Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Dieci piccole indiane

Un gruppo di giappine di mia conoscenza questa settimana e’ in vacanza in Italia. Classica combo Roma-Firenze-Venezia, tour de force con meno di due giorni a citta’, secoli di storia e arte, guerre e conquiste, morti e pestilenze condensati nel solito set fotografico precostituito e formato pressappoco da: Colosseo, Fori, Vaticano, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, Uffizi, Torre di Giotto, David col Pistulino di Fuori, Ponte Vecchio, Ponte di Rialto, Canal Grande, Palazzo Ducale, Ponte dei Sospiri, giretto in gondola e fuori dai coglioni.

Poi ovviamente menu a prezzo fisso organizzati dalle agenzie, costituiti da pasta (a Roma carbonara e/o amatriciana a volonta’, a Firenze un bel ragú di selvaggina con spruzzata di tartufo che ad agosto con 40 gradi e’ la morte sua (dei giappi), a Venezia il solito nero di seppia che loro vanno matti, o una bella spaghetti bongore (*) che a Tokyo quando esci con una tipa e’un biglietto assicurato per il love hotel, aglio permettendo), poi pizza a go-go, gelato a secchiate e poco altro.

(Apro veloce parentesi: per una buona parte degli asiatici con cui parli alla fine la cucina italiana risulta pesante, noiosa e per niente meglio dell’italiano che si mangia a casa loro. Sfido io: immaginate se capitasse a voi di andare in Giappone con viaggio organizzato e che lí vi facessero mangiare solo sushi e sashimi a colazione pranzo e cena, in menu preconfezionato e senza mostrarvi null’altro della cucina locale! Anche a voi verrebbe dopo un po’ da dire che la cucina locale e’ un cincinnin noiosa, no?! Chiusa parentesi, come promesso).

Torniamo alle giappine in viaggio preconfezionato. Una non ha fatto nemmeno a tempo a scendere dalla scaletta dell’aereo a Fiumicino che – taaaaak! – le hanno subito fatto il portafoglio. Me le vedo come se fossi stato li’, ‘ste tre ignave a traballare col tacco dodici sui sanpietrini e la Louis Vuitton aperta spalancata a braccetto. Vatti un po’ a pensare che ti derubano, te giappina che a Tokyo lasci l’iphone sul tavolo da Starbucks per tenerti il posto occupato mentre vai a ordinare il frappuccino! (giuro, fanno cosí! Visto gente lasciare Iphone, ipad, portafoglio, borsetta…).

Ecco allora che in pieno stile Dieci Piccoli Indiani (son tre ma vabbe’…), la prima se n’e’ tornata a casa triste e affranta dopo un sol giorno. Non so se le agenzie viaggi giapponesi provvedano a risarcire i derubati (immagino di no, altrimenti tra Italia e Spagna andrebbero in rovina), ma per lo meno sembra provvedano al rimpatrio immediato. Buon per loro. Io comunque questa tipa me la immagino in aereo mentre singhiozza in silenzio accusando se stessa per non essere stata abbastanza attenta, invece di prendersela con quel paese di malandrini e scippatori dove ha avuto l’incauta idea di passare le ferie. Classica reazione giapponese per cui se quando ti succede una sfiga o qualcuno ti fa del male in fondo e’ colpa tua (che hai scelto quel paese, che non sei stata attenta, che eri lí in quel momento, che esisti), non di chi ti ha fatto un torto. Tutto il contrario della reazione vigliacca italiana per cui quando ti capita qualcosa di brutto o fai uno sbaglio e’ sempre colpa degli altri, della sfiga, del governo, mai tua. Mai.

Torniamo alle turiste per caso. Mi giunge voce che al momento una tra le due giappine sopravvissute sia terrorizzata a manetta dalla gente maleducata, aggressiva, incazzosa che incontra a Roma. Sfido io che hanno paura: non so se avete letto il copione della storia, ma il livello 2 narra che una tra lei e l’altra sia destinata a diventare la Seconda Piccola Indiana. Quella che torna a casa incinta.

Interessante notare come entrambe al momento si chiedano come mai un popolo come l’Italia che vive molto di turismo tratti cosi’ male i turisti. E parlano non sapendo ancora cosa le aspetta quando saranno arrivate a Venezia (livello 3 del girone dantesco), citta’ che a differenza delle altre due vive nonmolto” ma proprio “esclusivamente” di turismo. Aspettino di arrivare a Venezia e di sentirsi bestemmiare in faccia dagli educatissimi veneziani che salgono in vaporetto facendo a gomitate coi turisti, ovvero con quelli che gli danno da mangiare. Perfino i mandriani trattano meglio i loro capi di bestiame.

(Venezia meriterebbe di affondare solo perche’ i veneziani moderni se lo meritano proprio, di andarsi a trovare un lavoro vero, una volta nella loro triste vita).

Io me lo chiedo da anni, cari lettori: come abbiamo fatto a ridurci cosi’? Chi li ha creati quei monumenti, noi o un’altra civilta’ diversa dalla nostra?

(*): spaghetti bongore per chi non l’ha capita se la vada a cercare su google. O si studi un po’ di katakana, cribbio!

L’importante e’ che se ne parli

Se c’e’ una cosa che mi ha insegnato l’andare a vivere all’estero, e’ l’importanza delle identita’ culturali. Quanto siano belle e importanti le diversita’ di ognuno. A prescindere da dove sia nata, ogni persona ha qualcosa da insegnarti che tu non sai, che non avevi mai sentito nominare e che non avresti mai immaginato esistesse. Ognuno ama il posto da cui proviene, a ognuno piace la cucina della mamma prima di tutte le altre, ognuno ha un bagaglio alle spalle pieno di cose interessanti e diverse.

Se c’e’ un’altra cosa altrettanto importante che ho imparato e’ che siamo tutti connessi. Sebbene diversi, tutti noi dividiamo lo stesso pianeta e viviamo in un mondo, quello degli anni di internet, in cui distanze sono minime, spesso ininfluenti. E’ cosi’ per l’informazione, che oramai attraversa il globo alla velocita’ della luce, e per i commerci, che al giorno d’oggi non vuol dire solo che le fabbriche delocalizzano all’estero, ma che a volte ti capita di trovare i prodotti del tuo paesello sugli scaffali di un supermercato dall’altra parte del mondo.

Per questo io non capisco come uno sano di mente possa dichiarare ai media (non al bar del paese: ai media!) nel 2013 che "Mussolini ha fatto bene a parte le leggi razziali". Senza entrare nel merito della sparata, ci rendiamo conto che una frase del genere la dici e due secondi dopo la leggono i tedeschi e gli americani, i francesi e gli australiani, gli indiani e i cinesi? Chi paga per una frase del genere?

Una frase del genere vuol dire che uno lo fa apposta, basta che si parli di lui in prima pagina, nel bene e nel male. Stessa tecnica che mi par di capire abbia messo in atto tal F.C. del post precedente. Mi chiedo quanti fan dell’uno votino anche per l’altro, e quanti di quelli che non votano per l’altro sognino di vederlo un giorno diventare il compagno di cella del primo.

L’ultimo dei romantici (appiedati)

Lo Stereotipo ci insegna che agli italiani piacciono i motori. Non per nulla le piu’ belle auto e moto del mondo le abbiamo inventate noi. Non per nulla la mejo immagine dell’Italia che esportiamo nel mondo da un cinquantennio sono Gregory Peck e Audrey Hepburn in vespa a zonzo per Roma.

L’altra faccia della medaglia pero’ ci dice anche che gli italiani degli anni 2000 passano una bella fetta della loro esistenza nel traffico a bestemmiarsi l’un l’altro. Per ore, e ore, e ore, ogni santo giorno. Alle italiane degli anni 2000 piace portare i bambini davanti al cancello della scuola, in pigiama col SUV. All’italiano/a lavoratore/trice degli anni 2000 piace alzarsi dal letto la mattina, sedersi in macchina, star seduto una giornata intera in ufficio, per poi ri-sedersi in macchina e tornare a casa. E poi magari pagare 100 euro al mese di palestra, per far moto.

Questo perche’ siamo un po’ allergici ai mezzi pubblici, diciamolo, e ci stiamo anche un po’ tutti sul cazzo a vicenda. Sia mai che saliamo in bus e ci tocchi (congiuntivo, ragioniere!) sorbirci, che ne so, studenti che fanno casino. O ancora peggio magari ritrovarsi a tu per tu con una col velo, o a uno zingaro scippatore. O di dover pagare il biglietto (i 50 euro di benza invece sono gia’ in budget, quindi non sembra neanche di spenderli… fateci caso). E poi a noi italiani ci piace l’igiene, e i sedili dei mezzi pubblici sono lerci, strappati, scritti di uniposca, con le gomme americane e le caccole appiccicate sopra.

Questo e’ lo Stereotipo, ok. Ma come stanno le cose in realta’? E’ vero quasi quasi il contrario: a nessuno piace sedersi nel traffico per ore. Le mamme che scarrozzano i bimbi a scuola ne farebbero volentieri a meno, come ne facevano a meno le genitrici della loro (nostra) generazione. Ma metti che i bimbi capitino fra le grinfie di un pedofilo (figura che, si sa, negli anni 80 non esisteva), o che vengano rapiti dallo zingaro di cui sopra. Il fatto, dico io, e’ che tra gli italiani e i mezzi pubblici c’e’ un rapporto di malsopportazione. Avere a che fare col proprio prossimo proprio non ci va. Salire su carri bestiame sporchi e mal tenuti proprio non ci va. Gestire al meglio i mezzi pubblici, sia dal punto di vista dell’utente che dell’operatore, e’ un concetto a noi estraneo.

Morale: da anni le notizie sembrano assomigliarsi tutte. La Fiat in crisi, la Fiat che perde quote di mercato. Le assicurazioni automobilistiche alle stelle, il traffico che aumenta. I mezzi pubblici che fanno cagare, lo stato che sovvenziona enti in perdita cronica (il go-go-go-governo ha appena fatto trovare 400 milioni di euro di fondi pubblici all’ATAC di Roma sotto l’albero, se qualcuno non ci aveva fatto caso. Cosi’ sappiamo chi sara’ a organizzare il prossimo festino vestiti da maiali coi soldi di Pantalone). I parcheggi non sono mai abbastanza. Le polveri sottili, stranamente in aumento. E soprattutto: famiglie da 2000 euro al mese che mettono via un cazzo a fine mese ma hanno una o due auto, spendono centinaia di euro tra assicurazione, bollo, benzina, manutenzione. Tutto questo perche’ l’automobile serve, e’ necessaria, non si vive senza.

Le nuove linee di mezzi pubblici ai piu’ sembrano uno spreco di soldi. Ho un amico su facebook che ogni santo giorno fa la strada tra Mestre e Venezia in macchina (!) per accompagnare la morosa al lavoro (!!) e posta foto del ponte della Liberta’ intasato a causa dei lavori per il tram. Ripeto: invece di ringraziare che gli stanno costruendo un tram con cui la morosa potra’ andare al lavoro autonomamente (come se il treno non esistesse gia’, ma lasciamo perdere…), il tizio si lamenta perche’ il tram rallenta il traffico automobilistico. Se questa e’ la mentalita’, ringrazio il cielo di vivere all’estero.

Intendiamoci: se vivete in un paesino di 2000 abitanti in mezzo al nulla, ovvio che vi serve avere un’auto, se non altro per andare a fare le spese. Ma uno che vive a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino, a Bologna, a Firenze… in teoria non dovrebbe averne poi tutto questo bisogno, o no?

Ma cos’e’ il mercato dell’auto, in fondo. Un mercato basato sul motore a scoppio, ovvero una tecnologia vecchia di un secolo e rotti, alimentata da una fonte energetica non rinnovabile e destinata a scomparire. Vedo notizie allarmate sul mercato dell’auto in crollo, come se la vendita dell’auto fosse legata in maniera diretta e automatica al benessere delle persone, al benessere di un paese. Che poi e’ vero: oggigiorno Il benessere e la salute di un Paese, purtroppo, si misurano anche da quanti soldi la gente ha da sperperare in automobili.

Ma guardatela da un altro punto di vista, per una volta. Progresso e benessere si raggiungono davvero quando la gente puo’ permettersi di spendere soldi per chiudersi in solitudine dentro a un pezzo di latta? Ditemi che sono di parte, ma secondo me una civilta’ evoluta non e’ quella in cui anche i poveri possono permettersi un’auto, ma quella in cui anche i ricchi usano i mezzi pubblici.

L’altra estremita’ del tubo

C’e’ qualcosa che non va in questo posto.

Le tasse stanno a zero quasi. Le paghi una volta l’anno, e siamo sul 10-15% a seconda del reddito. Niente tasse extra, niente IVA, niente di niente.

Aggiungiamo che gli honkesi sono un po’ cinesi, diciamo, misto british. Quindi sono organizzati e casinisti allo stesso tempo, tradizionalisti e moderni, maleducati e rigorosi (difficile da spiegare ‘sta cosa…), ordinati e scombinati allo stesso tempo.

Solo che non mi spiego come faccio ad avere una linea internet a 1Gb/s a 10 euro al mese dentro casa, e allo stesso tempo il portinaio che mi raccoglie la spazzatura ogni giorno. E la metro in orario perfetto, servizi eccellenti, organizzazione impeccabile, tutto a lustro senza pagare un filo di tasse.

Ma chi cazzo glieli da’ i soldi a ‘sto governo? Sara’ mica qui che va a finire il buco nero dei fondi pubblici in Italia, quel buco che sembra non riempirsi mai?

Mah!

Chiuso per trasloco

…Tanto per cambiare.

Domani mi arriva la mobilia dall’Australia e mi danno le chiavi dell’appartamento nuovo. Allo stesso tempo. Tipo che mi danno le chiavi mentre il camion dei mobili (e dei 55 scatoloni) ci va di clacson dalla strada.

PS. I romani del consolato non erano quelli allo sportello (anzi, c’e’ una honkina niente male con un accento italiano perfetto allo sportello. Roba che ti vien voglia di rifarti il passaporto solo per rifarti gli occhi). Il problema erano quelli in coda!

Mi chiedo: perche’ gli italiani non sanno stare in fila? Perche’ le organizzazioni italiane non sanno organizzare le code? Perche’ non transennano in modo da farti stare in fila indiana, ma tengono le sale d’aspetto tipo salottino del cazzo dove uno non sa mai chi e’ prima e chi e’ dopo?

Maledetti.

E poi. Perche’ entri in sala d’aspetto e ci sono i divani dove uno si siede, e non esiste una fila? Perche’ cazzo devo entrare e dover chiedere “chi e’ l’ultimo?” e passare la mezz’ora seguente col culo al comodo ma il cervello in allarme a stare attento che nessuno si intrufoli tra me e quello prima di me???

Torniamo al tipo in coda (“coda” per modo di dire). C’e’ una tipa (asiatica) (cesso) che sta compilando un modulo, e lui seduto sul divano. Lo vedi che e’ impaziente, lo stallone della ciociaria. Alla fine si decide: si alza e va da lei, di fronte a tutta la sala d’aspetto che sta in silenzio religioso a gustarsi questa figura di merda. In un inglese ORRENDO con accento atroce le chiede qualcosa che il mio cervello si rifiuta di ricordare (a me il suono degli italiani che tentano di parlare inglese stride alle orecchie come le unghie su una lavagna). Lei lo guarda e gli risponde qualcosa, e lui allora la guarda stupito, e con un sospiro di sollievo le chiede se parla italiano (ovviamente si, genio).  “Aho, mi madre e’ dde Taiuuan!” gli fa lei con voce caciarosa e accento ancora piu’ burino del suo.

Al che albino pensa – appposto semo, ghesboro – e si mette una mano sugli occhi. Segue conversazione a due con altre 20 persone che li guardano allibiti; e tutto un “eddai bella, stasera annamo a farcie unaperitivo, su“, e cose del genere. Albino a quel punto ha due scelte, o vomita o se ne va. Tra il giramento di coglioni della fila inesistente e questa scena da di bovari campagnoli che si parlano in burinese, la scelta e’ scontata.

Morale: il giorno dopo sono tornato all’orario di prima apertura (tanto il consolato e’ l’edificio di fronte al mio ufficio…) quando non c’era nessuno. A parte una tipa con passeggino che registrava il figlio e che e’ riuscita a passarmi davanti – la zoccola – perche’ mentre io compilavo il mio modulo nell’apposito spazio, lei si e’ messa a compilarlo direttamente allo sportello. La troia. Sposata con francese poi, che e’ tutto un dire. Che il fantasma di Materazzi perseguiti voi e tutta la vostra stirpe nei secoli dei secoli.

Vado, che la notte e’ giovane. E spero di non incontrare italiani questa sera.

Perche’ in fondo c’e’ giustizia a questo mondo

Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto che le aziende prendano ispirazione le une dalle altre, e l’ufficio brevetti americano e’ una presa per il culo alla ragione umana.

L’esagerazione americana e’ inconcepibile. Di piu’: inaccettabile. E’ stupido che un’azienda possa brevettare una forma, un modo di muovere le dita, un marchio o un nome di uso comune o universale. Perche’ allora io vado all’ufficio brevetti e brevetto il fatto di sedersi davanti al PC, e da domani alla Apple il prossimo iphone lo programmano tutti stando in piedi. Che idiozia.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
E’ non solo giusto ma addirittura sacrosanto che Samsung sia stata condannata a pagare per aver copiato Apple. Che cazzo, uno perde anni a creare un’idea rivoluzionaria, e poi ti arriva il primo stronzo coreano che in tre mesi ti copia anni di Ricerca e Sviluppo e grazie a questo riesce ad essere piu’ economico di te e ti ruba fette di un mercato che tra l’altro hai creato tu! (e tutto questo tacendo del fatto che se non fosse per l’iphone probabilmente saremmo ancora qui a smanettare con le tastierine di plastica dei nokia…).

Ma non esiste proprio! Guardate le macchine coreane, le tv coreane, le lavatrici coreane: sembrano macchine a volte giapponesi, a volte tedesche, a volte… beh, ce n’e’ una qua in Australia che ha lo stesso i-den-ti-co culo della Giulietta. Ma si puo’?

D’altronde la differenza sostanziale tra un coreano e un cinese, e’ che il cinese di fronte all’evidenza ammette candidamente che i cinesi copiano, mentre quando parli coi coreani-dal-cervello-lavato, a sentirli sono loro che inventano e gli altri che copiano. Ben gli sta questa volta. In fondo, ricordiamolo, Apple non aveva niente contro il design di Samsung, a patto che Samsung “partecipasse delle spese di ricerca” pagando una licenza, ovvero un tot a telefonino venduto. Tanto per giocare ad armi pari. Un po’ come i produttori di automobili pagano la licenza per il tetto rigido retrattile che la Mercedes ha inventato per la SLK.

(Non per nulla, dopo essere stata copiata per anni dai coreani di Samsung e LG, Sony ha tagliato i fondi allo sviluppo delle nuove tecnologie AMOLED, dichiarando che e’ ora che i coreani prendano lo scettro della ricerca nel settore TV. Che e’ un po’ come dire: questa volta lo smazzo per inventare la nuova generazione di prodotti ve lo pagate voi, stronzi, e noi voi copiamo a suon di reverse engineering come fate voi da anni. Ovvero come i giappi stessi facevano negli anni sessanta con gli americani, tra parentesi – perche’ non tutti sanno che i coreani hanno copiato anche il modo di copiare).

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Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto quello che dice Zeman, ovvero che quando uno viene squalificato non dovrebbe allenare.
E’ giusto quello che dice Petrucci, ovvero che la gente in Italia dovrebbe imparare ad accettare le sentenze e commentare solo a sentenza definitiva.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
Mi piace che Conte, condannato senza uno straccio di prova, possa allenare durante la settimana e la domenica sedersi comodamente in tribuna VIP, e comandare la squadra via cellulare.
Perche’ ricordiamolo: se Conte fosse l’allenatore dell’Inter la sua posizione sarebbe stata archiviata gia’ dalla prima udienza.

Il folklore della disonesta’ italica

In questi giorni una coppia di miei amici australiani e’ in Italia in vacanza. Hanno fatto tappa a Napoli, e ovviamente nel giro di due giorni hanno clonato loro la carta di credito. A entrambi.

La cosa pazzesca di questa storia non e’ la rapina: quella purtroppo e’ una cosa abbastanza comune. La cosa interessante e’ il fatto che i due l’hanno presa come una cosa folcloristica e ci hanno pure riso sopra! Naturalmente non hanno perso un centesimo, visto che la carta era protetta da un sistema antifrode (non so neanche perche’ certa gente si metta a clonare le carte, visto che basta fare una chiamata in banca per bloccare e annullare ogni transazione). Ma la cosa che mi ha impressionato e’ che la usavano apposta, la carta, sperando di farsela clonare solo per la soddisfazione di bloccarla e poter poi raccontare in giro: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato!

(Ci sarebbe pure spazio per un business di magliette con su scritto: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato. Anzi scommetterei che gia’ le fanno).

E le foto su facebook: dovreste vederle. Lei fotografata sul lungomare che commenta “questo e’ il confine della zona pattugliata dalla polizia. Oltre questo punto inizia la zona selvaggia dove ci hanno sconsigliato di andare”. After this point you are on your own! Ci rendiamo conto? Manco fossero a Mogadiscio, o a Beirut.

Questa storia mi ha riportato alla mente un mio vecchio amico di Perth, il quale anni fa e’ andato in vacanza a Roma e si e’ messo a fare su e giu’ per il mercato con un portafogli che sporgeva in bella vista dalla tasca dei jeans, in attesa di essere rapinato. Il portafogli era vecchio e conteneva solo un biglietto con scritto “fuck you“.

Per certi turisti sembra essere una cosa divertente, da raccontare. Soprattutto quando sei anglosassone e per te l’italiano e’ un malandrino scuro e impomatato che di solito fa il pizzaiolo, allo stesso livello del turco che vende Kebab e dell’indiano che guida i taxi. Sapete com’e’: quando vai in Spagna scappi dai tori a Pamplona, appena atterri ad Amsterdam ti accendi una canna, quando vai in Nuova Zelanda fai rafting, quando vai in Thailandia vai a troie, e quando vai in certe parti d’Italia ti fai rapinare. Ogni paese ha la sua esperienza particolare, no?

Quanto e’ difficile essere italiano nel 2012… abbiamo esportato la civilta’ per millenni, e non ci siamo resi conto che stavamo restando senza noi.

Come andare a puttane coi soldi degli altri

Caro albino,

Te la ricordi Nicole Minetti? Vai a leggerti le news: deve durare fino a ottobre in consiglio regionale per assicurarsi il vitalizio da 1000 euro al mese. Si, perche’ apparentemente in Italia si concede il vitalizio pure all’esercito dei consiglieri regionali. Per quale motivo poi non si sa, ma non siamo qui a parlare di questo.

Non so se ti rendi conto che Nicole ha 27 anni, esattamente 9 meno di te. Non so se ti ricordi che alla sua eta’ il tuo stipendio era un decimo del suo, e pure oggi di soldi ne prendi molti, ma molti meno di lei. Alla sua eta’, te la ricordi la prospettiva di una vita senza prospettive, il conto in banca semiprosciugato, la polo diesel scassata con cui giravi?

Ma sono paragonabili le cose? Non so se ricordi che per arrivare dove sei arrivato tu hai dovuto farti un culo cosi’ a studiare ingegneria in una delle facolta’ piu’ dure d’Italia. Non so se ricordi che poi per ottenere qualcosa a livello di carriera hai dovuto lasciare l’Italia. Quanto ti e’ costato, quanto ti costa vedere i tuoi genitori, i tuoi amici una volta l’anno?

E lei? Vai, vai a riascoltarti le intercettazioni. Il livello e’ quello del Trota, anzi peggio: il Trota in fondo non e’ altro che un bambinone un po’ indietro di QI, mentre lei e’ proprio il peggio, del peggio, del peggio, dello schifo. Talmente inascoltabile che va ascoltata, con tanto di pelle d’oca e nonostante i conati di schifo. Ma alcuni non vogliono ascoltare i discorsi, si tappano le orecchie, dicono che se li ascolti scendi al livello dei forcaioli come un Travaglio o un Santoro qualsiasi. Meglio non ascoltare allora, meglio non sapere, meglio far finta che sia tutta una balla dei comunisti, e che Nicole sia “bravissssima e preparatissssima” come diceva il Banana da Vespa.

Come se non bastasse, caro albino, dopo tutto quello che e’ successo ora leggi sui giornali che una parte degli italiani sarebbero pure disposti a ri-votare per quel maiale ultrasettantenne che l’ha messa nel listino bloccato del consiglio lombardo. Una parte di italiani disposti a ingoiare ogni tipo di merda pur di evitare che vinca l’altra parte, il nemico, quello che vuole i matrimoni dei ghei, quello che ci farebbe invadere il paese di extracomunitari. E allora meglio il male minore, dicono. Pur di fare un dispetto al nemico, meglio mangiare la merda.

E gli italiani. Che buffi gli italiani. I pompini lei li ha fatti a lui, mentre ora il suo stipendio lo stanno pagando loro. Che buffi eh, gli italiani.

Con affetto,
testesso.

Un altro cerchio

Non so cosa mi sia venuto in mente, ma ho avuto la sciagurata idea di guardarmi in streaming qualche pezzo di puntate recenti di Porta a Porta. Vomito.

A parte gli ospiti di caratura politica e intellettuale di spicco (Lupi, Cicchitto, BelPietro, Bocchino, per non parlare della sinistra e del centro), quello che mi ha impressionato di piu’ sono alcune sparate di Vespa. Tipo questa: “dopo l’esploit del movimento 5 stelle, abbiamo capito che cosa Grillo non vuole, ma non abbiamo ancora capito cosa vuole“.

Ora, io mi chiedo. Per quanto abbia la faccia come il culo Vespa e’ pur sempre un giornalista, giusto? Il programma di Grillo e’ disponibile nel suo blog in formato pdf da anni, e io non ci credo che  nello staff di Porta a Porta nessuno ne sia al corrente. Allora io dico… un minimo di onesta’ intellettuale, fa proprio cosi’ schifo? Basta scaricarsi il pdf per sapere cosa propone e come si pone il M5S, fin nei piu’ minimi stronzi dettagli. Si puo’ essere d’accordo oppure no, oppure come me si puo’ essere d’accordo in parte si, in parte no, e in parte in parte. Se volete vi dico anche dove.

Allora mi chiedo: cosa vogliono gli altri schieramenti politici, quelli dei partiti, quelli della casta? Governare, certo. Potere, certo. Soldi, certo. E poi? I programmi dove sono? Come cambiano? Il PD e’ a favore o contro gli inceneritori? Il PDL e’ a favore o contro i camorristi in parlamento? Il PD e’ a favore o contro le coppie di fatto? Il PDL e’ a favore o contro il taglio dei parlamentari? Il PD e’ a favore o contro il taglio delle province? I partiti tutti sono a favore o contro il Porcellum elettorale?

Io Grillo e il M5S so per filo e per segno cosa vogliono fare. Gli altri schieramenti, sinceramente no: perche’ o dicono cose e poi le smentiscono il giorno dopo, oppure le dicono e le smentiscono coi fatti. E allora, chi e’ l’antipolitica? Il fatto e’ che il M5S non e’ antipolitica: e’ antipolitici, e questo la casta l’ha capito benissimo, ma cerca di nasconderlo per non perdere anche i voti dei nonnetti che guardano Porta a Porta e non si informano tramite internet.

Riguardo a Vespa ho un solo pensiero: eh ma arriva il giorno della resa dei conti, prima o poi. Come ho scritto ieri, i cerchi prima o poi tendono sempre a chiudersi.

25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu’; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

Crowdsourcing e cervelli in fuga

Leggevo questo articolo, sul crowdsourcing e sui cervelli in fuga. L’articolo dice che bisogna valorizzare l’immenso patrimonio perso, mettendo insieme le potenzialità delle migliaia di scienziati, ricercatori, innovatori italiani sparsi per il mondo, senza cercare di combattere una battaglia persa per farli ritornare a casa.

Battaglia persa, giusto. Parlo per me ad esempio, che se non torno a lavorare in Italia e’ per due ragioni fondamentali: la prima e’ che se tornassi in Italia adesso dovrebbero darmi in mano un ufficio con doppio ficus, poltrona in pelle umana, acquario dipendenti, ma soprattutto con responsabilità superiori rispetto a gente più vecchia e con più anni di esperienza di me (ma io l’esperienza me la sono fatta, se permettete, sul campo. Non e’ che un anno dietro a una scrivania a menarsi il ciccio valga come un anno a dirigere un progetto all’estero).

Il secondo motivo, poi, naturalmente, e’ che sono fuori mercato. Una famosissima ditta tedesca che comincia con Siem e finisce con ns qualche anno fa per una posizione a Roma mi ha offerto la bellezza di 1700 euro al mese (mi par di ricordare), dicendomi che “ingegnere, alla sua eta’ non possiamo pagarla più di così“. Ecco, manteniamo quella stessa cifra e trasformiamola in stipendio settimanale e possiamo cominciare a parlarne. Perché se mi arriva qualcosa di decente in Italia sono anche disposto a fare qualche sacrificio.

Ora il go-go-go-governo ci viene a dire, a noi emigranti studiati: eccoci qua, siamo arrivati, siamo i tecnici, non siamo più quella manica di incompetenti e Gasparri vari che c’erano prima. Noi sappiamo che non riusciamo a riportarti a casa. Bene, caro emigrante: resta li’, ma dacci una mano dall’estero.

Va bene. Io pero’ non e’ che ci abbia (thanks Aka) capito molto. Volete l’aiuto dei ricercatori in fuga, o anche di quelli che fanno parte del mondo dell’industria? No, perché a me pare che in Italia ci sia un problema legato alla ricerca, ma anche uno (e bello forte) nel settore della grande industria, dove la meritocrazia e’ azzerata e il livello di competitività nel mercato globale e’ praticamente nullo, fatte salve forse le aziende che esportano cibo, moda e design.

Senza offesa per i ricercatori sparsi per il pianeta e impegnati a scalare le gerarchie accademiche di mezzo mondo; ma quanti ingegneri trentacinquenni ci sono in Italia in grado di gestire gare internazionali multimilionarie in inglese perfetto con documentazione allegata? Quanta gente sa prendere in mano un sistema e andarlo a vendere agli indiani, ai giapponesi, ai cinesi, agli australiani?

Io me li ricordo nel 2009 quando in Australia sono atterrati gli italiani di quella famosa ditta di Finmeccanica. Me li ricordo con la loro scarpa perfetta, vestito perfetto, cravatta perfetta, tutto perfettamente fuori posto per il contesto. Me li ricordo in mezzo agli australiani in maniche corte e pantaloncini corti. Me li ricordo parlare in inglese con un accento spaventoso. Me li ricordo saper tutto loro senza sapere un cazzo dell’ambiente in cui erano entrati.

Ora pero’ arriva il governo, che mi mette a disposizione il crowdsourcing. Bello, ma io che me ne faccio? Mi date un bel forum su cui diffondere le mie conoscenze maturate all’estero? Ma vi pare che io abbia tempo da perdere?

Ma non e’ meglio, per chi come me e’ impegnato nel settore industriale, il ricorrere al buon vecchio sistema della lobby? Magari automatizzato, magari centralizzato. Così magari diamo una sponda amica e familiare a chi sta in Italia e cerca di esportare oltreoceano?

Cosicché magari la prossima volta che un gruppo industriale italiano manda gente in giro per il mondo evita di fare figure di merda?

Repubblica Delle Aviobanane vs Too Easy, Mate

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, marzo 2005.
Cambio aereo da Venezia a Roma in direzione Australia. Aspettiamo i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti: alleluja! Si muove il nastro. Mezz’ora: eccoli, i tanto sospirati bagagli! Ma che peccato: check-in chiuso, aereo perso, coincidenza andata, Australia adios.
Grazie Roma, cantava Venditti. E pure io, ma con ben altro spirito, tipo quello con cui i nordcoreani pensano ai sudcoreani.

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, dicembre 2011.
Aspetto i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti, si muove il nastro, ma io non canto certo vittoria, memore del 2005. Esce una valigia, due, poi si ferma di nuovo.

La gente si spazientisce e inizia ad accalcarsi attorno al nastro: un po’ perche’ stiamo parlando di italiani trogloditi (ciccini belli, non e’ che se vi accalcate sul nastro le valigie arrivano prima), un po’ perche’ ci sono altrettanti trogloditi che non stanno facendo o non sanno fare o non vogliono fare il loro lavoro dall’altra parte del nastro. No, perche’ ad uno a un certo punto viene pure da chiedersi come mai, e forse e’ meglio non specularci sopra troppo, perche’ si sa che in Italia non e’ mai colpa di nessuno. Probabilmente dietro le quinte c’e’ un’azienda che se ne fotte del passeggero (ché tanto di turisti a Roma l’e’ pieno), un subcontractor che taglia sul personale per mangiarci sopra, il poco personale sottopagato, svogliato, in costante pausa sigaretta – e magari la ciliegina sulla torta, a dare il tocco di classe: un bel software antiquato e incriccato di gestione bagagli, di quelli che girano ancora su PC anteguerra col monitor polverosi a tubo catodico – me li vedo come se li avessi davanti, me li vedo…

Nastro bagagli, aeroporto di Tokyo/Melbourne/Brisbane/Perth/Sydney/altrove nel mondo civilizzato
Decine e decine di voli, sia domestici che internazionali, e mai un solo problema, mai un ritardo, mai una pagliuzza fuori posto. Sara’ un caso? Forse si, perche’ a dire il vero non ho mai avuto problemi nemmeno a Venezia. Ma si sa, il veneto c’ha un po’ di sangue austriaco nelle vene, sara’ per quello? (si fa per dire: i problemi all”aeroporto di Venezia ci sono e sono ben altri, tipo per esempio il banco Alitalia, o quell’assurda security con file chilometriche che mescola voli nazionali e internazionali. Tsk).

Nastro bagagli, aeroporto di Sydney, l’altro ieri.
Arrivati a Sydney da Perth, a me e a un’altra ventina di passeggeri non e’ stato consegnato il bagaglio. Prima volta che mi succede in piu’ di un centinaio di voli in Australia. Tempo di accorgercene, e ci siamo diretti allo sportello bagagli. Tempo di dirlo, e l’addetto al banco ha schiacciato un pulsante rosso sul banco.

Tempo di schiacciare il pulsante, e altri DUE addetti sono usciti in tutta fretta a smistare la fila. Gentilezza ed efficienza: 10 e lode.

Tempo di spiegarsi, e hanno fatto un paio di telefonate. Nel giro di un secondo ci hanno dato un modulo da compilare, e ci hanno mandato a casa senza bagaglio dicendoci che per un disguido (rottura dei un nastro) le nostre valigie erano rimaste a Perth, e sarebbero arrivate col volo successivo (erano le 9 di sera, quindi quello che arrivava alle 6 di mattina).

Ore 7:30 del giorno dopo, mi chiamano: il bagaglio e’ qui, mo’ te lo portiamo a casa.

Tornato a casa al sera, mi accorgo che il bagaglio ha una piccola crepa sul fondo. Chiamo il numero verde, mi risponde in due secondi una tipa, la quale mi fa un paio di domande, mi da l’indirizzo di un negozio di valigie in centro e mi dice di portare il bagaglio li’: dopo l’ispezione vedono se possono ripararlo, altrimenti me ne danno uno nuovo in sostituzione.

In Italia, come ben sapete, se avessi chiamato per un bagaglio danneggiato probabilmente sarebbe andata cosi’.

In bagno con Rutelli

Stamattina seduto sulla tazza guardavo Rutelli dalla Annunziata, incazzato come una biscia (lui) mentre si proclamava vittima di truffa, dichiarava a gran voce di aver querelato e spergiurava (sui suoi figli? ah era quell’altro) di non aver mai preso una lira in vita sua. Un euro, pardon.

Poi sono entrato in doccia e mi son detto che cazzo, sei presidente di un partito e non t’accorgi che ti rubano i milioni sotto il naso. Beh ma certo, mi son risposto, con tutti i soldi di rimborsi elettorali che prendono.

E poi, mi son ri-risposto, ‘sto qua magari e’ vero che non s’e’ intascato niente (stavolta), probabilmente firmava ogni carta che gli passava sotto il naso, come il mio vecchio prof di Informatica II all’uni che ti doveva firmare l’accesso al laboratorio se eri in corso con lui, ma tanto firmava tutto in bianco quindi anche se non eri nel suo corso bastava che gli bussassi in ufficio e lui ti firmava l’accesso senza controllare chi eri. All’epoca girava pure voce che qualcuno della goliardia gli avesse fatto firmare chissà’ quali carte assurde, tipo cambiali o carte con su scritto “sono un idiota” o cose simili.

Tra una insaponata e l’altra, ad un certo punto ho realizzato che Rutelli e’ li’… da sempre. Uno dei tanti “professionisti della politica”, come li definiva giustamente Berlusconi (salvo poi averne mezzi dalla sua parte), tipo Veltronigasparrilarussadini ecc. ecc.

E poi mi son ri-detto che in fondo e’ così che va il mondo: come in ogni professione, in politica l’esperienza e’ un valore, le conoscenze nell’ambiente valgono oro quanto pesano, la gente sa come muoversi bene solo in acque conosciute. Se la cosa vale per un ingegnere, perché non dovrebbe valere a maggior ragione per un politico?

A questo punto avrei dovuto ri-ri-rispondermi, ma purtroppo, beh… la doccia era finita, e con essa lo spazio per le riflessioni mattutine.

(Pero’ dell’autodifesa di Rutelli ho apprezzato che ha ammesso (finalmente!) di prendere un sacco di soldi di stipendio).

L’amico X e la Proposta indecente

Insomma c’e’ questo mio amico, che con molta fantasia chiameremo X, il quale un paio d’anni fa ha pubblicato un romanzo. Il contratto di edizione aveva durata di due anni, i quali scadono in questi giorni.

A due anni di distanza il mio amico X ha iniziato a discutere con l’editore, dati alla mano, per capire cos’e’ andato e cosa non e’ andato. L’edizione del romanzo e’ stata, senza troppi giri di parole, una piccola Caporetto. Innanzitutto a causa del prezzo: 14 euro per il romanzo di un esordiente, chi cazzo li paga? Il libro e’ bello da vedere, l’edizione e’ solida, fatta bene, per carita’, anche la copertina e’ fica, but still.

Ancor piu’ del prezzo, la vera nota dolente e’ stata la distribuzione. Mettiamocelo in testa: anche nel 2012 la gente in Italietta vuole andare in libreria a comprare i libri. L’acquisto via internet funziona in paesi sviluppati come gli USA o l’Australia, dove le poste non si fottono i pacchi e le carte di credito non vengono clonate a pioggia. Ma in Italia, ferma al Giurassico Tecnologico, chi minchia va a comprare via internet? FAIL.

E poi l’italiano e’ un po’ cosi’ in fondo, gli piace andare in libreria e passeggiare tra gli scaffali, passare il ditino sulle coste dei libri, fermarsi quando vede un titolo interessante, prendere il volume, sfogliarlo, leggere il retro di copertina, guardare il prezzo, decidere di aspettare l’edizione economica da 4.99 prima di comprarlo. E in fondo cosa ne puo’ sapere di come gira in Italia un misero ingegnere che vive a 20.000 Km di distanza? Niente, e infatti via cosi’: libro reperibile solo via internet (cosi’ si risparmia sulle spese di distribuzione) e a prezzo esorbitante (cosi’ lo comprano solo quei quattro gatti che conoscono l’autore di persona – o via blog, nel caso del mio amico X, il quale per una fortuita coincidenza vive all’estero e tiene un blog, proprio come me).

Nel frattempo in questi due anni l’amico X ha scoperto l’ebook. L’ebook e’ il futuro, e nel 2012 questo futuro si scrive kindle, si scrive Amazon, si scrive formato mobi, si scrive pagamento via paypal (nome che ci suona bene in quanto ricorda パイパン). E si scrive anche ibook, si scrive ipad, si scrive formato epub, si scrive pagamento via itunes account. Questi sono i due canali principali: con un click ti compri un libro, e te lo leggi sullo stesso dispositivo e su tutti quelli compatibili (vedi la bellissima applicazione Kindle per iphone o android, che sincronizza dove sei arrivato a leggere tra un dispositivo e l’altro. Io per esempio leggo qualche paginetta la mattina in bus (via iphone) e la sera sul comodino mi trovo il kindle sincronizzato al punto dove sono arrivato con l’iphone, e viceversa la mattina. Fantastico).

Il prezzo? 99 centesimi, non di piu’. Se chiedi di piu’ la gente se lo scarica illegalmente. Non che non avvenga comunque, ma 99 cent  sono il prezzo di un caffe’, e’ ovvio che il pidocchioso lo trovi sempre (io stesso scarico tonnellate di ebooks via torrent). Cio’ non toglie pero’ che alcuni, magari pochi, saranno comunque disposti a cliccare il link e scaricarselo direttamente dal sito, perche’ tanto sono solo 0.99, il costo di un’app per iphone, meno del costo di un giornale, non vale nemmeno la pena di sprecare 5 minuti a cercare il torrent e a farsi l’upload sul kindle. E poi da iphone/ipad basta solo un click, vuoi mettere?

Morale della favola: l’amico X chiede all’editore di chiudere quell’edizione fallimentare in cartaceo e di portare tutto su ebook. Cosi’ gli italiani all’estero che seguono il blog di X possono finalmente leggersi il suo romanzo, cosi’ chiunque abbia un dispositivo android o apple puo’ scaricarsi e leggersi il libro. E pazienza se poi la gente se lo scarica aggratis: tanto X non lo fa certo per soldi, quanto per il piacere di farsi leggere.

L’editore allora fa la sua proposta. Udite udite. Canali di distribuzione: non amazon o apple, non kindle o ibook ma… Rizzoli online, Ibs, Libreria San Paolo, Mediaworld… insomma, una presa per il culo.

Ma attenzione al prezzo, tenetevi forte. 8 euro. Avete capito bene: OTTO euro per scaricare un libro. Ditemi: chi di voi sarebbe disposto a spendere 8 euro per un ebook? La proposta e’ talmente ridicola che non sono riuscito a non scriverla sul post di oggi. Otto euro… mi viene da ridere solo a pensarci. LOL.

Insomma, cari amici, mantenendo l’anonimato su X e sulla sua opera, sappiate che a breve  il romanzo verra’ edito in formato ebook per kindle, piattaforme android e apple. Al prezzo irrisorio di 99 centesimi, e su questo veramente non ci piove. Questo a spese dell’edizione cartacea e a meno che l’editore non accetti di pubblicare via amazon a 99 cent (cosa che a questo punto mi sembra ormai improbabile), ma tanto l’edizione cartacea era comunque troppo cara e troppo difficile da trovare.

Vi terro’ aggiornati – nel frattempo datemi la vostra impressione nei commenti, grazie.

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