Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi giornalieri: martedì 27 luglio 2010

I conti della serva

Dunque dunque. Teoricamente oggi volevo parlarvi di quella che probabilmente e’ per meta’ del tempo la donna della mia vita, e per meta’ del tempo cambia e diventa qualcun’altra, con una schizofrenia lucidissima che non sembra neanche vera. Purtroppo pero’ non ne posso scrivere qui perche’ non si puo’, non si fa, non si deve, non in un blog.

Allora, per cambiare discorso, vi parlo delle condizioni italiane del mondo del lavoro. No, perche’ da quando la rete e’ stata inventata non si legge altro in internet che italiani che si lamentano per il precariato, dei nostri stipendi, le fughe di cervelli. Non se ne puo’ proprio piu’, tutti ‘sti lamentini hanno un po’ rotto le palle. Quindi oggi dico la mia.

L’immagine che viene data del vivere all’estero e’ quella di un Eldorado, dove sono li’ tutti pronti ad aspettarti a braccia aperte e a darti 5000 euro al mese sulla fiducia o a farti diventare dirigente a trentacinque anni solo perche’ sei un italiano con la genialita’ che ti scorre nelle vene. Dall’altra parte, l’Italia e’ dipinta come la terra del padrone sfruttatore che assume brillanti laureati a fare interminabili stage gratuiti e non concede ferie pagate, non ammette maternita’, non paga contributi, non da’ prospettive di carriera, eccetera.

Bene. Questa e’ l’immagine che si sente ovunque, e non nego che sia in parte vera. Ma facciamoci due conti a spanna, no, tanto per capire di cosa stiamo parlando. Stranamente, i conti non li fa mai nessuno. Allora, prendiamo un impiegato Italiano laureato di trent’anni che lavora in un’azienda privata e prende bene, dai. Diciamo che prende 1500 al mese, tredici mensilita’. Dei 1500 facciamo il lordo annuo, fa poco meno di 29.000 euro l’anno. Aggiungiamo il 10% di INPS (se non sbaglio), e mi viene fuori poco meno di 32000 euro l’anno.

Ora, trasformiamo questo italiano in giapponese. Ora, dipende molto dall’azienda, ma diciamo che un impiegato medio di 30 anni in Giappone prende sui 5,5 milioni di yen all’anno, bonus compreso, che fanno circa 50000 euro al cambio attuale. Un abisso direte voi. Vediamo. Per questa fascia di reddito in Giappone le tasse sono al 17% nazionali + 10% comunali (ovvero il tanto decantato federalismo di Bossi, che qui si fa da mille anni). Totale, viene la bellezza di circa 3000 euro al mese, con il bonus spalmato sulle mensilita’.

Se facciamo lo stesso e spalmiamo la tredicesima sulle mensilita’ dell’italiano, otteniamo 1500*13/12=1625, quindi a parita’ di eta’ e di laurea, diciamo, il giapponese medio prende (o sembra prendere) addirittura l’84% in piu’ dell’Italiano!

Questo dicono i numeri, e sembrano dar ragione agli italiani che si lamentano e agli emigranti italiani che dall’estero fanno gne’ gne’ e ringraziano il cielo di essere andati via. Ma contiamo un paio di cosette, please.

1) Innanzitutto, le ore di lavoro. L’impiegato medio giapponese quanto lavora, 13-14 ore al giorno? L’Italiano magari ne fa’ 10, toh. Raramente 14. Facciamoci due conti, se all’italiano pagano lo straordinario, una bella fetta del vantaggio del giappo se ne va. Se non arriviamo al pareggio poco ci manca. Certo che sarebbe una vita di merda, mi direte. Solo che uno dei due dell’esempio di cui sopra non e’ che abbia proprio scelta, indovinate chi?

2) Il giapponese ha sui 10 giorni di ferie pagate l’anno, compresa malattia che spesso non esiste e viene contata come ferie. Non e’ possibile prendere piu’ di una settimana per volta di ferie, non e’ concepito in praticamente nessuna azienda. Quindi il nostro impiegato giapponese due settimane di ferie di fila in vita sua non le fara’ mai. L’Italiano suo coetaneo, mediamente, puo’ eccome.

3) Se facciamo finta per un momento che l’impiegato sia un’impiegata, quella italiana avra’ maternita’ e allattamento e menate. La controparte giapponese deve prendere ferie anche per una semplice ecografia, non avra’ maternita’ ne’ agevolazioni, e probabilmente o la licenziano quando resta incinta (invitandola gentilmente a farsi da parte) oppure sara’ lei stessa a lasciar perdere e a mollare tutto appena fatto il test di gravidanza.

4) Ri-trasformiamo l’impiegato in un maschio. Invecchiamolo, mandiamolo in pensione. Ecco. L’italiano si e’ fatto la sua carriera, e’ in pensione a curare le begonie in giardino felice e contento. Magari gli avanzano anche due soldi a fine mese per andare a puttane. Il giapponese invece lavora ancora, e’ tornato in azienda e ci morira’ pure in azienda, per il semplice fatto che con la pensione semi-inesistente giapponese non si sopravvive, sono quattro spiccioli. La moglie sicuramente dopo essere rimasta incinta ha smesso di lavorare (nessuno la voleva piu’), per cui con quei quattro spiccioli le persone da sfamare sono come minimo due.

5) A proposito di malattia, un ultimo dettaglio. In Italia l’assistenza sanitaria e’ gratuita, in Giappone l’azienda ti copre all’80%. Il restante 20% te lo paghi. E se non lavori? Beh, se non lavori hai un bellissimo 100% sul groppone, tipo che se ti viene un attacco di cuore ti fanno pagare anche la benzina dell’ambulanza per arrivare in ospedale. Questo, naturalmente, l’impiegato italiano lo paga con le sue tasse, il giapponese invece riceve il cash in busta paga e se sta bene non paga nulla, se si ammala sono cazzi suoi. Come il suo mentore americano da cui questa cosa ha preso ispirazione.

Volete fare a cambio? Prego, accomodatevi. Poi naturalmente potete ribattermi punto su punto, e ognuno puo’ dire come la pensa. Quello che voglio dire e’: non fatevi strani viaggi con la fantasia, perche’ in giro per il mondo nessuno vi regala niente. Ovvio che sono io stesso il primo a dire “oh, una segretaria in Italia prende 650 euro al mese, qua magari ne prende 1500”. Va bene, ma senza ferie, senza maternita’, senza pensione. Ripeto, volete fare a cambio?

Poi lasciatemi fare la riflessione finale, perche’ tra le cazzate che sento in giro la piu’ grande e’ soprattutto quella dei fantomatici “brillanti laureati” italiani che non vengono valorizzati. All’estero (e prendiamo ancora il caso del Giappone, ma non solo – parliamo di USA, di Australia, di UK, ecc) l’universita’ e’ privata e la retta costa ordini di grandezza piu’ di quella italiana. Cosa significa questo? Due cose.

La prima, che quei soldi sono delle spese di cui bisogna tenere conto. Per fare cio’, torniamo all’esempio di prima. Vogliamo supporre che sia l’impiegato giapponese quanto quello italiano siano grati ai loro genitori al punto di restituire loro le tasse universitarie una volta laureati e impiegati in azienda? Ok. Abbiamo l’impiegato italiano che parte con un deficit di (mettiamo) 3000 euro di tassa l’anno per 5 anni di universita’ = 15000 euro. Il giapponese invece e’ sotto di mediamente (Tonari mi confermera’ il dato in mio possesso) 14000 euro per 5 anni = 70000 euro. Prende il doppio, per carita’, ma hai voglia ad azzerare il debito.
Vogliamo invece ipotizzare che le colpe dei figli ricadano sui padri, e che i giovani impiegati di cui sopra non restituiscano una cippa? Beh, allora anche per loro un giorno arriveranno dei figli, una famiglia. E mentre l’impiegato italiano dovra’ (nel caso non aumentino) tirar fuori 3000 euro l’anno di tasse universitarie (meno detrazioni dovute al reddito e al rendimento del figlio, che se e’ bravo potrebbe non pesargli addirittura per nulla!), il giapponese dovra’ spennarsi vivo per i figli in un’eta’ in cui, ricordiamolo, sara’ anche alle prese con il pensiero di come sopravvivere dal giorno in cui andra’ in pensione in poi.

Dicevamo che l’universita’ privata con rette altissime comporta due effetti. Il secondo effetto e’ che con rette elevate si forma uno sbarramento sociale tra chi se la puo’ permettere, l’universita’, e chi non se la puo’ permettere. Cosa che in Italia non esiste: il diritto allo studio e’ un diritto per tutti. E’ un diritto anche scegliersi l’universita’, chiaramente. E dunque ecco che il giovane giapponese pre-impiegatizio decidera’ con garbo e rispetto quale universita’ e quale facolta’ frequentare, in modo da massimizzare la possibilita’ di trovar lavoro, un giorno, e non buttare nel cesso i soldi del papi.

Per l’italiano mediamente no. L’italiano e’ ispirato, e’ genio e sregolatezza, e’ giovane bello e maledetto come un moderno James Dean con lo spritz in mano durante gli happy hours dell’universita’, e’ soprattutto ricchione col culo degli altri (dei suoi che pagano, in questo caso). L’italiano vuole il diritto allo studio, vuole il diritto a scegliersi la facolta’, vuole il diritto a entrare nella facolta’ a numero chiuso anche se gli dicono che le hanno fatte a numero chiuso giusto per non saturare il settore e selezionare i migliori. I migliori? Eh? Cosa sono? Generazioni intere di psicologhe sessantottine con l’invidia del pene nei confronti di medici avvocati e ingegneri ci hanno detto che siamo tutti uguali, che il QI non esiste e se per caso esistesse non deve essere un discriminante, che i bambini non devono essere selezionati in base al rendimento ma essere tutti sullo stesso piano. Volete venirmi a raccontare ora che esistono sul serio dei "migliori"?
Gia’. Purtroppo in Italia vuole il diritto allo studio anche lo zuccone, il lavativo, il fuoricorso cronico, il figlio unico viziato senza voglia di far niente. Tanto, in Italia l’universita’ mica costa decine di migliaia di euro l’anno! Che importa restare un anno in piu’?

Sto facendo demagogia e qualunquismo, vero. Ma permettetemi un ultimo commento. Certi italiani non dovrebbero semplicemente andare all’universita’. Ci vanno perche’ e’ comodo andare a lavorare a venticinque anni piuttosto che a venti, perche’ e’ bello allungare l’adolescenza. Certi ci vanno e scelgono facolta’ "facili" perche’ altrimenti non ce la farebbero a laurearsi. Ma le facolta’ facili sono anche quelle con cui e’ piu’ difficile trovare lavoro (di solito). Il fatto e’ che gli italiani sono fatti cosi’: vogliono tutti i diritti, ma senza doversi assumere l’onere dei doveri. Tutti vogliono essere dottori, nessuno operaio.

Va bene. Diamo quindi tutti i diritti possibili, a tutti. Ma se le cose stanno cosi’, una volta che determinati settori nel mondo del lavoro siano saturi, accettiamo pure che certe aziende invochino il diritto a mandare i giovani brillanti laureati italiani a fanculo. Via, a fare gli idraulici o a zappare la terra!

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