Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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L’impatto visivo di Hong Kong

Credo ci siano piu’ o meno tre modi di vedere Hong Kong. Tre immagini, diciamo. La prima e’ di notte, i grattacieli, la citta’ che ricorda molto la scena iniziale di Blade Runner (ciminiere sputafuoco e macchine volanti a parte). La seconda e’ sempre di notte, i vicoli, la pioggia, la citta’ che ricorda molto… Blade Runner (olala’ che originalita’!), la scena in cui Harrison Ford si ciuccia un ramen (o quello che e’) al ristorante. Presente no?

La terza immagine invece e’ questa. La meno conosciuta, diciamo. Domenica pomeriggio, miliardi di persone in giro a fare shopping. Le insegne spente che fanno un po’ tristezza, i condomini da 80 piani scrostati e sporchi (che fanno altrettanta tristezza), la gente ovunque, in ogni angolo, peggio di un formicaio all’ora di punta.

Quando i miei amici giappi mi chiedono com’e’ HK, gli rispondo di solito che HK e’ la versione sporca di Tokyo. E’ un po’ vero, diciamo.

Anche se comunque questa sgrarrupposita’ (sgarruppaggine? sgarruppevolezza?) di HK ha il suo fascino, diciamo. Lo spiegheremo un’altra volta, spero presto. (ah quanto mi mancano i tempi di Brisbane quando non facevo un cazzo da mattina a sera al lavoro e avevo tempo di tenere un blog…).

Ho visto cose che voi umani

Qui da Tokyo in questo nebbioso sabato mattina, in un raro momento di pace e calma ho finalmente trovato il tempo di cambiare la testata al blog. Curioso che per poterlo fare sia dovuto venire fino in Giappone.

Ma facciamo un passo indietro, prima di spiegare. Come ben sapete tra queste pagine (pagine per modo di dire) Tokyo l’abbiamo chiamata la Metropoli Tentacolare, data la sua dimensione spropositata che sembra non avere inizio ne’ fine, tanto che anche dall’edificio piu’ alto della citta’ il grigio dei palazzi continua senza interruzioni fino all’orizzonte. Tokyo e’ e restera’ per noi la Metropoli.

Ok. Ma ora che siamo a Hong Kong, che si fa? Come minchia la raffiguriamo al lettore di Voghera? Beh, so benissimo che la cosa e’ stata detta e ripetuta in mille salse, ma il paragone quello e’, non c’e’ niente da fare: Blade Runner. Hong Kong e’ la citta’ di Blade Runner. Ho messo una foto qui sotto ma non credo renda abbastanza l’idea. Dovreste andare a vedere coi vostri occhi per capire.

So che alcuni di voi a questo punto storceranno un po’ il naso, dato che in passato ho gia’ paragonato Tokyo alla citta’ di Blade Runner. (in un post che tra parentesi modestamente ha spaccato – ma erano altri tempi e ora non sono piu’ er ghepardo de na vorta, o piu’ che altro non lavoro piu’ in un’azienda giappa che mi tiene giornate intere a non fare un cazzo perche’ non sa come utilizzare un gaijin… vabbe’, sto andando fuori tema).

Diciamocelo. Ammettiamocelo, su. L’idea non e’ poi cosi’ originale. Per nulla direi. Ma basta che vi veniate a fare un giro da queste (e quelle) parti per capire cosa intendo dire. Venite a Tokyo, salite su un grattacielo di notte e ammirate la Metropoli. Vi troverete di fronte allo spettacolo di mille luci a 360 gradi, da voi all’orizzonte, ovunque voi guardiate, come se la citta’ fosse tutto e non finisse mai. Ma se guardate bene e aguzzate la vista, noterete che che la citta’ non e’ tutta uguale. Vi accorgerete che e’ formata da varie parti, a chiazze – ci sono zone con case basse, zone di condomini a 6-10 piani, zone di grattacieli (facilmente riconoscibili pure: Shinjuku, Marunouchi, perfino Yokohama in lontananza) che spuntano qua e la’ in mezzo a un continuo quasi piatto.

Hong Kong invece e’ totalmente diversa. Se ne vede la fine, eccome, e poi c’e’ la baia in mezzo che risalta come una macchia scura. E poi la citta’ e’ piu’ piccola, visto che in fondo ci vivono ammassati “solamente” 8 milioni di persone. Eppure HK ha piu’ luci (molte piu’ luci), edifici piu’ alti (molto piu’ alti), condomini di 50-70 piani che svettano come torri, grattacieli molto piu’ numerosi e molto piu’ concentrati di Tokyo. Di notte, se possibile, HK e’ uno spettacolo ancora piu’ bello da vedere.

Come nella foto che ho “rubato” in rete per l’intestazione (il cui autore spero mi perdonera’), e che ripropongo qui sotto in tutta la sua maestosita’.


P.S. Io ora vivo in una di quelle torri… (un po’ a destra di quella piu’ alta…)

Da Perth al Margaret River

Oggi sono tornato al lavoro e sono subissato di cose da fare. Ciononostante, per chi volesse avere un po’ di notizie sul Western Australia (regione del paese di cui si parla veramente troppo poco), ecco un paio di notizie tratte dal mio recentissimo viaggetto.

1) L’impressione su Perth e’ stata piu’ che positiva. Per chi non lo sapesse, la capitale del Western Australia ospita il 65% della popolazione dello stato (WA fa 2,6 milioni di abitanti, di cui 1,6 a Perth. Dai numeri e dall’estensione dello stato si puo’ ben capire che il WA e’ praticamente disabitato). Il clima sembra essere splendido (20 gradi d’inverno, fate un po’ voi…), la citta’ e’ ordinatissima, pulitissima, e inoltre la spiaggia e’ fa-vo-lo-sa. I trasporti pubblici sono ottimi (cosa strana per l’Australia) e il traffico e’ gestito bene (cosa impensabile per l’Australia, dove c’e’ meno di un terzo del traffico italiano ma sembra ce ne sia il doppio, visto quanto sono inetti alla guida e quanto sono incapaci a pianificare). Visto che il CBD la sera e’ morto (come nel resto delle citta’ Australiane, tolta forse Melbourne) ho visitato alcune parti della citta’ tipo Subiaco e Northbridge e mi sono sembrate vive, piene di ristoranti e di locali. Niente male. In complesso Perth sembra essere una citta’ ricca, in fermento, in espansione, giovane. Bello.

2) A soli 25 minuti di treno a sud c’e’ Fremantle, una localita’ di mare molto carina. Sembra di essere in Sardegna, sia per la vegetazione che per alcuni dettagli delle case. La cittadina sembra niente male, un posto delle vacanze (= pieno di locali e ristoranti) con una spiaggia da sogno e a distanza tale da Perth da permetterti, volendo, di vivere al mare e lavorare tra i grattacieli. Cosa volere di piu’ dalla vita?

3) Margaret River. 300 Km a sud di Perth si trova questa regione dove il mio amico ha deciso di sposarsi. Beh, devo dire che il posto mi ha lasciato senza fiato. Sembra di essere tra i colli della Toscana, solo con il clima della Sicilia e il mare che a volte e’ quello delle spiagge piu’ belle che si trovano nel sud Italia, a volte e’ oceano aperto da surf con onde alte, ma un colore che sembra sempre di essere alle Maldive. Una cosa da restare senza parole. Se passate per l’Australia e volete farvi un giro a Perth, questa e’ una zona da vedere.

Tirando le somme: attualmente l’area attorno a Perth e’ una delle zone piu’ economicamente attive del mondo (Perth, per dire, cresce in media piu’ della Cina). I prezzi sono esorbitanti, ma cosi’ lo sono gli stipendi. La cultura e’ niente male (e gli italiani emigranti hanno fatto la loro parte in tutto cio’: si sente dal cibo o dal vino). La zona e’ una meta di emigrazione interna tra gli Australiani (ovvero: sempre piu’ emigranti arrivano a Perth, ma la maggior parte degli emigranti sono australiani di altre citta’ – questo a dimostrare che qua girano i soldi e le opportunita’).

Per fare un paragone col resto dell’Australia, Perth ha un mare e un clima che sembrano quelli della gold Coast / Sunshine Coast in Queensland. A volte sembra di essere a Surfers Paradise. Come citta’ sembra avvicinarsi piu’ di tutte a Melbourne, sia per i parchi che per il modo in cui e’ strutturata, e per la presenza palpabile dell’emigrazione italiana. A Sydney e’ accomunata per il fatto di affacciarsi sulla foce di un fiume / baia, ma soprattutto per il punto di vista economico: i prezzi sono in linea con Sydney mentre gli stipendi all’apparenza sono un filo piu’ alti, come si puo’ vedere qui.

Per chi volesse emigrare in Australia, il mio consiglio e’ quello di andare in citta’ piu’ “facili” per gli stranieri, come Sydney, Melbourne o Brisbane. Poi, quando vi siete ambientati, avete fatto un po’ di esperienza, inglese ecc, solo allora valuterei l’opzione Perth, tanto per far felice il conto in banca mentre si prende una bella tintarella. Fateci un giro per credere.

Viaggerellando qua e la’

E insomma e’ deciso al 90% che tra 6-9 mesi mi trasferisco a Perth, diventando di fatto il capo assoluto del Western Australia con tanto di statua equestre eretta sulla pubblica piazza in mio onore.

Resta da vedere cosa ne sara’ dei miei viaggi in Giappone – Perth e’ veramente distante da tutto. A parte che il prezzo del biglietto sarebbe piu’ o meno lo stesso, per fare Perth-Tokyo ci vogliono ben 16 ore (minimo) con un cambio obbligatorio. Ma per ora da Sydney di sicuro c’e’ solo che mi si rivedra’ in terra nipponica alla fine della golden Week, cioe’ verso i primi di maggio, per la solita quindicina di giorni. Per quest’anno conto di fare almeno altri 2 viaggi a Tokyo (maggio + settembre-ottobre), piu’ magari un bel luglio in mezzo che non mi farebbe schifo… sempre se riesco a convincere i grandi capi.

All’inizio di aprile devo anche fare una capatina a Kuala Lumpur (in giornata) per un corso. Cioe’, spieghiamoci: volo di 8 ore dal pomeriggio con arrivo alle 8 di sera, notte in albergo, mezza giornata di corso e poi di nuovo in aereo per tornare in Australia. Non male. Per me si tratta di un ritorno: i lettori di vecchia data ricorderanno il periodo in cui mi hanno mandato in Malesia a lavorare nel 2008.

Questo weekend invece vado a Perth ma per ragioni personali (matrimonio di un amico) – 5 ore di volo, noleggio auto e 250 km in macchina per andare qui. Ammazza se e’ remoto come posto… (zoomare per credere).

Niente male come spiaggetta per fare un matrimonio, no? Un po’ in mezzo al nulla, but still

La strada difficile

Oggi a pagina venti-e-qualcosa del Sydney Morning Herald c’e’ un articolo sulla morte di Scalfaro. Lo dipingono come “uno dei pochi politici non corrotti in Italia“. Riporto l’informazione cosi’, tanto per la cronaca, senza commentare ne’ polemizzare ne’ approvare ne’ confutare ne’ altro. Avrei voluto scrivere un pezzo su cosa ne penso, ma mentre introducevo la cosa mi sono reso conto che l’argomento ormai scivola come una goccia d’acqua sull’ombrello della mia indifferenza; e l’ho riportata, ripeto, solo perche’ magari a qualcuno potrebbe interessare la notizia.

Il fatto e’ che sono stufo, non stanco ma proprio stufo di queste manfrine dei politici italiani, dei Razzi che pensano solo alle loro pensioni di parlamentari, dei sindacati che va bene il 30% di disoccupati ma guai a toccare l’articolo 18, dei Berlusconi che si accorciano la prescrizione, dei partiti che ingrassano a suon di rimborsi elettorali, di Mediaset che comanda il paese e si autoregala le frequenze tv. Stufo di leggere di un paese preda delle caste, delle gabbie, degli aut-aut, degli interessi di pochi. Mi avete stufato, proprio non ne posso piu’.

Mi viene da dire una cosa, ma la voglio dire senza polemica, senza doppi sensi, e soprattutto senza false ipocrisie. A chi e’ rimasto mi vien proprio da dire che… beh, io non lo so come fate a vivere in Italia. Chi ve lo fa fare? Questo e’ quello che penso quando penso a chi guadagna 800 euro al mese e fa la fame; ai disoccupati, ai cassintegrati. Ai giovani che escono dalluniversita’ con un pezzo di carta in mano buono per pulircisi il culo. A chi passa dal lunedi al venerdi in ufficio, e poi il weekend negli stessi posti con la stessa gente a fare le stesse cose, inverno-primavera-estate-autunno, anno dopo anno, aspettando chissa’ cosa.

A voi che soffrite e tirate avanti ogni giorno, mi viene da dirvi: avete una vita sola a disposizione, eppure la sprecate nella solita quotidianita’, a fare le stesse cose, a vivere da plebei mentre sulle vostre spalle ingrassano gli aristocratici, i nobili, le caste, gli eletti, le Minetti, i tronisti. Ma come fate?

No, perche’ poi sulla carta sembra che quello figo sia io. Ma io in realta’ sono quello che ha scelto la soluzione facile. La soluzione di comodo. Io non devo fare un mutuo per comprarmi il frigo. Io a differenza di chi e’ rimasto mi sono scelto il clima in cui vivere. Mi sono scelto il paese in cui vivere, e con esso la classe politica che mi governa. Mi sono scelto il paese in cui vivere, e con esso lo stipendio medio, le opportunita’ di impiego, le condizioni sociali. (E gli amici, cazzo, gli amici: ci rendiamo conto di quante persone strambe, meravigliose, diverse, uniche si conoscono all’estero?)

Sulla carta sembra che quello coraggioso sia io, ma io non ho fatto altro che fare la scelta piu’ facile. Ho fatto la scelta di essere libero. Libero di decidere cosa fare della mia vita, libero di cambiare paese e traslocare, se quello che faccio o vivo o vedo non mi piace. Libero di cercar lavoro dove voglio, libero di mandare a fanculo il capo e cambiar continente. Chi e’ rimasto in Italia invece queste cose le subisce, le accetta come parte dello scenario, come regole immutabili di un gioco cui e’ destinato a giocare senza via d’uscita.

Con questo non sto dicendo che tutti dovrebbero prendere e partire. Ma chi soffre, chi e’ annoiato della vita, chi e’ depresso, chi e’ disoccupato, chi e’ bloccato in un binario da cui vuole uscire… tutta questa gente si rende conto che a restare sta percorrendo la strada difficile?

(Cazzo fate imbottigliati nel traffico, andate in Messico ad aprirvi un chiosco di piadine sulla spiaggia cazzo!)

Air China

Air China: se la conosci la eviti. Ora la conosco, e posso dire non solo che la evito, ma proprio col cazzo che mi rivedono ancora. Alla faccia dei 100 euro risparmiati per il volo (1850 euro andata e ritorno versus i 1950 che mi faceva la Emirates).

Oh: ditemi quel che volete, ma in faccia ai pregiudizi verso i cinesi io l’ho voluta provare per vedere com’era. Sapete come siamo fatti noi Viaggiatori: ci piace fare esperienza e non abbiamo preconcetti. Poi quando le cose le tocchiamo con mano, possiamo dire che abbiamo fatto esperienza e sappiamo quello che diciamo, anche se a volte ci tocca beccare i “te l’avevo detto” da voi Stanziali prevenuti.

Ma dicevamo della mia esperienza. Beh, posso dire che a dispetto di altre compagnie, Air China e’ un vero e proprio paradigma del suo paese di appartenenza. Infatti puo’ vantare:

Qualita’ cinese. una (non) certezza. Qualita’ cinese significa aerei sgarruppati, sedili sgarruppati, film sgarruppati, hostess sgarruppate con divise sgarruppate. Negli aerei cinesi le plastiche sembrano aver difficolta’ nel combaciare, le scritte sembrano cancellarsi col tempo, i meccanismi si inceppano, i lavandini si otturano, le pulsantiere dei monitor non funzionano, i menu sono incasinati, i film sono pochi e orendi (con una ere sola). Voto: 4 per la simpatia.

Cibo cinese. Il cibo in aereo e’ il piu’ disgustoso che io abbia mai mangiato (a parte quello della tratta Roma-Pechino, ma vabbe’ era fatto in Italia quindi non conta). Io che ho molti amici cinesi e che con un cinese c’ho pure vissuto, so come funziona con il cibo cinese: e’ delizioso quando si tratta di farlo come si deve, disgustoso in tutte le altre occasioni. I cinesi a casa mangiano bene, mentre nei ristoranti ti rifilano la merda, soprattutto se sei straniero. In aereo la qualita’ scala in proporzione, e io ho ancora gli incubi ripensando a quando mi hanno servito quel pollo grigio topo. Ma ora che mi ci fate pensare… grigio… topo. Uhm. Voto: 2 regalato.

Servizio cinese. Il personale cinese non sorride. Le hostess ti vengono addosso col carrello delle vivande. Ti parlano in modo brusco. Sembrano sopportare a malapena la tua presenza. Si vede che sono stanche, stressate, spossate, malpagate, malgestite. Quando non fanno nulla, le vedi con gli occhi bassi, quasi stessero li’ a pensare di voler essere da un’altra parte. O di voler lavorare per un’altra compagnia. Un po’ come il cinese medio che nasce cinese, vive da cinese, mafieggia da cinese, ma sogna di diventare cinese con passaporto straniero. Voto: 5 perche’ sono magnanimo.

Organizzazione cinese. Volo d’andata Sydney – Roma, con cambio a Pechino. Stop over di 7 ore. Dico, 7 ore. Volo di ritorno, Roma – Sydney, con cambio a Pechino… e a Shanghai. Arrivato a Pechino, mi dicono che devo passare all’aeroporto domestico, volare a Shanghai, ri-passare all’internazionale di Shanghai per volare in Australia. Un contrattempo? Macche’: e’ proprio cosi’ che funziona. Peccato nel biglietto e nella prenotazione non ci fosse scritto (senno’ col cazzo che ne vendevano uno). La gente a bordo era parecchio incazzata, soprattutto per le bellissime 48 ore di volo che ci siamo dovuti sorbire. Voto: 0 e no comment.

Democrazia cinese. I quotidiani in inglese che ti danno a bordo sono quelli approvati dal partito, naturalmente. Con la prima pagina a lettere cubitali per ricordare la morte di Kim Sung Il e le celebrazioni, e paginoni interni a tessere le lodi del Caro Leader. Ma andate a cagare in un campo di cazzi, andate! Voto: 3 per la ridicolaggine.

Cortesia cinese. La maleducazione dei cinesi credo sia seconda solo a quella di un’altra popolazione di cui non faro’ il nome senno’ mi danno dell’antisemita. Davanti a me all’andata c’era una famigliola con una neonata che ha pianto per 7 ore di fila. Ripeto: 7 ore 7 di fila. A parte che io vieterei i voli aerei intercontinentali ai minori di 3 anni (perche’ tu genitore che porti il pupo ai nonni non puoi rompere il cazzo alle altre centinaia di persone che stanno volando con te e che hanno pagato il biglietto come te, proprio ca-te-go-ri-ca-men-te NO), almeno uno sguardo di scusa a me e ai miei vicini avrebbero potuto darlo. Almeno avitare di dar da mangiare alla piccola zoccoletta in mezzo al corridoio, impestandolo di latte in polvere. Almeno evitare di urlarsi da un lato all’altro dell’aereo mentre tutti cercano di dormire. Ora, non dico che sono tutti cosi’: ma in ogni tratta (5 su 5) mi e’ capitato di avere a che fare con gente che urlava senza rispetto, non controllava i bambini e li lasciava far casino, camminava nei corridoi appoggiandosi ai sedili e mi tocchignava il paggiatesta o il monitor quando passava. E poi ancora, le solite cose: quello dietro che ti spinge con le ginocchia sul sedile, quello davanti che abbassa lo schienale in fase di atterraggio, mentre quello in fianco gioca col telefonino quando non si puo’, quello che va alla toilette e ti si siede sul bracciolo mentre aspetta che si liberi. Senza contare  il bagno in stati abominevoli, tipo fogna a cielo aperto. E questo e’ stato il leit motif di ben cinque tratte su cinque da me fatte con questa compagnia. Gente diversa, denominatore comune. Voto: 1 perche’ sono educato io.

Concludendo, se facciamo la media ponderata posso dire che la mia esperienza con Air China vale un vaffanculo pieno, e la morale della favola e’ mai piu’, mai piu’, ma veramente mai piu’.

Fidarsi e’ bene…

Per i non informati, Venerdi notte parto per l’Italia. Mi faccio un paio di settimane a casa.

Lo so, lo so: sono anni che ripeto a destra e a manca che non vale la pena di tornare per Natale. Che il mese piu’ bello per tornare a casa e’ giugno. E a maggior ragione ora che lascio l’estate per tornare all’inverno, quando a giugno farei il viceversa. Solo che quest’anno ho un motivo ben preciso per tornare: il 26 dicembre si sposa mio fratello.

Nel tragitto tra Sydney e Venezia ho deciso che gia’ che ci sono mi fermo a Roma per il weekend. E visto che il mio conto in banca ammonta a due euri in croce, stavo pensando di mandarmi un po’ di soldi dal conto australiano su quello italiano. Poi pero’ ho pensato che forse e’ meglio se cambio i soldi in euro da qui e arrivo coi contanti.

Ma non fraintendetemi: il dubbio non mi e’ scaturito a causa delle commissioni bancarie.

Pensavo solo se ci perdo di piu’ se mi grattano il portafogli, o se mi clonano la carta e ciulano il PIN.

Perche’ fidarsi e’ bene, ma tornare preparati e’ meglio.

…Summer?

Certo che fa sempre un certo effetto leggere le parole “Christmas” e “Summer” nella stessa frase.

P.S: Tra parentesi ottimo tapas bar misto spagnolo-francese a Crows Nest. Assolutamente consigliamo se passate da queste parti!

P.P.S: Si, la foto e’ stata scattata dal cesso.

 

Risposta ai commenti di ieri

E’ una cosa che non faccio mai, ma visti i tanti spunti, oggi ho deciso che rispondo ai commenti via post, cosi’ faccio prima ed e’ tutto piu’ visibile.

A S che mi chiedeva se non devo rendere conto a nessuno. Non e’ vero, bisogna sempre rendere conto a qualcuno. L’importante e’ circondarsi di persone che ti capiscono e che possibilmente siano simili a te.

A Fabiusli, grazie per il bel commento. Su una cosa non sono d’accordo: hai scritto che la noia patologica porta anche solitudine. Semmai e’ il contrario. Io credo che ci siano due modi per rispondere a certi stimoli: uno e’ cadere nella depressione, e l’altro e’ andarsi a prendere il mondo. E quando uno viaggia, credimi, incontra tantissimi Viaggiatori come lui. Non importa chi siano e da dove provengano. In Giappone uscivo coi Viaggiatori piu’ disparati: un americano ex soldato che ora fa l’attore, un francese di Nizza, cameriere, che e’ passato dai 5000 euro al mese di Montecarlo al condividere la stanza con una cilena, perennemente al verde. Un filippino mandato in Giappone da sua madre dopo una rissa a scuola. Un rumeno con la famiglia che vive in Italia. Una cinese alla seconda laurea. Una giapponese perennemente in viaggio che lavora in nero pur di avere abbastanza ferie per girare. Eccetera, eccetera.
Con questo voglio dire due cose. La prima: gli italiani che vanno all’estero e pigliano i loro simili (italiani che escono con italiani, colletti bianchi che escono con colletti bianchi, ecc.) non sono viaggiatori. Conosco tantissimi italiani in Giappone come in Australia che si sono creati la loro piccola “casetta” all’estero – quello non e’ certo “stay foolish”: quello e’ andare a vivere all’estero, full stop. Quelli sono andati via per i motivi piu’ disparati (soldi, lavoro, amore), non certo perche’ dovevano. Quelli se gli dai un bel lavoro e 5000 euro al mese tornano in Italia domani (io no).

Quindi: non certo solitudine, al contrario. Sono nato e cresciuto con amici d’infanzia che sono gente splendida, che amo e con cui sono costantemente in contatto: mi conoscono alla perfezione, ne abbiamo passate tantissime insieme… ma non sono come me. Per trovare i miei simili ho dovuto viaggiare.

A Ivan: Per stare in Giappone sei mesi sono entrato due volte nel paese con visti turistici da tre mesi, e fatto due livelli della ARC Academy a Shibuya, da tre mesi ciascuno. Vivendo a Brisbane, sono partito il 29 Settembre 2008, con un biglietto andata e ritorno Australia-Italia con la JAL, con stop-over di tre mesi a Tokyo sia all’andata che al ritorno. Ho fatto 29/09 – 22/12 a Tokyo, poi Italia fino al 12/01/2009, e poi Giappone fino al 12/04. Le prime tre settimane ho vissuto in un ryokan economico, poi ho trovato casa in condivisione con due giappi, pagavo 70,000 yen al mese (ma si puo’ trovare a meno). I due corsi a scuola mi sono costati intorno ai 1200 euro a corso, mi par di ricordare. Uscivo praticamente tutte le sere con i compagni di scuola e amici vari che mi sono fatto nel frattempo, e ho fatto un paio di viaggetti interni in Giappone.
In totale, compresi voli e scuola, credo di aver speso qualcosa piu’ di 15000 euro. E’ difficile da dire perche’ all’epoca c’e’ stato il crollo della valuta a causa della crisi economica e lo yen era diventato fortissimo (ad esempio, ricordo che la seconda rata della scuola costava uguale in yen, ma io ho pagato la prima volta 1700 dollari, la seconda 2300! – questo perche’ il dollaro australiano all’epoca era andato a rotoli).
Bisogna comunque dire che io lavoravo e prendevo bene, per cui non mi sono fatto mancare piu’ o meno nulla durante quei sei mesi.
Esauriente come risposta?

Il backpacker in giacca e cravatta

Diceva Schopenhauer che la vita’ e’ come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Diceva albino, invece, che La vita e’ come un rotolo di carta igienica. Ma se vogliamo tirare le somme, cari lettori, si puo’ dire anche che la vita di albino e’ come un pendolo che oscilla tra la vita spericolata e la pianificazione malata.

Nel post di ieri abbiamo raccontato fino ai primi 2008. A quel tempo vivevo a Brisbane, ero innamorato perso di una che viveva a Tokyo (e che non mi cagava, ndA), ero tornato da poco dalla mia esperienza lavorativa nell’outback australiano, e non avevo particolari stimoli. E ci sono ricaduto di nuovo, nel tunnel della pianificazione intendo.

A quell’epoca cercavo lavoro in Giappone. Un po’ per la tipa, un po’ perche’ mi ero rotto i coglioni di Brisbane, un po’ perche’ vedevo che in azienda da me venivano premiati piu’ o meno solo i leccaculo incapaci (azienda italiana, manco a dirlo)… ma soprattutto perche’ ero andato in vacanza in Giappone ed ero tornato indietro follemente innamorato della Metropoli Tentacolare.

Se voi voleste andare a vivere in Giappone, che fareste? Vi dico cosa ho fatto io: dopo analisi fredda e ingegneristica (ho intersecato le mie aspettative lavorative, il mio curriculum e la mia scarsa conoscenza del giapponese, piu’ sei-nove mesi di tentativi di ricerca di colloquio andati a vuoto) ho concluso che non avevo la mimissima possibilita’. Quindi mi sono inventato la storia dell’orso e ho chiesto sei mesi di aspettativa non pagata al lavoro. Ho comprato un biglietto aereo, mi sono iscritto ad una scuola di giapponese a Shibuya… e sono partito. (Tra la decisione, l’ottenimento dell’aspettativa e l’acquisto di scuola e biglietto sono passati credo tre o quattro giorni, non di piu’).

Ora, cari lettori. Facciamo rewind e guardiamo di nuovo l’evolversi della cosa. In Italia ho fatto ingegneria (Pianificazione), poi ho vissuto anni fregandomene del futuro (Vita Spericolata), ma ho trovato lavoro nel settore pubblico (Pianificazione), poi sono partito per l’Australia (Vita Spericolata), e ho iniziato a pensare alla mia carriera (Pianificazione), con un processo che mi ha portato ad accettare sette mesi di trasferta nel deserto australiano (Vita Spericolata), per poi tornare e studiare la mia dipartita per il Giappone (Pianificazione). A quel punto il mio processo di pianificazione ha deliberato che in Giappone non ci sarei potuto andare neanche nel mondo dei sogni… cosi’ ho mandato a fanculo la pianificazione, ho preso e sono partito lo stesso: ed eccola di ritorno, la (Vita Spericolata).

A quel punto sono iniziati i miei sei mesi da studente a Tokyo, nei quali il pendolo e’ sempre stato nella zona della Vita Spericolata. In quel periodo mi sono divertito tantissimo, ho conosciuto gente fantastica con cui sono in contatto ancora adesso. E poi, dal nulla, mandando CV a caso, mi e’ arrivata una richiesta di colloquio. Ho trovato lavoro per caso, due giorni prima di tornare in Australia, cercandolo a tempo perso e un po’ a caso, primo ingegnere straniero assunto da un’azienda di segnalamento ferroviario giapponese (primo, ho sempre detto, perche’ a nessun ingegnere ferroviario probabilmente e’ mai venuta l’idea malata di mollare tutto e partire per il Giappone a imparare la lingua, per poi cercare lavoro in un settore totalmente privo di stranieri).

Quando il mio periodo di studente di giapponese in aspettativa e’ finito (siamo nell’Aprile del 2009), sono ritornato in Australia e ho ricominciato a pianificare: tra le altre cose dovevo ottenere il visto da permanent resident australiano, e poi dovevo preparare il trasloco per il Giappone (vendere mobili, organizzare un po’ tutto insomma). Alla fine sono partito (ottobre 2009) per Tokyo, ho iniziato a vivere li’, e sono iniziati due anni Giapponesi in cui tutto e’ stato un oscillare tra noia e divertimento, conquiste e follie (in Giappone si oscilla di piu’, questo e’ sicuro, e perdere la direzione e’ un attimo).

Ed ecco che siamo arrivati alla famosa Illuminazione Siddharthiana che mi e’ venuta l’altra notte. Tirando le somme del passato mi sono reso conto che ho la tendenza naturale a pianificare e a “sedermi”, e che questa tendenza mi porta a diventare insoddisfatto. A quel punto, la pianificazione malata diventa pianificazione positiva: cerco di uscire da situazioni di stallo usando la testa. Quando ci riesco resto nello stato di “pianificazione” e tendo a fare conquiste ma a rimanere o a ritornare molto velocemente insoddisfatto.

E’ quando l’insoddisfazione raggiunge un certo limite che “faccio follie”. Chi mi conosce lo sa: sono un raro caso di ingegnere imprevedibile, di persona quadrata fuori ma impazzita dentro, cotone fuori lana sulla pelle, un backpacker in giacca e cravatta. Uno che non si tufferebbe mai da una scogliera per paura di farsi male, ma che adora andare venti metri sott’acqua con bombole e maschera: come a dire che mi piace l’avventura, non il pericolo. Io che non ho paura di fare scelte azzardate quando non c’e’ hazard (e infatti lavoro principalmente nel settore della sicurezza).

Chiudiamo il cerchio. Quando faccio la follia di turno, passo dallo stato di pianificazione a quello di vita spericolata. Questo mi regala di solito un sei-dodici mesi di divertimento atroce, amicizie intense, amori folli, conquiste lavorative. Ma la mia tendenza naturale e’ quella di pianificare e annoiarmi, come un ciclo stagionale primavera-estate-autunno-inverno. Naturale come il mio colpo di follia, tendo a ritornare naturalmente alla quotidianita’ che in fondo mi piace (a piccole dosi), fino a quando non mi rompo nuovamente le palle e tiro fuori qualcosa di nuovo dal cilindro.

Quando nel 2005 sono partito per l’Australia, la mia ex dell’epoca mi ha profetizzato una vita da insoddisfatto cronico. Non e’ stato cosi’: anzi, sarei stato insoddisfatto se fossi rimasto (con lei). Invece e’ proprio partendo che sono riuscito a capire e ad accettare la mia natura di annoiato patologico. Una natura che combatto senza problemi e con nonchalance perche’ so di essere libero di dare una scossa al pendolo, quando voglio vivere una nuova avventura e uscire dalla quotidianita’. (E questo in fondo e’ un concetto molto semplice che entra in testa a pochissimi: lo vogliamo capire o no che gli unici limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi?)

Questa credo sia stata l’illuminazione che mi ha regalato Tokyo nel mio recente viaggio. Ho capito che sono libero, e che sono venuto in Australia perche’ ora e’ il periodo di pianificazione, di carriera e di vita tranquilla. Ma quando arriva il momento della follia e della vita spericolata, cari lettori, lo leggerete tra queste pagine. E state certi che arriva.

Oh se arriva.

Racist mind

In diretta dalla Sakura Lounge dell’aeroporto di Narita, mi hanno appena fatto girare le palle. Tutti, in concerto.

Dovete sapere che io provo un certo fastidio per l’aeroporto di Tokyo, perche’ qui parlano tutti inglese, e si rivolgono a me in inglese.

Prima eravamo in 20 in autobus, io e 19 giappi. Controllo passaporto: il poliziotto dice 19 arigatou gozaimasu e un thank you very much. E riceve 19 inchini e un “va’ a mangiarte na merda“ dissimulato da un sorriso.

Check-in, controllo passaporti, security, ingresso alla lounge, duty free. Tutta la stessa solfa: mi accolgono in inglese, rispondo in giapponese, mi rispondono in giapponese. Ma anche quando saluto io per primo in giapponese, loro vedono la mia faccia gaijin e proprio non ci riescono a salutarmi in giappo. E’ piu’ forte di loro: la prima frase, anche in quei casi, e’ sempre in inglese.

E io sta cosa, non ci posso far niente ma mi manda in bestia proprio. La trovo di un razzista schifoso. Mi sento trattato come un diverso solo perche’ ho la faccia diversa, come uno che non parla giapponese solo perche’ non e’ giapponese. Perche’ se saluti in maniera diversa a seconda della persona che ti si para davanti significa che stai dividendo tra giapponesi e gaijin, in primo luogo. Tra cliente e cliente. Tra お客様 e turista straniero. 

Ma la cosa che mi urta di piu’ e’ che mi sento trattato come uno stupido: perche’ anche uno che non parla giapponese sa benissimo cosa vuol dire konnichi wa, cosa vuol dire uno stronzo arigatou. Sono parole come “ciao”: non serve essere fluenti in italiano per saperle. Ma quando mi sento dire questi sankyu beri much in inglese con giusto quel filino di accento giappo, mi sento come se di fronte a me ci fosse uno che non mi reputa neanche adatto a capire un semplice arigatou. Vuol dire che quella persona sta pensando che il suo inglese sia superiore al mio giappo (tsk). 

E poi questa cosa che siccome sei uno sporco gaijin allora PER DEFINIZIONE devi parlare inglese, mi manda fuori di testa. Peggio dei peggiori leghisti che etichettano tutti gli asiatici come cinesi, stessa cosa: noi siamo tutti americani forse? Crediateci o no, e’ tutto il pomeriggio che quando mi parlano in inglese rispondo:  すみません、イタリア人ですから英語が分かりません。(chiedo scusa ma sono italiano: non parlo inglese).

Perche’ se proprio vuoi discriminarmi, almeno fallo usando la mia lingua madre, stronzo/a!

Il gelo della Metropoli Tentacolare

Scrivo dalla mia camera d’albergo al 27esimo piano di un non precisato grattacielo della Metropoli Tentacolare. Uno dei tanti il cui unico paesaggio e’ un mare sterminato di cemento, e la Tokyo Tower rossa che spicca nello sfondo altrimenti grigio.

Cazzate a parte, il weekend e’ andato benone. Solite cose: uscite con gli amici, bevute in compagnia, shopping. Le solite cose che si fanno a Tokyo. Pero’.

Pero’ ritornare mi ha fatto una strana impressione. Sebbene vivessi qui fino a soli tre mesi fa, mi sento un turista. Sento che la gente mi guarda in treno, o per strada, come si guardano i turisti americani. Mi danno il menu in inglese al ristorante, sebbene gli abbia parlato in giapponese prima. Tre mesi fa niente di questo sarebbe successo: sapevo che la gente sapeva che abitavo li’. Non so spiegarla questa cosa, la gente ora mi guarda in modo diverso.

(Sabato un vecchio mi ha redarguito in inglese, in treno, perche’ stavo scrivendo un messaggio seduto nei sedili in cui bisogna spegnere il cellulare. In due anni e passa non mi era mai successo niente del genere. Il vecchio aveva puntato il turista straniero: ma tre mesi fa so che non l’avrebbe fatto, come non l’avrebbe fatto con un qualsiasi giappo al posto mio. Indispettito, mi sono alzato davanti a tutti e gli ho detto “ちょっと、うるさい!” ad alta voce, e ho cambiato vagone.)

O forse sono io che mi sento diverso. Fuori posto forse, perche’ ora non ho una casa, non posso navigare in internet dal sedile del treno, non ho un lavoro giapponese. Ecco, mi sento come quando ero uno studente: una crosta, uno a clessidra, una cosa temporanea nell’infinita’ spaziotemporale di Tokyo. Ma la cosa strana e’ che e’ come se la Metropoli lo sapesse, che ora sono un semplice passante, uno a tempo determinato.

La Metropoli e’ spietata. Uno si aspetterebbe un po’ di affetto, dopo tutti questi anni in cui sono venuto, e poi tornato, e poi ritornato ancora e ancora, sempre qui. O una piccola nostalgia, in ricordo di quando si viveva insieme, di quante ne abbiamo passate. O un qualche risentimento per averla abbandonata, che ne so. O per lo meno un sorriso ironico, come a dirmi che eccoti, sei ancora qua che bussi alla mia porta, drogato di giappine che non sei altro.

Invece no. La Metropoli m’ignora bellamente, come se fossi uno qualsiasi. Come a dirmi che la vita e’ andata avanti senza di me, come se niente fosse. albino chi?

Ora mi vesto, ritorno nel mio vestito giaccaecravattato da salaryman. Per una settimana lavoro all’ufficio di Yokohama. Ho il treno che mi aspetta, la ventiquattrore in mano. Chissa’ se allora la Metropoli si ricordera’ di me, e mi perdonera’ per averla lasciata.

Pazza idea

Avevo pensato di gettare la maschera, oggi. Scoprire le carte, sputare il sacco, vuotare il rospo, dire tuttalaverita’, nientaltrochelaverita’, dicaloggiuro – loggiuro. Insomma: e’ da un po’ di tempo che mi balena in testa questa idea: smettere i panni di albino e raccontare gli eventi che mi stanno capitando (stanno capitando a me, io sottoscritto medesimo: quello vero) in questo periodo.


sopra: albino prima di gettare la maschera (ma in realta’ non sono io, nda)

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Poor thing

Sentite questa. La settimana scorsa in Italia sono stato ad un matrimonio, non so se ricordate. Li’ ho rivisto molti amici e qualche vecchia conoscenza, avete presente no, di quelle che non vedi per anni e ti dimentichi del tutto della loro esistenza.

Come per esempio questa tipa. Quando arriva in parcheggio la vedo scendere dalla macchina e mi parte il flashback nella testa. La guardo senza riconoscerla per un paio di secondi, ma poi mi batto la fronte, ahhhhn! Ma certo!

La tipa e’ un gommone vivente. Trentacinque anni, la mia eta’, e mi sfoggia nell’ordine: culo rifatto, tette rifatte (non confermato, ma le ricordavo piu’ piccole), labbra rifatte, naso rifatto, e poi chissa’ cos’altro. Insomma, labbroni a gommone tipo Francesca Dellera, e occhioni tirati spalancati che mi ricordano terribilmente la deputata PdL Anna Maria Bernini (la quale una volta a Ballaro’ mi ha fatto veramente impressione, era cosi’ tirata che pareva incapace di sbattere le palpebre. Mi chiedo se riesca a farlo solo quando non e’ seduta).

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Follow the Russian stream

Lo dico chiaro e tondo: chi ha abbandonato o sta abbandonato Tokyo non ha capito niente dei giapponesi. Senza scuse e senza eccezioni. Soprattutto quelle di chi copre la sua ritirata con frasi tipo “ho solo anticipato le ferie” o con i non si sa mai di chi dice di non voler mettere la mano sul fuoco per non saper ammettere che si sta cagando sotto.

Eppure, qui non abbiamo mai corso pericoli. Lo dicono i dati che stanno uscendo in queste ore. Lo dicevano le autorita’ giapponesi, cui nessuno aveva creduto. Compresi i giapponesi, che sono notoriamente i primi che non credono ai loro stessi telegiornali. Chiedete a un abitante di Tokyo cosa pensa: vi rispondera’ che i media e il governo sono inattendibili perche’ tendono a insabbiare, ma lo sono tanto quanto i media europei, o americani (e, aggiungo io, quelli australiani), che al contrario amplificano e hanno un debole per drammatizzare.

E allora, a chi credere?” ho chiesto. Risposta: “Finche’ i russi non dicono niente noi siamo tranquilli. Loro hanno avuto Chernobyl; quando vedremo i russi abbandonare Fukushima allora sara’ il momento di preoccuparsi”. Le solite leggende metropolitane giapponesi, certo, come il fatto che il gruppo sanguigno influisca sulla personalita’. Loro guardano sempre all’esempio da seguire, e dato che in questo caso il precedente piu’ importante e’ Chernobyl, stanno li’ a dire: diamo un occhiata a cosa fanno o dicono i russi. Let’s follow the Russian stream, e non importa se la stampa russa non sia proprio un esempio di trasparenza mediatica, e se il 90% dei russi in Giappone non si farebbe rimpatriare a costo di diventare verde fosforescente. Certo, questo succede perche’ i giapponesi hanno bisogno di qualcosa su cui appigliarsi, qualche discorso da fare, qualcosa in cui credere mentre le alte sfere decidono per loro. Sappiamo come sono fatti, no? Follow the Russian stream, che vuol dire “mi tengo occupato mentre credo nel mio governo”. Sembra una cazzata ma e’ la cosa piu’ politically correct e innocua che si potessero inventare. Per questo ci credono.

Ad ogni modo, che non ci fosse pericolo lo dicevano le varie ambasciate, i cui comunicati all’apparenza ambigui hanno sempre avuto senso. Dice, tra le righe: non c’e’ nulla da temere per Tokyo, ma siccome sono un’ambasciata e mi devo parare il culo in caso di catastrofe, per quanto remota, consiglio ai connazionali che hanno ferie da bruciarsi e qualche migliaio di euro di troppo in banca di farsi un viaggetto fuori stagione. Questo e’ l’ABC della diplomazia, cari lettori. Altrimenti che motivo avrebbe un’ambasciata per chiedere di lasciare la citta’ se non ci sono radiazioni, e la centrale e’ ora dopo ora sempre piu’ sotto controllo?

Ma dati a parte, e’ possibile che ci sia gente che ha vissuto qui a Tokyo per anni e non abbia ancora capito che i giapponesi non avrebbero mai e poi mai permesso a Tokyo di essere contaminata? Tokyo e’ la capitale, la testa del paese. E’ la citta’ che tiene in piedi la nazione. Ne abbiamo parlato in svariati post, ricordate?

Ve lo dico in tutta onesta’: se fossi un abitante di Osaka e se il problema nucleare fosse successo a 250km da li’, probabilmente ora sarei a Venezia con gli amici a mangiare le ultime frittelle avanzate del carnevale. Ma Tokyo no, cari lettori. Tokyo e’ il cuore economico del paese. La Metropoli Tentacolare, da sola, fa il PIL dell’Italia. Questa citta’ da sola e’ il cuore, la testa, i polmoni, i muscoli del paese. Possibile che ci siano degli emigranti che non si siano resi conto che per un popolo ultranazionalista come questo la capitale e’ la cosa piu’ importante da salvare? Possibile?

E possibile che ci si sia dimenticati che questo popolo non si lascia sconfiggere tanto facilmente? Possibile che si metta in discussione lo spirito di sacrificio della nazione? In questi giorni non si e’ fatto altro che sottolineare come la parola tsunami in fondo sia giapponese, quasi come fosse un’ironia del destino. Ma abbiamo forse dimenticato come i giapponesi abbiano dato al mondo anche altre parole, tipo samurai, seppuku, kamikaze?

Possibile che gli emigranti si siano dimenticati cosi’ facilmente dell’assoluta mancanza di flessibilita’ di questo popolo? Signori: il terremoto e’ avvenuto venerdi 11 marzo. Ricordate? I treni non funzionavano, un casino atroce. Ebbene, dopo il weekend sono tornato al lavoro, il 15 marzo. I treni erano in ritardo cronico, ne funzionava uno su tre. Pur essendo partito da casa 20 minuti prima, a causa dei ritardi sono arrivato in ufficio alle 8:37, ovvero sette minuti in ritardo rispetto all’inizio della mia giornata lavorativa. Quando sono entrato in ufficio mi sono scusato per il ritardo dicendo che non c’erano treni. Il direttore mi ha detto “ho visto i tuoi sette minuti di ritardo. Di solito come sai qui funziona che “no work no pay”, ma siccome c’e’ stato il terremoto l’azienda ha deciso che i ritardi dovuti alla mancanza di treni in questi giorni verranno decurtati solo del 60%”.

A quelle parole io sono rimasto in stato di shock per un’ora e coi coglioni girati per il resto della giornata. Terremotati, senza elettricita’, senza treni: eppure se arrivi al lavoro con ben sette minuti in ritardo non solo non te li abbuonano, ma gli devi anche dire grazie perche’ ti vengono incontro facendoti perdere solo il 60% della paga al posto del 100%.

Cose da pazzi, in altri paesi. Ma qui no, qui sappiamo come va. Ogni gaijin ha le sue storie da raccontare, storie che raccontano come il Giappone-paese funzioni come un orologio proprio perche’ il giapponese-persona e’ flessibile come un grissino torinese. Mi spezzo ma non mi piego.

Ma ci si e’ forse dimenticati delle regole che vanno rispettate in ogni occasione, senza discutere, senza pensare? Ci si e’ dimenticati di quando raccontavo dei giapponesi che usano i portaceneri portatili anche sopra le pile di spazzatura in India? Ci si e’ dimenticati di quando si ironizza in pub su queste cose (e tutti lo fanno, qualcuno mi dica che non e’ vero!), quando si dice che “ci vuole l’atomica per fargli cambiare idea”? (e’ successo quasi 61 anni fa, ricordate?)

Io non capisco la gente che se n’e’ andata. Sul serio. Ha seguito la stampa sensazionalistica o le paturnie dei familiari che non sanno, non possono sapere cosa succede qui. O magari ha staccato per stress, ma signori: stress immotivato per chi sa come girano le cose in questo paese. Certo, nella vita vera non ci saranno un mazinga o un gundam a difendere Tokyo, ma cio’ non toglie che per i giapponesi non importa quanto possa costare in termini di sforzi o di vite umane: non permetteranno mai che Tokyo sia in vero pericolo.

Io capisco quella mia amica italiana che vive qui perche’ ha uno stipendio da favola, ma dopo cinque anni di Giappone non parla una parola di giapponese, esce solo con stranieri, ora se ne sta bella tranquilla alle Hawaii (penso pagata dall’ex fidanzato, chiamala scema) e non gliene potrebbe fregar di meno se questo arcipelago affondasse. Ma qui fior di emigranti hanno messo su famiglia, parlano giapponese coi propri figli. C’e’ gente qui che e’ scesa a compromessi con questa societa’ ultrarazzista. E ora pero’ sono lontani, come un expat qualsiasi. Tutta questa gente che e’ veramente inserita in questo paese, gente ormai giapponesizzata: possibile che molti di loro abbiano lasciato? Possibile che non abbiano capito? Possibile che ci sia gente che ha vissuto qui per anni senza arrivare a credere fino in fondo in questo grandissimo paese?

Mi viene da dubitare, mi scusino i lettori, senza offesa per nessuno. Mi chiedo se questo non sia stato solo il pretesto, il trigger. Forse e’ il caso che tra quelli che sono andati via qualcuno si faccia un esame di coscienza e si chieda se non sia il caso, in fondo, visto che si e’ andati altrove, di restarci. Magari e’ il momento di capire cosa si vuole fare nella vita, e ve lo dice un viaggiatore, uno che ha le idee chiarissime, uno come me che in Giappone non ha mai avuto intenzione di trasferirsi in pianta stabile. Beh, signori.

Ma voi, veri italogiapponesi, mi spiegate che cazzo ci fate ora fuori Tokyo?

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