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Archivi giornalieri: giovedì 17 marzo 2011

Follow the Russian stream

Lo dico chiaro e tondo: chi ha abbandonato o sta abbandonato Tokyo non ha capito niente dei giapponesi. Senza scuse e senza eccezioni. Soprattutto quelle di chi copre la sua ritirata con frasi tipo “ho solo anticipato le ferie” o con i non si sa mai di chi dice di non voler mettere la mano sul fuoco per non saper ammettere che si sta cagando sotto.

Eppure, qui non abbiamo mai corso pericoli. Lo dicono i dati che stanno uscendo in queste ore. Lo dicevano le autorita’ giapponesi, cui nessuno aveva creduto. Compresi i giapponesi, che sono notoriamente i primi che non credono ai loro stessi telegiornali. Chiedete a un abitante di Tokyo cosa pensa: vi rispondera’ che i media e il governo sono inattendibili perche’ tendono a insabbiare, ma lo sono tanto quanto i media europei, o americani (e, aggiungo io, quelli australiani), che al contrario amplificano e hanno un debole per drammatizzare.

E allora, a chi credere?” ho chiesto. Risposta: “Finche’ i russi non dicono niente noi siamo tranquilli. Loro hanno avuto Chernobyl; quando vedremo i russi abbandonare Fukushima allora sara’ il momento di preoccuparsi”. Le solite leggende metropolitane giapponesi, certo, come il fatto che il gruppo sanguigno influisca sulla personalita’. Loro guardano sempre all’esempio da seguire, e dato che in questo caso il precedente piu’ importante e’ Chernobyl, stanno li’ a dire: diamo un occhiata a cosa fanno o dicono i russi. Let’s follow the Russian stream, e non importa se la stampa russa non sia proprio un esempio di trasparenza mediatica, e se il 90% dei russi in Giappone non si farebbe rimpatriare a costo di diventare verde fosforescente. Certo, questo succede perche’ i giapponesi hanno bisogno di qualcosa su cui appigliarsi, qualche discorso da fare, qualcosa in cui credere mentre le alte sfere decidono per loro. Sappiamo come sono fatti, no? Follow the Russian stream, che vuol dire “mi tengo occupato mentre credo nel mio governo”. Sembra una cazzata ma e’ la cosa piu’ politically correct e innocua che si potessero inventare. Per questo ci credono.

Ad ogni modo, che non ci fosse pericolo lo dicevano le varie ambasciate, i cui comunicati all’apparenza ambigui hanno sempre avuto senso. Dice, tra le righe: non c’e’ nulla da temere per Tokyo, ma siccome sono un’ambasciata e mi devo parare il culo in caso di catastrofe, per quanto remota, consiglio ai connazionali che hanno ferie da bruciarsi e qualche migliaio di euro di troppo in banca di farsi un viaggetto fuori stagione. Questo e’ l’ABC della diplomazia, cari lettori. Altrimenti che motivo avrebbe un’ambasciata per chiedere di lasciare la citta’ se non ci sono radiazioni, e la centrale e’ ora dopo ora sempre piu’ sotto controllo?

Ma dati a parte, e’ possibile che ci sia gente che ha vissuto qui a Tokyo per anni e non abbia ancora capito che i giapponesi non avrebbero mai e poi mai permesso a Tokyo di essere contaminata? Tokyo e’ la capitale, la testa del paese. E’ la citta’ che tiene in piedi la nazione. Ne abbiamo parlato in svariati post, ricordate?

Ve lo dico in tutta onesta’: se fossi un abitante di Osaka e se il problema nucleare fosse successo a 250km da li’, probabilmente ora sarei a Venezia con gli amici a mangiare le ultime frittelle avanzate del carnevale. Ma Tokyo no, cari lettori. Tokyo e’ il cuore economico del paese. La Metropoli Tentacolare, da sola, fa il PIL dell’Italia. Questa citta’ da sola e’ il cuore, la testa, i polmoni, i muscoli del paese. Possibile che ci siano degli emigranti che non si siano resi conto che per un popolo ultranazionalista come questo la capitale e’ la cosa piu’ importante da salvare? Possibile?

E possibile che ci si sia dimenticati che questo popolo non si lascia sconfiggere tanto facilmente? Possibile che si metta in discussione lo spirito di sacrificio della nazione? In questi giorni non si e’ fatto altro che sottolineare come la parola tsunami in fondo sia giapponese, quasi come fosse un’ironia del destino. Ma abbiamo forse dimenticato come i giapponesi abbiano dato al mondo anche altre parole, tipo samurai, seppuku, kamikaze?

Possibile che gli emigranti si siano dimenticati cosi’ facilmente dell’assoluta mancanza di flessibilita’ di questo popolo? Signori: il terremoto e’ avvenuto venerdi 11 marzo. Ricordate? I treni non funzionavano, un casino atroce. Ebbene, dopo il weekend sono tornato al lavoro, il 15 marzo. I treni erano in ritardo cronico, ne funzionava uno su tre. Pur essendo partito da casa 20 minuti prima, a causa dei ritardi sono arrivato in ufficio alle 8:37, ovvero sette minuti in ritardo rispetto all’inizio della mia giornata lavorativa. Quando sono entrato in ufficio mi sono scusato per il ritardo dicendo che non c’erano treni. Il direttore mi ha detto “ho visto i tuoi sette minuti di ritardo. Di solito come sai qui funziona che “no work no pay”, ma siccome c’e’ stato il terremoto l’azienda ha deciso che i ritardi dovuti alla mancanza di treni in questi giorni verranno decurtati solo del 60%”.

A quelle parole io sono rimasto in stato di shock per un’ora e coi coglioni girati per il resto della giornata. Terremotati, senza elettricita’, senza treni: eppure se arrivi al lavoro con ben sette minuti in ritardo non solo non te li abbuonano, ma gli devi anche dire grazie perche’ ti vengono incontro facendoti perdere solo il 60% della paga al posto del 100%.

Cose da pazzi, in altri paesi. Ma qui no, qui sappiamo come va. Ogni gaijin ha le sue storie da raccontare, storie che raccontano come il Giappone-paese funzioni come un orologio proprio perche’ il giapponese-persona e’ flessibile come un grissino torinese. Mi spezzo ma non mi piego.

Ma ci si e’ forse dimenticati delle regole che vanno rispettate in ogni occasione, senza discutere, senza pensare? Ci si e’ dimenticati di quando raccontavo dei giapponesi che usano i portaceneri portatili anche sopra le pile di spazzatura in India? Ci si e’ dimenticati di quando si ironizza in pub su queste cose (e tutti lo fanno, qualcuno mi dica che non e’ vero!), quando si dice che “ci vuole l’atomica per fargli cambiare idea”? (e’ successo quasi 61 anni fa, ricordate?)

Io non capisco la gente che se n’e’ andata. Sul serio. Ha seguito la stampa sensazionalistica o le paturnie dei familiari che non sanno, non possono sapere cosa succede qui. O magari ha staccato per stress, ma signori: stress immotivato per chi sa come girano le cose in questo paese. Certo, nella vita vera non ci saranno un mazinga o un gundam a difendere Tokyo, ma cio’ non toglie che per i giapponesi non importa quanto possa costare in termini di sforzi o di vite umane: non permetteranno mai che Tokyo sia in vero pericolo.

Io capisco quella mia amica italiana che vive qui perche’ ha uno stipendio da favola, ma dopo cinque anni di Giappone non parla una parola di giapponese, esce solo con stranieri, ora se ne sta bella tranquilla alle Hawaii (penso pagata dall’ex fidanzato, chiamala scema) e non gliene potrebbe fregar di meno se questo arcipelago affondasse. Ma qui fior di emigranti hanno messo su famiglia, parlano giapponese coi propri figli. C’e’ gente qui che e’ scesa a compromessi con questa societa’ ultrarazzista. E ora pero’ sono lontani, come un expat qualsiasi. Tutta questa gente che e’ veramente inserita in questo paese, gente ormai giapponesizzata: possibile che molti di loro abbiano lasciato? Possibile che non abbiano capito? Possibile che ci sia gente che ha vissuto qui per anni senza arrivare a credere fino in fondo in questo grandissimo paese?

Mi viene da dubitare, mi scusino i lettori, senza offesa per nessuno. Mi chiedo se questo non sia stato solo il pretesto, il trigger. Forse e’ il caso che tra quelli che sono andati via qualcuno si faccia un esame di coscienza e si chieda se non sia il caso, in fondo, visto che si e’ andati altrove, di restarci. Magari e’ il momento di capire cosa si vuole fare nella vita, e ve lo dice un viaggiatore, uno che ha le idee chiarissime, uno come me che in Giappone non ha mai avuto intenzione di trasferirsi in pianta stabile. Beh, signori.

Ma voi, veri italogiapponesi, mi spiegate che cazzo ci fate ora fuori Tokyo?

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