Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Mensili: gennaio 2011

Massonis Causa

Ho letto alcune dichiarazioni di Nicole Minetti e ci sono rimasto un po’ cosi’. La tipa si difende dagli attacchi ricordandoci con insistenza ogni due o tre frasi di essere “laureata col massimo dei voti”. Questo e’ un esempio lampante di Berlusconismo, fateci caso. Marketing allo stato puro: si martella incessantemente su supposti “pregi” di un prodotto, si nascondono le pecche sotto il tappeto, si svia l’attenzione, si sminuisce la concorrenza, si urla al complotto. Un’iperbole della comunicazione che parte dalle televendite Eminflex e arriva a Wanna Marchi.
Cioe’, gente. Qui stiamo parlando di una venticinquenne senza esperienza che ha avuto il solo merito di conoscere il presidente del consiglio al San Raffaele durante l’incidente del duomo in faccia. La tipa puo’ essere descritta da quattro elementi: una laurea triennale in igienista dentale, un bel faccino, due gran tettone e una tendenza a parlare in maniera orrenda al telefono, sia dal punto di vista lessicale (briffare e’ proprio una cafonata, non si puo’ sentire. Ce la dice lunga sul livello della persona), sia da quello del numero impressionante di parolacce che riescono ad uscire da quella bocca.

Ed e’ qui l’iperbole: alla gente con un cervello resta da dimostrare fino a che punto una laurea triennale in igiene dentale DA SOLA possa far curriculum per un consigliere regionale (e, se non fosse scoppiato lo scandalo, ci potato scommettere: futuro parlamentare e forse anche ministro), mentre alle menti deboli, a quelli che non si informano ma guardano solo la tv, che cosa resta? Resta la chiamata del premier a Lerner, il quale ha lanciato un messaggio chiaro alla mente debole: Lerner stava diffamando una persona dall’onesta’ cristallina che e’ stata eletta democraticamente a causa dei suoi alti meriti linguistici (!) e di studio. “Laureata con il massimo dei voti” e’ un’immagine che evoca il ricercatore universitario, il fisico nucleare, la mente superiore… e invece, ‘sta troia non e’ altro che un odontotecnico (con tutto il rispetto per la categoria degli odontotecnici, e anche per quella delle troie).

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Per l’uomo che…

…suo malgrado, ogni tanto deve chiedere.

Quando il salaryman beve, da queste parti ci va giù di cattiveria. Per questo la tecnologia giapponese ci viene incontro con gli ultimi ritrovati della tecnologia farmaceutica contro i postumi. E vi possono testimoniare che funzionano.

4 euro, in confezione da tre.

Il mio nome è Bond

Oggi sono in riunione da mattina fino a notte inoltrata con Mitsubbishi per la metropolitana di Macao.
Quindi non posso scrivere il post del giorno, o meglio lo sto facendo via iPhone dal cesso, più sneaky di un agente segreto.

Rimanendo col dubbio di come si possa rendere la parola sneaky in italiano, vi rimando al prossimo post e a quelli passati, perché un po’ di ripasso non fa mai male…

Protetto: Tokyo stories – Proposte indecenti

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Fuoriserie arrugginite e utilitarie giapponesi

Ieri parlavamo il sistema-Colosseo all’Italiana, mentre oggi come da copione passiamo al suo antigemello, ovvero il sistema-Zen. Senza perdere altro tempo, se permettete mi butterei gentilmente a capofitto ad analizzare il mondo del lavoro in Giappone.

Comincerei con la caratteristica che puo’ sembrare piu’ stramba di questo modello: forse non tutti sanno che in Giappone non si assume alla bisogna, come nel resto del mondo, ma si assume quasi solamente il primo di Aprile. Un occidentale quando sente questa cosa cade dalle nuvole e chiede subito: “ma… e se a un’azienda serve qualcuno in settembre?”. La risposta giapponese in questo caso e’ uno sguardo fisso nella tua direzione, senza sapere cosa dire. Dopo svariati secondi, o ti dicono “non lo so”, o ti dicono “dipende” e chiudono li’ il discorso, oppure ti chiedono “perche’ mai dovrebbero averne bisogno in altri mesi?”, per la serie wrong input, please rephrase your question.

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Colossei e Giardini Zen

Ieri vi avevo lasciato con un dubbio che definire dilaniante sarebbe veramente poco. Abbiamo visto che, sulla carta, l’universita’ italiana e’ stata pensata per essere universita’ meritocratica, libera, in grado di premiare i migliori e di sfornare dottori con i controcosiddetti. Il sistema giapponese invece ai nostri occhi appare alquanto stravagante: c’e’ uno sbarramento all’ingresso per le universita’, per affrontare il quale gli studenti si preparano per un anno intero; dopodiche’ sembrano studiacchiare in confronto a noi (anche se bisogna dire che la cosa dipende dall’universita’, e dalla facolta’).
Ieri alcuni di voi hanno fatto delle domande interessanti, tipo “ho sentito dire che l’universita’ giapponese e’ tosta, come mai?”, oppure “ma Sony assume gente impreparata?”. La risposta al primo quesito e’: dipende.

Da quel che ne so, esistono alcune universita’ difficili (quelle pubbliche, in genere); esistono corsi e corsi (ovviamente se fai medicina gli esami li hai, eccome…) ma soprattutto, esiste una netta disparita’ tra il livello di difficolta’ nel bachelor (la nostra laurea triennale) e nel master degree (la laurea specialistica). Quindi, again: dipende. Posso raccontare quello che avviene piu’ o meno in generale alle giappine studentesse che frequento io: la giornata tipo e’ andare ai corsi, dormire sul banco per tutto il giorno, dopodiche’ in genere c’e’ l’arubaito, il lavoro part-time con cui si pagano gli studi, e/o l’uscita con gli amici. Ogni tot mesi devono fare una presentazione in Power Point o altre menate, che prevede dello studio sulla materia ma certo non e’ un esame dei nostri. In generale hanno molto rispetto per quelli che fanno il master degree, perche’ dicono che li inculano a sangue. Ma giappine col master ancora non ne ho conosciute, per cui non vi saprei dire come funziona.

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I quaqquaraqua’ vs. La dolce vita

Se esistono due cose per cui Italia e Giappone sono agli assoluti antipodi, quelle sono l’universita’ e le modalita’ di ingresso dei neolaureati nel mondo del lavoro. A scanso di equivoci: oggi non stiamo parlando della situazione universitaria in Italia, non stiamo parlando dei baroni, ne’ della Gelmini, ne’ del precariato cronico, ne’ di altro. Stiamo parlando della struttura teorica che governa l’universita’ nei due paesi. Stiamo parlando dell’impianto su cui si basano le due societa’; poi in un post successivo trattero’ cosa succede quando andiamo a vedere la realta’ delle cose. Ma ora cominciamo col parlare della situazione teorica.
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Il fantasista sul monte di lancio

Volendo fare una battuta, viene da dire che i giapponesi sono come gli interisti: non capiscono un cazzo di calcio. E non mi riferisco solo al fatto che hanno (calcisticamente parlando) mangiato merda per anni e ora fanno gli arroganti, o che sono ultraesterofili e ne vanno pure fieri. C’e’ di piu’: c’e’ che con loro e’ impossibile parlare di calcio, proprio come i nerazzurri, perche’ dopo dieci secondi ti viene gia’ da prenderli a schiaffi.
Stiamo scherzando, naturalmente (sui giapponesi, per quel che riguarda i nerazzurri invece è tutto vero).

Scherzi a parte, parlare di calcio con un giapponese fara’ anche cadere un po’ le palle, ma ti apre un mondo. E’ quasi emozionante vedere come una persona possa passare del tempo a parlare di qualcosa senza capirci assolutamente nulla. Mi direte: bella scoperta, se la loro cultura calcistica e’ totalmente assente non c’e’ da stupirsi, dato che il Giappone e’ un paese di baseball. E io vi rispondero’ fra due paragrafi, perche’ ora devo fare un annuncio.

Dunque: sono perfettamente cosciente di aver gia’ perso per strada meta’ dei miei lettori, del tutto disinteressati sia al calcio che al baseball. Pero’ gente, non e’ che possiamo mica star sempre qui a scrivere di giappine o di Berlusconi eh. Du’ palle!
Sappiate comunque che questo non e’ un post di solo sport, e’ anzi un pezzo che potrebbe darci degli spunti interessanti nella nostra analisi socioculturale dei giapponesi. Quindi, se vi fidate di me cliccate qua sotto e continuate la lettura, altrimenti ci vediamo domani.

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Chiamala se vuoi, Persecuzione

Non voglio entrare nel merito dei recenti avvenimenti riguardanti il Presidente del Consiglio, per il semplice motivo che in Italia (e purtroppo per noi, non solo) non si parla d’altro, e aggiungere una voce al coro non credo serva a qualcosa.

Al momento il mondo intero sembra chiedere a gran voce le dimissioni di B. Mezza Italia lo sta facendo. Ovviamente a destra si grida alla persecuzione politica, si cerca di salvare il governo, eccetera. Cose che sappiamo tutti, cose che vediamo tutti. Ma persecuzioni a parte, cose da provare o non provate a parte, innocentisti e colpevolisti a priori (perche’ questo siamo, tutti) a parte. Abbiamo un dato, su cui mi vorrei soffermare, un dato ineludibile e incontrovertibile.

Poniamo che abbia ragione Berlusconi. Giochiamo all’avvocato del diavolo. Mettiamo che sia tutta un’invenzione dei magistrati comunisti, che sia tutta una macchinazione mediatico-politico-sovversiva. Facciamo finta che quelle siano state veramente delle cene, che le buste di soldi siano o inventate, o frutto del suo buon cuore. Diciamo che sia tutto come dice lui, come dicono i suoi avvocati, come dicono i suoi… non mi viene la parola, non so come mai, mi viene solo “scagnozzi”.

Mettiamo dunque che sia cosi’. Innocenti cenette.

Ma una cosa appare da quelle intercettazioni. La sera del 19 settembre Berlusconi invita 24 ragazze a cena da lui, fanno le ore piccole. Il 20 settembre c’erano i funerali di stato di un alpino morto, e lui non c’e’ andato.

QUESTO dovrebbe essere scritto sulle prime pagine dei giornali. Di QUESTO dovrebbero parlare i telegiornali. Una cosa del genere, da sola, farebbe dimettere qualsiasi presidente di qualsiasi paese civile. Fosse anche che quella del 19 sia stata una semplice cenetta con balli e canti e nulla piu’.

Weapons ready

Esistono tanti modi per conquistare una giappina. Ma se sei italiano, bisogna dire che ne hai qualcuna in più.

Il candidato della porta accanto

Stamattina mi e’ tornata in mente un’elezione comunale nel mio vecchio paese (15000 abitanti, il nome lo trovate scritto dietro le etichette dell’acqua San Benedetto) in Italia. Dev’essere stato il 1998 o giu’ di li’, io ero un giovane studente universitario. In quegli anni la mia vita si dipanava tra studio di materie assurdamente complicate, lezioni seguite nella facolta’ dei nerd non per obbligo ma perche’ se non vai col cazzo che capisci e col cazzo che passi l’esame, uscite con la compagnia storica del mio paese, con cui non si faceva mai niente perche’ nessuno aveva una lira da spendere, ma ci si divertiva lo stesso a stare insieme. Un classico. In piu’ avevo il cuore ultra-spezzato in maniera cronica per una tipa che mi aveva mollato alcuni anni prima e che si era messa con un altro, uscivo raramente con qualche tipa ma tanto non mi innamoravo mai perche’ pensavo all’ex, ero tristissimo & sconsolato, e le mie uniche valvole di sfogo nella vita erano leggere manga, sognare ad occhi aperti e ululare di dolore alla luna piena.
Insomma, un bel periodo di merda (ma chi non ce l’ha).

Piu’ o meno a quell’epoca capita che un giorno mi chiami il padre di un mio amico, e mi chieda un favore: alcuni suoi conoscenti hanno fatto una lista civica per le elezioni comunali, e hanno pensato a me visto che gli manca una persona per fare il numero legale dei consiglieri in lista (o una cosa del genere, non ricordo bene). In pratica mi chiede solo di fare il tappabuchi, mettere una firma, io gli dico vabbe’, mi invita a un incontro e via.
Alla fine decido di andarci e mi ritrovo in questa taverna di questa casa dove conosco i vari consiglieri della mia lista. Gente di paese capitata li’ piu’ o meno per caso o per chiamata diretta, molti giovani, nessuno impegnato in politica, tutta gente che parla del piu’ e del meno come se fosse un dopocena tra amici. Caffettino, grappetta sul tavolo, le solite cose. Si parla dei fantomatici problemi del comune, si parla male degli altri candidati, si chiacchiera di tutto e di piu’. Alla riunione partecipa anche il figlio del padre del mio amico, che poi sarebbe il mio amico, che poi sarebbe uno della mia compagnia storica che e’ stato reclutato a sua volta. Ad un certo punto, finalmente, si presenta il candidato sindaco.

Occhio al candidato sindaco, tenetevi forte. Prendete un venditore porta a porta, un rappresentante. Cravatta a nodo grosso, vistosa, rosso fuoco su camicia rosa su vestito tinta panna su scarpe da Tony Manero, una cosa del genere, abbinamenti sgargianti tipo… Cetto Laqualunque? Una cosa cosi’. Il tipo dice che il sindaco in carica ha fatto mille cazzate, ride e scherza in dialetto, tira qualche bestemmia per infiammare la platea veneta, fa vedere che e’ uno di noi, e infatti nessuno si preoccupa piu’ di tanto quando si scopre che non vive neanche nel nostro comune.
Per quel che ricordo il tipo ci incita con parole forti, disprezzo per la situazione attuale, shame on the others, un discorso da candidato alle presidenziali americane: questo comune e’ una mafia, dobbiamo sovvertire i vari gruppi di potere (chiesa, industria locale, scout, mafie comunali varie), puntiamo a prendere… dal 4 al 10%.

Quattropercento. Questa era la soglia per far eleggere lui a consigliere, poi tutto il resto era bonus per noi, piu’ si andava su e piu’ persone nel nostro gruppo sarebbero state elette, con una tecnica meritocratica che prevedeva l’assegnazione degli eventuali posti disponibili a chi prendeva piu’ preferenze personali. L’obiettivo ottimale era piazzare 3-4 consiglieri, vendersi alla coalizione di maggioranza in cambio di un assessore, o anche due nel caso fossimo stati determinanti. Strategie sopraffini degne del miglior Mastella… miste a una vendita dell’Avon.

Morale della favola: ho passato le settimane seguenti a fare volantinaggio in bicicletta in giro per il comune, ho speso tempo ed energie in un progetto in cui nemmeno credevo, per un partito che non era il mio, e ben sapendo che io non sarei mai stato eletto. Chi avrebbe mai votato per un ragazzino che si faceva sempre i cazzi suoi, non conosceva quasi nessuno, e soprattutto in un comune in cui la gente per tradizione vota sempre e solo in due modi: ulivo quelli che frequentano la chiesa e gli scout, e lega tutti gli altri?
Ci ripensavo questa mattina, a distanza di anni: non ho preso una lira per tutto quel lavoro. Il tipo era un evidente ciarlatano, ricordo che ne ridevamo anche in campagna elettorale di questa cosa. Era uno capitato li’ per caso, in cerca di un posto da consigliere comunale per iniziare un’improbabile scalata politica. Un piazzista senza idee, senza bandiera. E noi quattro pollastri a fare tutto il lavoro senza beccare un soldo, solo la prospettiva vaporosa di ricevere qualcosa di non ben definito in cambio di una sua elezione.

Finisce il flashback, e io mi ritrovo dopo piu’ di dieci anni catapultato in un bus di Tokyo, questa volta in giacca e cravatta ci sono io. Il tempo degli esami e’ finito, i nerd della facolta’ li ho persi di vista, i manga non li leggo piu’, ora la giappina la preferisco a tre dimensioni. Il mio vecchio comune lo rivedo una volta l’anno, il mio vecchio amore e’ long gone, sposata con figli. Quante cose sono cambiate.
Sicuramente ho collegato il ricordo di quel ciarlatatano con i recenti fatti accaduti a Berlu, e con il film di Albanese.
Ho pensato che esiste gente al mondo in grado di esercitare una forza di attrazione nei confronti degli altri a prescindere da quello che dice. Persone che sanno toccare a convenienza le corde della paura, del desiderio, dei sogni.
Ho pensato che io non riuscirei mai a convincere delle persone a fare volantinaggio aggratis per la mia causa, qualunque essa fosse. E’ lo sguardo, e’ il tono della voce, il modo di muovermi, ma anche e soprattutto il fatto che se provassi a farlo, saprei in cuor mio che mi sto approfittando del mio prossimo, e non riuscirei ad essere convincente.
Ho pensato che forse questo e’ il segreto del piazzista, del venditore, dell’imprenditore di successo, del politico: la capacita’ di non provare rimorso nell’approfittarsi degli altri. La capacita’ di incularti mantenendo un sorriso d’angelo in faccia. Forse e’ vero che per fare i soldi bisogna avere l’anima sporca.

Ah, in caso ve lo steste chiedendo: alla fine la nostra lista prese meno del 2%, io ebbi 9 voti personali (i miei parenti, e neanche tutti), staccato a breve distanza dal mio amico che ne prese 10 (aveva piu’ parenti di me nel comune). Ma cosa piu’ importante, il candidato-piazzista se la prese ‘n tu culu, e da quel che so non si e’ piu’ rivisto in zona.

Avviso

Cari lettori, non so cosa sia ma un sito mi ha inserito nella lista di non so quale concorso per blogger.
Visto che non avete niente da fare, andate a votare per me!

http://www.lexiophiles.com/english/voting-for-the-ix11-blog-competition-started

Ritorno a Puerto Escondido

Andiamo al sodo. Torniamo al post di ieri e togliamogli la veste “romantica”: il sogno, il bar sulla spiaggia, i biscotti del Mulino Bianco. Andiamo al punto, ai crudi numeri: ieri si affermava che basterebbero settecentocinquantamila euro per vivere di rendita. Vero? Falso? Troppo? Troppo poco? Pensateci, dite la vostra.
La cosa certa e’ che nell’immaginario collettivo si pensa che per vivere di rendita ci vogliano milioni e milioni, roba da superenalotto, cifre comunque ben superiori a questa. Invece ieri abbiamo mostrato un metodo per raggiungere una rendita mensile avendo a disposizione ben meno di un milione.
Ma il bello, cari lettori, e’ che non servono nemmeno quei 750.000 euro. Quella cifra puo’ fruttare sui 2000 euro al mese, netti, una cifra che permette di vivere dignitosamente in Italia o, volendo, alla grande in altri paesi. A seconda dei gusti: nessuno vi obbliga a emigrare. Pero’ guardiamoci negli occhi: sul serio abbiamo bisogno di arrivare a 2000 al mese per essere soddisfatti?

Proviamo allora a diminuire questa cifra e vediamo cosa succede. Abbassiamo i 750mila euro, portiamoli a 400mila, che con gli stessi metodi spiegati ieri frutterebbero qualcosa piu’ di mille euro al mese. La domanda e’: ce la si puo’ fare con mille euro al mese, senza vivere nella casa di proprieta’? In Italia probabilmente no, anche se apparentemente molti sono costretti a farlo. Pero’, cari lettori, un conto e’ l’operaio che porta a casa 1000 e deve per forza sopravvivere con quelli, un conto e’ la nostra ipotesi. Voglio vedervi a sopravvivere con 1000 euro quando sapete di avere quasi un miliardo di vecchie lire in banca! Difficile da immaginare.
E poi, ammettiamolo: se domani vi do 400mila euro in contanti, la prima cosa che andate a fare e’ comprarvi la casa, comprarvi la macchina nuova, comprarvi il computer nuovo. E lunedi la sveglia suona di nuovo perche’ bisogna andare al lavoro.

Invece no, aspettate: facciamo come dico io. Prendete un biglietto aereo, andate a farvi una vacanzetta in Australia. Aprite un conto in banca, fatevi un TFN (Tax File Number – il codice fiscale australiano, che ti permette di pagare le tasse li’). Trasferite i 400mila. Dal mese prossimo, vedrete aumentare il conto ci circa milleduecento euro netti al mese. Alla fine dell’anno fiscale avrete sui 2-3000 euro da pagare di tasse. Totale, vi restano sui 1100 in tasca.
Mi direte: in Italia non ci si vive con 1100 se ho affitto da pagare, eccetera. Allora uno dice ok, mi trasferisco, vado alla ricerca del mio Puerto Escondido. Vado in Thailandia, o nelle Filippine, o in Cambogia, o in Messico, o in Brasile, ricomincio da zero, vivo discretamente coi miei mille euro al mese, e uso tutto il tempo libero a mia disposizione per fare quello che mi piace. Scrivo poesie, faccio surf, studio, faccio volontariato, quello che e’. O magari faccio qualche lavoretto per tenermi occupato, oppure inizio un’attivita’ in proprio senza la pressione del guadagno, solo perche’ mi piace l’idea di avere il mio negozietto di maschere veneziane a Cancun, o di insegnare italiano ai bambini a Manila. Quello che e’, a seconda dei gusti.

Pensateci. Quattrocentomila euro. Sono un sacco di soldi, ma non sono una cifra impossibile. Non sono milioni. Magari un lavoratore dipendente quei quattrocentomila euro non li avra’ mai, per lui poco importa che siano quattrocentomila o quattrocento milioni. Ma immaginate per un secondo di averli, magari quando avrete cinquanta o sessant’anni. Immaginate a quel punto di essere single, di non aver famiglia, di non avere figli. E’ solo un discorso ipotetico, quindi poniamo che sia cosi’. Immaginiamo che abbiate tutte le carte in regola per farlo, e che lo vogliate fare. Ce la fareste?
La risposta secondo me e’ no. Non ce la si fa. Per due semplici motivi.

Il primo, perche’ siamo troppo abituati ad avere, e poco a vivere.
Viviamo per accumulare, abbiamo troppa paura di perdere tutto. Quando si hanno i soldi scatta l’avidita’. Ieri Kamamuri commentava dicendo “vuoi 750mila euro per vivere di rendita? Allora sei proprio veneto”. Nossignore: e’ esattamente il contrario. E’ proprio perche’ sono veneto che non lo faro’ mai. E’ una questione di imprinting culturale: proprio in Veneto si vedono imprenditori milionari che continuano a evadere le tasse anche se hanno settant’anni. Rischiare di perdere tutto se ti passa a trovare la finanza, ma perche’? A che pro? A cosa gli serve accumulare in quel modo? A niente: e’ che sono ingordi. Quella gente non smettera’ mai ad accumulare, perche’ e’ quello il loro piacere massimo. Altro che settecentocinquantamila euro, vendere tutto e andare a Puerto Escondido: no, molto meglio lavorare quindici ore al giorno, girare in SUV per le strade del paese, fare una settimana di ferie l’anno a ferragosto a Formentera come gli sfigati in mezzo agli italiani, essere ignorante come la merda e pensare di essere il numero uno. Io sono cresciuto in mezzo a una realta’ cosi’, e per quanto mi possa sentire diverso dall’imprenditore ingordo, pure io ho sempre il pensiero che, oddio, devo farmi la casa, devo mettere via per quando saro’ vecchio, devo aumentare il conto in banca, mese dopo mese. Devo accumulare per il futuro.
Invece c’e’ chi ingordo non e’, e infatti non ha una lira. Ma dagli i soldi, e avra’ paura di perderli. O vorra’ realizzare il sogno di una vita che, scommettiamoci, e’ proprio quello di farsi una casa. Ancora: avere, al posto di vivere.

Il secondo motivo e’ perche’ siamo troppo abituati a fare, e poco a vivere. Me ne sono accorto qui in Giappone, dove tutto e’ dovere, tutto e’ obbligo. Dove sin dalla piu’ tenera eta’ i bambini sono impegnati in mille attivita’ obbligatorie ed escono da scuola a notte fonda. Qui la gente non fa piu’ di una settimana di ferie consecutiva perche’ dopo un paio di giorni di relax si e’ gia’ annoiata. Non ha niente da fare, e quando non ha niente da fare la gente e’ morta. Si sente inutile, non ha stimoli, non riesce a dare un senso alla sua vita. Non pensa a quante cose potrebbe fare, quanto potrebbe nutrire il cuore e la mente, o aiutare gli altri, o fare qualcosa per essere ricordata.

E allora. Riusciremmo a vivere senza essere schiavi di qualche costrizione, sociale o autoimposta che sia? L’idea di emigrare terrorizza moltissima gente perche’, dicono, e’ come abbandonare le proprie origini. E non e’ schiavitu’, questa? Non e’ paura di abbandonare la prigione senza sbarre di paure e sensi di colpa che ci siamo costruiti, pensando che andarsene voglia dire abbandonare, in qualche modo perdere, essere dimenticati (cosa che non succede, in realta’, a nessuno), e non invece aprirsi al mondo, a nuove esperienze, a nuove culture, a una vita piena e libera?
E non e’ forse schiavitu’ la mia, che non mi ritirei a Puerto Escondido perche’ mi direi che si, bella come idea, ma dopo essermi fatto il culo quadrato per diventare ingegnere, e dopo tutto quello che ho fatto per raggiungere la mia posizione… vale la pena buttare tutto quello su cui ho scommesso?

Ma soprattutto. Essere liberi: lo vogliamo veramente?

Puerto Escondido

A volte capita di fare un sogno bellissimo, svegliarsi e voler tornare indietro. Di quei sogni in cui tutto e’ perfetto, e si e’ sempre felici, e si ha vicino una persona speciale. Di quelli che la vita e’ un’avventura, come in un film. Di quelli che non vuoi lasciare nemmeno quando ormai la sveglia ti ha riportato nell’aldiqua. E invece non ti resta che infilarti nel tuo solito vestito e nel tuo solito treno, e sederti alla solita scrivania aspettando la fine della giornata. Again, and again, and f*ing again.

Eppure basterebbe cosi’ poco. Poco per modo di dire: diciamo un milione di dollari (750mila euro, suppergiu’) e si vive di rendita. Garantito. Non in Italia, certo che no. Ma un milione di dollari in Australia ti frutta sui 2600 euro al mese d’interesse, solo lasciandoli in banca. Certo, ci devi pagare sopra qualcosa di tasse, diciamo che porti a casa 2000 euro, a spanne. E buttali via!
Ok, dici, questo e’ l’interesse di oggi: chi lo sa se durera’ in eterno. Allora facciamo cosi’, ti compri tre appartamenti da 250mila euro che ti fruttano in media sempre sui 2000 euro e rotti, al netto di tasse e dell’agenzia che si occupa di tutto al posto tuo.

Tu intanto te ne stai spaparanzato al sole a Puerto Escondido, gestisci un piccolo bar sulla spiaggia per i turisti, alla sera fai il piacione con le tipe, e magari scrivi un romanzo, o studi archeologia, o pianifichi un viaggio, una Camel Trophy, che ne so. Ogni tanto prendi un volo e torni in Italia per dedicare del tempo vero ai tuoi affetti (e gia’ che ci sei, a far scorta di biscotti del Mulino Bianco).

E tutto questo perche’ a volte ti svegli da un sogno bellissimo, e non potendo tornarci non ti resta che sognare ad occhi aperti.

P.S.1: Sogni ad occhi aperti a spese del tuo datore di lavoro, naturalmente.

P.S.2: Quanta gente conoscete che ha 750mila euro disponibilii, ora, e invece di vivere bene fa una vita di merda? Io ne conosco ben piu’ d’uno.

P.S.3: Poi naturalmente i sogni ad occhi aperti c’e’ chi li sogna e li mette nel cassetto, e chi invece ci pensa, e vuoi mai che un giorno, chi lo sa, ci si vedra’ per un cocktail a Puerto Escondido?

Bombolo al G8

L’altra sera ero davanti al pc, con la tv accesa in sottofondo. Non che io usi le due cose contemporaneamente, anzi io la tv praticamente non la guardo mai… semplicemente, stavo facendo un po’ di zapping quando mi sono ricordato che dovevo rispondere a una mail, per cui mi sono alzato dal letto, ho fatto due passi (sapete, le case giapponesi…) e una volta in cucina mi sono seduto al pc. Al Mac, anzi, tanto per mettere i puntini sugli iGadgets di casa albino.
Insomma me ne sto bel bello a scrivere la mia mail, quando alzo per un secondo lo sguardo e mi vedo il primo piano di una faccia anziana piena di cerone e tutta tirata dal lifting. No, non stavano facendo un servizio su Claudio Baglioni e si, avete capito di chi si tratta. In tutto il suo splendore di testa bitumata e sorriso sfacciato da venditore di pentole usate, il telegiornale giapponese ci proponeva un fantastico primo piano di Silvio Berlusconi! Evvai!

La cosa mi e’ apparsa da subito strana, visto che in un anno di Giappone non ho mai e dico mai visto le news occuparsi di noi dal punto di vista politico. In effetti, politicamente l’Italia per i giapponesi non esiste proprio; agli occhi dei giapponesi cio’ che conta politicamente al mondo sono nell’ordine USA, Germania, Russia, Inghilterra, Francia, Cina. Guarda caso, gli stati che hanno il seggio permanente al consiglio di sicurezza dell’ONU, piu’ la Germania che e’ la potenza economica appena sotto di loro, leader di peso in Europa, potenza industriale, eccetera.
Poi, aggiungete che agli occhi dei giapponesi Berlusconi incarna lo stereotipo dell’italiano medio, del tipo un po’ terrone, superficiale, piacione, inaffidabile, sempre a caccia di fighe, amante dei piaceri della vita, indolente, tamarro. Noi per loro siamo quelli che stanno nel G8 un po’ per caso, chissa’ come mai, forse per intrallazzi politici, boh, e se siamo gli stessi che costruiscono la ferrari e’ perche’, beh… forse l’azienda e’ di proprieta’ tedesca? No… allora francese? No… allora, beh, urgh… boh.

Insomma, i giapponesi non ci capiscono, e meno di tutti capiscono Berlusconi, si vede proprio quando ne parlano che solo la sua esistenza urta il loro sistema nervoso. In Giappone dove i politici di solito si suicidano al primo avviso di garanzia, pensate un po’ cosa possono pensare di un primo ministro sfacciatamente miliardario col lifting e i tacchi, ma soprattutto coi magistrati alle calcagna peggio di Al Capone.
Naturalmente il discorso potrebbe essere invertito tranquillamente nel rapporto tra loro e noi: a ogni ora del giorno e della notte nella tv italiana si vede la pubblicita’ di qualcosa di giapponese, o qualche cartone animato giapponese. Fateci caso, e contate quante cose giapponesi possedete. Probabilmente la vostra digitale e’ giapponese, cosi’ come la vostra console di giochi, o il vostro pc, o il vostro telefonino, o i pneumatici della vostra auto, se non tutta l’auto intera. Eppure di Giappone non si parla mai se non nelle rubriche dedicate alle cazzate o alle stranezze giapponesi. Tipo nei servizi di Studio Aperto, se non ricordo male ai miei tempi raccontavano le cazzate giapponesi dopo il servizio strappalacrime sui cuccioli e prima dei calendari della Canalis. Quindi la mancanza di rispetto e’ reciproca, e pure per noi loro non contano una cippa dal punto di vista politico.

Tutta questa introduzione serviva per dirvi che vedere Silvio in tv per me e’ stata una sorpresa, un po’ come potrebbe essere per voi vedere il primo ministro giapponese Naoto Kan in primo piano al telegiornale italiano. Primo ministro di cui non conoscevate neanche il nome, immagino. Comunque, ad ogni TG piu’ o meno si vedono Obama o la Merkel o Sarkozy, ma fidatevi, se qua si vede Berlusconi significa che e’ successo qualcosa di importante.
Ma torniamo alla scena. Siccome il volume della tv era azzerato, non potevo sapere cosa stessero dicendo. Allora faccio per alzarmi e prendere il telecomando, mentre parte un servizio in cui si vedono scene di incontri internazionali, foto di gruppo tra presidenti, eccetera. Silvio in questi servizi appare sempre con i suoi sorrisi smaglianti e la sua camminata da statista di altri tempi, avete presente no, un misto tra lo passo molleggiato di Celentano, ma con la mano nel doppiopetto come Napoleone e il sorriso di Giorgio Mastrota (il quale Mastrota quel sorriso probabilmente l’ha imparato proprio da Silvio stesso, non dimentichiamo che sono quasi parenti in quanto l’ex moglie di Mastrota si faceva sbattere – vero amore, veh! – da Paolo B.). In sovrimpressione intanto scorrevano i vari sottotitoli che appaiono sempre nella tv giapponese, tra cui riesco a riconoscere “17歳女子”, ragazza di 17 anni.
Ah. Ecco, tutto chiaro. Non si parlava di politica. Si parlava di figa. Sconsolato, spengo la tv e torno al computer.

E qui, cari lettori, stendiamo un velo pietoso su quello che penso e su quello che avrei da dire. Voi non lo potete capire cosa si prova ad essere lo zimbello del mondo in questo modo. No perche’ voi in Italia siete assuefatti da Berlusconi, lo vedete ovunque, il cerone e tutto il resto non fanno piu’ notizia, sono cose che non notate piu’.
Ma voi non vedete i telegiornali stranieri. Non potete capire cosa voglia dire vedere sto vecchio col fondotinta e la camminata alla celentano durante gli incontri internazionali. In Italia certe scene le tagliano. Ma e’ veramente come vedere Bombolo ad un incontro politico, sembra un film comico, proprio una cosa imbarazzante.
E a me pero’ un po’ mi vien da chiedermi: ma non si stava meglio ai tempi della DC, quando internazionalmente non si contava un cazzo proprio come ora, ma almeno non ci prendevano per il culo?

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