Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Il backpacker in giacca e cravatta

Diceva Schopenhauer che la vita’ e’ come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Diceva albino, invece, che La vita e’ come un rotolo di carta igienica. Ma se vogliamo tirare le somme, cari lettori, si puo’ dire anche che la vita di albino e’ come un pendolo che oscilla tra la vita spericolata e la pianificazione malata.

Nel post di ieri abbiamo raccontato fino ai primi 2008. A quel tempo vivevo a Brisbane, ero innamorato perso di una che viveva a Tokyo (e che non mi cagava, ndA), ero tornato da poco dalla mia esperienza lavorativa nell’outback australiano, e non avevo particolari stimoli. E ci sono ricaduto di nuovo, nel tunnel della pianificazione intendo.

A quell’epoca cercavo lavoro in Giappone. Un po’ per la tipa, un po’ perche’ mi ero rotto i coglioni di Brisbane, un po’ perche’ vedevo che in azienda da me venivano premiati piu’ o meno solo i leccaculo incapaci (azienda italiana, manco a dirlo)… ma soprattutto perche’ ero andato in vacanza in Giappone ed ero tornato indietro follemente innamorato della Metropoli Tentacolare.

Se voi voleste andare a vivere in Giappone, che fareste? Vi dico cosa ho fatto io: dopo analisi fredda e ingegneristica (ho intersecato le mie aspettative lavorative, il mio curriculum e la mia scarsa conoscenza del giapponese, piu’ sei-nove mesi di tentativi di ricerca di colloquio andati a vuoto) ho concluso che non avevo la mimissima possibilita’. Quindi mi sono inventato la storia dell’orso e ho chiesto sei mesi di aspettativa non pagata al lavoro. Ho comprato un biglietto aereo, mi sono iscritto ad una scuola di giapponese a Shibuya… e sono partito. (Tra la decisione, l’ottenimento dell’aspettativa e l’acquisto di scuola e biglietto sono passati credo tre o quattro giorni, non di piu’).

Ora, cari lettori. Facciamo rewind e guardiamo di nuovo l’evolversi della cosa. In Italia ho fatto ingegneria (Pianificazione), poi ho vissuto anni fregandomene del futuro (Vita Spericolata), ma ho trovato lavoro nel settore pubblico (Pianificazione), poi sono partito per l’Australia (Vita Spericolata), e ho iniziato a pensare alla mia carriera (Pianificazione), con un processo che mi ha portato ad accettare sette mesi di trasferta nel deserto australiano (Vita Spericolata), per poi tornare e studiare la mia dipartita per il Giappone (Pianificazione). A quel punto il mio processo di pianificazione ha deliberato che in Giappone non ci sarei potuto andare neanche nel mondo dei sogni… cosi’ ho mandato a fanculo la pianificazione, ho preso e sono partito lo stesso: ed eccola di ritorno, la (Vita Spericolata).

A quel punto sono iniziati i miei sei mesi da studente a Tokyo, nei quali il pendolo e’ sempre stato nella zona della Vita Spericolata. In quel periodo mi sono divertito tantissimo, ho conosciuto gente fantastica con cui sono in contatto ancora adesso. E poi, dal nulla, mandando CV a caso, mi e’ arrivata una richiesta di colloquio. Ho trovato lavoro per caso, due giorni prima di tornare in Australia, cercandolo a tempo perso e un po’ a caso, primo ingegnere straniero assunto da un’azienda di segnalamento ferroviario giapponese (primo, ho sempre detto, perche’ a nessun ingegnere ferroviario probabilmente e’ mai venuta l’idea malata di mollare tutto e partire per il Giappone a imparare la lingua, per poi cercare lavoro in un settore totalmente privo di stranieri).

Quando il mio periodo di studente di giapponese in aspettativa e’ finito (siamo nell’Aprile del 2009), sono ritornato in Australia e ho ricominciato a pianificare: tra le altre cose dovevo ottenere il visto da permanent resident australiano, e poi dovevo preparare il trasloco per il Giappone (vendere mobili, organizzare un po’ tutto insomma). Alla fine sono partito (ottobre 2009) per Tokyo, ho iniziato a vivere li’, e sono iniziati due anni Giapponesi in cui tutto e’ stato un oscillare tra noia e divertimento, conquiste e follie (in Giappone si oscilla di piu’, questo e’ sicuro, e perdere la direzione e’ un attimo).

Ed ecco che siamo arrivati alla famosa Illuminazione Siddharthiana che mi e’ venuta l’altra notte. Tirando le somme del passato mi sono reso conto che ho la tendenza naturale a pianificare e a “sedermi”, e che questa tendenza mi porta a diventare insoddisfatto. A quel punto, la pianificazione malata diventa pianificazione positiva: cerco di uscire da situazioni di stallo usando la testa. Quando ci riesco resto nello stato di “pianificazione” e tendo a fare conquiste ma a rimanere o a ritornare molto velocemente insoddisfatto.

E’ quando l’insoddisfazione raggiunge un certo limite che “faccio follie”. Chi mi conosce lo sa: sono un raro caso di ingegnere imprevedibile, di persona quadrata fuori ma impazzita dentro, cotone fuori lana sulla pelle, un backpacker in giacca e cravatta. Uno che non si tufferebbe mai da una scogliera per paura di farsi male, ma che adora andare venti metri sott’acqua con bombole e maschera: come a dire che mi piace l’avventura, non il pericolo. Io che non ho paura di fare scelte azzardate quando non c’e’ hazard (e infatti lavoro principalmente nel settore della sicurezza).

Chiudiamo il cerchio. Quando faccio la follia di turno, passo dallo stato di pianificazione a quello di vita spericolata. Questo mi regala di solito un sei-dodici mesi di divertimento atroce, amicizie intense, amori folli, conquiste lavorative. Ma la mia tendenza naturale e’ quella di pianificare e annoiarmi, come un ciclo stagionale primavera-estate-autunno-inverno. Naturale come il mio colpo di follia, tendo a ritornare naturalmente alla quotidianita’ che in fondo mi piace (a piccole dosi), fino a quando non mi rompo nuovamente le palle e tiro fuori qualcosa di nuovo dal cilindro.

Quando nel 2005 sono partito per l’Australia, la mia ex dell’epoca mi ha profetizzato una vita da insoddisfatto cronico. Non e’ stato cosi’: anzi, sarei stato insoddisfatto se fossi rimasto (con lei). Invece e’ proprio partendo che sono riuscito a capire e ad accettare la mia natura di annoiato patologico. Una natura che combatto senza problemi e con nonchalance perche’ so di essere libero di dare una scossa al pendolo, quando voglio vivere una nuova avventura e uscire dalla quotidianita’. (E questo in fondo e’ un concetto molto semplice che entra in testa a pochissimi: lo vogliamo capire o no che gli unici limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi?)

Questa credo sia stata l’illuminazione che mi ha regalato Tokyo nel mio recente viaggio. Ho capito che sono libero, e che sono venuto in Australia perche’ ora e’ il periodo di pianificazione, di carriera e di vita tranquilla. Ma quando arriva il momento della follia e della vita spericolata, cari lettori, lo leggerete tra queste pagine. E state certi che arriva.

Oh se arriva.

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12 risposte a “Il backpacker in giacca e cravatta

  1. elisa giovedì 6 ottobre 2011 alle 7:03 pm

    son dell’idea che le follie arrivano ovunque tu sia…diciamo che ti piace la vita tranquilla, senza imprevisti, ma dopo un po’ senti la necessità di averne…ed è normale che sia cosi, altrimenti veramente ti fai due palle…io non sono mai riuscita a pianificare nulla visto che l’imprevisto è sempre stato mio amico, e non mi annoio di sicuro, ma riflettendo sul tuo post di ieri pensavo che a volte un po’ di vita tranquilla non sarebbe poi cosi male…forse ti ricarica…

  2. S giovedì 6 ottobre 2011 alle 7:07 pm

    che condizione meravigliosa >.< aggiungerei che non devi rendere conto a nessuno giusto?
    in coppia sono felice però mi manca molto la libertà di alzarmi un giorno e dire: "o, oggi me ne vado. tipo, 6 mesi in nuova guinea, poi forse, torno. so long and thanks for all the fish"
    una persona tende a crearsi legami e limiti, e tutto da sola, come dici tu. vero.
    perché lo si fa?
    ancora non l'ho capito.
    qualcosa ci si guadagna, ma si perde un po' quel senso di gestirsi al 100%, non so come spiegare… nel mio caso, è come se io non mi sentissi libera.

    in conclusione, bella pe' te, come diceva un amico di Roma.

  3. Fabiusli giovedì 6 ottobre 2011 alle 7:14 pm

    L’altro giorno su Skype parlavo con un’amica che studia a Leeds proprio di questo.

    Ci sono persone, io li chiamo “cercatori”, che nascono con un buco dentro, una sorta di insodisfazione perenne, o come hai detto tu “noia patologica”, che le porta a cercare di riempire questo vuoto in qualche modo, in qualunque modo. Persone che friggono dopo un po’ che rimangono “sedute”, persone che si risconoscono nella filosofia “stay hungry, stay foolish” (e nel giorno del lutto per Steve Jobs, mai riferimento fu più adatto). Da qui nascono follie e colpi di genio, ma anche tanta solitudine, perché il Mondo in cui viviamo è fatto per le persone che non osano uscire dalla propria “comfort zone”.

    Io dico, parafrasando i Pearl Jam: “Do the evolution”!

    Continua a cercare, uomo.

  4. Bea giovedì 6 ottobre 2011 alle 9:46 pm

    Questo per me è il tuo miglior post.
    (Giusto 1 mesetto fa ho detto al mio ragazzo che se mi arriverà una proposta dall’estero -non importa da dove- io vado. E che se lui vuole venire bene, altrimenti si vedrà. Lui sconsolato e rassegnato mi ha detto che era normale, visto che già vivo all’estero…che poi le proposte non “arrivano” mai, siamo noi a cercarle in un modo o nell’altro)

    • Susanna tutta panna venerdì 7 ottobre 2011 alle 3:26 am

      ne so qualcosa….ho fatto lo stesso identico discorso alla mia metà e lui ha risposto praticamente le stesse cose che ha detto il tuo lui…ahahah! ho fatto mio il motto:CHI MI AMA MI SEGUA! (e me sa che rimarrò sola col mio gambo di sedano!)

      • elisa venerdì 7 ottobre 2011 alle 7:24 am

        beh come si dice “meglio soli che mal accompagnati”…ed è giunta anche per me l’ora di porre questa domanda…e mi sa che avro’ anch’io il mio gatto ed il gambo di sedano…

  5. Ivan Mrankov giovedì 6 ottobre 2011 alle 9:51 pm

    Albi, un paio di domande che probabilmente interessano a molti tuoi lettori anche se magari non hai voglia di rispondere: per i 6 mesi di studio a Tokyo che investimento pensi sia necessario?
    Capisco i costi d’affitto possano essere molto variabili ma tipo la scuola cosa costa?
    In sei mesi poi tu partendo da zero hai imparato la lingua decentemente al punto da poter essere assunto da ditta locale o ti hanno assunto perché nonostante le tue lacune linguistiche avevi un esperienza lavorativa particolarmente interessante?
    Se e’ vera la prima quante persone stanno sprecando 3-5 anni della loro vita all’università a fare lingue orientali? domanda provocatoria ma mi sembra ne avevi scritto un articolo tempo fa.

  6. ivabellini venerdì 7 ottobre 2011 alle 12:55 am

    “gli unici limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi?”

    io preferisco la tua frase segata in questo modo e con quel punto di domanda 😉

    • Akanishi venerdì 7 ottobre 2011 alle 5:50 am

      vorrete dire: gli UNDICI limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi. Poi ci sono gli altri undici (che son quelli che giocano contro).
      E la palla al centro.

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