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Archivi giornalieri: lunedì 9 gennaio 2012

Il giapponese, questo sconosciuto

*premessa: la cosa positiva del post di oggi e’ che parla di Giappone e di giappine; quella negativa e’ che immagino** richieda un minimo di conoscenza della lingua giapponese, quindi se navigate nell’ignoranza mi dispiace ma potreste trovare queste righe un po’ noiose.
**dico immagino perche’ non l’ho ancora scritto e quindi non so come andra’ a finire. Vediamo.

In giro per Tokyo qualche mese fa mi e’ capitato di incrociare in un negozio una coppia di signori sulla sessantina, lui occidentale e lei giapponese. I due parlavano in giapponese, e ricordo che ho sono quasi scoppiato a ridere nel sentire la parlata di lui. Il tipo finiva ogni frase con かしら (kashira, con l’accento sull’ultima a), che per chi non lo sapesse e’ un modo terribilmente effemminato (forse il piu’ effemminato di tutti) di terminare una frase. La persona tipica che finisce le frasi con kashira in Giappone e’ la donna di mezza eta’, ovvero la moglie del tipo che ho incrociato quel giorno. Facendo due piu’ due, si puo’ intuire che i due siano sposati da un bel pezzo, e che lui abbia imparato il giapponese da lei, un po’ come lo straniero medio che va a vivere a Torino e dopo un po’ inizia a mettere il ne’ alla fine delle frasi.

Il problema, cari lettori, e’ che il giapponese inteso come lingua universale parlata dai giapponesi non esiste. Un po’ come l’italiano parlato, che varia da regione a regione, dove il veneto non usa il passato remoto neanche sotto tortura, il toscano dice babbo invece di papa’, il napoletato dice “sto” invece di “sono” per indicare lo stato in luogo, il romano e’ allergico alla particella “re” dei verbi all’infinito anche quando parla in italiano, e via di seguito.

La lingua giapponese segue per certi versi la stessa sorte dell’italiano, solo che laddove l’italiano e’ una lingua a varianza prevalentemente geografica, il giapponese e’ una lingua che varia soprattutto a seconda del contesto sociale. Cosa significa tutto cio’? Significa in parole povere che la signora di mezza eta’ parla un giapponese diverso dalla ragazzina, la quale parla un giapponese diverso dal ragazzino, il quale parla un giapponese diverso rispetto all’uomo di mezza eta’, e dall’anziano, e dal bambino.

Ma non e’ finita. Tutte (o quasi) queste categorie cambiano il modo con cui parlano a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte o della situazione (casual, amici, famiglia, lavoro, ecc.). E’ un po’ quello che succede in italiano quando diamo del Lei, solo che in giapponese cambiano le particelle, cambiano le desinenze verbali, cambiano i tipi di verbi, cambia parte della struttura grammaticale… insomma, cambia tutto.

Questo modo di esprimersi del giapponesi ha svariate conseguenze nei loro rapporti interpersonali: l’ammontare di informazione non detta nei loro discorsi e’ impressionante, e una grossa fetta di quello che dici lo esprimi nel modo in cui lo dici. Un paio di luoghi comuni sui giapponesi e’ che si dice non abbiano un modo ben definito di dire si e no, e che non dicano parolacce. Beh: tutto questo non e’ altro che una conseguenza della loro struttura linguistica. E’ un po’ difficile da spiegare senza dare esempi concreti, ma un giapponese puo’ dire si e no senza bisogno di doverlo dire (o meglio, puo’ dirti di si e allo stesso tempo farti capire che e’ in realta’ e’ un no), a seconda di come si esprime, e anche se non ti manda a fanculo a parole, e’ in grado di ferirti e offenderti molto di piu’ dei nostri vaffanculo, a seconda di come ti parla e del rispetto che ti porta. Parlando poi dei modi di scambiarsi informazione quando si mente o ci si inventa una scusa, sui giapponesi piu’ che un post se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Un esempio classico e’ l’approccio uomo-donna. Nel locale italiano il tipo va dalla tipa, inizia a parlarci, e ci fa conversazione. Poi dopo un po’ ci prova, e lei ci sta o non ci sta, e finisce li’. La tipa sa che il tipo e’ interessato a lei, e risponde di conseguenza. Entrambi non sanno cosa vuole veramente l’altro: se la tipa sia alla ricerca di una storia seria lui non lo puo’ sapere, mentre lei non sa se gli piace veramente o se e’ li’ solo per portarsi a letto la prima che capita. Tattica impone pero’ a lui di non dire esplicitamente che vuole sesso (di solito) per non bruciarsi subito, mentre a lei di non dimostrarsi troppo disponibile, per non rischiare di apparire troppo facile.

In Giappone l’ammontare di informazione sottintesa e’ notevolmente maggiore. Uno straniero che ascoltasse una conversazione da locale tra un giapponese e una giapponese non ci capirebbe niente: il tipo si avvicina, inizia a parlare del piu’ e del meno, lei risponde e poi… magicamente, lui se ne va. Oppure, caso due, lui continua a insistere senza sosta anche se lei lo manda via. Oppure, caso tre, se ne va lei. Oppure, caso quattro, se ne vanno insieme… al love hotel.

Cosa succede tra giapponesi? Lui la approccia usando una forma colloquiale, per accorciare la distanza tra loro. Le dice: ti voglio, anche se le ha solo chiesto l’ora. Lei risponde in maniera ultra-formale, per ripristinare la distanza. Gli risponde non mi piaci, anche se gli ha solo detto che sono le nove meno un quarto.

Oppure: lui l’approccia usando un tono di rispetto. Le dice che e’ un gentiluomo, anche se le ha solo chiesto come si chiama. Lei gli risponde in maniera ultra-formale per dirgli che non si fida di lui. Allora lui scopre le carte e parla in maniera diretta, dicendole che ma che in realta’ vuole solo quello. Lei risponde in maniera diretta a sua volta, facendogli capire che va meglio cosi’, che non e’ venuta in quel bar alla ricerca di una storia seria. Da li’ al materasso il passo e’ breve. A uno straniero che ascoltasse la traduzione simultanea della loro conversazione pero’ tutto questo non verrebbe comunicato, e gli sembrerebbe solo un breve scambio di ciao mi chiamo X, come ti chiami, dove vivi, dove lavori, ecc.

La cosa che mi fa ridere in tutto cio’ e’ che poi quelli che passano per essere persone dirette siamo noi latini, anche se l’ammontare di informazione che ci scambiamo e’ molto inferiore, e siamo costretti a chiedere le cose esplicitamente perche’ non abbiamo altri mezzi per farlo. Per loro invece e’ tutto sottinteso, e per questo ai nostri occhi ignoranti passano per… timidi! (e chiunque abbia avuto a che fare con il Giappone per abbastanza tempo sa bene che timidi proprio non sono, anzi… silenziosi, forse. Riservati, sicuramente. Ma timidi…!).

Questo sistema, capirete, e’ croce e delizia dei gaijin che vivono in Giappone. Delizia perche’ con le tipe a momenti non serve neanche provarci: vai li’, dici due frasi due, e sai gia’ dopo tre secondi se c’e’ trippa per gatti o no. Se ti risponde diretta sai gia’ che e’ praticamente orizzontale, se ti risponde usando verbi troppo formali sai gia’ che te la devi sudare, o che proprio non c’e’ storia. La croce sta invece nel fatto che all’inizio non ci si capisce veramente niente (e non so se ricordate i miei vecchi post del 2008 quando ero io quello che non capiva…). E che anche quando inizi a districarti in questa miriade di regole, capita che sei fottuto in partenza e non lo sai (lo straniero medio ci mette un’eternita’ anche solo a capire quando e come usare i modi di dire “io”, con watashi, boku e ore che in teoria sembrano di facile applicazione ma poi dipende da chi, come, quando, dove, perche’, con chi, da chi, per chi, a chi…).

Sei fottuto in partenza e non lo sai: riuscite a capire perche’? Il motivo, cari lettori, e’ molto semplice: i giapponesi parlano in modi totalmente diversi a seconda di genere ed eta’, e lo straniero impara da loro senza sapere bene cosa sta imparando. Esattamente come il signore che ho incrociato quel giorno, appena apre bocca lo straniero medio indica al suo interlocutore giapponese (1) da chi ha imparato il giapponese e (2) con chi passa la maggior parte del suo tempo.

Gli esempi sono molteplici, ma uno mi fa sorridere. Ripenso al solito locale che ho citato prima. Uno straniero approccia una giappina e le chiede qualcosa. Dopo un po’ che sta parlando le sbatte nella conversazione espressioni come kawaii ne, usa deshou invece di darou, finisce qualche frase di troppo con “no” e magari sovrappensiero (orrore!) addirittura con “nano”!

La giappina a quel punto lo guarda e fa il sorriso dei vincitori. Infatti sa gia’ che il pirlotto ha moglie e figli che lo aspettano a casa, e che comunque ha imparato il giapponese grazie a lunghe e profonde frequentazioni con nipponici di sesso femminile. L’evidenza e’ che lui e’ abituato a usare quel tipo di espressioni per emulazione quando parla con la sua giappina abituale, quella che gli ha insegnato il giapponese (e non s’e’ curata , per tattica o per disinteresse, di fargli notare che quando parla in giapponese usa espressioni femminili al punto di sembrare quasi un ricchione – anzi, magari per la sua donna lui quando parla cosi’ e’ kawaii….).

Poi, badate: a quel punto chi lo sa come va a finire tra i due. Mica e’ detto che lui vada in bianco, anzi alla giappina del bar potrebbe anche andar bene cosi’. Ma questa e’ un’altra storia, un’altra situazione, che magari tratteremo un’altra volta.

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