Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi giornalieri: mercoledì 14 luglio 2010

albino ride ultimo

(avvertenza: questo post contiene: Ego, Ironia, Sarcasmo, invettive contro categorie sociali e/o sessuali. Come al solito il post e’ politicamente scorrettissimo, quindi non scassate ‘o cazz’ come si suol dire, rideteci su e non prendetemi sul serio, che io prer primo non lo faccio).

Molti (cioe’ tutti, tranne quelli che mi conoscono e/o quelli che hanno letto il mio romanzo, in cui ne parlo) non sanno che io da ggiovine ho frequentato un liceo scientifico di semiperiferia, pieno di bella gente, di prof preparati e simpatici, di tipe niente male. Di quei tempi porto ancora con me un gusto dolceamaro, di nostalgia e di cose incompiute, ma di tanto, tanto divertimento.
Dopo il liceo naturalmente mi sono iscritto a ingegneria, e questa e’ cronaca tutto sommato risaputa, visto che nel mio blog e’ scritto un po’ ovunque che sono un ingegnere elettronico che si presenta come ingegnere elettrauto quando vuole fare il simpatico e come cameriere quando vuole portarsi a letto una tipa (la quale probabilmente scapperebbe – e’ successo – appena saputo cosa faccio/cosa sono in realta’). Come mi ha detto una giappina recentemente “nelle donne non ispiro sesso, ispiro voglia di matrimonio”.

Ma non divaghiamo. Stavo introducendo il fatto che un tot di anni fa, dal paradiso di fighette e di amici e di fancazzismo che era un po’ la mia vita al liceo mi sono andato a tuffare, o meglio sotterrare volontariamente nella Fossa dell’ingegneria. Fossa dell’ingegneria: chi c’e’ stato sa, e chi non c’e’ stato probabilmente conosce per sentito dire.

Non e’ facile diventare ingegnere. A parte per le materie studiate, intendo. Non e’ facile buttare nel cesso il primo lustro dei tuoi vent’anni in un posto dove ci sono solo maschi, sfigati, nerd, ingegneri in erba, feccia della societa’, monomaniaci del computer e menate del genere, occhiali aggiustati con lo scotch, chiavetta della macchinetta del caffe’ appesa al collo, calvizie precoce, eccetera da qui al suicidio. Un posto dove la media delle ore studiate e’ superiore alle ore lavorate da un salaryman giapponese, un posto dove la gente di media si fa piu’ pippe in un giorno di quante tipe abbia avuto in vita sua. Immaginatevelo, lo sapete, lo vedete. Visualizzatelo, sto posto un po’ anni ‘60, con la gente anche vestita anni ’60, con ‘sti quattrocchi brufolosi che parlano di fisica e di manga giapponesi e di software piratato. Li vedete, con la riga in parte e l’invicta delle medie in spalla, e la piazza in testa, e la forfora sulle spalle, e il giubbotto trapuntato di due taglie piu’ larghe, e la felpa comprata al mercato dalla mamma, e una donna mai baciata in vita loro?Bene.
Ecco, e’ li’ che io ho passato i miei 19-25 anni. In mezzo a gente che pensava che la parola FICA significasse Feedback-Induced Current Amplifier.

Eh ma vi vedevo a voi, da fuori. Vi vedevo voi della facolta’ di lingue, o di psicologia. Si, sto parlando con voi li’, voi delle materie umanistiche. A Padova eravate dall’altra parte del fiume rispetto a me. Il fiume Piovego, che noi amichevolmente chiamavamo “il muro di Berlino”, e che divideva voi da noi, noi dei casermoni di ingegneria, grigi, col traffico, pieni di sfigati, da voi, che avevate la facolta’ nuova o seminuova, zona pedonale con filari di alberi sulla riva del fiume, pieni di fighe da far schifo. Vi ricordo con la chitarra in pausa pranzo, a cantare canzoni di Battisti su questi prati baciati dal sole. A parlare dei massimi sistemi, mentre noi si parlava di compilatori in assembly, voi senza un cazzo da fare se non preoccuparvi del prossimo festino, io a ripetere nove volte Teoria dei Segnali. Noi a sputar sangue per sei mesi per un 18, voi con il vostro Q.I. da comune mortale a lamentarvi di non aver preso la lode dopo ben due giorni di studio.

Mi siete stati sul cazzo per anni, voi. Tanto quanto vi sto sul cazzo io adesso, quando vi dico che prendo in tre mesi quello che guadagnate in un anno.

Una cosa ho imparato quando ho ripensato ai miei 14 anni, l’epoca in cui io ero un bambino secco e brufoloso mentre le tipe della mia eta’ erano piccole donne dalla coscia tornita e le tettine di alabastro, e mi cagavano di pezza e andavano coi ragazzi piu’ grandi. Ho imparato che ride bene chi ride ultimo. Ho visto crescere quelle bambine che se la sono goduta, e ora sono delle donne in eta’ da marito che lottano con rughe, cellulite e chili di troppo, e io invece sono nel fiore degli anni e ora gliele volto io, le spalle, e vado con le piu’ giovani se voglio.

Stesso discorso vale con voi, umanisti. Voi, che ve la godevate alla facolta’ di giapponese, mi ricordo di voi. Voi volevate andare a vivere in Giappone, studiavate e mi sfoggiavate il vostro giappo fluente e io, lo ammetto, vi invidiavo mentre impazzivo tra equazioni differenziali e numeri complessi. Ma ora io sono qui a Tokyo e l’ho imparato il giapponese, e’ solo una lingua in fondo. E voi siete li’, a barcamenarvi e a capire che fare nella vita, in Italia a conoscere una lingua che non parla nessuno, o in Giappone a farfugliare una lingua che 130 milioni di persone parlano meglio di voi.

Tutto questo per dire che oggi ho dato una lezione sulla sicurezza ferroviaria di due ore. In giapponese, di fronte ad una platea di una trentina di persone. L’altro ieri sono stato promosso responsabile di una linea ferroviaria in Vietnam, e sto per prender parte a un progetto in USA. Ieri notte mi ha scritto una gigantesca multinazionale giapponese (il cui nome taccero’, vi dico solo che contiene il kanji di “stare in piedi”) chiedendomi se sono disponibile a incontrarli per un’offertina di lavoro. E tutto questo mentre avevo appena messo giu’ il telefono e parlato con un caro amico, ex-collega australiano, di mia stessa estrazione ingegneristica ma due anni piu’ giovane, che ha trovato lavoro grazie a me (era una posizione che avevo rifiutato io) e ora gira il mondo per una multinazionale americana, vive ai tropici fronte oceano in una casetta di 160 metri quadrati, ha auto aziendale e carta di credito aziendale, prende come un parlamentare italiano. E mi ringraziava, a buon rendere.

Tutto questo mentre mi guardo indietro e ripenso a prati verdi baciati dal sole e ai casermoni anni ’60 di ingegneria, sorrido e mi ripeto che in fondo ho fatto la scelta giusta, che in fondo cinque anni di sacrifici valgono una vita di opportunita’ ma soprattutto che, come sempre, ride bene chi ride ultimo.

(giu’ il sipario di questo episodio, mentre albino avvicina la mano alla bocca e sogghigna sottovoce)

Annunci
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: