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Archivi giornalieri: martedì 21 dicembre 2010

La rivolta degli anziani in kefiah

Non so se ve ne siete accorti, ma in Europa e in particolare in Italia i giovani stanno protestando. A Roma per esempio, non so se avete visto ma e’ andato in scena il campionato italiano del Lancio del Sampietrino. Ora, molti di voi penseranno che sono cose che succedono solo li’, solo in Europa, o magari solo in Europa e in America, o magari solo in Europa in America e in Africa, o…

Niente di tutto questo. In realta’, protestano pure qui in Giappone. Sembra incredibile, sembra pazzesco, ma pure qui nel paese delle gabbie sociali, pure qui nel paese in cui non esiste nemmeno la parola “no”… ebbene si, protestano. Sfilano. Gliele cantano di brutto, al governo. Unica differenza… beh. In realta’, qua in Giappone protestano… solo i vecchi. Gli anziani. In tv alle manifestazioni, di giovani, non se ne vede l’ombra.

Siete stupiti? Non ne capite il motivo? State alzando lo sguardo al cielo e vi chiedete come mai in Giappone vada sempre tutto al contrario rispetto al resto del mondo?
Bravi. Allora siete venuti nel posto giusto, perche’ adesso vi faccio un’analisi sociopsicopegadoggica delle mie e vi spiego come mai. Per capire il perche’ di questa cosa, analizziamo innanzitutto alcune differenze tra Italia e Giappone.

Dunque. In Italia i vecchi hanno la loro bella pensioncina, la loro casetta, i loro acciacchi di cui parlare con gli amici al mercato del paese. E se l’Italia va a puttane si limitano a scuotere la testa e a sibilare a fil di dentiera: “eh, non sshono piu’ i tempi di una volta”, mentre pensano che in fondo, beh, il riscaldamento globale o la precarieta’ sono dei bei problemi… da affrontare quando loro non ci saranno piu’.
Al contrario in Italia i giovani non vedono futuro, si sento precarizzati, lasciati da parte, senza sbocchi. Solite cose, le sapete meglio di me: i giovani sono incazzati. Alcuni poi sono anche un po’ comunisti, che non fa mai male nell’ambiente della skuola. A loro tutto fa brodo e gli fa anche piacere ogni tanto di scendere in piazza a sgranchirsi le gambe e tirar giu’ un paio di cori e due-tre bellaciao. Che poi mentre si sfila gira qualche bel ceppo, si fuma aggratis, e se mi vede qualche tipa carina mentre ho il megafono in mano poi magari ci scappa anche una linguainbocca.
Solite cose.
Chi manca? Ah, quelli di mezza eta’. Quelli di mezza eta’ si fanno i conti in tasca. Mentre guardano i giovani in piazza magari ricordano con nostalgia le proteste che facevano quando erano studenti, le loro occupazioni dell’universita’, e il loro ceppo che girava mentre le tipe carine, linguainbocca eccetera. Ma poi si fanno i conti per vedere quanto manca alla pensione e si dicono che si, dai, e’ quasi ora anche per me di diventare classe dirigente. Diamo man forte ai giovani, a parole, ma solo con le dita incrociate dietro la schiena, e speriamo che non crolli tutto proprio quando sara’ la mia ora di incassare. Classico copione all’italiana, insomma.

In Giappone invece funziona cosi’: I vecchi, dal punto di vista sociale, non valgono un cazzo. Nel momento in cui vai in pensione, in Giappone, sei a casa a fare la calzetta. E quando hai vissuto tutta la vita a lavorare 18 ore al giorno senza la minima pausa, tornando a casa a notte fonda dopo la consueta cena coi colleghi, ti guardi intorno. Sei a casa, con tua moglie, quella che hai sposato quarant’anni fa… solo che te la ricordavi piu’ giovane. Sara’ perche’ sono trent’anni che non la guardi in faccia, boh.
Poi giri per casa, non hai niente da fare. Hai gia’ ritinteggiato tre volte, hai cambiato i tatami, hai fatto tutti i lavoretti del mondo. Hai provato a tornare in azienda almeno cinquanta volte ma non ti rivogliono, ti tengono fuori dal cancello, non gli servi, e’ politica aziendale che dopo i sessanta l’impiegato e’ out, via, fuoridaicoglioni, perche’ bisogna dar spazio ai piu’ giovani. Dal cancello vedi i tuoi colleghi di cinquantanove anni che ora sono all’apice della carriera, direttori generali come lo eri tu fino a qualche mese fa… con le redini dell’azienda in mano, a godersi li mejo anni della loro vita, spensierati mentre fingono di ignorare l’imminente calcio in culo che li aspetta di li’ a poco, quando verra’ il loro turno per il golden retirement.

I giovani invece sono delle macchine col coltello fra i denti, altro che gli italiani con la kefiah e i linguainbocca. Abito o tailleur nero e signorsi, questo e’ il Giappone dei venticinquenni. Quello che sognano e’ di entrare nel Sistema, di diventare matricole, di fare la loro scalata per anzianita’ e non per meriti personali, fino a diventare direttori poco prima della pensione. I giovani sono nati e cresciuti col mito del salaryman, l’uomo in giacca e cravatta che si alza la mattina, va in ufficio a fare riunioni inutili, cazzeggia in quantita’ e poi a sera esce coi colleghi, si ubriaca, fa la sua scalata sociale un po’ imboscato, da’ la la vita all’azienda in cambio di qualche cena, qualche hostess, qualche rimborso spese sotto banco. Un po’ come il mito del Cumenda nella Milano da bere, solo in versione lavoratore dipendente, quindi piu’ sfigato.
Per il giovane giappo essere un salaryman a tempo indeterminato significa tutto, significa avere la posizione, quindi trovare una bella moglie, mettere al mondo un paio di bimbi, farsi un mutuo. Tutte cose di cui e’ assolutamente disinteressato, ma cosi’ fan tutti, da secoli, e quindi bisogna fare lo stesso, per non essere lasciati fuori dalla societa’ di cui si fa parte nella ragione in cui si partecipa al consumo, alla produzione, anche in termini di figliazione. I giovani, in sostanza, sono i primi a volere lo status quo.
Anzi no, ci correggiamo. I primi sono quelli di mezza eta’. Quelli che si son fatti gia’ mezza scalata, che hanno passato esami di ammissione all’universita’, che hanno fatto le notti in bianco in ufficio, che hanno dato la vita all’azienda di cui fanno parte, che hanno dovuto umiliarsi di fronte ai vecchi e che ora, finalmente, inziano ad avere qualche scampolo di potere e di liberta’ d’azione. E dicono, giustamente: eh no cazzo, son vent’anni che mi faccio il culo, adesso voglio diventare direttorone aziendale di Gran Croc Gran Figl di Put pure io!

Ecco perche’ in piazza si vedono solo i vecchi giapponesi. Hanno sessant’anni, settant’anni, non valgono piu’ niente. Sono fuori dal sistema, quel sistema che hanno contribuito loro stessi a creare, quel sistema che hanno sorretto col loro lavoro per tutta la vita.
La maggior parte di loro e’ andata in pensione e ora fa spallucce, dice vabbe’, lasciatemi in pace, e’ andata cosi’. Ma altri invece si fanno delle domande… dovranno pur chiedersi qualcosa nel corso della loro esistenza, no? Ecco, questo e’ il momento. Si chiederanno, probabilmente: ne valeva la pena?

Ed e’ forse questo, oppure il fatto di non avere un emerito cazzo da fare, che li spinge in piazza a protestare contro il sistema che li ha sfruttati, poi li ha lusingati, poi li ha idolatrati, e infine li ha scaricati. Chissa’ se si guardano intorno e mentre sfilano ripensano a tutte le ore di straordinario, e alle ferie non fatte, e ai figli che hanno fatto ma non hanno visto crescere. Chissa’ se forse si sentono vivi mentre mandano educatamente a fanculo il governo. Magari vivi, per la prima volta.

(Nota a margine: naturalmente i fatti ivi narrati sono frutto della mia inventiva… insomma, ho scritto quattro minchiate. In realta’ in Giappone esiste il rispetto per l’anziano e per la societa’, e per lo status quo. Per quello i giovani non protestano ma si adeguano: per rispetto. E gli adulti per lo stesso motivo seguono con rispetto i dettami degli anziani, mentre gli anziani, quelli saggi, rispettano le anime dei morti. Ma fanno anche contemporaneamente un po’ quel cazzo che gli pare, in fondo, e da quel che so sembra che i morti fino ad ora non si siano ancora lamentati di questo comportamento irrispettoso).

Nella foto: Proteste durante il corteo contro la base Dal Molin giapponese.

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