Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Dieci piccole indiane

Un gruppo di giappine di mia conoscenza questa settimana e’ in vacanza in Italia. Classica combo Roma-Firenze-Venezia, tour de force con meno di due giorni a citta’, secoli di storia e arte, guerre e conquiste, morti e pestilenze condensati nel solito set fotografico precostituito e formato pressappoco da: Colosseo, Fori, Vaticano, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, Uffizi, Torre di Giotto, David col Pistulino di Fuori, Ponte Vecchio, Ponte di Rialto, Canal Grande, Palazzo Ducale, Ponte dei Sospiri, giretto in gondola e fuori dai coglioni.

Poi ovviamente menu a prezzo fisso organizzati dalle agenzie, costituiti da pasta (a Roma carbonara e/o amatriciana a volonta’, a Firenze un bel ragú di selvaggina con spruzzata di tartufo che ad agosto con 40 gradi e’ la morte sua (dei giappi), a Venezia il solito nero di seppia che loro vanno matti, o una bella spaghetti bongore (*) che a Tokyo quando esci con una tipa e’un biglietto assicurato per il love hotel, aglio permettendo), poi pizza a go-go, gelato a secchiate e poco altro.

(Apro veloce parentesi: per una buona parte degli asiatici con cui parli alla fine la cucina italiana risulta pesante, noiosa e per niente meglio dell’italiano che si mangia a casa loro. Sfido io: immaginate se capitasse a voi di andare in Giappone con viaggio organizzato e che lí vi facessero mangiare solo sushi e sashimi a colazione pranzo e cena, in menu preconfezionato e senza mostrarvi null’altro della cucina locale! Anche a voi verrebbe dopo un po’ da dire che la cucina locale e’ un cincinnin noiosa, no?! Chiusa parentesi, come promesso).

Torniamo alle giappine in viaggio preconfezionato. Una non ha fatto nemmeno a tempo a scendere dalla scaletta dell’aereo a Fiumicino che – taaaaak! – le hanno subito fatto il portafoglio. Me le vedo come se fossi stato li’, ‘ste tre ignave a traballare col tacco dodici sui sanpietrini e la Louis Vuitton aperta spalancata a braccetto. Vatti un po’ a pensare che ti derubano, te giappina che a Tokyo lasci l’iphone sul tavolo da Starbucks per tenerti il posto occupato mentre vai a ordinare il frappuccino! (giuro, fanno cosí! Visto gente lasciare Iphone, ipad, portafoglio, borsetta…).

Ecco allora che in pieno stile Dieci Piccoli Indiani (son tre ma vabbe’…), la prima se n’e’ tornata a casa triste e affranta dopo un sol giorno. Non so se le agenzie viaggi giapponesi provvedano a risarcire i derubati (immagino di no, altrimenti tra Italia e Spagna andrebbero in rovina), ma per lo meno sembra provvedano al rimpatrio immediato. Buon per loro. Io comunque questa tipa me la immagino in aereo mentre singhiozza in silenzio accusando se stessa per non essere stata abbastanza attenta, invece di prendersela con quel paese di malandrini e scippatori dove ha avuto l’incauta idea di passare le ferie. Classica reazione giapponese per cui se quando ti succede una sfiga o qualcuno ti fa del male in fondo e’ colpa tua (che hai scelto quel paese, che non sei stata attenta, che eri lí in quel momento, che esisti), non di chi ti ha fatto un torto. Tutto il contrario della reazione vigliacca italiana per cui quando ti capita qualcosa di brutto o fai uno sbaglio e’ sempre colpa degli altri, della sfiga, del governo, mai tua. Mai.

Torniamo alle turiste per caso. Mi giunge voce che al momento una tra le due giappine sopravvissute sia terrorizzata a manetta dalla gente maleducata, aggressiva, incazzosa che incontra a Roma. Sfido io che hanno paura: non so se avete letto il copione della storia, ma il livello 2 narra che una tra lei e l’altra sia destinata a diventare la Seconda Piccola Indiana. Quella che torna a casa incinta.

Interessante notare come entrambe al momento si chiedano come mai un popolo come l’Italia che vive molto di turismo tratti cosi’ male i turisti. E parlano non sapendo ancora cosa le aspetta quando saranno arrivate a Venezia (livello 3 del girone dantesco), citta’ che a differenza delle altre due vive nonmolto” ma proprio “esclusivamente” di turismo. Aspettino di arrivare a Venezia e di sentirsi bestemmiare in faccia dagli educatissimi veneziani che salgono in vaporetto facendo a gomitate coi turisti, ovvero con quelli che gli danno da mangiare. Perfino i mandriani trattano meglio i loro capi di bestiame.

(Venezia meriterebbe di affondare solo perche’ i veneziani moderni se lo meritano proprio, di andarsi a trovare un lavoro vero, una volta nella loro triste vita).

Io me lo chiedo da anni, cari lettori: come abbiamo fatto a ridurci cosi’? Chi li ha creati quei monumenti, noi o un’altra civilta’ diversa dalla nostra?

(*): spaghetti bongore per chi non l’ha capita se la vada a cercare su google. O si studi un po’ di katakana, cribbio!

L’importante e’ che se ne parli

Se c’e’ una cosa che mi ha insegnato l’andare a vivere all’estero, e’ l’importanza delle identita’ culturali. Quanto siano belle e importanti le diversita’ di ognuno. A prescindere da dove sia nata, ogni persona ha qualcosa da insegnarti che tu non sai, che non avevi mai sentito nominare e che non avresti mai immaginato esistesse. Ognuno ama il posto da cui proviene, a ognuno piace la cucina della mamma prima di tutte le altre, ognuno ha un bagaglio alle spalle pieno di cose interessanti e diverse.

Se c’e’ un’altra cosa altrettanto importante che ho imparato e’ che siamo tutti connessi. Sebbene diversi, tutti noi dividiamo lo stesso pianeta e viviamo in un mondo, quello degli anni di internet, in cui distanze sono minime, spesso ininfluenti. E’ cosi’ per l’informazione, che oramai attraversa il globo alla velocita’ della luce, e per i commerci, che al giorno d’oggi non vuol dire solo che le fabbriche delocalizzano all’estero, ma che a volte ti capita di trovare i prodotti del tuo paesello sugli scaffali di un supermercato dall’altra parte del mondo.

Per questo io non capisco come uno sano di mente possa dichiarare ai media (non al bar del paese: ai media!) nel 2013 che "Mussolini ha fatto bene a parte le leggi razziali". Senza entrare nel merito della sparata, ci rendiamo conto che una frase del genere la dici e due secondi dopo la leggono i tedeschi e gli americani, i francesi e gli australiani, gli indiani e i cinesi? Chi paga per una frase del genere?

Una frase del genere vuol dire che uno lo fa apposta, basta che si parli di lui in prima pagina, nel bene e nel male. Stessa tecnica che mi par di capire abbia messo in atto tal F.C. del post precedente. Mi chiedo quanti fan dell’uno votino anche per l’altro, e quanti di quelli che non votano per l’altro sognino di vederlo un giorno diventare il compagno di cella del primo.

L’ultimo dei romantici (appiedati)

Lo Stereotipo ci insegna che agli italiani piacciono i motori. Non per nulla le piu’ belle auto e moto del mondo le abbiamo inventate noi. Non per nulla la mejo immagine dell’Italia che esportiamo nel mondo da un cinquantennio sono Gregory Peck e Audrey Hepburn in vespa a zonzo per Roma.

L’altra faccia della medaglia pero’ ci dice anche che gli italiani degli anni 2000 passano una bella fetta della loro esistenza nel traffico a bestemmiarsi l’un l’altro. Per ore, e ore, e ore, ogni santo giorno. Alle italiane degli anni 2000 piace portare i bambini davanti al cancello della scuola, in pigiama col SUV. All’italiano/a lavoratore/trice degli anni 2000 piace alzarsi dal letto la mattina, sedersi in macchina, star seduto una giornata intera in ufficio, per poi ri-sedersi in macchina e tornare a casa. E poi magari pagare 100 euro al mese di palestra, per far moto.

Questo perche’ siamo un po’ allergici ai mezzi pubblici, diciamolo, e ci stiamo anche un po’ tutti sul cazzo a vicenda. Sia mai che saliamo in bus e ci tocchi (congiuntivo, ragioniere!) sorbirci, che ne so, studenti che fanno casino. O ancora peggio magari ritrovarsi a tu per tu con una col velo, o a uno zingaro scippatore. O di dover pagare il biglietto (i 50 euro di benza invece sono gia’ in budget, quindi non sembra neanche di spenderli… fateci caso). E poi a noi italiani ci piace l’igiene, e i sedili dei mezzi pubblici sono lerci, strappati, scritti di uniposca, con le gomme americane e le caccole appiccicate sopra.

Questo e’ lo Stereotipo, ok. Ma come stanno le cose in realta’? E’ vero quasi quasi il contrario: a nessuno piace sedersi nel traffico per ore. Le mamme che scarrozzano i bimbi a scuola ne farebbero volentieri a meno, come ne facevano a meno le genitrici della loro (nostra) generazione. Ma metti che i bimbi capitino fra le grinfie di un pedofilo (figura che, si sa, negli anni 80 non esisteva), o che vengano rapiti dallo zingaro di cui sopra. Il fatto, dico io, e’ che tra gli italiani e i mezzi pubblici c’e’ un rapporto di malsopportazione. Avere a che fare col proprio prossimo proprio non ci va. Salire su carri bestiame sporchi e mal tenuti proprio non ci va. Gestire al meglio i mezzi pubblici, sia dal punto di vista dell’utente che dell’operatore, e’ un concetto a noi estraneo.

Morale: da anni le notizie sembrano assomigliarsi tutte. La Fiat in crisi, la Fiat che perde quote di mercato. Le assicurazioni automobilistiche alle stelle, il traffico che aumenta. I mezzi pubblici che fanno cagare, lo stato che sovvenziona enti in perdita cronica (il go-go-go-governo ha appena fatto trovare 400 milioni di euro di fondi pubblici all’ATAC di Roma sotto l’albero, se qualcuno non ci aveva fatto caso. Cosi’ sappiamo chi sara’ a organizzare il prossimo festino vestiti da maiali coi soldi di Pantalone). I parcheggi non sono mai abbastanza. Le polveri sottili, stranamente in aumento. E soprattutto: famiglie da 2000 euro al mese che mettono via un cazzo a fine mese ma hanno una o due auto, spendono centinaia di euro tra assicurazione, bollo, benzina, manutenzione. Tutto questo perche’ l’automobile serve, e’ necessaria, non si vive senza.

Le nuove linee di mezzi pubblici ai piu’ sembrano uno spreco di soldi. Ho un amico su facebook che ogni santo giorno fa la strada tra Mestre e Venezia in macchina (!) per accompagnare la morosa al lavoro (!!) e posta foto del ponte della Liberta’ intasato a causa dei lavori per il tram. Ripeto: invece di ringraziare che gli stanno costruendo un tram con cui la morosa potra’ andare al lavoro autonomamente (come se il treno non esistesse gia’, ma lasciamo perdere…), il tizio si lamenta perche’ il tram rallenta il traffico automobilistico. Se questa e’ la mentalita’, ringrazio il cielo di vivere all’estero.

Intendiamoci: se vivete in un paesino di 2000 abitanti in mezzo al nulla, ovvio che vi serve avere un’auto, se non altro per andare a fare le spese. Ma uno che vive a Roma, a Milano, a Napoli, a Torino, a Bologna, a Firenze… in teoria non dovrebbe averne poi tutto questo bisogno, o no?

Ma cos’e’ il mercato dell’auto, in fondo. Un mercato basato sul motore a scoppio, ovvero una tecnologia vecchia di un secolo e rotti, alimentata da una fonte energetica non rinnovabile e destinata a scomparire. Vedo notizie allarmate sul mercato dell’auto in crollo, come se la vendita dell’auto fosse legata in maniera diretta e automatica al benessere delle persone, al benessere di un paese. Che poi e’ vero: oggigiorno Il benessere e la salute di un Paese, purtroppo, si misurano anche da quanti soldi la gente ha da sperperare in automobili.

Ma guardatela da un altro punto di vista, per una volta. Progresso e benessere si raggiungono davvero quando la gente puo’ permettersi di spendere soldi per chiudersi in solitudine dentro a un pezzo di latta? Ditemi che sono di parte, ma secondo me una civilta’ evoluta non e’ quella in cui anche i poveri possono permettersi un’auto, ma quella in cui anche i ricchi usano i mezzi pubblici.

L’altra estremita’ del tubo

C’e’ qualcosa che non va in questo posto.

Le tasse stanno a zero quasi. Le paghi una volta l’anno, e siamo sul 10-15% a seconda del reddito. Niente tasse extra, niente IVA, niente di niente.

Aggiungiamo che gli honkesi sono un po’ cinesi, diciamo, misto british. Quindi sono organizzati e casinisti allo stesso tempo, tradizionalisti e moderni, maleducati e rigorosi (difficile da spiegare ‘sta cosa…), ordinati e scombinati allo stesso tempo.

Solo che non mi spiego come faccio ad avere una linea internet a 1Gb/s a 10 euro al mese dentro casa, e allo stesso tempo il portinaio che mi raccoglie la spazzatura ogni giorno. E la metro in orario perfetto, servizi eccellenti, organizzazione impeccabile, tutto a lustro senza pagare un filo di tasse.

Ma chi cazzo glieli da’ i soldi a ‘sto governo? Sara’ mica qui che va a finire il buco nero dei fondi pubblici in Italia, quel buco che sembra non riempirsi mai?

Mah!

La regola del sospetto (aziendale)

Ricapitolando. Mondoalbino lascia l’Australia e sbarca a Hong Kong – o per meglio dire si arena a Hong Kong, viste le frequenze atrocemente basse con cui aggiorno il blog.
(saremo mica passati dal giornalmente giapponese, al bisettimanalmente aussie, e adesso…bimestralmente?)

Comunque sia. In questi giorni sto capendo un po’ a mie spese come funziona la vita (lavorativa) da queste parti. Sembra un posto piu’ “europeizzato” rispetto all’Australia (che mi par di capire lavora piu’ a stile americaneggiante). C’e’ anche un pizzico di giapponese oltre che di europeo, nel senso che al lavoro qua sei colpevole fino a quando non dimostri il contrario (quindi si controllano le ricevute al centesimo, si contano le ore al secondo, ecc. In barba al concetto americano dell’impiegato contento = impiegato operativo = azienda che ci guadagna. No, qua anche chi guadagna 10.000 euro al mese quando torna da un viaggio di lavoro deve perdere una cazzo di mezzagiornata a spiegare anche come ha speso pure le cento lire. (e fatevi un po’ i conti di quanto costa all’azienda un’ora di uno che prende 10k netti….)).

In Giappone era cosi’ che funzionava la faccenda. E al lavoro mi facevano girare le palle in maniera atroce, perche’ magari avevo scadenze improrogabili, ma niente. L’azienda rischia di perdere 20 milioni se ritardiamo alla gara d’appalto? Ma chissenefrega: spiegami un po’ invece perche’ il conto del ristorante e’ alle 4 del pomeriggio… devo contare questo come pranzo o come cena?

Non per rivangare continuamente i vecchi tempi di cui ho gia’ ampiamente scritto, ma ricordo che mi arrivavano alla mia scrivania dicendomi cortesemente che avevo sbagliato a fare qualcosa, contravvenendo a una regola magari non scritta di cui non avevo ricevuto notizia ne’ avvertimento alcuno. Cose tipo rimborsi spese, o giorni di ferie, o cose del genere.

Tipo per esempio, in Giappone nessuno mi aveva detto che non si potevano prendere ferie per i primi sei mesi dall’assunzione (e se mi fossi organizzato le ferie nel frattempo? cazzi miei!). E non vorrei entrare neppure nel merito dei rimborsi spese, un labirinto di regolette che nessuno ti spiega ma che vengono fuori man mano che vai in missione e poi chiedi i rimborsi. Naturalmente un “non me l’avevate detto” non viene accettato maiepoimai, se contravviene a una qualsiasi regola, foss’anche una scritta a matita dietro una piastrella del bagno. Dietro, dalla parte del muro intendo.

(A un certo punto in Giappone ti viene pure il sospetto che certe regole vengano inventate al momento solo per farti dispetto e/o farti smettere di fare cose che un giapponese non farebbe).

In Australia al contrario funziona cosi': puoi far tutto a parte quello che ti viene espressamente detto che non puoi fare. In Giappone funziona al contrario: non puoi fare niente a parte quello che ti viene detto espressamente che puoi fare.

E Hong Kong? Al momento sembra funzionare un po’ come un ibrido, nel senso che puoi fare tutto a parte quello che non ti viene detto che non potevi fare, e allo stesso tempo dipende dalla persona cui lo chiedi. E la cosa, se possibile, mi fa incazzare ancora piu’ che in Giappone, dove almeno per quanto iniqua sai qual e’ la regola (mai chiedere, mai aspettarsi nulla che non sia IL peggio) e sai cosa aspettarti. Qua invece no: sono giapponesi travestiti da americani. Ti fanno il sorrisino e te lo mettono proprio li’ dove immaginate voi.

E cosi’ resto qui, a guardare mentre l’azienda spende i miliardi per mandarmi in Giappone a hotel costosissimi e dove volendo potrei fare colazioni da 50 euro a botta (per non parlare di pranzi e cene) e nessuno mi direbbe nulla (mentre io, coscienzoso come sono, vado a far le spese al combini), ma nel contempo non mi lasciano scaricare le mail dal telefonino (con un piano di roaming da – udite udite – 7 euro al giorno!), perche’ c’e’ una policy aziendale scritta 10 anni fa di cui non ero al corrente che dice che all’estero per le mail o usi il blackberry aziendale o ciccia. E io che ho l’iphone aziendale, me lo prendo teoricamente nel culo (o per meglio dire, non posso usare internet mentre sono all’estero, con un chiaro danno all’azienda stessa, visto che in teoria dovrei essere raggiungibile alla mail aziendale a ogni momento). Il tutto per 7 euro al giorno…

Comunque sia, paese che via, facce da culo all’ufficio personale che trovi. ‘Tacci sua.

Chiuso per trasloco

…Tanto per cambiare.

Domani mi arriva la mobilia dall’Australia e mi danno le chiavi dell’appartamento nuovo. Allo stesso tempo. Tipo che mi danno le chiavi mentre il camion dei mobili (e dei 55 scatoloni) ci va di clacson dalla strada.

PS. I romani del consolato non erano quelli allo sportello (anzi, c’e’ una honkina niente male con un accento italiano perfetto allo sportello. Roba che ti vien voglia di rifarti il passaporto solo per rifarti gli occhi). Il problema erano quelli in coda!

Mi chiedo: perche’ gli italiani non sanno stare in fila? Perche’ le organizzazioni italiane non sanno organizzare le code? Perche’ non transennano in modo da farti stare in fila indiana, ma tengono le sale d’aspetto tipo salottino del cazzo dove uno non sa mai chi e’ prima e chi e’ dopo?

Maledetti.

E poi. Perche’ entri in sala d’aspetto e ci sono i divani dove uno si siede, e non esiste una fila? Perche’ cazzo devo entrare e dover chiedere “chi e’ l’ultimo?” e passare la mezz’ora seguente col culo al comodo ma il cervello in allarme a stare attento che nessuno si intrufoli tra me e quello prima di me???

Torniamo al tipo in coda (“coda” per modo di dire). C’e’ una tipa (asiatica) (cesso) che sta compilando un modulo, e lui seduto sul divano. Lo vedi che e’ impaziente, lo stallone della ciociaria. Alla fine si decide: si alza e va da lei, di fronte a tutta la sala d’aspetto che sta in silenzio religioso a gustarsi questa figura di merda. In un inglese ORRENDO con accento atroce le chiede qualcosa che il mio cervello si rifiuta di ricordare (a me il suono degli italiani che tentano di parlare inglese stride alle orecchie come le unghie su una lavagna). Lei lo guarda e gli risponde qualcosa, e lui allora la guarda stupito, e con un sospiro di sollievo le chiede se parla italiano (ovviamente si, genio).  “Aho, mi madre e’ dde Taiuuan!” gli fa lei con voce caciarosa e accento ancora piu’ burino del suo.

Al che albino pensa – appposto semo, ghesboro – e si mette una mano sugli occhi. Segue conversazione a due con altre 20 persone che li guardano allibiti; e tutto un “eddai bella, stasera annamo a farcie unaperitivo, su“, e cose del genere. Albino a quel punto ha due scelte, o vomita o se ne va. Tra il giramento di coglioni della fila inesistente e questa scena da di bovari campagnoli che si parlano in burinese, la scelta e’ scontata.

Morale: il giorno dopo sono tornato all’orario di prima apertura (tanto il consolato e’ l’edificio di fronte al mio ufficio…) quando non c’era nessuno. A parte una tipa con passeggino che registrava il figlio e che e’ riuscita a passarmi davanti – la zoccola – perche’ mentre io compilavo il mio modulo nell’apposito spazio, lei si e’ messa a compilarlo direttamente allo sportello. La troia. Sposata con francese poi, che e’ tutto un dire. Che il fantasma di Materazzi perseguiti voi e tutta la vostra stirpe nei secoli dei secoli.

Vado, che la notte e’ giovane. E spero di non incontrare italiani questa sera.

Dubbi amletici prima della partenza

Ok, basta parlare di politica – tanto comunque vada in Italia i politici (di ogni colore) continueranno a rubare imperterriti i vostri soldi; riguardo a me i miei possedimenti nello stivale credo arrivino a circa 500 euro scarsi in un conto che sto pure pensando di chiudere, quindi la cosa mi tocca fin la’, ecco. L’importante, quello si, e’ che non torni il Banana cosi’ almeno evito che i miei colleghi mi prendano per il culo. Fine della questione.

La cosa che invece mi interessa davvero capire al momento e’ una sola. Anzi no: due cose.

La prima e': come chiamiamo ‘sto blog una volta sbarcati a HK?

Ricordiamo i precedenti: prima di tutto fu “Bello Onesto Emigrato Australia” quando ero a Brisbane (e ora il remake, poverello in verita’ ma abbiate pazienza), in memoria del mitico “Bello onesto emigrato Australia poserebbe compaesana illibata” di Alberto Sordi e Claudia Cardinale del 1971.

Poi se ben ricordate quando sono passato al Giappone ho chiamato il blog “Come sa di soja lo riso altrui” un remake fichissimo di “come sa di sale lo pane altrui” del canto 17 del Paradiso di Dante in cui Cacciaguida parla dell’esilio:

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Ovvero, una citazione raffinatissima che abbiamo capito probabilmente in quattro, ma che non per questo e’ stata meno azzeccata o meno profonda. Un po’ come quando mi emoziono pensando alla sublime profondita’ della mia autocitazione 花よりマンコ  (e quanto sia vero che il gaijino medio in realta’ usa gli hanami come scusa per andare a giappine mentre i maschi locali si sfondano di alcool e collassano al suolo in mari di vomito, nda) o quando canticchio がっかりのトトロ in preda allo sclero totale.

Ma anche queste due ultime citazioni, le avrete capite probabilmente in due, ma sono sicuro che voi due le avete proprio apprezzate, nevvero?

Ma ordunque, e qui vengo al punto: ora che vado a Hong Kong, sto blog come minchia lo chiamo? Dubbio numero uno.

Ma soprattutto, e qui scatta lo dubbio numero due, che e’ molto piu’ importante del numero uno: la fauna locale come la definiamo? Se ci sono le giappine e le koreine, dovranno ben esserci anche le honkonghine, no? Ma honkonghine e’ troppo lungo e mi si intrecciano le dita a scriverlo… quindi che fare? Andiamo di honkine? Che dite?

Freddo campionario della gente che mi chiama per la macchina

In riferimento a questo annuncio della mia Corolla messa in vendita, ricevo le seguenti chiamate:

- Indiani.
– Indiani col numero bloccato.
– Indiani col numero bloccato che mi dicono che la macchina gli serve domani mattina per andare al lavoro.
– Indiani col numero bloccato che offrono meta’ del prezzo che chiedo, pero’ cash: schei in bocca, dannati e subito.
– Tipe che non si presentano, mi chiedono “qual e’ la tua ultima offerta?” Io: “quella che c’e’ scritta nel sito?” e poi mi mettono giu’.
– Uno che dopo avermi fatto il terzo grado e dopo mezz’ora di telefonata in cui a momenti mi chiede pure quanti mm e’ alto il battistrada, conclude dicendo “vabbe’ dai, vengo a vederla sabato” con lo stesso tono da prof di Teoria dei Segnali che dopo un’interrogazione selvaggia in cui ti ha chiesto il Mondo ti sbatte il libretto universitario addosso con uno sporco 18 e ti dice “vabbe’ dai, fuori dai coglioni“.

Piccola quotidianita’ di un Traslocatore seriale

Niente di nuovo dal fronte, se non che sono stra-impegnato nei preparativi (lavorativi e non) in vista del trasloco. Tipo mille moduli da compliare, mille visti da fare, mille ambasciate da avvertire, mille preventivi da chiedere, mille rimborsi da esigere. Cose di ordinaria amministrazione per noi Traslocatori Internazionali Seriali e Compulsivi (TISC, sembra il nome di una malattia in effetti).

Oggi ho fatto la gradevole scoperta che ad HK l’azienda non mi dara’ il cellulare aziendale bensi’ si limitera’ a pagarmi la bolletta di quello privato… quindi ho azzerato le spese mensili di telefono, che e’ cosa buona e giusta. E con questa mi sono tolto dai coglioni gli IT che mi braccano ogni mese successivo ai miei viaggi in Giappone rompendomi le palle per la bolletta stratosferica (e di regola le chiamate minatorie dell’IT partono quando la bolletta supera i 500 euro ahah).

A parte questo, sto avendo problemi atroci nel vendere la macchina. Ho messo alcuni annunci on-line, tipo questo ma sembra che li caghino al massimo 4-5 persone al giorno. Boh. Ne ho messo perfino uno a pagamento sul sito piu’ importante in Australia e oggi l’annuncio ha ricevuto… 3 visite! (Ma il problema l’ho capito qual e': i concessionari mettono le macchine in vendita online, hanno abbonamenti premium e il mio annuncio quindi finisce a pagina 87. Facce di merda).
A proposito, se qualcuno di voi lettori vive in Australia e sta andando in cerca di una macchina, la mia puo’ fare al caso vostro! (e voi potete fare al caso mio!)

Altro problemino logistico che sto vivendo in questi giorni e’ il dilemma frigo-lavatrice. Ho scoperto che al contrario dell’Australia a HK sia frigorifero che lavatrice fanno parte della dotazione di serie degli appartamenti non ammobiliati, quindi devo per forza vendere anche questi due elettrodomestici seminuovi prima di partire. Solo che… quando li vendo? Se li provo a piazzare adesso mi ritrovo senza frigorifero per un mese, mentre se li provo a vendere piu’ tardi e’ facile che mi ritrovi sulla scaletta dell’aereo con una lavatrice come bagaglio a mano. Bel casino, uhm.

Che altro? Ah si, ieri mi ha chiamato un recruiter offrendomi se non una montagna diciamo una discreta collinotta di yen per tornare in Giappone. Posizione aperta dal nostro principale competitor, azienda tedesca che noi stiamo mazzulando ovunque in Asia tranne in Giappone dove sono piu’ grandi loro (nel ferroviario). Sembra siano in cerca di uno di noi rarissssssimi consulenti esperti in sicurezza con conoscenza nel ferroviario e capacita’ di comunicare in giapponese, ed evidentemente (guarda caso!) io ero in cima alla lista (a differenza dei siti di vendita automobili…).

Ovviamente ho detto no grazie, visto che (a) sto andando da un’altra parte con ben altri piani ma soprattutto (b) se cambio di nuovo azienda mi sputtano (verbo sputtanarsi) agli occhi dei miei clienti giappi, e questo sarebbe un po’ come scalpellare il mio nome (in katakana) sulla lapide della mia fine professionale nella Terra del Sol Levante.

(Pero’, devo ammetterlo, mentre dicevo “no grazie” ho sentito una pugnalata al petto e mi e’ calata una lacrimuccia nel pensare a quanto avrei dato per avere un’occasione cosi’ nel 2007-08 quando stavo cercando disperatamente lavoro a Tokyo. But again, se allora non fossi andato a lavorare per i giapponesi ieri non avrei ricevuto quella proposta, quindi e’ un po’ come volere l’uovo oggi e la gallina domani allo stesso tempo, no?).

I talebani della sicurezza

Mmmh… oggi faccio un post sulle scuole di Sydney che vietano ai bambini di fare le capriole, o sul fatto che posso finalmente svelare l’arcano sul luogo dove vado a vivere?
…Ok dai, faccio il primo, e per l’altro vi tengo un’altra giornata sulle spine.

Over-concern, Over-safety, Over-regulation.
Dovete sapere, ma lo sapete gia’, che io in parte approvo ma in altra parte sempre piu’ detesto il Fantastico Mondo Perfetto che gli australiani cercano di creare tramite leggi, regole, politiche e campagne varie. E’ un’utopia malata di mondo risk-free, dove tramite l’analisi di freddi numeri si perde di vista troppo spesso la ragione. Vedi l’idiozia del caschetto obbligatorio per i ciclisti, anche quelli che fanno due metri, o l’obbligo delle cinture in macchina anche dietro e anche a motore spento (basta che le chiavi siano nel quadro). O l’obbligo dell’allarme antincendio in ogni stronzo soffitto di ogni stronza stanza di ogni stronza casa, col Tecnico del Comune che viene a controllarti una volta l’anno per vedere se le batterie sono cariche, e ti tocca prenderti un giorno di ferie per aprirgli la porta perche’ se non lo fai ti prendi la multa.

Un problema che ho trovato nel raffrontarmi con questa realta’ e’ che… non riesco a descriverla. Nel senso che non riesco a comunicarvi con esempi decenti il motivo per cui penso che in Australia si stia esagerando.

Credo sia una situazione simile alle famose microaggressioni che avvengono in Giappone. In Australia sei costantemente sottoposto a una serie di regolette, di usanze, di parole, tutte piccole cose, minuscoli dettagli che ti spingono ad uniformarti a una visione comune che per definizione e’ quella Giusta. E guai a parlare fuori dal coro. E’ una visione della Sicurezza a senso unico, in cui non c’e’ un limite, perche’ secondo il concetto australiano piu’ sicurezza c’e’ e meglio e’. Senza vie di mezzo, senza paletti di buon senso o di liberta’ personale. E’ la parolina qua e la’, tutto a ricordarti e a riportarti allo stesso concetto che “sicurezza non e’ mai abbastanza“, tutti che sbraitano a gran voce che occorre eliminare anche i minimi rischi della vita di tutti i giorni, tutti che ne fanno una battaglia personale dove chi la spara piu’ grossa in materia ha sempre ragione.

Ma non fraintendetemi: la sicurezza e’ importante e guai se non ci fosse (e chi puo’ dirlo meglio di me, che faccio il consulente della sicurezza?). E in Australia non solo sono all’avanguardia ma sono cento, mille volte meglio di noi italiani, che al contrario alla sicurezza ci pisciamo in testa. (Qua, per dire, i dissuasori di velocita’ seri (non quelli patetici alti 2 cm che attraversavo a 80 all’ora con la mia Citroen Visa negli anni ’90) ci sono ovunque e da decenni, l’etilometro l’hanno introdotto loro per primi al mondo, la patente a punti l’hanno inventata loro… tanto di cappello su certe cose). Solo che io sono anche convinto che a tutto c’e’ (e ci deve essere) un limite, e purtroppo qui in Australia a volte il limite viene superato e non di poco.

Vi chiederete a questo punto: cosa succede quando passi il limite? Beh, a me un po’ viene in mente 1984 di Orwell. Solo senza polizia moralizzatrice che brucia i libri, senza manifesti del Grande Fratello, senza farsi vedere, ma con la stessa etica estremista secondo cui tutto e’ ammesso e accettabile in nome del Bene supremo di una non ben precisata salvaguardia della vita umana (o meglio: dell’incolumita’ fisica delle persone). Ecco qui un esempio: in nome della sicurezza malata alcune scuole a Sydney hanno deciso di vietare ai bambini di poter fare la verticale, il ponte o le capriole in giardino durante la ricreazione. Metti mai che i bimbi si facciano male!
Ma io dico… e’ mai possibile? Se uno non si fa male da piccolo, quando minchia deve sbucciarsi le ginocchia o sbattere la capoccia: da vecchio?

Il problema e’ che in fondo siamo tutti esseri umani, e di questo si dimenticano troppe volte i talebani della sicurezza. Sia che siamo indiani, cinesi, europei o australiani. I bisogni primari sono gli stessi, e uno di questi e’ il bisogno di liberta’. Che non e’ solo la liberta’ di votare alle elezioni o la liberta’ di mandarsi a fanculo. E’ anche, badate, la liberta’ di prendersi dei rischi, la liberta’ di cadere e farsi male, la liberta’ di sbagliare e imparare dai propri errori, di correre in bici capelli al vento, di limonare in macchina con la cintura slacciata, di giocare a pallone in strada senza l’adulto che ti controlla e ferma il traffico per farti attraversare la strada, di bersi una birra in spiaggia sotto la luce delle stelle. La liberta’ di sbattere la testa contro il muro per capire come va il mondo.

Quando invece la liberta’ e’ limitata succede come agli australiani, poveretti, che appena li lasci liberi dal recinto si trasformano in animali allo stato brado, come quando si ubriacano a morte nel weekend, o come quando vanno in vacanza all’estero (particolarmente nei paesi poveri dei sud-est asiatico) e fanno piu’ danni di una mandria di bufali. Senza limiti e senza pudore, proprio come quando parlano di sicurezza.

E vorrei vedere io, se fin da piccolo ti tarpano le ali e ti trattano come una persona responsabile, e’ ovvio che poi le cazzate finisci col farle da grande. Come quelli che si sposano la prima morosa e poi li trovi parcheggiati sul Terraglio a puttane perche’ non hanno provato nient’altro quando era il momento. O come gli aussie, che distruggono i locali in Thailandia, poi si prendono la sacrosanta coltellata tra le scapole o vengono pestati/arrestati/condannati all’ergastolo dalla polizia, e a sentire il loro governo e la loro TV poi e’ tutta colpa non di quegli animali ma della Thailandia, perche’ non fa rispettare abbastanza i diritti umani e le norme sulla sicurezza.

Una tal maestria nel ripetere sempre gli stessi errori che sembra quasi l’abbiano imparata da noi italiani.

Shimbashi

Sotto: un po’ di foto da Shimbashi, il posto vicino a dove sono alloggiato. Oggi mentre andavo a mangiare qualcosa ho incrociato questa bellissima insegna della mental clinic… all’inizio ho pensato fosse un dentista (“dental” clinic), ma poi sono tornato indietro a ricontrollare. Figata. Me la vedo la coda dei salaryman sbroccati stressati in fila dal dottore. Ma comunque.

Cronaca di una settimana iniziata male e finita peggio.

Diciamo che questa e’ stata una settimana un po’ cosi’. Di quelle che quasi quasi ti dici che forse era meglio starsene a casa.

Lavorativamente parlando e’ andato tutto bene. Benissimo, per carita’. Sono abbastanza spossato dopo questa settimana in cui si cominciava la mattina a riunioni e si finiva alle 2 di notte a cena e poi dopocena ubriachi coi clienti. Ogni giorno. Fortuna che c’e’ Ukon no chikara.

I problemi sono sopraggiunti durante i due weekend che ho passato (il secondo lo sto attualmente passando) qui in terra nipponica. Il primo weekend e’ praticamente passato in un lampo (di dolore): ho mangiato qualcosa in aereo e ho cominciato ad avere crampi. Morale: venerdi sera sono tornato a casa prestissimo perche’ ero stato male; sabato sono tornato a casa con l’ultimo treno perche’ avevo mal di testa; domenica non mi ricordo neanche cos’ho fatto ma comunque niente di importante.

Poi e’ arrivata la settimana e tutto e’ andato bene… fino a ieri, quando sono stato colpito da un’attacco fulminante… di diarrea! LOL!

(che siano state le maledizioni di alcuni lettori?)

Dev’essere qualcosa che ho mangiato, certo… fatto sta’ (fattosta’? Fatto sta? Fattosta?) che ieri sera alle 10 e mezza ero spossato (svuotato?) e sono tornato a casa. Da Roppongi, il luogo dove la serata alle 22:30 manco e’ cominciata.

Pure adesso sono senza energie, quindi mi sa che anche per il sabato sera si prevede che vada allo stesso modo: tutti a divertirsi e io a chiedermi se sia il caso di tornare a casa. E non parliamo di andare in spiaggia, ovviamente… cosa mi porto, crema solare e rotolo di carta igienica?

Ah, dimenticavo: sto scrivendo questo post dal cesso.

 

Il folklore della disonesta’ italica

In questi giorni una coppia di miei amici australiani e’ in Italia in vacanza. Hanno fatto tappa a Napoli, e ovviamente nel giro di due giorni hanno clonato loro la carta di credito. A entrambi.

La cosa pazzesca di questa storia non e’ la rapina: quella purtroppo e’ una cosa abbastanza comune. La cosa interessante e’ il fatto che i due l’hanno presa come una cosa folcloristica e ci hanno pure riso sopra! Naturalmente non hanno perso un centesimo, visto che la carta era protetta da un sistema antifrode (non so neanche perche’ certa gente si metta a clonare le carte, visto che basta fare una chiamata in banca per bloccare e annullare ogni transazione). Ma la cosa che mi ha impressionato e’ che la usavano apposta, la carta, sperando di farsela clonare solo per la soddisfazione di bloccarla e poter poi raccontare in giro: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato!

(Ci sarebbe pure spazio per un business di magliette con su scritto: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato. Anzi scommetterei che gia’ le fanno).

E le foto su facebook: dovreste vederle. Lei fotografata sul lungomare che commenta “questo e’ il confine della zona pattugliata dalla polizia. Oltre questo punto inizia la zona selvaggia dove ci hanno sconsigliato di andare”. After this point you are on your own! Ci rendiamo conto? Manco fossero a Mogadiscio, o a Beirut.

Questa storia mi ha riportato alla mente un mio vecchio amico di Perth, il quale anni fa e’ andato in vacanza a Roma e si e’ messo a fare su e giu’ per il mercato con un portafogli che sporgeva in bella vista dalla tasca dei jeans, in attesa di essere rapinato. Il portafogli era vecchio e conteneva solo un biglietto con scritto “fuck you“.

Per certi turisti sembra essere una cosa divertente, da raccontare. Soprattutto quando sei anglosassone e per te l’italiano e’ un malandrino scuro e impomatato che di solito fa il pizzaiolo, allo stesso livello del turco che vende Kebab e dell’indiano che guida i taxi. Sapete com’e': quando vai in Spagna scappi dai tori a Pamplona, appena atterri ad Amsterdam ti accendi una canna, quando vai in Nuova Zelanda fai rafting, quando vai in Thailandia vai a troie, e quando vai in certe parti d’Italia ti fai rapinare. Ogni paese ha la sua esperienza particolare, no?

Quanto e’ difficile essere italiano nel 2012… abbiamo esportato la civilta’ per millenni, e non ci siamo resi conto che stavamo restando senza noi.

Come andare a puttane coi soldi degli altri

Caro albino,

Te la ricordi Nicole Minetti? Vai a leggerti le news: deve durare fino a ottobre in consiglio regionale per assicurarsi il vitalizio da 1000 euro al mese. Si, perche’ apparentemente in Italia si concede il vitalizio pure all’esercito dei consiglieri regionali. Per quale motivo poi non si sa, ma non siamo qui a parlare di questo.

Non so se ti rendi conto che Nicole ha 27 anni, esattamente 9 meno di te. Non so se ti ricordi che alla sua eta’ il tuo stipendio era un decimo del suo, e pure oggi di soldi ne prendi molti, ma molti meno di lei. Alla sua eta’, te la ricordi la prospettiva di una vita senza prospettive, il conto in banca semiprosciugato, la polo diesel scassata con cui giravi?

Ma sono paragonabili le cose? Non so se ricordi che per arrivare dove sei arrivato tu hai dovuto farti un culo cosi’ a studiare ingegneria in una delle facolta’ piu’ dure d’Italia. Non so se ricordi che poi per ottenere qualcosa a livello di carriera hai dovuto lasciare l’Italia. Quanto ti e’ costato, quanto ti costa vedere i tuoi genitori, i tuoi amici una volta l’anno?

E lei? Vai, vai a riascoltarti le intercettazioni. Il livello e’ quello del Trota, anzi peggio: il Trota in fondo non e’ altro che un bambinone un po’ indietro di QI, mentre lei e’ proprio il peggio, del peggio, del peggio, dello schifo. Talmente inascoltabile che va ascoltata, con tanto di pelle d’oca e nonostante i conati di schifo. Ma alcuni non vogliono ascoltare i discorsi, si tappano le orecchie, dicono che se li ascolti scendi al livello dei forcaioli come un Travaglio o un Santoro qualsiasi. Meglio non ascoltare allora, meglio non sapere, meglio far finta che sia tutta una balla dei comunisti, e che Nicole sia “bravissssima e preparatissssima” come diceva il Banana da Vespa.

Come se non bastasse, caro albino, dopo tutto quello che e’ successo ora leggi sui giornali che una parte degli italiani sarebbero pure disposti a ri-votare per quel maiale ultrasettantenne che l’ha messa nel listino bloccato del consiglio lombardo. Una parte di italiani disposti a ingoiare ogni tipo di merda pur di evitare che vinca l’altra parte, il nemico, quello che vuole i matrimoni dei ghei, quello che ci farebbe invadere il paese di extracomunitari. E allora meglio il male minore, dicono. Pur di fare un dispetto al nemico, meglio mangiare la merda.

E gli italiani. Che buffi gli italiani. I pompini lei li ha fatti a lui, mentre ora il suo stipendio lo stanno pagando loro. Che buffi eh, gli italiani.

Con affetto,
testesso.

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

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