Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Mensili: luglio 2011

Intervallo

Oggi trasloco, quindi niente post. In compenso ecco una foto fatta sulla strada del ritorno dal lavoro.

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Silly albino vs le banche giapponesi

Prima di cominciare questo post faccio una piccola introduzione per coloro che, non avendomi chiesto la password, non hanno potuto leggere il post di ieri. In estrema sintesi, ieri ho raccontato le mie disavventure su un rimborso che devo fare alla mia ex azienda giapponese. (Ho come il sospetto che quelli che hanno effettivamente letto il post si siano piegati in due dal ridere a leggere questa “sintesi”… ma andiamo avanti).

Bene, cari lettori. Pensavate che le mie avventure fossero finite? Certo che no, perche’ tra il dire e il fare c’e’ di mezzo il pagare! Infatti, una volta accordatici per la somma dell’iniquo esproprio da restituire, ho chiesto alla mia azienda le loro coordinate bancarie e sono andato sulla pagina dell’internet banking della mia banca giapponese per trasferire i fondi. Troppo facile per essere vero. Appunto: infatti qui entra in scena… il colpo di scena!

Beh, a dirla con una battuta, potrei affermare che “la mia banca e’ differente”. Nel senso che non accetta trasferimenti bancari se non a destinatari “registrati”.

Ecco in arrivo la domanda topica che gia’ riecheggia nell’aria: come si registra un destinatario? Semplice: bisogna andare in banca a compilare un modulo con i dati del suddetto destinatario! Cioe’, vi rendete conto di che internet banking del cazzo? Per fare un bonifico online devi prima andare in banca, compilare un modulo con i dati del destinatario, e poi quando lo accettano puoi fare il bonifico online! Cioe’, ma a questo punto visto che devi andare comunque in banca invece di registrare il destinatario e aspettare una settimana perche’ te lo approvino, fai il bonifico direttamente da li’, no?!

Questo viene fatto, dicono, per ragioni di sicurezza. Le solite ragioni di sicurezza senza senso giapponesi, il paese in cui non si muove una foglia senza che venga compilato un modulo cartaceo. Ma dico io.

Vabbe’. A questo punto, a malincuore (visto che gia’ so che mi faranno incazzare), mi tocca chiamare il servizio clienti. Compilo il numero dell’assistenza, e dopo un po’ mi risponde una tipa. Le dico che sono all’estero e che non posso venire in banca a registrare il destinatario del mio bonifico. Che posso fare?

Non c’e’ problema” – mi risponde lei, “non serve che Lei venga qui. Il modulo una volta compilato lo puo’ inviare anche per posta ad una delle nostre sedi in Giappone”.

Wow” – rispondo io, con poco entusiasmo a dire il vero. In qualsiasi banca del mondo metti login e password, fai il bonifico e amen. Qua invece devo compilare, spedire, e poi aspettare. E poi all’azienda avevo detto che avrei fatto il bonifico subito, mentre dopo quell’intoppo avrei dovuto avvertirli che avrei pagato con un paio di settimane di ritardo. Comunque sia, dalle mie parti si dice: piuttosto di niente e’ meglio piuttosto. Accontentiamoci. A questo punto chiedo alla tipa: “ok, dove trovo il modulo?

E lei, serafica: “deve venire in una delle nostre banche a ritirarlo”.

Cioe’, secondo lei io dall’Australia dovrei salire sul primo aereo diretto in Giappone, una volta atterrato andare in banca, prendere un modulo, tornare in Australia, compilare il modulo, spedire il modulo in Giappone, aspettare che mi approvino il destinatario, E POI fare il bonifico usando l’internet banking?

Ma vaffanculo va. Le ho sbattuto il telefono in faccia, mentre i santi saltavano giu’ dal calendario come gente da un edificio in fiamme. Silly albino: avrei dovuto saperlo fin da subito come si fanno i bonifici dall’estero verso il Giappone. Online, dal conto australiano.

Protetto: Silly albino vs i salaryman

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Safety first (and second) (and third)

La cosa che piu’ non sopporto dell’Australia sono le regole sulla sicurezza. E credetemi, ne so qualcosa visto che lavoro nel settore. Da queste parti c’e’ una tendenza veramente irritante ad esagerare con la sicurezza. Ma non e’ quella efficace, quella che serve: no, come per il cibo, qua l’importante e’ abbondare. Riempirsi la bocca di sicurezza che fa figo, come fa figo far passare tutto per ecologico in Giappone, anche quando non lo e’. Io quella australiana la chiamo Oversafety, che alle volte come ogni cosa esagerata puo’ essere controproducente.

Perche’ capisco le cinture di sicurezza obbligatorie anche dietro, anche se sono un filo perplesso sul fatto di estendere l’obbligatorieta’ anche quando la macchina e’ parcheggiata. No, perche’ dovete sapere che qua c’e’ un poliziotto ogni due metri, e se per caso il suddetto poliziotto ti vede entrare in una macchina ed accendere il motore prima che tutti gli occupanti si siano messi la cintura, il suddetto poliziotto di solito fa scendere tutti, si cala i pantaloni e incula a turno ogni passeggero sul cofano della macchina.

Capisco e approvo i posti di blocco con gli etilometri a ogni strada. Qui servono, soprattutto nei weekend. E capisco anche gli autovelox fissi posizionati ogni due chilometri. Non approvo ma capisco anche i limiti di velocita’, i cento all’ora in autostrada, che secondo me andrebbero aumentati perche’ quando uno deve farsi 1000Km di strada dritta da Melbourne a Sydney a cento all’ora, capirete che il suo problema non e’ la velocita’ ma sono i colpi di sonno. Ma va bene cosi’, l’argomento e’ materia di disputa e capisco le ragioni di tutti.

Quello che veramente non capisco pero’ sono i cazzo di caschetti obbligatori per i ciclisti. Dico: dopo aver sfidato le dune del deserto, le onde del pacifico, il traffico indiano e i salaryman di Shinjuku, avro’ il santo diritto a 35 anni di montare in bici come quando ne avevo 10, e andare da A a B senza dovermi per forza infilare un casco?!

Perche’ se il principio e’ quello che lo stato deve proteggermi da tutti gli eventi catastrofici che potrebbero capitarmi, allora mettiamolo anche ai pedoni a questo punto, perche’ no? Uno puo’ sempre scivolare sul marciapiedi e battere la testa, o sbaglio? Ma a questo punto, lancio la provocazione: visto che gli infortuni avvengono soprattutto tra le mure domestiche, perche’ non rendere obbligatori caschetto, ginocchiere, guanti e paragomiti in casa?

Mi ribatterebbe il governo australiano: eh ma la polizia non puo’ certo andare casa per casa a controllare se uno indossa le protezioni, e poi sarebbe una violazione della privacy. Ma allora, caro governo: rendiamo il tutto non asportabile! Una piccola operazione in daily hospital e via, con un paio di punticini di sutura cuciamo le protezioni addosso ad ogni abitante! E soprattutto, prevediamo il caschetto anche per i surfisti. Non mi verrete mica a dire che andare in bicicletta e’ piu’ pericoloso che andare in surf?

Perche’, ricordiamolo. Safety first, ora e sempre, nei secoli dei secoli. Col risultato che abitando a un paio di chilometri dalla spiaggia albino vorrebbe tanto comprarsi una bici in una citta’ che ha 300 giorni di sole l’anno, ma grazie al caschetto sta meditando di mandare tutto all’aria, perche’ a volte e’ proprio una questione di principio.

Vi piace la mia auto aziendale?

Troppo Bogan!

V6 blu elettrico con minigonne, assetto e spoiler! Ma si può??

Nota a margine: l’auto non l’ho scelta io, me la sono trovata in parcheggio.

 

Una vita a dente di sega

Cambiare continente. Facile a dirsi.

La prima volta che mi sono trasferito in Australia sono partito con due valigie (non di cartone: Roncato). Per un mese sono stato a casa di mio fratello, a Melbourne, e poi mi sono trasferito a Brisbane. Non avendo nulla, il mio primo appartamento ho dovuto cercarmelo ammobiliato. L’affitto era alto, cosi’ alla prima occasione ho iniziato a convivere con altri, dopo meno di un anno. All’epoca gia’ in Italia prendevo bene, ma l’occasione in Australia mi offriva il doppio. Ho accettato ad occhi chiusi (e lo rifarei mille volte), anche se non avevo contato che tra il trasloco e i primi mesi mi son fatto fuori la liquidazione (cinquemila euro, vabbe’) piu’ la maggior parte dei risparmi che avevo messo via in anni di lavoro in Italia. C’ho messo anni a recuperare.
(Ma non e’ finita qui. Sapendo che non sarei tornato in Italia a breve, ho venduto per un tozzo di pane la Polo che avevo tenuto come un gioiello, tagliandata e tutto, gomme nuove, eccetera eccetera. Chi l’ha presa ha fatto un affare a spese mie.)

Dopo quattro anni, in Australia avevo la mia casa in condivisione, con i mobili comprati insieme ai coinquilini, e la camera da letto tutta mia. Quando ho deciso di andare in Giappone la mia parte di mobili l’ho lasciata in cambio di un paio di affitti (sottocosto, ma si sa, in amicizia), mentre il letto e altro li ho venduti su ebay a un’inezia. Volo e spedizione di tre o quattro scatoloni di roba che avevo (tavola da surf, attrezzatura da sub, libri, etc) erano a spese dell’azienda giapponese, per fortuna.

In Giappone prendevo (leggermente) di piu’, ma contando che ho dovuto comprarmi tutto (mobili, elettrodomestici) e che il costo della vita era piu’ alto (soprattutto l’affitto), a conti fatti ci ho messo dieci mesi a recuperare quello che avevo speso, Ritornando ai livelli pre-trasloco. Insomma, il grafico del mio stipendio continua ad aumentare, mentre quello delle mie finanze va a dente di sega. Sembra che io cambi continente ogni volta in cui il mio conto in banca raggiunge una soglia critica in cui mi sento “benestante”.

Due anni dopo, siamo al presente: albino ritorna in Australia. Paga tutto l’azienda. Il volo, il trasloco, un mese di appartamento e macchina. Poi pero’ l’accordo prevedeva che mi dovessi trovare un appartamento in affitto entro il mese (fatto – mi trasferisco sabato), e comparmi la macchina (fatto, ieri. Una Toyota Corolla, cosi’ ogni volta che mi manca il Giappone posso piangere sul manuale delle istruzioni alla voce “printed in Japan”).

Questa volta, dicevo, ho fatto in modo che l’azienda pagasse il trasloco dei mobili, cosi’ non ho dovuto vendere nulla (perfino gli attaccapanni mi sono fatto spedire!). Ma non e’ cosi’ facile neanche cosi’, visto che il minchia di Giappone ha la rete elettrica che va a 100V (because we are America’s dog, rispose un giappo saggio quando gli chiesi come mai di questo voltaggio senza senso*), mentre l’Australia va a un imbarazzante 240 (neanche 220, 240! Tutto piu’ grande qui). E via, la storia si ripete: ho dovuto dare via a un niente gli elettrodomestici seminuovi che avevo (in Giappone l’usato ha valore tendente allo zero. Non so se abbiate dimestichezza con la filosofia shintoista dell’ usato = impuro), e ora ho dovuto ricomprarmi tutto: frigo, microonde, lavatrice eccetera. Ridi e scherza, sono qui da due settimane e contando la macchina ho gia’ speso… non ci voglio pensare.

Dice, eh ma qui guadagni il doppio: di che ti lamenti, prima o poi recuperi. Certo, campa cavallo e prima o poi recupero tutto. Cio’ non toglie che a ogni trasloco sembra sempre di perdere un anno, e soprattutto c’e’ sempre quella spiacevole sensazione di essersela un po’ presa nel culo.

Tutto questo, naturalmente, per dire che e’ finita qui con i traslochi a spese mie. La prossima volta che cambio continente voglio come minimo l’appartamento e la macchina aziendali. E per la coppia di domestiche thailandesi bisessuali ninfomani compresa nel prezzo… beh, su quella ne possiamo discutere.

Come sulle montagne russe

Oggi e’ venerdi, un altro mitico venerdi di Sydney. Mitico per modo di dire, visto che piove da 3 giorni 3, e fa freddo (12 gradi 12). Insomma, uno di quei venerdi che ti fanno voglia di stare a casa a guardare la tv.

Parlando di TV, non tutti sanno che la tv australiana e’ formata al 95% da reality show. Ce n’e’ per tutti i gusti: Master chef, The Block, Australia’s got talent, X Factor, The renovators, the Sober house, ecc. ecc. ecc. (e per fortuna che non siamo in periodo di grande fratello…). Abbiamo Master Chef con questo gruppo di cuochi improvvisati che cucina ogni sera. Poi c’e’ the renovators e the block che sono piu’ o meno la stessa cosa, ovvero gruppi di concorrenti che devono mettere a posto case vecchie e decorarne gli interni. Ma il piu’ figo secondo me e’ Sober house (che in realta’ e’ americano), la stagione nuova deve ancora cominciare ma non vedo l’ora (o anche si). Si tratta di una specie di GF ma composto da alcolizzati e drogati, e vince chi riesce a stare in astinenza piu’ a lungo. Insomma, una gran bella TV di merda in questa Australia. Sfido io che vivono tutti all’aria aperta: dopo dieci minuti ti viene una voglia irrefrenabile di tagliarti le vene.

Tolta quindi la TV dalle scelte possibili, cosa ti resta da fare nelle tristi serate in cui non hai voglia di uscire? Esatto: in quei casi a uno non resta che dedicarsi ai propri hobby, se ne ha. Tipo ad esempio io dopo due anni di Giappone mi sono improvvisamente ricordato che avrei scritto un romanzo, e che volendo ne potrei scrivere un altro…
E’ stato un po’ uno shock ieri sera, mentre ci pensavo. Sono andato su facebook, nel gruppo del mio romanzo, e mi sono accorto che il gruppo e’ in fase di archiviazione. Quasi 200 iscritti, ma da Gennaio non ci scrive piu’ nessuno. Naturalmente e’ perche’ io non me ne sono curato, e se non me ne sono curato e’ perche’ ho avuto altro da fare.

Questo e’ il prezzo che si paga per vivere a Tokyo. Lo so che puo’ risultare difficile a credersi, ma e’ cosi’. A Tokyo ero fuori casa per sedici ore al giorno, tornavo solo per dormire. Avevo una vita talmente intensa da non avere nemmeno il tempo di curare la pubblicazione del mio stesso romanzo – che e’ uscito nell’indifferenza generale, la mia in primis. E’ una cosa che mi ha fatto riflettere solo adesso che sono tornato "coi piedi per terra".

Non so se riusciate a capire, ma e’ come se piano piano mi stessi svegliando da uno stato di ibernazione, durante il quale le luci e i colori e il divertimento avevano preso le redini della mia vita. Anzi, come se fossi stato sulle montagne russe, dove il tempo vola, non hai il controllo, e l’unica cosa che puoi fare e’ ridere, urlare, andare su e giu’, circondato da gente intorno a te ma solo a seguire le evoluzioni della pista di fronte a te. Questa e’ la Metropoli Tentacolare, cari lettori.

Forse sono drogato anch’io (ma di Tokyo). Chissa’ se mi prenderebbero nella Sober House…

E poi, diciamo qualcosa di sinistra

Per par condicio oggi diciamo qualcosa di sinistra, cosi’ siete contenti tutti. Ancor di piu’, visto che oggi parliamo di sinistra australiana.

Se qualcuno di voi lettori avesse mai la (s)fortuna di conoscermi di persona e fosse cosi’ in grado di avermi come amico su facebook (visto che io di regola accetto solo la gente che conosco dal vero), potrebbe vedere che alla voce “political views” ho risposto: “depending on the country”. Sembrera’ una cazzata, ma chiedetevelo e rispondetevelo. Chi di voi lettori di sinistra avrebbe il coraggio di dirsi “comunista” in Cina, o in Nord Corea? Ve lo dico io: tolti quelli che non sanno quello che dicono, nessuno. Se viveste in Cina sareste dei pericolosissimi dissidenti antigovernativi (e quindi, a detta loro, di destra). Ascoltate a vostro cuggino.

Beh, vale la stessa cosa qui in Australia. Qui e’ dura dirsi di destra, per chi viene dalle nostre parti. La destra aussie e’ isolazionista, autarchica, ultranazionalista. E’ destra mineraria, in cui l’importante e’ scavare e far soldi, far soldi e scavare. Inquinamento? Non importa: tanto siamo venti milioni con un continente intero di cieli azzurri e acque pulite a disposizione.

E’ sull’ambiente che mi risultano proprio indigesti, non so se si e’ notato. L’Australia che ho vissuto io non ricicla un cazzo, perche’ tanto ci sono pochi abitanti. Da queste parti si estrae carbone e gas, e si usano le risorse a sproposito. L’auto media e’ un 3000 di cilindrata che quando va bene fa 5 con un litro.

Ma non solo. I paesi dell’outback sono quasi tutti alimentati con generatori a combustibili fossili. Ricordo quando stavo a Paraburdoo, paese di 800 abitanti a 800 chilometri di distanza dalla civilta’. Li’ arrivavano due vagoni (non camion, vagoni. Non so se avete presente quanto grande e’ un vagone) di diesel ogni paio giorni, e quel diesel provvedeva al fabbisogno elettrico del paese e della miniera. Stiamo parlando di posti nel deserto con 38 gradi d’inverno, un sole che spacca. Metter giu’ due pannelli solari non si puo’, perche’ la gente di notte va a rubarli, quindi non sembra esserci scelta.

Insomma. Prendi questi e altri motivi, ancora legati o a cause di forza maggiore (tipo anche l’allevamento di bestiame e le scorre dei cammelli – non sto scherzando) o all’incuria e alla poca voglia di cambiare, e ti ritrovi con un paese, l’Australia, che ha il piu’ alto tasso di CO2 prodotto pro-capite del mondo.

A questo punto, succede che al governo ci sia la sinistra, e che abbia introdotto la cosiddetta Carbon-tax. Il concetto della carbon tax e’ chiaro a tutti, credo: chi emette CO2 nell’atmosfera deve pagare una tassa che vada a coprire i costi sociali dell’effetto serra – cicloni, devastazioni, morti, eccetera. Allo stesso tempo, naturalmente, l’intento e’ anche e soprattutto quello di fare in modo che emettere CO2 diventi economicamente svantaggioso per gli inquinatori selvaggi (in primis le miniere), e fare cosi’ in modo di farli diventare piu’ accorti.

Vi faccio un esempio pratico cui ho assistito in prima persona. Nel deserto del Western Australia le locomotive vanno a diesel, logicamente (impossibile tirar cavi per elettrificare le linee per tutte quelle migliaia di chilometri). Stiamo parlando di locomotive potentissime, 15mila cavalli l’una, che tirano centinaia di vagoni (i treni merci sono lunghi dai tre ai quattro chilometri, pieni di materiale estratto. Di solito parte un treno ogni tot ore, dalla miniera al porto, treno che si fa i suoi 600, 800km o quello che e’ in mezzo al nulla, scarica sulle navi e ritorna vuoto alla base). Ebbene, queste locomotive consumano un botto, sono tipo millemila di cilindrata, hanno serbatoi assurdi… e non vengono mai spente. Motivo? Semplice: mezz’ora di ritardo di un treno puo’ costare alla miniera fino a un milione di dollari, e le multinazionali che sfruttano le miniere non si possono (vogliono) permettere di avere una locomotiva con la batteria a terra. Quindi le locomotive quando sono ferme (=tre quarti del tempo) sono li’ accese, al minimo, per… tenere la batteria carica! Anche voi lasciate l’auto accesa di notte in garage per paura di trovarvi la batteria scarica alla mattina, vero?
(A questo punto intervenne il giovane albino, nel 2007, a chiedere – ingenuo – se non ci fosse un’altra soluzione che magari fosse un attimino piu’ clemente nei confronti dell’ambiente. Fuck the environment, fu la risposta. Ma questa e’ un’altra storia).

Morale della favola: gli ambientalisti australiani si sono rotti le palle di queste multinazionali cialtrone. Perche’, per carita’, saranno pure la spina dorsale dell’economia della nazione, ma cio’ non puo’ e non deve permettere loro di inquinare a piacimento solo per incuria. (La stessa cosa succede in Africa, in Cina e in Sud America, purtroppo, solo che qui siamo in una democrazia avanzata, e la cosa e’ francamente inaccettabile). Ecco dunque che il governo ha introdotto la tassa, operativa fra qualche anno, e nel giro non dico di settimane ma di giorni, il consenso nei suoi confronti e’ crollato di decine di punti, al 26% mi pare, mentre l’opposizione (che e’ contraria alla tassa, of course) ora vola al 51%. In pratica le multinazionali hanno minacciato il crollo dell’economia, dicendo che con questa tassa diventera’ antieconomico estrarre in Australia (i me cojoni, nda), cosi’ da montare il panico nella popolazione che (1) vive per la stragrande maggioranza nelle citta’, lontano dagli occhi e lontano dal cuore del problema, (2) quando vive nell’outback ha due mezzi di sostentamento: allevamento (colpito dalla tassa) e miniere (idem), e soprattutto (3) in tutti i casi la gente ha paura di perdere un po’ del suo benessere, mentre ha spazi sconfinati e cieli azzurri in quantita’, e non si rende conto del problema.

Alla luce dei sondaggi, il commento dei rappresentanti del governo e’ stato: siamo coscienti dell’impopolarita’ di questa manovra, ma sappiamo che stiamo facendo la scelta giusta. Nel lungo periodo gli australiani ci premieranno per questa scelta.

A sentire queste parole, non ho potuto fare a meno di pensare che oltre ai materiali estratti dalle miniere, l’Australia dovrebbe cominciare ad esportare i politici. Soprattutto in un certo paese di cui non dico il nome ma che potete bene intuire.

E diciamo qualcosa di destra!

Ultimamente viene tacciato come “comunista” chiunque abbia da ridire contro Berlusconi o dica qualcosa che non suona razzista o ultraconservatore. Vedi cos’e’ successo a Fini, ma non solo: vedi cosa viene detto a tutti quelli che hanno scoperto che essere di destra non vuol dire per forza che devi avere con gli stranieri lo stesso rapporto che ha Borghezio, o che devi condividere in toto l’etica di Buttiglione. Sono come quelli dei centri sociali, che danno del fascio a tutti quelli che non sono dei centri sociali.

Ciononostante, si e’ di destra. Anche se si e’ contro questo governo del (fare finta di) Fare. E lo ribadiamo con orgoglio, perche’ le nostre idee sono nostre e non ci vengono dettate da nessuno, e se ci sentiamo appartenere ad una parte non vuol dire che abbiamo una tessera di partito o del tifoso in tasca, ne’ tantomeno che siamo obbligati a votare per quella parte, se i politici che la compongono non ci piacciono. Ne’ che siamo sordi alle altre campane, ne’ che accettiamo un programma di partito ad occhi chiusi. Noi siamo noi, con le nostre idee, siamo di parte ma non apparteniamo a nessuna parte.

Per questo, tanto per fare un esempio, da destra non ho nessun problema a dire che condivido la visione del “fine vita” di Vendola: ognuno deve poter decidere del proprio destino. E’ una concezione laica che sostengo, come sostengo il diritto ad abortire, sebbene io sia contrario all’aborto. Perche’ credo nella liberta’, quella vera, di decidere secondo coscienza, cosi’ come allo stesso tempo rivendico con forza il mio diritto a provare schifo e orrore all’idea che una donna uccida il feto che sta crescendo in lei.

E sono pur cosciente di non sembrare neanche di destra, perche’ in fondo io sono io, ed e’ difficile dare un’etichetta a chi in fondo non se la vuole dare. Anche se a volte, e mi scuseranno i lettori di sinistra, qualcosa di destra la devo pur dire. Quando mi esce dal cuore per esempio, tipo adesso.

E’ l’anniversario dei fatti di Genova. Dieci anni fa un pankabbestia emarginato sociale pensava bene di mettersi un passamontagna in testa e assaltare un Defender dei Carabinieri con un estintore in mano. Si e’ beccato una pallottola, e da allora e’ diventato nell’ordine: martire in croce, santo subito, figlio modello, ragazzo d’oro, cittadino esemplare, vittima incompresa della societa’, Supergiovane, vigile del fuoco in pausa caffe’, bandiera di un movimento che secondo gli organizzatori era poco piu’ di qualcosa di bucolico, spensierato giovinetto che a Genova lanciava fiori per le strade e cantava inni di pace. Poverino. In fondo era un semplice passante che non avendo un cane si accontentava di portare a spasso l’estintore, e siccome era una fredda giornata di giugno, non potendosi permettere un cappello si era messo un passamontagna in testa.

Ricordo cosa successe in quei giorni del 2001, giusto dieci anni fa. Ero in giro per Padova, citta’ dove tutti sono politicizzati, tifosi estremisti di una parte o dell’altra. Qualcuno aveva scritto con lo spray su un cassonetto: “Carlo vive“. E qualcun altro aveva aggiunto: “sotto terra, coi vermi“. Come per dire a tutti quelli che si battevano il petto per il povero martire: ragazzi, se l’era cercata.

In vino veritas

Scrive The Witch of Oz:

"…Stando li ho notato che le leggi sono davvero stricts about this, nel senso che nei pub i ragazzi minorenni non possono proprio entrare (non basta non servirgli alcool o dargli solo una birretta per esempio) (…)
A casa non bevono nemmeno un goccio, nemmeno per augurio, nemmeno se tuo padre ti ha detto “bevi un sorso” e questo come spiegavo a loro, secondo me gli da un’idea sbagliata dell’alcool.
Non che noi non abbiamo problemi di alcolismo, lungi da me affermare una cosa del genere, ma quando cresci con una cultura “del vino” dove è normale “bere un goccetto” ogni tanto a tavola a pranzo davanti a mamma e papà, impari che non c’è nessun traguardo o atto da adulto nel rotolarsi in mezzo all’alcool dalla sera tua festa di 18 anni in poi per tutto il resto delle tue serate. Impari che puoi divertirti senza bere 10 birre a sera e che se bevi lo fai in compagnia, perchè un goccetto tutti insieme fa allegria, fa risate. non fa necessariamente ubriacatura-vomito-lavanda gastrica. Più si ostinano a trattare vino e birra come l’uomo nero e più i ragazzi ci vedranno la libertà della maggiore età…"

Ecco, questa e’ l’idea. Credo sia un punto in comune tra la cultura australiana e quella di molti altri paesi "proibizionisti" (USA, per esempio). In Australia anche nei discorsi di tutti i giorni non si parla mai di alcool se non per dire che ci si e’ ubriacati. Non si parla di "ho provato un buon vino" ma di "ho preso una bomba tremenda, sono stato male 3 giorni". E’ un elemento in comune delle culture anglosassoni, dove e’ tutto bianco o tutto nero. In Italia e’ tutto grigio, abbiamo l’anarchia nel sangue. Da queste parti invece no: non si beve per nulla, o si beve per ubriacarsi. Non si beve prima dei 18, e ci si uccide dopo. E piu’ bevono, piu’ inaspriscono le leggi. Piu’ le inaspriscono, piu’ la gente beve, soprattutto i giovani.

Poi, bisogna dirlo, esistono anche dei fattori sociali. Non si puo’ dire che sia solo perche’ e’ vietato prima dei 18 che la gente beve. Se sei un diciassettenne che non ha mai bevuto un goccio in vita sua e vedi quelli di 18 anni che si divertono e fanno festa, e si portano a letto tipe ubriache ogni fine settimana, e’ ovvio che lo farai anche tu. E’ ovvio che non vedi l’ora di farlo. Perche’ bisogna anche dire che alla fine l’alcool e’ un modo per lasciarsi andare, soprattutto a quell’eta’. E, ve l’assicuro, le aussie quando bevono la danno via come se fosse quella di qualcun’altra. Stiamo parlando di gente che, grazie all’alcool, spesso gia’ alla fine delle superiori manco si ricorda con quanta gente e’ stata a letto in vita sua.

E non e’ finita. In Australia le tasse sull’alcool sono altissime. Una bottiglia di gin o di vodka puo’ costare 35-40 euro, quando da noi al supermercato con una quindicina (credo) la porti a casa. Sei birre costano sui 10 euro, una bottiglia di vino da supermercato non costa mai meno di 7-8. E non parliamo dei locali, dove ti fanno i cocktail col misurino (gin tonic: 10% gin e 90% tonic – siamo ben lontani dai locali veneti dove se ti fanno meno di mezzo e mezzo torni indietro a lamentarti, e con un gintonic sei gia’ a posto), per la modica cifra di 7-12 euro a cocktail.

Cari lettori, vi direte: con questi prezzi come fanno ad ubriacarsi? Semplice: spendono centinaia di dollari a serata. Ecco perche’ la gente non esce durante la settimana ma solo nei weekend (pure sydney, se vai nella city durante la settimana di sera trovi solo coreani, cinesi, giapponesi). A Brisbane la maggior parte della gente che conoscevo usciva 3 weekend al mese: quello prima dello stipendio non aveva soldi per uscire. E si, stiamo parlando di gente che prende qualche migliaio di euro al mese piu’ di voi, ma quando ne spende 500 a weekend solo per bere, capirete che non bastano mai.

Allo straniero che approda su queste lande viene da chiedersi: perche’? Perche’ ho chiesto alla mia amica Arlene di uscire a bere una birretta un mercoledi sera di quattro anni fa, a Brisbane, e mi sono sentito rispondere "non posso, domani devo andare a lavorare e non voglio star male"? Perche’ non esiste il concetto di bere _una_ birra e fare due chiacchiere? Perche’ i pub hanno tutti la musica alta, e non ci si puo’ sedere a fare due risate in compagnia come nei pub italiani, o negli izakaya giapponesi?

Lo so, vi lascio con piu’ domande che risposte. Ma se rispondo a tutto oggi, che senso avrebbe seguire la puntata di domani?

Australia

Visto che assieme a me anche questo blog ha cambiato ambientazione, a partire da oggi e per i prossimi post ho deciso di fare una piccola introduzione alla societa’ australiana. Molti di voi hanno iniziato a leggermi quando stavo in Giappone, probabilmente piu’ interessati a quel paese che a me. Se siete rimasti nonostante il mio trasloco, allora forse e’ il caso che vi inizi un attimo al nuovo ambiente, no? Per tutti gli altri invece la cosa potrebbe risultare istruttiva in ogni caso, visto che la conoscenza dell’Australia per l’italiano medio si ferma piu’ o meno a quello che ha imparato guardando Crocodile Dundee o Mad Max.

Naturalmente gli argomenti sono molti, e abbastanza complicati. Per questo la cosa non puo’ essere risolta in un singolo post, e quindi inizierei con una piccola carrellata dei temi che tratteremo. Ricorderei anche che dopo piu’ di quattro anni di esperienza in svariate citta’ (Melbourne, Brisbane, Perth, piu’ l’outback del Western Australia, e ora Sydney) la mia conoscenza di questo paese e’ abbastanza profonda. Non tanto quanto quella delle giappine, ma ci siamo vicini.

E allora, per cominciare spiegheremo che l’Australia e’ un paese molto piu’ multietnico sia dell’Italia, sia soprattutto del Giappone (che credo sia anzi il paese meno multietnico del pianeta, con quel sottobosco di regole che profumano di teorie hitleriane della razza). Stiamo parlando di un paese in cui lo straniero puo’ integrarsi facilmente, un paese che accoglie a braccia aperte ma che allo stesso tempo ha regole ferree, feroci nei confronti dell’immigrazione. Aborigeni a parte, l’Australia e’ un paese di emigrati. Per questo, e giustamente, qui le regole sono regole: cazzo se sono regole.

Parleremo anche dello stile di vita australiano. In tutte le classifiche del mondo l’Australia e’ ai primissimi posti per la felicita’ delle persone, per il tenore di vita. Stiamo parlando di un paese efficiente, ricco, democratico, giusto, dove tutti vivono bene e in armonia. Ma allora, perche’ si registrano piu’ morti per alcool che per incidenti d’auto? Perche’ la droga e i disagi giovanili sono una piaga assoluta, ai primissimi posti del mondo? Perche’ i tassi di divorzio sono tra i piu’ alti del mondo?

Parleremo della cultura australiana, un frullato di diverse esperienze combinate insieme. L’Australia e’ Europa e America e Asia allo stesso tempo. Qui si e’ preso il meglio di tutto, si e’ formata una societa’ “perfetta” che a volte ricorda le colonie planetarie dei romanzi di Asimov. Qui e’ partita una nuova Europa senza le massonerie, le aristocrazie e i poteri occulti europei. Qui si vede il concetto di liberta’ americano, ma senza l’errore americano di dimenticare le proprie origini europee. L’Australia e’ America senza pistole, si dice. E senza immigrati clandestini. E senza poveri. E’ un’America con sistemi sanitario e pensionistico di tipo europeo. E’ America dove le ragazze madre prendono un’indennita’ superiore ai mille dollari al mese fino alla maggiore eta’ del figlio, o finche’ si sposano. E’ l’America senza i puritani, dove le coppie di fatto gay sono famiglie a tutti gli effetti. Ma non solo: qui si vede il pragmatismo asiatico senza la chiusura mentale asiatica. Si vede l’occhio aperto sul resto del mondo senza mai dimenticare chi si e’ e da dove si viene. Pero’, a quale costo? E’ giusto l’aver fondato la societa’ perfetta mantenendo artificialmente a 20 milioni la popolazione di un continente grande come l‘Europa?

E sempre parlando di cultura australiana, magari parleremo degli aborigeni. O del mondo del lavoro. O della struttura delle grandi citta’, che all’occhio inesperto possono sembrare simili, mentre in realta’ sono assolutamente differenti l’una dall’altra. O come funziona l’outback, chi ci vive e come ci vive. O delle risorse, tantissime, e degli sprechi, tantissimi. O del sistema giudiziario, giusto ed efficiente. O ancora dei divertimenti australiani, di come ce la si passa qui, nonostante tutto.

Di questo e altro tratteremo nei prossimi episodi. Fatemi sapere se avete preferenze sugli argomenti.

La cosa da ridere

E’ che guardi l’Italia affondare sparata verso la bancarotta, ma poi parli con gente in Italia che guarda il Tg1 e sembra che vada tutto bene.

Si beh, alla fine hanno aumentato le tasse. Vabbe’ ma bisognava. E poi Silvio le avrebbe diminuite sin dal primo giorno, e’ che non glielo (?) lasciano fare. Questi i commenti di gente che pero’ si ricorda  (e ti ricorda) ancora le tasse aumentate anni fa da Visco o Bersani. E se fiati, ti danno del comunista (anche se sei sempre stato di destra, anche se l’ultima cosa che vorresti vedere e’ Baffino D’Alema e i suoi scagnozzi ancora al potere – perche’ il cancro, ricordiamolo, non sta da una parte sola).

Sempre e comunque, nell’Italia tifosa e partigiana l’importante e’ che quelli dall’altra parte non siano al potere.

Verso la catastrofe col sorriso. Fortuna che sono all’estero.

Un venerdi australiano come tanti

Oggi sto facendo un training course, espressione che al momento non ricordo come si dica in italiano. Finisce alle 4 e poi vado a prendere un aperitivo di benvenuto fuori coi colleghi, quindi mi sa che oggi non ci sara’ un post regolare. Ora sono in pausa caffe’.

Un paio di note di colore.

1) “aperitivo coi colleghi” in Australia significa che alle 4 barra 4 e mezza si esce dall’ufficio e si va al pub. Ci si sfonda di birre fino alle 6:30, dopodiche’ si torna tutti a casa, belli carichi, e si cerca di aggredire sessualmente la donna. Questo e’ quello che fa l’anglosassone medio. Oppure si sta fuori e si va a fighe, ubriache quanto o piu’ di te. A scelta.

2) bello sapere che lavoro ogni giorno dalle 9 alle 5, pero’ al venerdi visto che si lavora troppo si esce alle 4. Sia mai che ci sciupiamo troppo.

3) God save the Australian mines, che finche’ ci sono permettono al paese questo stile di vita da vacanza ai caraibi. Con scorreggia in faccia ai salaryman giapponesi.

Casa!

Ricordate questa foto? Ecco, dentro questo edificio ieri sera Lady Gaga ha fatto un concerto per un pubblico selezionato. Esatto, proprio sotto casa mia (o meglio, sotto l’appartamento aziendale in cui vivo fino a fine luglio). Non che io fossi minimamente toccato dalla cosa, sia chiaro, visto che i miei gusti musicali girano di piu’ verso l’indie, che e’ probabilmente quanto di piu” agli antipodi del commerciale / gagastyle ci sia in circolazione.

Comunque sia, ieri tornando dal lavoro ho dovuto attraversare una calca di fans scatenati della Germanotta, o per meglio dire di malati di mente vestiti in maniera assurda, un misto emo-carnevale. I maschi parevano la brutta copia effemminata di Marilyn Manson e le femmine erano abbastanza ridicole in mutande e reggiseno a punta tipo concerto di Madonna anni ’90, di sera in pieno inverno. Insomma, un mix entusiasmante di Sfiga che non vedevo dai tempi dei cosplay a Lucca comics. Poveretti.

Ma la notizia del giorno e’ che…

Lugete, o Veneres cupidinesque! Ho finalmente trovato casa! Un bell’appartamentino con due camere da letto due, cucina nuova, recentemente ristrutturato, in un complesso di quattro unita’ abbbitative a Crows Nest, appena a nord della city. Saro’ praticamente a 15 minuti dal lavoro e a 10 dalla spiaggia, com’e’ giusto che sia. Ecco dove si trova.

A Bananaland invece no

Stamattina ho deciso di andare al lavoro alle 10 e di iscrivermi all’AIRE di Sydney. Per chi non lo sapesse, l’AIRE e’ il registro degli italiani residenti all’estero, quello che ti permette di votare. Il consolato e’ all’altro capo della citta’, per cui stamattina sono uscito una mezzoretta prima e ho attraversato tuuuuutta la city, a piedi. Sono arrivato a questo grattacielo mastodontico di fronte all’Opera House, dove in teoria doveva esserci il consolato.

Ma figurarsi se poteva essere cosi’ facile. Appena entrato nel grattacielo mastodontico consulto la lista degli uffici presenti e… non c’e’ il consolato. Stupito, vado alla reception e chiedo. L’usciere mi dice che si sono trasferiti da qualche giorno (grazie per aver aggiornato il sito, by the way) e mi consegna un foglio con il nuovo indirizzo. A questo punto, colpo di scena: il consolato, incredibile ma vero… si e’ spostato nel mio palazzo, a qualche piano di differenza! A questo punto torno indietro. Mi rifaccio tuuuuuutta la citta’ a piedi e arrivo al lavoro, mollo borsa e giacca sulla mia scrivania, prendo il passaporto e salgo al piano del consolato. Comodita’ assoluta, penso.

Ma le avventure della giornata non finiscono qui, perche’ il consolato si rivela essere una bolgia infernale. Il posto e’ pieno di italo-australiani di diciottesima generazione che vogliono il passaporto italiano pur non parlando una sola parola della nostra lingua – una cosa indegna. Me ne fotte niente se tuo nonno era italiano: per avere il passaporto, secondo me, almeno un minimo la Lingua dei Padri la devi parlare. O sbaglio? Agli stranieri che prendono passaporto australiano (ma anche residenza, ma anche visto di lavoro) e’ richiesto il superamento dell’esame di inglese. Non solo, quando diventi cittadino hai anche un esame di storia australiana, e devi giurare sulla regina. Questo mi pare il minimo quando diventi cittadino di un paese.

Ma lasciamo perdere, e raccontiamo gli eventi in ordine di importanza. Anzi, in ordine di dolore, disperazione, angoscia, terremoto e tragedia.

1- Il consolato si rivela essere pieno anche di vecchi italiani pensionati, che vivono qui da cinquant’anni ma per qualche oscura ragione prendono la pensione in Italia. Vai a capire.

2- Nella bolgia infernale, prendo il bigliettino e scopro che prima di me ci sono solo 3 persone. Tutte le altre evidentemente sono i pensionati!! Una grande fortuna, visto e considerato che quelle tre persone ci metteranno in tutto un’ora e venti ad essere servite. Questo per una serie di motivi che ora vi vado ad elencare:

2a- In ogni societa’ evoluta uno arriva agli sportelli con i moduli gia’ compilati. Se non li ha compilati gli vengono consegnati in bianco, e gli si chiede di andare gentilmente a compilarli altrove, e di assicurarsi di avere tutta la documentazione in ordine prima di tornare. Avanti un altro, e via di seguito. A Bananaland invece no: si arriva senza sapere un cazzo di quello che bisogna fare, si chiede “vorrei farmi il passaporto italiano”, dopodiche’ l’addetto prende i mille moduli necessari e li compila per te, o te li fa compilare di fronte a lui, voce per voce, punto per punto, tenendo lo sportello occupato delle intere ore per servire una sola persona. Io di fronte a me avevo ben tre persone su tre sportelli che volevano farsi il passaporto. Tre sportelli aperti, un’ora e venti minuti perche’ se ne liberasse uno. Ripeto: e’ mai possible?

2b- In ogni societa’ evoluta l’impiegato dall’altra parte del vetro ha tutti i moduli a portata di mano. A Bananaland invece no: l’addetto si alza e scompare ogni cinque minuti per ogni minimo foglio da consegnare. Girovaga tranquillo, senza fretta. Intanto la folla inferocita ringhia e maledice la bandiera tricolore, con tutto quello che simboleggia.

2c- In ogni societa’ evoluta esiste un sito internet in cui se devi fare una pratica, prima puoi informarti su cosa devi consegnare (es: fotocopia del passaporto), cosi’ ti presenti li’ con l’adeguata documentazione. Se non hai la fotocopia del passaporto sono cazzi tuoi: l’addetto ti invita gentilmente ad uscire e andarti a fare una fotocopia a tue spese nella cartoleria piu’ vicina, per poi tornare e rifarti la coda. Esistono paesi piu’ accondiscendenti, tipo i consolati indiani (e stiamo parlando di un paese del terzo mondo, ricordiamolo) dove esci, ti fai la fotocopia, dopodiche’ quando torni sei autorizzato a saltare la coda. A Bananaland invece no! A Bananaland il nonno col cappello si presenta col nipotino aussie di sedici anni sottobraccio, “scusate, ci volevo fa’ o’ passapuort’ ao’ picciriddu”, e l’addetto allo sportello non solo lo accompagna ad ogni voce della modulistica, ma si alza (con calma) per lui, va a fotocopiargli il passaporto a spese di Pantalone, mentre la folla inferocita mastica bestemmie a denti stretti.

2d- In ogni societa’ evoluta consegni il modulo compilato e te ne vai per la tua strada. Ci pensera’ un addetto in seguito a inserire il contenuto del modulo che hai compilato nel database, ed eventualmente a comunicarti via mail, via lettera o via telefono l’esito della tua pratica. A Bananaland invece no, perche’ l’impiegato allo sportello non si limita a seguirti amorevolmente punto per punto nella compilazione del modulo, a farti le fotocopie e a farti firmare le carte mentre tutti aspettano dietro. No: dopo tutto questo, si mette pure ad inserire al momento I tuoi dati nel computer, con calma! Dopodiche’, una volta finito, stampa tutto e ti fa ri-firmare lo stampato!!

Insomma, uno scandalo… o forse no, a ben pensarci. Perche’ in fondo non si puo’ insegnare ai giapponesi ad essere romantici, non si puo’ insegnare agli australiani la passione per la buona cucina; e non c’e’ niente da fare: esclusi alcuni casi isolati, non si puo’ insegnare agli italiani l’efficienza. Non c’e’ neppure di che incazzarsi: siamo fatti cosi’, siamo la cultura del genio, dell’estro e della cazzonaggine, e in fondo chi farebbe a cambio con chi ha gli uffici pubblici che funzionano ma mette l’ananas sulla pizza? Mettiamoci il cuore in pace, e consoliamoci pensando che si deve mangiare ogni giorno, mentre con gli uffici pubblici si ha a che fare una volta ogni tanto.

Solo una cosa, pero’. Per il mio bene, non voglio mai, mai, mai e poi mai sapere. Non ditemi mai quanto prendono di stipendio questi quattro nonfatemidirecosa che siedono agli sportelli dei consolati. Vi prego, fatelo per me.

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