Alle porte di Tannhäuser

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I quaqquaraqua’ vs. La dolce vita

Se esistono due cose per cui Italia e Giappone sono agli assoluti antipodi, quelle sono l’universita’ e le modalita’ di ingresso dei neolaureati nel mondo del lavoro. A scanso di equivoci: oggi non stiamo parlando della situazione universitaria in Italia, non stiamo parlando dei baroni, ne’ della Gelmini, ne’ del precariato cronico, ne’ di altro. Stiamo parlando della struttura teorica che governa l’universita’ nei due paesi. Stiamo parlando dell’impianto su cui si basano le due societa’; poi in un post successivo trattero’ cosa succede quando andiamo a vedere la realta’ delle cose. Ma ora cominciamo col parlare della situazione teorica.

Cominciamo dall’Italia. Come dicevamo ieri, da noi (anzi, da voi) vige la regola democratica del calcio, “il pallone e’ rotondo”. Sulla carta dovrebbe funzionare tutto in maniera meritocratica: ha successo non quello che parte socialmente avvantaggiato bensi’ il piu’ intelligente e/o quello che si impegna di piu’. Che poi in pratica il risultato non venga ottenuto perche’ siamo dei quaqquaraqua’, quello e’ un altro paio di maniche.
Ma se la si guarda dal punto di vista del concetto, le regole del gioco non sono cosi’ male (e d’altronde, non per dire, ma l’universita’ l’abbiamo inventata noi): in Italia l’uni e’ prevalentemente pubblica (secondo il principio del diritto allo studio, dell’uniformita’ dell’istruzione – un’universita’ in teoria vale l’altra, ecc.), ci si puo’ iscrivere liberamente nella maggior parte delle facolta’, a parte alcune a numero chiuso per motivi di forza maggiore. L’universita’ non e’ basata sugli anni di corso ma sugli esami: se passi l’esame vai avanti, se non lo passi resti dove sei, ed eventualmente vai fuori corso ed e’ meglio che inizi a comprarti una pomata lenitiva per i dolori anali. La teoria vuole che per laurearti devi aver concluso tutti gli esami, ovvero devi aver dimostrato ai tuoi esaminatori che hai acquisito le conoscenze necessarie a conseguire la laurea. Tipo, per esempio, se ti chiami albino e fai ingegneria, devi passare in teoria 28 esami, anche se in realta’ sono molti di piu’ perche’ devi contare scritti, orali, pratici, laboratori, etc. Se invece ti chiami Nicole Minetti e volessi laurearti in ingegneria, ti bastano 28 ****ini e qualche saltellamento a torso nudo e sei a posto, per la gioia della meritocrazia.

Il Giappone invece, come dicevamo, ha l’approccio di tipo baseball, approccio che chiameremo non per nulla e con molta originalita’: “di tipo baseball“. Naturalmente siamo agli antipodi: l’universita’ e’ quasi sempre privata, e per questo una non vale l’altra. Come nelle statistiche affibbiate ai lanciatori e ai battitori, qui le universita’ hanno dei ranking, delle classifiche. Ci sono universita’ di serie A, di serie B, C, D, E, F… eccetera.
L’scrizione non e’ libera: per entrare devi passare un esame d’ammissione, che e’ tanto piu’ difficile quanto piu’ rinomata e’ la tua universita’. Per entrare in un’universita’ di serie A, dicono, devi essere un genio.
Poi, l’universita’ non va ad esami ma va ad anni accademici: dopo 3,4,5 anni (dipende dal corso) e hai finito. Punto. Vi chiederete: ma… e se ti bocciano agli esami? Bella domanda: qui gli esami sono delle formalita’… semplicemente, in pratica… uhm… ecco…. cioe’, come dire. E’ che, praticamente… cioe’… non e’ che si venga proprio “bocciati” agli esami… se capite cosa intendo.

Adesso succede che vi starete chiedendo: ok, ma se non ti bocciano agli esami, che senso ha studiare? Ecco, qui sta il punto della questione. In Giappone funziona tutto come le statistiche del baseball di cui parlavamo: loro hanno bisogno di dividere, inscatolare, descrivere la realta’ con dei numeri, basarsi su fatti e non su pugnette come noi. Quindi, cosa succede: succede che se sei entrato nell’universita’ di serie A secondo loro tu hai gia’ dimostrato di essere intelligente. Quindi non hai bisogno di dimostrare altro! Logico, no?
A questo punto, una volta passati i tuoi tre o quattro anni di uni, il giappino e la giappina medi fanno un po’ come i nostri neolaureati: si infilano un vestito elegante e vanno a fare i job fair, gli incontri per reclutare neolaureati. Solo, la differenza e’ che da noi in teoria un ingegnere e’ un ingegnere sia che sia venuto fuori dal Politecnico di Milano che dall’universita’ di Udine, per dire – al limite certe universita’ sono piu’ famose di altre, e questo puo’ dare un minimo di vantaggio, ma lo sbarbato fresco di laurea viene in genere valutato dal suo voto finale, dal tipo di esami che ha fatto, dall’argomento della sua tesi, e soprattutto dal colloquio di lavoro.
In Giappone accade invece che le universita’ sono divise in queste classifiche, per cui se esci dall’universita’ di serie A magari ti attendono, per dire: Sony, Mitsubishi, Hitachi, ecc. Se esci dall’universita’ di serie B magari ti attendono Sharp, Panasonic, Canon, ecc. E via dicendo, fino a quelli di serie F o G che possono permettersi magari solo la piccola o media impresa, nella quale saranno pagati di meno e di regola dovranno lavorare di piu’ per espiare il fatto di aver fatto un’universita’ di merda. La vita da quel momento sara’ segnata per tutti, sia per quelli di serie A i quali, a meno che non facciano cazzate, faranno carriera molto velocemente, sia per quelli di serie F, che dovranno sudarsele tutte da li’ in poi. Devi impazzire, burba.

Ora, che insegnamento traiamo dal modello giapponese? Il succo e’ che qui la gente si gioca la vita all’uscita delle superiori, durante quei terribili test d’ingresso che, ve lo giuro, vorrei provare a fare per capire quanto siano difficili, in realta’ – tutti ne parlano come di una cosa disumana, ma non si e’ mai capito fino a quanto lo siano, e soprattutto viene da chiedersi a che minchia serva studiare PRIMA di entrare all’universita’ e poi una volta dentro non fare piu’ una sega. Misteri della fede. Comunque la cosa da ridere e’ che una volta che uno si e’ iscritto non puo’ piu’ cambiare (un’altra delle assurde costrizioni giapponesi, le vedremo piu’ in dettaglio quando parleremo del mondo del lavoro, nda.), si laurea li’ nel tempo stabilito, frequenta le lezioni ma di regola non studia un cazzo e imparara anche meno, e poi una volta finita questa gigantesca farsa ha un ventaglio di aziende cui si puo’ sperare di puntare. Se non si e’ capito, siamo a un mix impazzito tra il modello universitario americano e il sistema delle caste indiane.

Vi chiederete: dov’e’ la fregatura? Com’e’ che una nazione (noi) sulla carta sforna dei giovani brillanti con una cultura profonda e completa, mentre un’altra nazione in teoria sforna delle capre, eppure la seconda funziona piu’ o meno bene, mentre la prima arranca vistosamente?
Com’e’ che noi italiani all’universita’ abbiamo dovuto farci un mazzo cosi’ (quelli delle materie non umanistiche, per lo meno) e poi finiamo con una laurea in astrofisica a lavorare in seminero o in semiprecariato nell’aziendina a conduzione familiare facendo il tuttofare all’ufficio amministrativo, mentre questi qui fanno la bella vita per quasi un lustro, grattandosi bellamente il ciccio o la topa (a seconda della disponibilita’ di ognuno – …ah, la topa giappa! … scusate, stavo andando fuori tema…)…
…Dicevo, com’e’ che questi qui fanno la bella vita e poi escono dall’universita’ che non sanno neanche fare lo spelling della parola IGNORANCE e invece finiscono a lavorare per multinazionali gigantesche, o hanno altre occasioni che molti di noi darebbero il culo per avere?

Rifletteteci, beveteci una camomilla alla mia salute, dormiteci sopra, e ne riparliamo nella prossima puntata.

(foto sotto: le compagne di universita’ che hai sempre voluto avere, ma che non hai mai osato chiedere)

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21 risposte a “I quaqquaraqua’ vs. La dolce vita

  1. goguz88 martedì 25 gennaio 2011 alle 7:02 pm

    ho letto il tuo post e subito dopo mi è arrivata una mail per la cura delle emorroidi.. non è che vi siete messi d’accordo? 😛

  2. gico78 martedì 25 gennaio 2011 alle 7:42 pm

    Ma in tutto questo sistema chiuso,come fa ad inserirsi il corpo estraneo (ovvero il lavoratore proveniente dall’estero)??

  3. Bh3o81 martedì 25 gennaio 2011 alle 9:22 pm

    Pagherai per aver messo canon in classe B!!!
    In ogni caso anche qui in italia ultimamente, in molte università danno una sottospecie di infarinatura generale sulla materia e poi, “imparate da soli leggendo per conto vostro”. Nel mio corso di laurea per esempio (un corso in Tecnologo delle comunicazioni audiovisive e multimediali…che manco loro sanno cosa vuol dire…), quando ho fatto un laboratorio sulla grafica 2D, praticamente ne sapevo più io del prof, che si è ridotto a spiegare veramente l’essenziale e nient’altro. Mah…

  4. deniz mercoledì 26 gennaio 2011 alle 2:35 am

    ma una domanda…se all’uni non fai un cazzo e non impari niente…come fanno i giappi a mantenere standard produttivi così alti, a lavorare così duramente se non sanno una cippa?
    cioè io mi sto facendo il culo al Politecnico e l’anno prossimo vado a studiare a Tokyo…mi gratterò la topa (cit.)?da quel che ho sentito io quelli che hanno studiato lì si sono ammazzati…ma forse è perchè gli standard italiani sono più bassi?

    • Akanishi au Québec mercoledì 26 gennaio 2011 alle 12:51 pm

      questa è la domanda da 100*10 000 yen. Risposte possibili:

      a) c’è 1 che pensa e per ogni 1 ci sono altri 10000 che eseguono. I sistemi sono studiati per essere a prova di giappo medio.
      b) la tecnologia moderna è più una questione di disciplina che di creatività. Chetticredevi, che stiamo ancora ai tempi di Leonardo da Vinci?
      c) grazie a un sistema basato tutto sul dovere e sul senso di colpa, lavorano tutti al meglio della loro possibilità, e hanno fatto talmente tanti soldi che il sistema può andare avanti anche con sacche paurose di inefficienza.

  5. ivabellini mercoledì 26 gennaio 2011 alle 3:53 am

    una cosa non quadra…come è possibile che Sony si pigli un pistola!?
    ho gradito antropologicamente le foto delle giappine, giuro che non ci farò delle cose sconce! (ma le giappine hanno tutte occhi neri/marroni?)
    ora naturalmente aspetto un post sulla topa giappa 🙂

  6. Max Puliero mercoledì 26 gennaio 2011 alle 12:38 pm

    Albi! ed e` per questo che dove loro falliscono noi vinciamo!

  7. Laura mercoledì 26 gennaio 2011 alle 8:43 pm

    E fu così che vide calare il buio ….

  8. The Witch Of Oz giovedì 27 gennaio 2011 alle 5:00 am

    e dal tuo post parte un altro interrogativo: perchè allora in così tanti si suicidano? 😀

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