Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Certo che

Certo che come parlo per il c. io non parla veramente nessuno. Scrivo il non italiano venerdì notte, e sabato vado (1) al mare con un amico italiano (l’unico che conosco qui a HK) mentre (2) alla sera vado a un barbecue di… Italiani! (Ma non lo sapevo)

Ora offendetemi, grazie.

Il mago del basilico

@Olivia: ecco un paio di foto del mio fantasmagorico basilico, dopo essere stato potato per bene (una terrina di foglie spuntate ieri sera, altrimenti era un cespuglio).

Il segreto principe per non farlo morire è: mai è dico MAI fargli fare i fiori. I gambi vanno tagliati alla punta, e dopo un giorno le foglioline già ricrescono, come si può vedere dalla foto sotto. Con le punte castrate dopo 10 giorni i fiori stavano per venire fuori, e io ieri sera le ho tagliate rigorosamente tutti. Il basilico è una pianta che muore quando si riproduce, come i maschi di mantide religiosa…

La storia del secchio è semplice. Prendi una terrina o una bacinella e riempila d’acqua. Mettila vicino al vaso in posizione rialzata (se la bacinella è ad altezza del vaso la cosa non funziona). Poi prendi un pezzo di spago bagnato o un pezzo di calza di nylon e “collega” i due: immergi un capo nell’acqua, l’altro a 2-3 cm dentro la terra del basilico. Per il principio dei vasi comunicanti lo spago resterà bagnato e il basilico si “succhierà” l’acqua al bisogno. Io a dire il vero ho messo il secchio in mezzo a tutte le piante e con 5 spaghi dato da bere a salvia, prezzemolo, rosmarino e menta… Con risultati misti (prezzemolo e salvia si sono leggermente ingialliti alla base per la troppa acqua suckata credo).

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Schizofrenia climatica

A Hong Kong sono malati. Di mente. Sul serio.

Tipo, sono cosi’ abitutati ad avere temperature brutali (minime sopra i 25 gradi per buoni 9 mesi l’anno) che appena lil termometro scende sotto il livello di guardia da giungla pluviale qua inizi a vedere cose dell’altro m ondo. Tipo ieri a pranzo, un bel sole, venticello e temperatura sui 24 gradi, io in manica di camicia e una a fianco a me in maglione, giacca invernale, braccia conserte a battere i piedi e i denti dal freddo.

Poi dovreste vedere le vetrine dei negozi… collezione autunno-inverno degna di Anchorage. Colli di pelliccia e stivali pesanti da neve (??), e te sempre in maniche di camicia che ti guardi intorno e ti chiedi, ma quanto cazzo di freddo fara’ mai questo inverno? Forse sara’ la deriva dei continenti, magari Hong Kong e’ un pezzo di Siberia e nessuno se n’era accorto?

Aspetto con ansia di vedere quanto freddo fara’ qua a dicembre-gennaio, quando l’inverno arrivera’ sul serio (l’internet riporta minime di, uditeudite: +15… tsk).

Ma soprattutto, aspetto con ansia di vedere quanto cazzo di caldo fara’ la prossima estate. In me si risvegliano ricordi sopiti dei due mesi passati a Kuala Lumpur, e non e’ un ricordo piacevole. Che l’ascella pezzata sia con me.

Dubbi amletici prima della partenza

Ok, basta parlare di politica – tanto comunque vada in Italia i politici (di ogni colore) continueranno a rubare imperterriti i vostri soldi; riguardo a me i miei possedimenti nello stivale credo arrivino a circa 500 euro scarsi in un conto che sto pure pensando di chiudere, quindi la cosa mi tocca fin la’, ecco. L’importante, quello si, e’ che non torni il Banana cosi’ almeno evito che i miei colleghi mi prendano per il culo. Fine della questione.

La cosa che invece mi interessa davvero capire al momento e’ una sola. Anzi no: due cose.

La prima e': come chiamiamo ‘sto blog una volta sbarcati a HK?

Ricordiamo i precedenti: prima di tutto fu “Bello Onesto Emigrato Australia” quando ero a Brisbane (e ora il remake, poverello in verita’ ma abbiate pazienza), in memoria del mitico “Bello onesto emigrato Australia poserebbe compaesana illibata” di Alberto Sordi e Claudia Cardinale del 1971.

Poi se ben ricordate quando sono passato al Giappone ho chiamato il blog “Come sa di soja lo riso altrui” un remake fichissimo di “come sa di sale lo pane altrui” del canto 17 del Paradiso di Dante in cui Cacciaguida parla dell’esilio:

Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Ovvero, una citazione raffinatissima che abbiamo capito probabilmente in quattro, ma che non per questo e’ stata meno azzeccata o meno profonda. Un po’ come quando mi emoziono pensando alla sublime profondita’ della mia autocitazione 花よりマンコ  (e quanto sia vero che il gaijino medio in realta’ usa gli hanami come scusa per andare a giappine mentre i maschi locali si sfondano di alcool e collassano al suolo in mari di vomito, nda) o quando canticchio がっかりのトトロ in preda allo sclero totale.

Ma anche queste due ultime citazioni, le avrete capite probabilmente in due, ma sono sicuro che voi due le avete proprio apprezzate, nevvero?

Ma ordunque, e qui vengo al punto: ora che vado a Hong Kong, sto blog come minchia lo chiamo? Dubbio numero uno.

Ma soprattutto, e qui scatta lo dubbio numero due, che e’ molto piu’ importante del numero uno: la fauna locale come la definiamo? Se ci sono le giappine e le koreine, dovranno ben esserci anche le honkonghine, no? Ma honkonghine e’ troppo lungo e mi si intrecciano le dita a scriverlo… quindi che fare? Andiamo di honkine? Che dite?

Freddo campionario della gente che mi chiama per la macchina

In riferimento a questo annuncio della mia Corolla messa in vendita, ricevo le seguenti chiamate:

- Indiani.
– Indiani col numero bloccato.
– Indiani col numero bloccato che mi dicono che la macchina gli serve domani mattina per andare al lavoro.
– Indiani col numero bloccato che offrono meta’ del prezzo che chiedo, pero’ cash: schei in bocca, dannati e subito.
– Tipe che non si presentano, mi chiedono “qual e’ la tua ultima offerta?” Io: “quella che c’e’ scritta nel sito?” e poi mi mettono giu’.
– Uno che dopo avermi fatto il terzo grado e dopo mezz’ora di telefonata in cui a momenti mi chiede pure quanti mm e’ alto il battistrada, conclude dicendo “vabbe’ dai, vengo a vederla sabato” con lo stesso tono da prof di Teoria dei Segnali che dopo un’interrogazione selvaggia in cui ti ha chiesto il Mondo ti sbatte il libretto universitario addosso con uno sporco 18 e ti dice “vabbe’ dai, fuori dai coglioni“.

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Shimbashi

Sotto: un po’ di foto da Shimbashi, il posto vicino a dove sono alloggiato. Oggi mentre andavo a mangiare qualcosa ho incrociato questa bellissima insegna della mental clinic… all’inizio ho pensato fosse un dentista (“dental” clinic), ma poi sono tornato indietro a ricontrollare. Figata. Me la vedo la coda dei salaryman sbroccati stressati in fila dal dottore. Ma comunque.

Cronaca di una settimana iniziata male e finita peggio.

Diciamo che questa e’ stata una settimana un po’ cosi’. Di quelle che quasi quasi ti dici che forse era meglio starsene a casa.

Lavorativamente parlando e’ andato tutto bene. Benissimo, per carita’. Sono abbastanza spossato dopo questa settimana in cui si cominciava la mattina a riunioni e si finiva alle 2 di notte a cena e poi dopocena ubriachi coi clienti. Ogni giorno. Fortuna che c’e’ Ukon no chikara.

I problemi sono sopraggiunti durante i due weekend che ho passato (il secondo lo sto attualmente passando) qui in terra nipponica. Il primo weekend e’ praticamente passato in un lampo (di dolore): ho mangiato qualcosa in aereo e ho cominciato ad avere crampi. Morale: venerdi sera sono tornato a casa prestissimo perche’ ero stato male; sabato sono tornato a casa con l’ultimo treno perche’ avevo mal di testa; domenica non mi ricordo neanche cos’ho fatto ma comunque niente di importante.

Poi e’ arrivata la settimana e tutto e’ andato bene… fino a ieri, quando sono stato colpito da un’attacco fulminante… di diarrea! LOL!

(che siano state le maledizioni di alcuni lettori?)

Dev’essere qualcosa che ho mangiato, certo… fatto sta’ (fattosta’? Fatto sta? Fattosta?) che ieri sera alle 10 e mezza ero spossato (svuotato?) e sono tornato a casa. Da Roppongi, il luogo dove la serata alle 22:30 manco e’ cominciata.

Pure adesso sono senza energie, quindi mi sa che anche per il sabato sera si prevede che vada allo stesso modo: tutti a divertirsi e io a chiedermi se sia il caso di tornare a casa. E non parliamo di andare in spiaggia, ovviamente… cosa mi porto, crema solare e rotolo di carta igienica?

Ah, dimenticavo: sto scrivendo questo post dal cesso.

 

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

L’effetto Whitney Houston

Ieri sera sono finito in un live club a Manly Beach, una festa in maschera dove tutti erano vestiti in uniforme delle superiori (si, la marinaretta tipo giapponese. No, non ho fatto foto).

E’ salita sul palco ad un certo punto una cantante che mi ha lasciato allibito: era la copia sputata della Santanche‘. Una quindicina d’anni più giovane, toh. Brava a cantare per carità, ma non e’ quello il punto. Ho provato a scattarle qualche foto ma sono venute da schifo. Ne metto due, spero si capisca.

Qualcuno di voi ora si starà’ chiedendo di certo come mai io mi sia messo a scattar foto alla Santanche’ invece di scattarle alle marinarette. Ma sapete che mentre scrivo queste righe me lo sto chiedendo pure io?

Ad un certo punto nella serata la Santanche’ ha tolto le tende, non prima di deliziarci con un pezzo di chiusura d’altri tempi, I wanna dance with somebody di Whitney Houston. E io sono rimasto li’ a guardarla, la Santanche’ che cantava Whitney. E mi sono messo a pensare che nella vita non si arriva proprio mai, infatti guarda quelli “arrivati” come vanno a ridursi. Parlo di Whitney, non della cantante di ieri.

Certo che i momenti di riflessione filosofeggiante mi vengono proprio nei momenti più assurdi eh.

Sindrome da depressione invernale

E’ arrivato giugno, e come ad ogni giugno da 7 anni a questa parte io mi mangio una merda.

In 5 di questi anni me la sono mangiata al barbeque perche’ ero in Australia, e come ben sapete qua giugno = dicembre = inverno.

In 2 di questi anni me la sono mangiata con le bacchettine perche’ ero in Giappone, e si era nel bel mezzo dello 梅雨, la famigerata stagione delle piogge.

Giugno in Italia invece mi ricorda la fine delle scuole, le giornate lunghissime, il sole, la spiaggia, le giappine in minigonna… ah no, mi sa che mi sono confuso un attimo. Comunque sia, a giugno negli anni 201x ci si collega nell’etere e si vedono gli amici bastardi che postano foto di quando vanno al mare, mentre qua sono le 16:39 e fa quasi buio. Argh.

(eh ma poi mi vendico, aspettate ottobre-novembre).

Chiudo qua perche’ mi viene la tristezza. Se siete miei amici su facebook, vi prego, non postate foto al mare che mi viene la saudade.

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu'; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

L’enigma della porta chiusa

L’altro giorno vi ho introdotto il fatto che mi hanno prenotato nell’albergo delle puttane. In realta’ non e’ proprio cosi': si trattava di un semplice motel, ben tenuto ma abbastanza vecchiotto.

Il suddetto motel aveva tanto di terrazzo e balconata con vista su uno stranissimo ospedale privato (cosi’ diceva l’insegna, private hospital), semideserto e dove in tre giorni non e’ arrivata nessun’ambulanza. La prima sera dopo essere tornato in hotel ho avuto la bella idea di affacciarmi al terrazzo, e… mi sono chiuso fuori per sbaglio! Nel senso che ho chiuso la porta a vetri dietro di me, e questa e’ scattata.

Fortunatamente (per non so quale allineamento cosmico) avevo preso in mano il telefono prima di uscire, per cui sono andato nella pagina internet dell’albergo e ho chiamato la reception, chiedendo se gentilmente qualcuno mi veniva a liberare. Erano le 23:30 circa: immaginate la scena di questo hotel pieno di luci spente e terrazzini, con un imbecille in mutande chiuso fuori al settimo piano.

Ma non e’ finita qui, purtroppo. Mentre aspetto che il tipo della reception salga su al settimo piano ad aprirmi, butto l’occhio sulla porta della camera e… mi rendo conto che l’ho chiusa da dentro con la catena! Mi viene nell’ordine: faccia da urlo di Munch, sudori freddi, disperazione, voglia di buttarmi di sotto.

Nel frattempo il tipo della reception fa 1-2-3-4-5-6-7 piani in ascensore, arriva alla mia camera, fa per aprire la porta e… bam! Non si apre che di un paio di centimetri, perche’ ovviamente c’e’ il catenaccio chiuso. Il tipo prova un paio di volte, fa per infilare due dita nella fessura aperta, ma poi rinuncia.

Dopo cinque minuti chiamo di nuovo la reception. Il tipo e’ sceso e mi rassicura: no worries, adesso vengo su a liberarti, sono sceso a prendere un arnese. Io a quel punto penso che certo, ovviamente in albergo devono avere un attrezzo per aprire le catene chiudiporta. Tipo metti che uno si senta male o muoia dentro la stanza con la catenella chiusa…

….Ma anche no. Dopo 10 minuti il tipo si ripresenta e ci riprova, ma altro che attrezzo e attrezzo! Questa volta si e’ portato dietro nientepopodimeno che un cacciavite e un coltello da cucina. I tentativi di sgangiare l’arnese si rivelano del tutto vani, e io sono li’ che gia’ mi pregusto una notte all’aperto sul balcone, quand’ecco che (dopo innumerevoli prove) finalmente riesce a sganciare la sicura. E’ l’una di notte quando mi libera.

Sarebbe stato divertente scoprire cosa avrei fatto se non avessi avuto con me uno smartphone per cercare il numero dell’hotel dal terrazzo, o ancora peggio se fossi stato senza telefono. Mettermi a urlare HELP! HELP! nel pieno della notte sarebbe stato l’over-the-top del ridicolo.

Non che io non sia diventato lo stesso lo zimbello dell’albergo, eh. I miei colleghi per due giorni hanno raccontato ‘sta storia a tutti, taxisti compresi. Clienti compresi. Altri colleghi compresi. Camerieri dei ristoranti compresi.

Ecco una foto della porta con catenaccio scardinato (non si vede bene, sorry). Sono o non sono il Re dei Pirla?

Non ci si annoia mai

Una cosa che mi affascina della mia azienda è il metodo schizofrenico con cui mi prenotano gli hotel.

Cioè, in teoria la regola vorrebbe che si vada tutti in 4 stelle. Ok. Solo che a Melbourne mi hanno prenotato un 5 stelle a mia insaputa, mentre qui a Brisbane mi hanno cazzato su un motel delle puttane.

Che valga la legge del contrappasso alberghiero?

Capitano che fa, va a casa?

So che non c’entra niente, ma la conversazione tra Schettino e la guardia costiera mi ricorda un altro scambio di battute che ormai e’ passato alla storia.

Peccato che quello di Schettino non faccia ridere (soprattutto dopo aver letto che al posto di buttar via la chiave l’hanno mandato ai domiciliari, e che invece dell’ergastolo d’ufficio che si meriterebbe rischia solo 15 anni – quindi, in realta’, ne fara’ molti meno).

- Allora ragioniere che fa, batti?
- Ma… mi dà del tu?
- No, no! Dicevo: batti, Lei?
- Ah, congiuntivo!
- Sì!

 

Dubbi amletici di un rompicoglioni

In sostanza sembra che mi ri-spediscano in Giappone per un paio di settimane. Mi direte che sono un lamentino (e in effetti un po’ lo sono), ma quasi quasi mi finirei l’estate australe prima di partire… qua sono in manica di camicia, e Tokyo oggi fa 0 gradi di minima. Va bene tutto, ma Tokyo non e’ che scappa se ci vado fra un paio di mesi eh…
Autocommento: che rompicoglioni, mai contento. E Giappone si, e Giappone no. Deciditi!

L’altro dubbio amletico che mi attanaglissima in questo weekend di mezza estate e’ se prendere il Kindle o l’ipad per leggere e-books. Siccome e’ ormai appurato che trasloco con frequenza biennale, e constatato ormai che solitamente non e’ che cambio casa o citta’, e neanche nazione ma proprio continente… beh, ho pensato che forse e’ il caso di smetterla di comprare libri e optare per la soluzione digitale.
Autocommento: Che poi va a finire che a ogni trasloco i libri mica me li porto dietro: no, li spedisco a casa in Italia “in attesa di mettere radici da qualche parte”, per la gioia di mia madre che deve cuccarsi gli scatoloni – e le tavole da surf.

In sostanza, il problema dell’ipad e’ che non c’ho voglia di comprarlo adesso: voglio aspettare la versione 3. Il problema del Kindle e’ che io l’ipad 3 quando esce me lo compro in ogni caso, e non c’ho tanta voglia di riempirmi la casa di gadgets elettronici. Che poi quando viaggio non e’ che mi porto dietro tutti e due. Quindi a quel punto il kindle mi diventerebbe un doppione, facendo la fine della PSP che era utilissima per giocare quando stavo seduto sulla tazza, ma che non ho mai piu’ usato da quando ho preso l’iphone.
Autocommento: Come vedete da buon ingegnere specializzato in sistemi di sicurezza non e’ che guardo ai pro ma mi focalizzo sul minimizzare i contro. E’ un po’ una filosofia di vita, la chiamerei albinismo se albinismo non volesse dire qualcosa di totalmente diverso…

Comunque sia, gran bel post del cazzo ho fatto oggi.
Autocommento: eh gia’.

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