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Fuoriserie arrugginite e utilitarie giapponesi

Ieri parlavamo il sistema-Colosseo all’Italiana, mentre oggi come da copione passiamo al suo antigemello, ovvero il sistema-Zen. Senza perdere altro tempo, se permettete mi butterei gentilmente a capofitto ad analizzare il mondo del lavoro in Giappone.

Comincerei con la caratteristica che puo’ sembrare piu’ stramba di questo modello: forse non tutti sanno che in Giappone non si assume alla bisogna, come nel resto del mondo, ma si assume quasi solamente il primo di Aprile. Un occidentale quando sente questa cosa cade dalle nuvole e chiede subito: “ma… e se a un’azienda serve qualcuno in settembre?”. La risposta giapponese in questo caso e’ uno sguardo fisso nella tua direzione, senza sapere cosa dire. Dopo svariati secondi, o ti dicono “non lo so”, o ti dicono “dipende” e chiudono li’ il discorso, oppure ti chiedono “perche’ mai dovrebbero averne bisogno in altri mesi?”, per la serie wrong input, please rephrase your question.

Ci vuole del tempo per capire il motivo di questa cosa, e bisogna dire che noi italiani quando la sentiamo abbiamo la tendenza a fare gli arroganti, a dire che e’ una cosa stupida, un altro dei nonsense giapponesi. Invece, col tempo, uno mette a posto tutti i tasselli del puzzle e capisce, fino al punto in cui persino quell’assurdo esame di ammissione di cui parlavamo due post fa arriva ad avere un senso.

Il succo della questione e’ che in Italia con molta ipocrisia mettiamo a parole la persona al centro della societa’, mentre invece le regole di mercato ci impongono di mettere le aziende. Qui in Giappone invece hanno abbandonato l’ipocrisia e le belle parole e hanno fatto outing sin dal dopoguerra. Dicono: le aziende ci danno il pane, quindi mettiamo le aziende al centro della societa’; il singolo si adatti o s’arrangi.

Ecco come funziona. Le aziende giapponesi pianificano un livello di crescita a 5, 10, 15 anni. Ecco perche’ qui ci sono tutte queste mega-aziende, mentre le grandi industrie italiane si contano sulle dita della mano di un monco e sono flagellate da vari nepotismi, corruzioni ecc. (da ex dipendente di quel grande gruppo che comincia con Fin- e finisce con -anica posso assicurarvi che vengono assunti piu’ figli di- e nipoti di- e mogli di- nelle succursali italiane delle aziende del gruppo di quanto si faccia nel pubblico, dove almeno un minimo di concorso s’ha da fare per legge, e dove ci sono bene o male i riflettori della stampa).

In Giappone invece si pianifica la crescita, e seguendo quel piano a lungo termine (cosa difficilissima da fare per noi cazzoni dello stivale) si regolano anche le assunzioni, legate agli obiettivi e non gia’ alle condizioni del mercato come facciamo noi che assumiamo a spanne, al bisogno, magari in precariato perche’ non si sa mai se mi servi domani.
Ecco risolto il primo mistero, ecco perche’ si assume in aprile: e’ l’inizio dell’anno fiscale, io azienda giappa ho il mio piano a 5 anni, so che quest’anno mi servono 50 nuovi dipendenti in produzione, 100 ingegneri, 20 all’ufficio acquisti, eccetera. E via, semplice e matematico: in Giappone non si pensa all’oggi come noi, si guarda avanti a lustri, a decenni.

Secondo punto che noi occidentali non capiamo: i giapponesi di regola non si possono licenziare, nel senso che di regola non possono o non dovrebbero cambiare lavoro. Il primo lavoro qui e’ per la vita, come il primo moroso per una integralista cattolica di paese. Nel senso che di solito uno ha una sola cartuccia per far carriera, e la puo’ sparare quando si laurea, altrimenti e’ sputtanato.
In quel caso uno che esce dall’uni di serie A sa gia’ che (sparo numeri a caso) a 40 anni diventera’ capoufficio, a 48 dirigente, a 53 direttore, se e’ di serie F sa gia’ che diventera’ capoufficio a 46 anni, dirigente poco prima della pensione, direttore giammai. Direte: e se uno cambia lavoro? Lo puo’ cambiare, ma di regola deve rinunciare al contratto a tempo indeterminato, agli scatti di carriera. Questo e’ l’impianto generale, ma naturalmente la cosa e’ piu’ flessibile di come ve la racconto, e comunque ci sono svariate eccezioni alla regola, dipendenti dalla persona, dall’azienda di provenienza e di arrivo, da quanto tradizionale o quanto grande e’ l’azienda di arrivo, eccetera. In genere pero’, la persona e’ come una casalinga in coda col numero in mano dal macellaio: aspetta il suo turno con pazienza, e se cambia macellaio ovviamente riparte dal fondo della fila.

Terzo pezzo del puzzle che andiamo ad incastrare: le universita’. Ecco perche’ l’universita’ e’ cosi’: perche’ non e’ a misura di studente, bensi’ a misura d’azienda. L’universita’ controlla in maniera rigorosa il flusso degli studenti tramite l’esame d’ingresso, dopodiche’ ti insegna quelle quattro acche ma si guarda bene dall’essere veramente selettiva, perche’ la cosa principale che devi imparare li’ e’ che si e’ tutti uguali di fronte all’azienda, che essere piu’ bravo ti premia ma non e’ fondamentale, mentre ti premia molto di piu’ il rispetto delle regole, l’uniformarsi agli altri, essere un tutt’uno perche’ l’unione fa la forza. E poi perche’ lasciare dei fuori corso parcheggiati incepperebbe il sistema di flusso alle aziende, non ha senso per loro.
Gia’ da un anno prima della laurea, l’universita’ e le aziende iniziano ad organizzare eventi per la selezione del personale; in quel caso tutti gli studenti dell’ultimo anno si presentano a questi immensi meeting con tutti i banchetti delle aziende, sono tutti vestiti uguali (in abito nero i maschi, tailleur nero le femmine, capelli neri, ordinati. Io stesso conosco una giappina bionda che si e’ fatta il colore nero per un job fair, poi e’ tornata bionda e poi si e’ rifatta nera dopo due mesi per un altro job event).
Ovviamente in questi casi sembrano tutti uguali, ma non lo sono: alcuni vengono da universita’ di serie A, altri di B, ecc. Il colloquio si riduce spesso ad un video che mostrano a gruppi di studenti, dopodiche’ se ti piace l’azienda vuoi lasciare il modulo con l’applicazione. Accomodati pure, io azienda ti richiamero’ per assumerti se vieni dall’universita’ che dico io e se hai studiato le materie che servono a me. E badate: questi incontri sono fatti l’anno prima di laurearsi, per cui molti studenti dell’ultimo anno sanno gia’ in quale azienda andranno a lavorare ancora prima di finire l’universita’.

Morale della favola: mentre l’italiano vede un monte Everest a forma di punto interrogativo, il giovane giapponese una volta passato lo scoglio dell’esame di ammissione all’universita’ fa parte del sistema, e volendola un po’ semplificare, salvo imprevisti vede di fronte a se’ un bel sentiero battuto, dal quale pero’ non puo’ uscire.

Quarto punto, e qui rispondiamo alla domanda sulla Sony. Sony non assume gli zucconi: semplicemente, alla societa’ aziendocentrica importa fino a un certo punto quello che hai imparato all’universita’. Il motivo e’ ovvio: l’azienda sa che ti assume a vent’anni e che resterai con loro per altri quaranta, percio’ ha tutto il tempo che vuole per insegnarti a fare quello che vuole lei, step by step. Il primo aprile di ogni anno i giovani neolaureati entrano in azienda e li vedi per un anno intero girare da un ufficio all’altro nel loro tailleur o abito nero. Imparano lavorando, fanno costantemente dei corsi in azienda, sono formati a fare quello che e’ stato deciso per loro. Si inchinano, dicono grazie, portano rispetto, imparano le parole chiave del mondo del lavoro (il famigerato keigo), e la loro vita lavorativa puo’ cominciare. Un giorno, quando saranno vecchi bavosi con la mania per le ragazzine come il nostro esimio presidente del consiglio, sapranno tutti i segreti dell’azienda, e saranno loro a pianificare i prossimi 5, 10, 15 anni della compagnia. Persone fedeli, indottrinate da chi come loro si e’ legato in maniera monogama ad una sola compagnia per la vita.
Ecco perche’, cari lettori, noi in Italia abbiamo la Fiat in crisi, la Lancia che vende due auto all’anno, l’Alfa che galleggia solo per gli afficionados alfisti, la Ferrari che e’ tutto sommato un’aziendina, mentre qui hanno ‘sti colossi immensi tipo Toyota, Suzuki, Honda, Mitsubishi, Nissan e via dicendo, compagnie che producono dallo stuzzicadenti allo space shuttle.

Anzi. Se vogliamo continuare il paragone automobilistico, si puo’ dire che il sistema italiano e’ come una bellissima auto sportiva degli anni ’60, una vecchia gloria che ha passato gli anni migliori. Smarmittata, scarburata, piena di problemi, con l’aria condizionata rotta, qualche chiazza di ruggine sul portellone e di olio che cola da sotto. Sono piu’ le volte che siamo dal meccanico di quelle in cui possiamo tirare i duecento all’ora… la macchina certo e’ uno spettacolo da vedere, la gente si ferma per strada a farci le foto, ma cazzo che bello sarebbe se funzionasse a dovere: non ce ne sarebbe per nessuno.

Il Giappone invece e’ come una piccola utilitaria giapponese: anonima, squadrata, grigio metallizzato, interni in tessuto, anche un po’ bruttina da vedere, ma fila perfetta come un orologio svizzero, non si ferma mai, e’ piena zeppa di optional. Certo, fara’ i centoventi all’ora di punta, pero’ bisogna dire che li fa sempre, costanti, consuma poco, e’ indistruttibile, un piacere da guidare.

In conclusione di questo argomento lunghissimo, ci resta solo una cosa da dire. Non sta a noi giudicare quale sia il migliore tra il sistema-Colosseo e il sistema-Zen, tra l’arena dove si combatte per la vita con tutti i mezzi o il giardino dove non c’e’ una foglia che non sia potata in maniera perfetta. Lo ripetiamo: non sta a noi giudicare; in fondo sono due sistemi che hanno dimostrato in entrambi i casi di essere a loro modo vincenti ma di avere molti limiti, due sistemi che stanno iniziando a mostrare grandi limiti soprattutto ora che il mondo va verso la globalizzazione; ma due sistemi che nel bene o nel male hanno portato entrambe le nostre nazioni al top delle economie mondiali. Ma se permettete un parere, credo che una cosa in comune tra Italia e Giappone ci sia: l’impressione che in entrambi i posti la gente non viva poi cosi’ bene come sembra.

Che sia il caso di passare a una bella Audi?

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24 risposte a “Fuoriserie arrugginite e utilitarie giapponesi

  1. kiruccia giovedì 27 gennaio 2011 alle 5:50 am

    A una Volvo no? O magari a una Huynday…

  2. ivabellini giovedì 27 gennaio 2011 alle 6:10 am

    “la gente non viva poi cosi’ bene come sembra.” ecco ti prendo a prestito il pezzo finale di questo straordinario post (grazie) per dire che in sintesi, come piace fare a me, che Italia e Giappone sono due faccie della stessa medaglia che si chiama “follia”, cioè due cose, due sistemi opposte/i di una gran fregatura comune.
    Italia e Giappone condividono la stessa gran fregatura che sminuisce la persona in un modo o nell altro. Del modo in cui questo viene fatto si potrebbe dire allegramente “paese che vai usanza che trovi”…e riderci sopra perchè quello che conta è l inculata che uno prende alla propia persona e che ogni persona a questo mondo non vorrebbe mai prendere.

  3. ivabellini giovedì 27 gennaio 2011 alle 6:46 am

    mi ero dimenticato di dire della complicità o della partecipazione chiara o nascosta al sistema “follia” che taluni hanno o posso prendere a danno di altri, si perchè altrimenti non si capisce e non si distingue chi incula e chi è inculato….faccio un esempio banale odierno…chi vota il principe della follia in Italia lo fa perchè è di centro destra oppure perchè fa un voto “di scambio” cioè un voto di interesse che va a propio vantaggio a scapito di altri?
    Per ogni persona nel “sistema” inculata c è almeno un inculatore…anzi…secondo me piu di uno! 🙂

  4. ivabellini giovedì 27 gennaio 2011 alle 7:00 am

    ecco un “bello scambio” 😉

  5. Roberta giovedì 27 gennaio 2011 alle 7:04 am

    Devo dire che la tua analisi mi ha chiarito molte cose. Naturalmente da brava italiana non ce la faccio a vedere quel giardinetto zen così impostato, quindi mi sono sorte altre domande.
    Ecco la prima: poniamo che dalla università giappa di serie A escano due laureati. Uno è brillante, oltre che volenteroso ed inquadrato, l’altro è poco più di un database deambulante: è volenteroso ed inquadrato ma discretamente ottuso (ce l’avete tutti presente, no? magari era il vostro compagno di banco alle superiori). Tutti e due, in forza della loro uni di provenienza, entrano nella stessa azienda di serie A. Mi chiedo: questi due tipi faranno carriera alla stessa velocità?
    E se la risposta è si, fingendo (per pudore) di non conoscere il sistema italiano, mi domando: è un sistema efficiente questo? Non è uno spreco per l’azienda giappa avere dei dirigenti coscienziosi ma ottusi?
    Oppure il sistema è così perfezionato che quello ottuso non riesce ad entrare nell’università di serie A, rendendo matematicamente impossibile che un laureato A sia inadatto alla azienda A?

    • Akanishi au Québec giovedì 27 gennaio 2011 alle 9:58 am

      in teoria, il sistema è calibrato per codesto scopo, e cioè che un inadatto non riesce a fare il percorso A. In realtà, ci sono vari modi di essere inadatti. Se sei un F e ti ritrovi per fortuna nel percorso A, prima o poi ti mettono da parte. Sarà in università o in azienda, poco importa, ti mettono in un angolo e lì resti.

      Il sistema ha delle falle, a volte si trovano degli individui che deragliano o si trovano in un vicolo cieco per problemi familiari o personali o di salute… o delle giappine che studiano ingegneria. La > parte dei giappi si adattano, alcuni scappano, ci sono anche tanti giappi che sbroccano, e una volta che esci dal binario non hai vita facile…

      • Roberta giovedì 27 gennaio 2011 alle 6:49 pm

        Grazie mille per la spiegazione! Quindi il binario ha quel minimo di flessibilità che permette di correggere il tiro.
        Magari a 20 anni mi sarei sentita soffocata dal “sistema”, ma ora che vivo nella più totale incertezza lavorativa (per carità, ho scelto la libera professione e ne pago lo scotto!) mi ritrovo ad apprezzarlo almeno in parte.

  6. mrlukkor giovedì 27 gennaio 2011 alle 2:54 pm

    Bell’articolo, complimenti. Centra in modo egregio il problema dell’approccio alla vita da adulti e responsabili. Approccio da noi sconosciuto ai più. Che poi il sistema non sia quanto di meglio questo mondo possa offrire è un altro paio di maniche, che condivido in pieno. Ma a quanto pare qui e lì, Italia e Giappone, tutti abbiamo in comune un problema. Il piatto quotidiano, spaghetti o riso non fa differenza. Credo che loro, i Giap, abbiano saputo risolverlo un po’ meglio di noi… certo gli manca il ponentino di Roma, il Duomo di Milano… ma vuoi mettere… lavori, guadagni, viaggi… forse. Ottima lettura mattutina, grazie.

  7. Stila giovedì 27 gennaio 2011 alle 5:38 pm

    Certo, sul piano aziendale se la passa sicuramente meglio il Giappone. Ma sul piano personale? Io credo sinceramente che se a 20 anni mi ritrovassi all’ultimo anno di università, sapendo già quale futuro mi si prospetta davanti, un futuro piatto e pianificato non da me…beh, o scapperei a gambe levate oppure andrei ad ingrossare quella famosa percentuale di suicidi.
    Siamo proprio al contrario, l’Italia e il Giappone…e non riesco a fare a meno di chiedermi come sarebbe la via di mezzo 😉

  8. Laura giovedì 27 gennaio 2011 alle 8:16 pm

    Io sono decisamente spaventata dal ” monte Everest a forma di punto interrogativo” ….ma quando penso al sicuro percorso battuto mi viene l’angoscia tremenda. Credo che la pianificazione sia un’ottima cosa, ma così è troppo. E comunque magari ci riaggiorniamo tra qualche anno, quando forse potrò confermare o smentire quanto ho scritto sopra:P

  9. elisa giovedì 27 gennaio 2011 alle 9:22 pm

    penso che in entrambi i casi si arrivi all’estremo…ci vorrebbe una via di mezzo, pero’ magari se qui avessimo l’impostazione giappa non è detto che funzionerebbe, sia perchè sono due paesi completamente diversi geograficamente che su tutto il resto…

  10. Max Puliero venerdì 28 gennaio 2011 alle 4:54 pm

    quindi dici che per cambiare lavoro mi tocca spettare aprile ? 😀

  11. Zeta sabato 29 gennaio 2011 alle 12:19 am

    Mi danno un senso di tristezza tutti e due i sistemi…
    Ma alla fine non sarebbe meglio aprire un barettino sulla spiaggia,mettere a servire i clienti una ragazza dalle tette enormi e godersi il proprio cocktail servito in una noce di cocco spaparanzati su un’amaca?? 😀

  12. Davide sabato 29 gennaio 2011 alle 1:09 pm

    Grandioso post!
    Io sono stato in Giappone nel 2003 per un corso di lingua, ma solo per un mese.
    Avevo sentito parlare dell’argomento ma in maniera ovviamente superficiale; direi che la tua esposizione è chiarissima.

  13. deniz sabato 29 gennaio 2011 alle 11:46 pm

    finalmente mi hai chiarito i miei dubbi relativi all’università giapponese!!!per cui tecnicamente l’uni giappa è una mazzata all’inizio (per via del test) poi te la scialli mediamente mentre le mazzate le prendi a lavoro (corsi di informazione e formazione ecc…)

    • deniz domenica 30 gennaio 2011 alle 12:19 am

      una tua lettrice giornaliera
      Deniz

    • albino domenica 30 gennaio 2011 alle 12:56 am

      Anche no, al lavoro non prendi mazzate. Ormai sei assunto, nessuno ti puo’ licenziare, per cui puoi ben dormire e non fare (quasi) nulla, magari scrivere quelle due righe nel report di fine corso. In fondo la tua carriera va avanti con l’eta’ e non col merito, non dimenticarlo! Basta che non ti fai beccare troppe volte a russare… 😉

  14. Lo'oris lunedì 31 gennaio 2011 alle 9:16 am

    Mah, l’idea da parte della ditta di pianificare con anni di anticipo e fare solo le assunzioni che servono mi sembra semplicemente razionale, normale, giusto.

    Trovo assurdo che una ditta sia libera di assumere a caso e licenziare quando si rende conto che non ce la fa; avrebbe dovuto pensarci prima: c’è della gente di mezzo!

    Sarò estremista (sì, lo sono), ma per me dovresti esser libero solo di ingrandirti, mai di rimpicciolirti: ci pensi bene prima di assumere qualcuno, ma se lo fai poi te lo tieni… e se hai fatto male i conti e non riesci più a star dietro al mercato BRAM! statalizzato e gg.
    (al netto di licenziamenti per giusta causa, ci mancherebbe, quelli sono sacrosanti)

    Poi tutto il resto è un altro discorso.

  15. digitalpixel lunedì 31 gennaio 2011 alle 6:49 pm

    L’unica parola che mi viene in mente è: STUPENDO.
    Un’articolo stupendo !! Non ho critiche ne appunti, sei stato obbiettivo e non fazioso, in tanti anni, da quando “conosco” il Giappone su questo parallelo non sono mai riuscito ad essere così focalizzato e nel confronto tendevo ( tendo ) a schierarmi con il sistema Nipponico, ma in fondo in fondo ne sono abbastanza terrorizzato.
    Molto ricercato e azzeccato il paragone PAESE – MACCHINA – CONDIZIONE, lo proporrei a Marchionne 😉

    Per finire … Ti ho scoperto solo oggi, ma ti assicuro che ti sei procurato un nuovo lettore.

    Grazie e continua così (Fausto – Prossimo Emigrante).

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