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Armi pari, bonsai e articolo 18

Leggevo della famosa lettera portata da Berlusconi in Europa. E’ bastato solo nominare le magiche parole “Articolo” e “Diciotto”, e in Italia e’ venuto giu’ un maremoto di polemiche.

Ma io dico. Da quando sono andato via dall’Italia ho lavorato solamente in aziende dove non c’e’ nessuna protezione tipo articolo 18. Perche’ nel mondo, cari lettori, funziona cosi’: capita che sei in un’azienda che va bene, in un team che va bene, e tutto va bene. Esistono dei piani di crescita, si assume guardando al futuro e all’espansione del business. Poi magari succede che gli affari vanno male, o che il capo e’ un coglione, o che c’e’ un restructuring. Ti dicono da un giorno all’altro che sei redundant: da domani puoi stare a casa, e l’azienda per legge ti deve pagare dai due ai quattro mesi di stipendio come compensazione per averti licenziato. Cosi’ hai tempo di trovare un altro lavoro.

Chi e’ la gente che viene ridondata? Di solito si tratta della gente troppo costosa in rapporto ai benefici che porta all’azienda, per esempio il dirigente che non fa un cazzo o che non raggiunge gli obiettivi. O il consulente che costa e gironzola per gli uffici. O un povero cristo dell’ufficio X, dove l’anno prima era stata assunta troppa gente per errore di un direttore pirla che verra’ messo alla porta a sua volta. Raramente qualcuno importante viene lasciato a casa, perche’ il motivo ispiratore del licenziare e’ quello di tagliare i costi oggi per sopravvivere e ritornare a crescere domani. Se tagli la gente importante magari sopravvivi oggi, ma domani diventa un casino.

Questo sistema porta dei benefici che non ti aspetteresti mai: udite udite, la gente cerca di rendersi utile. Si fa piu’ training, la gente cerca di ottenere piu’ skills – perche’ oggi ci siamo, e domani potremmo avere bisogno di quelle righe di curriculum per trovare un’altro lavoro. E poi a naso alla gente frega un po’ di piu’ delle sorti dell’azienda, perche’ se tira una brutta aria qualcuno potrebbe essere lasciato a casa.

In Italia invece no. Per quel cazzo di articolo 18 sembra tutto lecito, tutto dovuto. C’e’ questa chimera del tempo indeterminato, una volta raggiunto il quale ci si sente protetti e col posto sicuro. Perche’ certo, sulla carta e’ una cosa bella e civile, poter essere licenziati solo per giusta causa. Te lo vendono come un modo per proteggere il lavoratore dallo sfruttamento del padrone malefico. Ma il fatto, cari lettori, e’ che e’ proprio questo articolo 18 che la sta mettendo nel culo ai giovani del 2011. E’ a causa di questo che molti vengono assunti in stage o a contratti di sei mesi che si reiterano all’infinito.

Ma guardiamo per un attimo la cosa da un altro punto di vista. Immaginate di avere un bonsai e di doverlo potare. Chi vorrebbe un bonsai dove per poter tagliare una foglia secca bisogna dare spiegazione a un giudice, e dover dimostrare che quella foglia era secca sul serio? Alle volte per il bene del bonsai bisogna poter tagliare anche le foglie sane, altrimenti il bonsai cresce troppo, e sicuramente cresce male.

Il risultato, in Italia, e’ che prima di assumere una persona ci si pensa non due ma quattro(mila) volte. Il mercato del lavoro e’ stagnante, c’e’ meno concorrenza, c’e’ meno possibilita’ di ricambio, meno possibilita’ di cambiare impiego e datore di lavoro. Per questo i salari sono bassi: perche’ quando uno trova il posto sicuro non lo vuole lasciare, perche’ chissa’ come va, chissa’ cosa trova.

E allora. Iniziamo con l’eliminare tutti i contratti tipo stage non pagati. Eliminiamo i contratti a progetto. Mettiamo tutti a tempo indeterminato, sotto lo stesso tetto, ad armi pari: ma togliamo una buona volta l’articolo 18. Cosi’ il datore di lavoro non ha mezze misure: se ha bisogno di nuovo personale si trova costretto ad assumere, a pagare contributi, a fare tutto come bisogna. Se il lavoro c’e’.

Se invece succede che gli affari vanno male, allora e’ libero di lasciare a casa. Fai una legge per cui deve pagarti un paio di stipendi, ti da una settimana per mettere a posto le tue carte e poi ciao bello. E non e’ mica detto che il datore di lavoro lasci a casa il giovane che oggi e’ in stage, quello che oggi verrebbe lasciato a casa. Perche’ magari, chi lo sa, il neolaureato lo vuol far crescere. Magari vuol lasciare a casa la segretaria storica che passa le giornate a limarsi le unghie. Magari il venditore che fa la cresta sulle spese. O magari vuol tirare un calcio in culo a un antiquato direttore vendite di sessant’anni, e mettere a dirigere il suo vice di quaranta.

E senza contare che questa liberta’ darebbe altre soluzioni a certi datori di lavoro, che magari oggi si trovano costretti ad assumere in nero perche’ un dipendente incrostato a vita dall’articolo 18 non se lo possono permettere. (E poi pensate ai dipendenti pubblici, pensate che bello sarebbe poterli lasciare a casa quando non servono!)

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25 risposte a “Armi pari, bonsai e articolo 18

  1. gas12n giovedì 27 ottobre 2011 alle 2:54 pm

    Ok, apprezzo davvero il modo di pensare. Tuttavia nella fine hai capito il problema: nessuno licenzierebbe il “nuovo” sebben più qualificato (per esempio deve insegnarli il lavoro e questo ha un costo). Perciò penso che in un paese dove c’è dinamicità (di cosa lo puoi scegliere tu) il discorso tuo funziona perfettamente ma nel nostro calcaroso paese credo sia dannoso.
    Tuttavia ne so troppo poco per dire che hai torto e proporre un’alternativa al tuo ragionamento 😉
    Gioele.

  2. Michy giovedì 27 ottobre 2011 alle 5:23 pm

    Quello dell’articolo 18 es il classico cane che si morde la coda:nato con l’idea di aiutare il lavoratore,alla resa dei conti lo rovina.Per cui sì,condivido la tua idea.Ma purtroppo sono costretta a dare ragione a gas12n:in un paese come il nostro,dove è AGOGNATA l’idea del posto fisso come negli anni 80(e quelli prima..),dove un datore di lavoro non licenzierebbe la segretaria che non fa un cazzo ma che gli fa altro(e sempre di cazzi si parla),dove esistono molto spesso clientelismi,ebbene,qui è assai difficile portarlo avanti.A volte sogno di svegliarmi un giorno in un paese svecchiato..

  3. Murasaki giovedì 27 ottobre 2011 alle 5:33 pm

    Segnalato da una mia amica, sto leggendo con piacere il tuo blog!!

    Un saluto dal Giappone

  4. james76 giovedì 27 ottobre 2011 alle 5:47 pm

    Caro Albino,il tuo ragionamento fila e non fa una grinza…senza art. 18 non significa tracollo ma creazione di nuove opportunità per chi vuole coglierle. Grazie per la consueta riflessione mattutina ( almeno per me 🙂 )
    Ciao

  5. elisa giovedì 27 ottobre 2011 alle 7:01 pm

    il discorso non farebbe una piega se qui in italia invece di licenziare quello che non fa un cazzo ed è strapagato, licenziano quello invece che non prende un cazzo ma si rompe il culo…e lo vedo ovunque…sia dove lavoravo prima che dove sono ora…ma lo sento anche da amcic, stesse cose…poi se vuoi cambiare lavoro ce l’hai in culo…qui rischi di stare anche piu’ di un anno senza un altro lavoro, c’è una manica di laureati che pur di prender due soldi van a fare i camerieri o le pulizie, perchè non ti prendono su…se hai esperienza va bene ma sei troppo vecchio, meglio il 20enne che non sa fare nulla, ma non lo paghi perchè lo metti in stage o in apprendistato per 3 anni e poi dopo 3 anni lo lasci a casa…praticamente qui è diventato impossibile fare progetti futuri, perchè senza indeterminato, nessuno ti fa un prestito o un mutuo per una casa o la macchina o altro…ora capisci perchè tutti agognano l’indeterminato? e berlusconi se non se ne và fuori dalle palle, porterà l’italia a diventare peggio del terzo mondo…

    • S venerdì 28 ottobre 2011 alle 11:17 pm

      ti quoto. serve un tempo indeterminato per fare un mutuo e… qualsiasi altra cosa. spesso anche l’affitto. a me è successo una volta. non mi hanno dato un appartamento perché ero una donna single (all’epoca) e con lavoro a tempo determinato (sebbene abbastanza lungo – lungo per gli standard italiani – un anno).
      quindi non portavo abbastanza garanzie, ovvero marito e/o stipendio fisso.

      adesso, ok, certo che il sistema lavoro dovrebbe migliorare in Italia, c’è gente che non fa niente e gente che grazie a questi lavora il quadruplo (e senza alcun premio per questo), c’è gente che se ne approfitta (vedi persone eternamente “in malattia”), c’è di tutto, ma parliamoci chiaro e con i piedi ben piantati per terra: o cambia anche qualcos’altro di pari passo all’eventuale cambiamento dell’articolo 18, o meglio nascere direttamente ricchi con buona pace del resto.

  6. mfan giovedì 27 ottobre 2011 alle 7:03 pm

    lo status quo è tiranno e non vedo perche gli incompetenti,quelli che vivono a spese del sistema e dei genitori dovrebbero mollare!!oggi intanto si festeggia la grandiosa europa,la grecia è salva!!io ne sono felice,adesso è il turno dell italia

  7. lorenzo giovedì 27 ottobre 2011 alle 7:42 pm

    In via puramente teorica sono pienamente d’accordo con te. I vantaggi di un mercato del lavoro più flessibile sono indubbi e la difesa dell’articolo 18 da parte delle nostre beneamate rappresentanze sindacali è puramente ideologica (tipo la storia del 1 maggio per intenderci). Di concetto il tuo post non fa una piega.

    Credo però, caro Albino che tu stia sottovalutando un aspetto fondamentale: stiamo parlando dell’Italia. In una società basata sul merito è indubbio che la flessibilità sia un valore aggiunto, rimangono a casa i fannulloni (per dirla alla Nano di Venezia) e quando mai rimanesse a casa qualcuno che fannullone non è in poco sarebbe di nuovo in sella. Nella nostra bella penisola però la troia che si lima le unghie sta col capo, il venditore che fa la cresta è il nipote del titolare, l’antiquato direttore da 40 anni è amico di qualcuno che sta in alto… Tutti questi personaggi (di pura fantasia s’intende…) anche senza articolo 18 sarebbero più che inderminati… quasi eterni. E per tutti gli altri che Dio gliela mandi buona…

  8. T'aLon giovedì 27 ottobre 2011 alle 8:35 pm

    Albino ha colto nel segno, l’articolo 18 ci frega, ma il sistema stage/contrattiaprogetto aiuta solo quei fanfaroni che il posto fisso lo vogliono dare all’amico.
    Perchè se l’articolo 18 venisse cancellato, e pure gli stage i progettini e contrattini del cavolo, un imprenditore si troverebbe a dover assumere persone che meritano. Perchè se oggi può assumere il raccomandato a tempo indeterminato perchè ha lo stagista che si fa il mazzo, domani non potrà assumere il raccomandato nullafacente perchè dovrà assumere quello che lavora e lo fa fatturare.
    Certo non potrà pretendere di mandare avanti un’azienda con soli raccomandati!

  9. from uk giovedì 27 ottobre 2011 alle 9:40 pm

    Ok d’accordo ocn quanto scritto e d’accordo con i commenti che dicono che in Italia e’ di difficile realizzazione.

    Ma uno di 50-60 anni che viene licenziato perche’ il giovane rende di piu, poi che fa?e questo che non mi torna.chiedo pareri.

    • elicarmi giovedì 27 ottobre 2011 alle 10:36 pm

      probabilmente in altri paesi ha piu’ possibilità di ricollocarsi di quante ce ne siano qui…già io fatico che ho 33 anni e mi dicono che sono vecchia per il lavoro…(perchè non posso esser messa in apprendistato o in stage).magari in australia anche uno di 60 anni riuscirebbe a trovare…albi illuminaci anche su questo…

  10. L. venerdì 28 ottobre 2011 alle 12:07 am

    no, no, no…non ci siamo!!!
    sono consulente in una società privata (very big) che ha come clienti enti pubblici!!! non ci siamo ragazzi!! non si può tenere questo ragionamento!! qui siamo in due che mandiamo avanti la baracca di veri raccomandati!!! non si puo!! e se la mia collega vogliono mandarla a ca dopo una stage di 1 anno (e dico 1 anno), no problem, ne prendono un’altra!!!
    proprio oggi pensavo che se facessero un piccolo sforzo per mettere a contratto indeterminato un po’ di gente, di sicuro aumenterebbero i consumi (molta piu spesa al supermercato, piu ristoranti, più auto, piu gioielli), gli investimenti (piu gente potrebbe permettersi un mutuo, una casa), i bambini (la nuova generazione), le famiglie, la gioia di vivere e la soddisfazione!!! mi sento come se a tanta gente stessero togliendo il diritto di vivere!!!
    passo e chiudo.

  11. mixxi venerdì 28 ottobre 2011 alle 3:02 am

    essendo un lavoratore in proprio posso immaginare che il contratto a tempo indeterminato renda le persone più propense a fare mutui,mettere su famiglia e,in generale,a consumare di più,ma è anche vero che la paura di essere mandati a casa porterebbe alcuni fancazzisti a stare meno ore su feisbuc e produrre qualcosina di più

  12. Lorenzo Petrone venerdì 28 ottobre 2011 alle 5:55 am

    Son bei pensieri, ma son pensieri anglosassoni, forse sei stato via troppo tempo o più probabilmente sei troppo ottimista.

    Idealmente sì, potrebbe esser bello e funzionare ciò che proponi: tutti indeterminati e tutti licenziabili alla bisogna. Di fatto, siamo in Italia, e una delle peggiori abitudini dei nostri legislatori è di prendere dall’estero PEZZI di sistemi e imbelinarli in mezzo ai nostri senza una visione d’insieme, con risultati in genere drammatici.

    Il rischio (ovvero: ciò che voglion fare) è che si limitino a dare libertà di licenziamento senza una controparte di facilità di trovare lavori veri con stipendi che non siano prese in giro.

  13. Grip venerdì 28 ottobre 2011 alle 6:54 pm

    Albino, mi spiace ma hai passato troppo tempo all’estero per renderti conto di come stanno realmente le cose in Italia; l’art. 18 serve per tutelare le persone deboli nei confronti di datori di lavoro che licenziano le persone solo perché osano ammalarsi, osano avere figli, osano alzare la testa per rivendicare i propri diritti; prova a vedere la situazione anche da parte della foglia del bonsai (bonsai che tra l’altro è la strozzatura di un albero che vorrebbe crescere, ma tagliando rami, foglie e radici, rimane piccolo forzatamente).
    Tu dici che in Australia ti pagano dai due ai quattro mesi di stipendio e poi ti trovi un altro lavoro: appunto in Australia, ma qui anche nel “laborioso” Veneto credi che sia così facile trovare un altro lavoro magari 50 anni??? Ma anche a 40. Parli di skills, ma un curriculum di chi ha tante esperienze diverse viene interpretato come una persona inaffidabile che oggi c’è e domani se ne va; uno che comincia a lavorare a 30 anni, perché nessuno l’ha mai assunto, viene interpretato come uno che non ha voglia di lavorare; nella piccola azienda il laureato è “troppo” perché ovviamente potrebbe rimanere poco e cercherà un altro lavoro.
    Poi l’art. 18 c’è solo nelle aziende con più di 15 dipendenti e, ad esempio nella realtà veneta, ci sono migliaia di microaziende, forse la maggior parte, quindi il problema non si pone, ma gente che cerca lavoro e non lo trova ce n’è lo stesso parecchia e pur potendo licenziare più facilmente le aziende utilizzano ugualmente i contratti atipici.
    Sono i contratti a termine, a progetto, i co.co.co., le partite iva forzate, che sono stati introdotti negli ultimi 10/15 anni, che non permettono ai giovani di aver un lavoro stabile non di certo l’art. 18!

  14. GiulioL venerdì 28 ottobre 2011 alle 7:43 pm

    Non e’ facile ricollocarsi dopo una certà eta in Italia. Io ho avuto tutti i tipi di contratti e solo dopo molte lotte si e’ conquistato il famoso posto fisso. Ma te lo devi sempre guadagnare poi se l’azienda e’ in difficolta esistono i strumenti della mobilità e della cassa integrazione. Non siamo in un sistema meritocratico. Siamo nell’Italia del Trota e dello Scilipoti…chi fa carriera non e’ spesso il + bravo…

  15. GiulioL venerdì 28 ottobre 2011 alle 7:49 pm

    Poi diciamola tutta. Nelle aziende private il modo per mandare via le persone le trovano sempre. La reintegrazione del posto di lavoro e’ roba che capita poche volte. Mobbing,dimissioni incentivate…il problema e’ un altro fondamentale. Le tasse sul lavoro. Quasi meta dello stipendio sono tasse. Abbiamo la tassazione + alta dopo la Svezia in europa.. (ma non lo stesso stato sociale). Non esiste un serio sussidio di disoccupazione per cui i lavoratori licenziati che cercano un altra azienda come campano? Potrebbero anche levare la reintegrazione ma la giusta causa no. E’ un principio di civiltà. Intanto in italia i manager raramente pagano per i fallimenti di un azienda. Hanno liquidazioni milionarie. Come rispose un manager di un azienda in fallimento la differenza tra lui e gli operai in cassa integrazione e’ che lui aveva l’elicottero e stava bene e loro no..questa e’ l’Italia.

  16. Akanishi venerdì 28 ottobre 2011 alle 8:48 pm

    Il ragionamento è thatceriano ma trovo che abbia il suo perché. è inutile impuntarsi sull’articolo diciotto se nel frattempo lasci passare le cose più oscene, tipo appunto gli stage trimestrali a 0 €, i contratti-apnea senza contributi, i contratti a progetto al risparmio per non assumere etc.

  17. Paolo sabato 29 ottobre 2011 alle 8:04 pm

    C’è un problema di transiente nel tuo modello 🙂

    Ovvero, nel mercato del lavoro ci sono molte persone che negli ultimi _decenni_ non solo non hanno mai lavorato molto, ma non si sono riqualificate, non si sono aggiornate e così via, per cui se oggi si stabilisse il principio che possono essere licenziati, lo sarebbero a spron battuto, sostituiti da altri lavoratori più giovani. E siccome i sindacati rappresentano chi lavora, è difficile che una norma del genere possa essere da loro condivisa. Inoltre, per quanto io trovi abominevole il fatto che uno non si spacchi in quattro per aggiornarsi, non mi sento di poter dire che sia giusto che dalla sera alla mattina cambiano le regole e questi qui si trovano improvvisamente catapultati nel mondo reale.

    Poi, è certo che dovremmo andare verso un sistema con un contratto di lavoro quasi unico, e non queste precarizzazioni infinite che pagano sempre i più giovani, con un diritto del lavoro semplificato ed omogeneo che rendesse le aziende italiane appetibili ad un investitore estero (che invece oggi scappa di fronte alla complessità delle procedure), ad una legge di rappresentanza sindacale per cui i lavoratori si esprimono con referendum che hanno un esito vincolante per tutti i lavoratori e tutte le parti.

    Solo che questo, in realtà, non conviene nemmeno ai datori di lavoro e ai manager, che sanno che ciò renderebbe le aziende italiane più grandi (mentre ognuno vuole la sua fabbrichetta in cui dettar legge) e più contendibili (mentre ognuno vuole non subire la concorrenza del manager straniero).

    Se si facesse tutto questo, e nel contempo si liberassero quelle risorse per sostenere la flessibilità (ricordiamoci che in Italia non c’è nei fatti un sussidio di disoccupazione, né un concetto di centro per l’impiego come in quasi tutti gli altri paesi UE), sarebbe una riforma del tutto condivisibile; ma nella famosa lettera del governo si dice che i licenziamenti vanno resi più semplici, ma di tutto il resto non si parla manco per sbaglio.

    • ivabellini domenica 30 ottobre 2011 alle 12:44 am

      “ma nella famosa lettera del governo si dice che i licenziamenti vanno resi più semplici, ma di tutto il resto non si parla manco per sbaglio.”

      cosa ti aspettavi da un liberalista come il principe della follia?

      • um martedì 1 novembre 2011 alle 8:14 pm

        Liberalista? Dove? Forse si definisce tale per guadagnare il voto di qualche fesso ma dimostra con le sue azioni di essere qualcos’altro. MAGARI il nostro primo ministro incarnasse i valori del liberalismo, albino non avrebbe avuto bisogno di scrivere questo post…

  18. Pingback:L’articolo 18 « Uguali Amori

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