Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Contratti a orologeria

Leggevo nel blog di Tonari che quando e’ il momento di esprimere un’idea, o un’opinione, i giapponesi spesso e volentieri si trincerano dietro un “da noi non si fa”. Ovvero, si scusano delle loro azioni o decisioni adducendo che in realta’ non e’ colpa loro, ma e’ cosi’ che si comportano perche’ e’ parte della loro cultura. Per fare un parallelo, e’ un po’ come se Microsoft ti venisse a dire che se Office sbrocca sotto Mac non e’ colpa sua ma del sistema operativo. Tsk.

Ma e’ vero. 99 giappi su 100 dicono “non e’ un’idea mia, ma la applico perche’ tutti fanno lo stesso”. Con varie sfumature sul tema, una delle quali credo meriti una menzione speciale. Mi riferisco a quando parli di lavoro e ti dicono “non si fa”.

Esempio. In Giappone esistono praticamente due tipi di contratto: a tempo determinato, a tempo indeterminato. Fin qui niente di strano, a parte il fatto che il tempo determinato non si trasforma praticamente mai in tempo indeterminato, e che piu’ che determinato e’ un contratto ad orologeria. Quando vieni assunto a tempo determinato sai che (1) non diventerai mai fisso in quell’azienda, e (2) duri al massimo un tot di anni, che l’azienda si premura cortesemente di dirti sin dall’inizio (almeno quello).

Un occidentale che sente questa cosa di solito chiede: “Si ok, e’ un contratto da cinque anni (un anno, tre mesi – dipende). Ma e’ estendibile?” “No.” “Ma metti caso che gli servi per altri sei mesi.” “No.” “Ma allora cosa fanno quando vai via tu?” “Cercano un altro.” “Ma metti caso che tu hai tutto in mano, progetti, know-how, etc.” “Non importa.” “Si, ma magari cambiano idea.” “No.”

Vi chiederete il motivo. Beh, me lo chiedo pure io. (tra parentesi, di solito i giappi si infastidiscono quando ragioni per ipotesi. Parole tipo "se magari" o "se per caso" a molti di loro fanno rizzare i capelli – ma di questo parleremo un’altra volta).

Torniamo a noi. Mettiamo che una persona ha un contratto di uno, due, tre anni. Dopo uno, due, tre anni ha dei progetti, dei lavori in mano, conosce tutto dell’azienda e del lavoro che fa, e’ formato, e’ sul pezzo. Diciamo anche che l’azienda abbia ancora bisogno di quella persona.
In quel caso, visto che quella persona e’ a tempo determinato loro COMUNQUE la lasciano a casa e assumono un altro al suo posto.
Uno che non conoscono, uno cui devono insegnare a fare quel lavoro. E chissenefrega se il migliore sostituto sul mercato, nel momento in cui cercano un sostituto per quella persona, di solito e’ proprio quella persona.

La cosa puzza di assurdo. A rigor di logica, per noi occidentali e’ praticamente inconcepibile. Un’azienda ha bisogno di te ma ti manda via solo perche’ cinque anni fa ti ha detto che ti avrebbe tenuto per cinque anni e basta. La cosa da ridere e’ che quando chiedi spiegazioni a un giappo sul perche’ di questa follia, lui o lei ti risponde praticamente sempre con il solito “eeeeeeeeeeeeee!” – Pausa –“perche’ e’ cosi’ e basta”.

E poi. “Ma come mai?” “Non so come mai”. “Si, ma non ha senso!” “E’ il sistema che abbiamo noi!” “Si ma ti rendi conto che non ha senso?” “Si che ha senso!” “Ma scusa, e se hanno ancora bisogno di te dopo cinque anni?” “eh, shou ga nai – non ci si puo’ far nulla.” “E allora vedi che non ha senso?” “Eh, ma da noi funziona cosi’.”
Eccetera, ad libitum.

A tutt’oggi nessuno mi ha dato una spiegazione del perche’ (posso solo intuire – magari si fa per evitare che la gente “speri” nell’indeterminato? O per disincentivare l’uso del tempo determinato, perche’ qui si nasce e si muore nella stessa azienda?). I giappi limitano a dire che funziona cosi’ , ma nessuno sembra essersi mai chiesto il perche’. Quando glielo chiedi secondo me non e’ che non ti vogliono rispondere, e’ che proprio non lo sanno. Proprio non ci avevano pensato. E’ cosi’ e basta, come il sole che tramonta la sera o la luna che e’ nel cielo, o il pesce che sa di pesce.

Ed ecco che viene fuori, alla fine, la vera differenza Madre tra noi e loro. Noi, nel bene e nel male, ci chiediamo sempre e comunque il perche’.

Morale della favola? Se Eva fosse stata una giappina non avrebbe mai colto la mela, e ora la popolazione mondiale ammonterebbe a un totale di individui due.

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10 risposte a “Contratti a orologeria

  1. Sergio giovedì 1 luglio 2010 alle 10:51 am

    Ma allora probablimente i bambini giapponesi non hanno la fase del “E perche’?”

  2. elisa giovedì 1 luglio 2010 alle 11:01 am

    che schifo…mi sembrano un branco di pecore…butite nel fosso e lui si butta, senza chiedersi perchè, ma solo perchè si fa cosi e basta…li pensavo piu’ intelligenti…praticamente con sti blog mi stanno scadendo…

  3. albino giovedì 1 luglio 2010 alle 1:31 pm

    Eli: non giudicare le cose che non conosci. Io giudico perche’ so, amo questo popolo (come – mi permetto – Tonari: e’ per questo che siamo qui), ma ogni tanto lo critico nel blog perche’ hanno anche loro, come tutti, i loro difetti.

    Sergio: No, mi dicono che ogni volta che si parla in giappo io dico sempre “nande? nande?” che vuol dire “perche’? perche’?” e mi dicono che sembro un bambino! ahah!

  4. Akanishi au Québec giovedì 1 luglio 2010 alle 6:59 pm

    Sì in Giappone è tutto spiegato, o ci sono sempre scritte le istruzioni per tutto, o comunque le cose sono fatte in modo che non puoi sbagliare: anche uno scimpanzè può imparare a prendere il treno in Giappone, come abbiamo visto.
    Il rovescio della medaglia è che non sai mai perché. E nessuno è tenuto a spiegartelo. Non è nemmeno necessario saperlo. L’importante è sapere cosa devi fare.

    Così anche la giappina può scaricarti con una scusa qualsiasi, presa probabilmente da una lista predefinita scaricata da internet che ognuna di loro tiene nella borsetta. Tu sai cosa devi fare: non farti vedere mai più. Ma saprai mai il perché.

  5. Akanishi au Québec giovedì 1 luglio 2010 alle 7:01 pm

    Ti ho votato perché mi è piaciuto l’esempio di Eva.

  6. Ivan Mrankov venerdì 2 luglio 2010 alle 7:22 pm

    Beh, e’ stupefacente che tu ti stupisca. Fin dalla prima elementare il sistema scolastico gli condiziona e gli insegna ad ubbidire senza mai porsi delle domande. Cio’ ne fa dei perfetti soldatini di piombo buoni da programmare alla bisogna per qualsiasi compito ergo: lavoratori diligenti che non rompono i coglioni ma che falliscono nei campi creativi: e’ risaputo infatti che il Giappone pur investendo parecchio in ricerca non ottiene dei ritorni proporzionati agli investimenti; nei gruppi di ricerca nessuno si permette mai di contestare il capo gruppo e le idee (se mai ci sono state) non circolano e non si evolvono.
    Da sempre infatti sono considerati perfezionatori, mai degli innovatori (gli svizzeri d’Europa insomma).

  7. Alessandro sabato 3 luglio 2010 alle 11:14 am

    Oddio, la menata dell’impiego a vita vale (o valeva) per una quota minoritaria di aziende molto grosse… la gran parte dei giappi se la sogna quella stabilità.

  8. Akanishi au Québec lunedì 5 luglio 2010 alle 12:19 am

    Comuque il termine dei contratti a termine, un senso ce l’ha: il senso giappo che “le cose si stabiliscono prima e non ci si rimangia mai quello che si è stabilito.” Se ti hanno assunto per 1 anno vuol dire che gli servi per 1 anno.

    Se poi la previsione si rivelasse sbagliata, allora sorgerebbe un problema, per dirla con Brecht. E di conseguenza qualcuno dovrebbe fare seppuku.

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