggiatore,

Ti ho lasciato sperduto nelle notti solitarie, a vagare per la citta’, o nei treni affollati, vestito da salaryman: ma no, non mi sono dimenticato di te. Ora seguimi, perche’ devo accompagnarti a vedere una nuova faccia della Metropoli Tentacolare.

Come sai, Tokyo e’ dotata della rete di trasporti pubblici piu’ completa e avanzata del mondo. E’ un piacere girare per la citta’, perche’ qui l’automobile non serve, e’ completamente inutile: e anzi, qui l’auto perde il suo status di mezzo di trasporto per eccellenza, e viene relegata a semplice ingombro, pezzo di latta utile solo per le scampagnate e pressoche’ inutile per tutto il resto. Chissa’ se anche i turisti comuni se ne rendono conto. Chissa’ se ricordano le metropoli assordanti del resto del mondo, mentre camminano per le strade silenziose e poco trafficate della citta’ piu’ grande di tutte. (immagina che casino se Roma o Milano, ma anche Parigi o New York avessero trentacinque milioni di abitanti: guardati intorno e sorridi quando sei a Tokyo, Viaggiatore).

Il problema pero’, sai qual e’? E’ che questa citta’ e’ troppo grande. Perfino il centro, la “city” (per parlare in termini anglosassoni e capire il concetto): ci vuole piu’ di un’ora di treno per circumnavigarla in treno. E allora cosa fare per vedere tutto? Semplice: prendi la bici.

La bici ti permette di girare ovunque in citta’. Tokyo ha una bellissima caratteristica: e’ bike friendly, perche’ e’ consentito correre in bici sui marciapiedi. Se conti che i marciapiedi da queste parti sono enormi e sono ovunque, praticamente e’ come avere a disposizione la piu’ grande pista ciclabile del mondo. Una rete quasi infinita di strade e stradine, tutte percorribili, e tutte con a fianco un via vai di auto tutto sommato gradevole, poco traffico, gente che cammina ordinata, attraversamenti e corsie preferenziali nei punti piu’ ostici. E’ un piacere, sul serio.

Sembrera’ strano pero’, ma qui a Tokyo pare non si usi tanto noleggiare le biciclette. In effetti praticamente non si trovano negozi disposti a farlo: forse perche’ gli abitanti della Metropoli o ce l’hanno, o non ce l’hanno. Chi lo sa.

Comunque sia, niente paura: ti consiglio io dove andare. Ecco il sito: http://www.tokyorentabike.com/
Il posto e’ a Naka-Meguro, ci si arriva facilmente da Shibuya o Ebisu. Non si tratta di un vero e proprio negozio, quanto piuttosto di… beh, forse un privato, non lo so. Il posto e’ dentro ad un condominio. Si sale all’ottavo piano, si arriva a questo “ufficio” e si viene accolti da uno straniero, dall’accento direi un canadese forse. Ottimo perche’ parla inglese, ma soprattutto perche’ non si perde in formalita’ (es: per restituire la bici la si parcheggia semplicemente sulla rastrelliera dove la si e’ trovata, e gli si infilano le chiavi del lucchetto nella cassetta della posta. Too easy). Insomma, per noleggiare basta lasciargli il numero di telefono, dopodiche’ con 1000 yen (8 euro) si ha noleggio assicurato per un giorno, e con 1700 per due giorni. Nel giro di 10 minuti si e’ in sella, e via. Tra l’altro il tipo ti fornisce anche di mappe per i giri piu’ interessanti: a me non sono servite, da conoscitore della citta’, ma chi lo sa: magari a te potrebbero essere utili.

Io l’altro ieri ho preso la bici da lui. Sono passato da Naka-meguro a Daikanyama, e poi a Ebisu, dove ho pranzato in uno dei numerosissimi cafe’ della zona. Poi Azabu-Juban, Roppongi, Azabu di nuovo, Tokyo tower, e giu’ per Hamamatsucho, Tamachi, Shinagawa, Osaki, Ebisu. Totale: un giro di quattro ore e mezza, comprese pause (numerose), e ho girato meno di un terzo del centro, lo spicchio a sud (Ho evitato Shibuya e Shinjuku perche’ ci sono troppi pedoni – veramente, troppi – e la bici diventa un intoppo piu’ che un piacere. Ma quelli, Viaggiatore, sono posti che puoi sempre girare di notte, se prendi la bici per due giorni).

In una parola? Bellissimo.

Il quarto protocollo

In uno scampolo di tempo dopo il caffe’, concludiamo la rassegna del Graal del Viaggiatore, che abbiamo introdotto nei post precedenti, qui, qui e qui. Negli episodi precendenti siamo andati alla ricerca di un fantomatico luogo ideale, una citta’ che rispettasse una serie di condizioni che ho definito dietro mio personalissimo gusto personale. Un luogo che io come molti altri cerchiamo, o abbiamo trovato, o magari ci limitiamo solo a sognare, quando fantastichiamo andando al lavoro in grigie mattine d’inverno.

Fino ad ora eccolo il mio posto ideale: una metropoli di medie-grandi dimensioni, il cui clima sia mite ma non tropicale, con inverni brevi, sole, mare, e soprattutto con un ottimo stile di vita per chi, come me, e’ un lavoratore dipendente. Ma mi sono chiesto – e da qui nasce il quarto e ultimo requisito, quello di oggi: basta tutto questo? E’ sufficiente stilare una fredda lista di desideri e limitarsi a scartare le citta’ che non li rispettano, andando per esclusione?

La risposta probabilmente e’ no: tutto cio’ ha senso fino ad un certo punto, ma poi bisogna guardare caso per caso. Prendiamo l’esempio del clima. Prendiamo tre posti dove ho vissuto per anni, e di cui ho avuto esperienza. Ci sono Venezia, le cui temperature nell’arco dell’anno variano tra i +35 e i -5, e poi Tokyo, che mediamente ha 3-4 gradi in piu’. La latitudine di Tokyo e’ 35 gradi: se fosse in Europa sarebbe a… Lampedusa!
Poi prendiamo Brisbane, che ha un clima sub-tropicale. Le minime annuali sono sui +12 gradi, si toccano di notte per qualche settimana l’anno (e anche in quei giorni si va al lavoro in maniche di camicia). L’estate e’ umida ma sui 30 gradi: meno afosa sia di Venezia che di Tokyo. A Brisbane si sta proprio bene, il clima in teoria ti offre un’eterna primavera-estate-autunno.

Ma guardiamo meglio, perche’ non e’ tutto oro quel che luccica. Iniziamo da Tokyo. Il clima di Tokyo e’ piu’ caldo di Venezia, certo, ma non bisogna dimenticare di precisare quali sono le vere condizioni di vita in quel clima. Innanzitutto, il Giappone e’ tra Russia e oceano: non e’ protetto ne’ dalle alpi ne’ il mediterraneo, quindi spesso e volentieri abbiamo venti polari freddissimi, d’inverno, di quelli che ti entrano nelle ossa. Credetemi, cento volte meglio i -5 di Venezia senza vento che passeggiare tra i grattacieli a +5 col vento polare. E poi, soprattutto, bisogna ricordare che il Giappone per cultura (case di legno e terremoti) sembra essere allergico all’isolamento delle case. Se fuori hai zero gradi, dentro hai zero gradi, con finestre sottili e muri di cartone. E per scaldare gli ambienti si va solo di condizionatore. Non ci sono termosifoni in Giappone: di solito uno-due condizionatori che sparano aria calda nelle stanze dove si vive, e basta. Se devi andare in bagno ti congeli, per dire. In Italia invece abbiamo i nostri bei termosifoni, le nostre belle stagioni definite; non c’e’ troppo vento, non si congela come in Giappone. E stessa situazione a Brisbane, anzi: moltiplicata. E questo dovrebbe far pensare. A Brisbane il riscaldamento spesso non c’e’ proprio, e vi assicuro che in quel mese in cui di notte si scende a +12 in casa sembra di morire. Tutti sembrano far finta che non faccia freddo, ma cazzo se lo fa. E nessuno mi crede, quando dico che il posto dove ho patito il freddo piu’ intenso in vita mia e’ proprio Brisbane!

Lasciamo perdere altri dettagli sul clima (es: la stagione delle pioggie giapponese, che praticamente rendere giugno-luglio due mesi caldi in cui non si puo’ andare in spiaggia. Giugno e luglio in Italia sono i miei mesi preferiti, shit) e andiamo oltre. Parliamo delle condizioni di vita. Questo e’ un punto che di per se’ e’ relativo, e cambia da nazione in nazione. La domanda e’: cosa vogliamo fare nella vita? Vivere bene?

Beh, se vogliamo questo allora Tokyo e’ il posto sbagliato dove cercare. Gli stipendi saranno niente male, ma quando devi spendere mezzo milione di euro per un due camere da letto da sessanta metri quadri… beh, vi assicuro che vi passa la voglia di pensare di comprarvi un appartamento (devo fare un post “immobiliare” riguardo questo argomento).
Direte: ok, basta che esci un po’ dal centro e i prezzi scendono. Beh, ma cari lettori: se sono venuto in Giappone e’ per la Metropoli, non e’ certo per vivere a こっこまろ! E poi se uno va in campagna in Giappone, non e’ forse come stare in campagna in Italia?

La risposta a questa domanda apparentemente retorica sembra scontata; e invece e’ NO, la risposta. Non e’ la stessa cosa, e chi e’ stato fuori dall’Europa questo lo sa bene. La campagna come la concepiamo noi e’ fatta di gruppi di paesini con la loro piazzetta, la loro chiesa, le loro sagre, le loro tradizioni, la loro cucina, il loro dialetto, la loro identita’. In Italia in fondo si sta bene in campagna, secondo me. In Giappone invece la campagna e’ il Nulla. Non c’e’ un cazzo in campagna, niente a parte verde e cemento, pachinko e catene di family restaurant. Non parliamo poi di nazioni piu’ estese come l’Australia o gli USA, dove appena esci dalla metropoli hai il vuoto pneumatico spinto: paesini distanti decine di chilometri gli uni dagli altri, posti da eremiti la cui unica attrazione di solito sono un Mc Donald’s e un pub all’unico incrocio che costituisce il centro del paese. Da spararsi, la barbagia in confronto e’ New York City.

Ma allora, per tornare alla domanda sullo stile di vita: che fare? Un ingegnere come me di solito ha due possibilita’: andare a vivere come un normale impiegato in paesi ricchi, oppure fare il gran signore in paesi poveri. Perche’ quei x-mille euro che prendi al mese, li prendi qui a Tokyo come li prendi a Bangkok. E allora, che fare? Stare nei miei 35mq nel centro della Metropoli Tentacolare, o fare come il mio amico svizzero che prende qualcosina in piu’ di me e vive a Kuala Lumpur, ha tredici stanze da letto e quattro domestiche? Beh, signori e signore, la risposta e’ semplice: dipende dai gusti.

Ebbene si. Il quarto requisito, che poi e’ la conclusione di questa ricerca de Graal del Viaggiatore di albino, e’ che tutto e’ relativo, tutto dipende dai nostri gusti e dalla nostra volonta’. Cio’ significa che non si puo’ scegliere il posto dove si vuole vivere limitandosi a fare una lista o qualche croce su una mappa. Bisogna conoscere se stessi, sapere quello che si vuole fare nella vita, nella consapevolezza che ogni posto puo’ essere il piu’ bello e il piu’ brutto, a seconda di come lo viviamo noi.

E poi, bisogna inseguire un sogno: anche quando questo sia la semplice sete di esperienze, che ci porta a fare scelte che ad alcuni potrebbero apparire stupide o avventate.

E’ per questo, cari lettori, che con il cuore in mano ho deciso di abbandonare la mia amata Tokyo per approdare a nuovi lidi. Ma di questo parleremo in dettaglio nei prossimi episodi.

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