Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Il giapponese, questo sconosciuto

*premessa: la cosa positiva del post di oggi e’ che parla di Giappone e di giappine; quella negativa e’ che immagino** richieda un minimo di conoscenza della lingua giapponese, quindi se navigate nell’ignoranza mi dispiace ma potreste trovare queste righe un po’ noiose.
**dico immagino perche’ non l’ho ancora scritto e quindi non so come andra’ a finire. Vediamo.

In giro per Tokyo qualche mese fa mi e’ capitato di incrociare in un negozio una coppia di signori sulla sessantina, lui occidentale e lei giapponese. I due parlavano in giapponese, e ricordo che ho sono quasi scoppiato a ridere nel sentire la parlata di lui. Il tipo finiva ogni frase con かしら (kashira, con l’accento sull’ultima a), che per chi non lo sapesse e’ un modo terribilmente effemminato (forse il piu’ effemminato di tutti) di terminare una frase. La persona tipica che finisce le frasi con kashira in Giappone e’ la donna di mezza eta’, ovvero la moglie del tipo che ho incrociato quel giorno. Facendo due piu’ due, si puo’ intuire che i due siano sposati da un bel pezzo, e che lui abbia imparato il giapponese da lei, un po’ come lo straniero medio che va a vivere a Torino e dopo un po’ inizia a mettere il ne’ alla fine delle frasi.

Il problema, cari lettori, e’ che il giapponese inteso come lingua universale parlata dai giapponesi non esiste. Un po’ come l’italiano parlato, che varia da regione a regione, dove il veneto non usa il passato remoto neanche sotto tortura, il toscano dice babbo invece di papa’, il napoletato dice “sto” invece di “sono” per indicare lo stato in luogo, il romano e’ allergico alla particella “re” dei verbi all’infinito anche quando parla in italiano, e via di seguito.

La lingua giapponese segue per certi versi la stessa sorte dell’italiano, solo che laddove l’italiano e’ una lingua a varianza prevalentemente geografica, il giapponese e’ una lingua che varia soprattutto a seconda del contesto sociale. Cosa significa tutto cio’? Significa in parole povere che la signora di mezza eta’ parla un giapponese diverso dalla ragazzina, la quale parla un giapponese diverso dal ragazzino, il quale parla un giapponese diverso rispetto all’uomo di mezza eta’, e dall’anziano, e dal bambino.

Ma non e’ finita. Tutte (o quasi) queste categorie cambiano il modo con cui parlano a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte o della situazione (casual, amici, famiglia, lavoro, ecc.). E’ un po’ quello che succede in italiano quando diamo del Lei, solo che in giapponese cambiano le particelle, cambiano le desinenze verbali, cambiano i tipi di verbi, cambia parte della struttura grammaticale… insomma, cambia tutto.

Questo modo di esprimersi del giapponesi ha svariate conseguenze nei loro rapporti interpersonali: l’ammontare di informazione non detta nei loro discorsi e’ impressionante, e una grossa fetta di quello che dici lo esprimi nel modo in cui lo dici. Un paio di luoghi comuni sui giapponesi e’ che si dice non abbiano un modo ben definito di dire si e no, e che non dicano parolacce. Beh: tutto questo non e’ altro che una conseguenza della loro struttura linguistica. E’ un po’ difficile da spiegare senza dare esempi concreti, ma un giapponese puo’ dire si e no senza bisogno di doverlo dire (o meglio, puo’ dirti di si e allo stesso tempo farti capire che e’ in realta’ e’ un no), a seconda di come si esprime, e anche se non ti manda a fanculo a parole, e’ in grado di ferirti e offenderti molto di piu’ dei nostri vaffanculo, a seconda di come ti parla e del rispetto che ti porta. Parlando poi dei modi di scambiarsi informazione quando si mente o ci si inventa una scusa, sui giapponesi piu’ che un post se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Un esempio classico e’ l’approccio uomo-donna. Nel locale italiano il tipo va dalla tipa, inizia a parlarci, e ci fa conversazione. Poi dopo un po’ ci prova, e lei ci sta o non ci sta, e finisce li’. La tipa sa che il tipo e’ interessato a lei, e risponde di conseguenza. Entrambi non sanno cosa vuole veramente l’altro: se la tipa sia alla ricerca di una storia seria lui non lo puo’ sapere, mentre lei non sa se gli piace veramente o se e’ li’ solo per portarsi a letto la prima che capita. Tattica impone pero’ a lui di non dire esplicitamente che vuole sesso (di solito) per non bruciarsi subito, mentre a lei di non dimostrarsi troppo disponibile, per non rischiare di apparire troppo facile.

In Giappone l’ammontare di informazione sottintesa e’ notevolmente maggiore. Uno straniero che ascoltasse una conversazione da locale tra un giapponese e una giapponese non ci capirebbe niente: il tipo si avvicina, inizia a parlare del piu’ e del meno, lei risponde e poi… magicamente, lui se ne va. Oppure, caso due, lui continua a insistere senza sosta anche se lei lo manda via. Oppure, caso tre, se ne va lei. Oppure, caso quattro, se ne vanno insieme… al love hotel.

Cosa succede tra giapponesi? Lui la approccia usando una forma colloquiale, per accorciare la distanza tra loro. Le dice: ti voglio, anche se le ha solo chiesto l’ora. Lei risponde in maniera ultra-formale, per ripristinare la distanza. Gli risponde non mi piaci, anche se gli ha solo detto che sono le nove meno un quarto.

Oppure: lui l’approccia usando un tono di rispetto. Le dice che e’ un gentiluomo, anche se le ha solo chiesto come si chiama. Lei gli risponde in maniera ultra-formale per dirgli che non si fida di lui. Allora lui scopre le carte e parla in maniera diretta, dicendole che ma che in realta’ vuole solo quello. Lei risponde in maniera diretta a sua volta, facendogli capire che va meglio cosi’, che non e’ venuta in quel bar alla ricerca di una storia seria. Da li’ al materasso il passo e’ breve. A uno straniero che ascoltasse la traduzione simultanea della loro conversazione pero’ tutto questo non verrebbe comunicato, e gli sembrerebbe solo un breve scambio di ciao mi chiamo X, come ti chiami, dove vivi, dove lavori, ecc.

La cosa che mi fa ridere in tutto cio’ e’ che poi quelli che passano per essere persone dirette siamo noi latini, anche se l’ammontare di informazione che ci scambiamo e’ molto inferiore, e siamo costretti a chiedere le cose esplicitamente perche’ non abbiamo altri mezzi per farlo. Per loro invece e’ tutto sottinteso, e per questo ai nostri occhi ignoranti passano per… timidi! (e chiunque abbia avuto a che fare con il Giappone per abbastanza tempo sa bene che timidi proprio non sono, anzi… silenziosi, forse. Riservati, sicuramente. Ma timidi…!).

Questo sistema, capirete, e’ croce e delizia dei gaijin che vivono in Giappone. Delizia perche’ con le tipe a momenti non serve neanche provarci: vai li’, dici due frasi due, e sai gia’ dopo tre secondi se c’e’ trippa per gatti o no. Se ti risponde diretta sai gia’ che e’ praticamente orizzontale, se ti risponde usando verbi troppo formali sai gia’ che te la devi sudare, o che proprio non c’e’ storia. La croce sta invece nel fatto che all’inizio non ci si capisce veramente niente (e non so se ricordate i miei vecchi post del 2008 quando ero io quello che non capiva…). E che anche quando inizi a districarti in questa miriade di regole, capita che sei fottuto in partenza e non lo sai (lo straniero medio ci mette un’eternita’ anche solo a capire quando e come usare i modi di dire “io”, con watashi, boku e ore che in teoria sembrano di facile applicazione ma poi dipende da chi, come, quando, dove, perche’, con chi, da chi, per chi, a chi…).

Sei fottuto in partenza e non lo sai: riuscite a capire perche’? Il motivo, cari lettori, e’ molto semplice: i giapponesi parlano in modi totalmente diversi a seconda di genere ed eta’, e lo straniero impara da loro senza sapere bene cosa sta imparando. Esattamente come il signore che ho incrociato quel giorno, appena apre bocca lo straniero medio indica al suo interlocutore giapponese (1) da chi ha imparato il giapponese e (2) con chi passa la maggior parte del suo tempo.

Gli esempi sono molteplici, ma uno mi fa sorridere. Ripenso al solito locale che ho citato prima. Uno straniero approccia una giappina e le chiede qualcosa. Dopo un po’ che sta parlando le sbatte nella conversazione espressioni come kawaii ne, usa deshou invece di darou, finisce qualche frase di troppo con “no” e magari sovrappensiero (orrore!) addirittura con “nano”!

La giappina a quel punto lo guarda e fa il sorriso dei vincitori. Infatti sa gia’ che il pirlotto ha moglie e figli che lo aspettano a casa, e che comunque ha imparato il giapponese grazie a lunghe e profonde frequentazioni con nipponici di sesso femminile. L’evidenza e’ che lui e’ abituato a usare quel tipo di espressioni per emulazione quando parla con la sua giappina abituale, quella che gli ha insegnato il giapponese (e non s’e’ curata , per tattica o per disinteresse, di fargli notare che quando parla in giapponese usa espressioni femminili al punto di sembrare quasi un ricchione – anzi, magari per la sua donna lui quando parla cosi’ e’ kawaii….).

Poi, badate: a quel punto chi lo sa come va a finire tra i due. Mica e’ detto che lui vada in bianco, anzi alla giappina del bar potrebbe anche andar bene cosi’. Ma questa e’ un’altra storia, un’altra situazione, che magari tratteremo un’altra volta.

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24 risposte a “Il giapponese, questo sconosciuto

  1. Andrea O. lunedì 9 gennaio 2012 alle 12:25 pm

    “Kashira”, per qualche ragione sociolinguistica che non afferro del tutto, è anche usato dai professori maschi giapponesi di Todai (dell”Università di Tokyo). Sentito più volte con le mie orecchie da due soggetti diversi.

  2. ivabellini lunedì 9 gennaio 2012 alle 12:25 pm

    perchè complicarsi così la vita, basta frequentare solo jappine che stanno studiando l italiano no!?
    e poi ho il sospetto che ce la meni un pò troppo…dici molto bene, ma queste giapponesi sanno benissimo che gli occidentali a certe cose non arrivano e si comportano di conseguenza, hai fatto pure un esempio rapido di questo, che problemoni ci sarebbero? (almeno per le tipe da bar)
    Andiamo al nocciolo, lo “scopamento”, da quello che scrivi sembrerebbe che la jappina tipo e i suoi compaesani siano gente che scopano normalmente come un riccio, per cui entrano in un locale senza nessuna timidezza come tanti italiani, si siedono vicino a una tipa minigonnata con quello scopo li e lei lo stesso o che almeno non trova stano di essere abbordata come se fosse un biglietto da timbrare in metro e quindi parla in un determinato modo come hai spiegato…si ma…allora mi chiedo, questi jappi hanno una vita sessuale di almeno il doppio di un italiano medio, per comportarsi come animali in cerca di accoppiamento, cioè praticamente senza inibizioni al di là dell apparenza linguistica come fai notare?? o si beccano un infintà di 2 di picche???

  3. SirDiC lunedì 9 gennaio 2012 alle 1:50 pm

    Io però ho anche notato che nella vita reale non ci sono grandi distinzioni tra linguaggio maschile-femminile, e queste cose sono più che altro relegate alla finzione tipo manga e film.
    Quindi talvolta gli uomini usano il cosiddetto linguaggio femminile, e pure le donne non ne abusano come quanto si vede nei film. Anch’io ho sentito molti signori attempati dire parole tipo kashira o atashi.
    Sull’approccio alle sconosciute però non essendo esperto non mi posso pronunciare, mi fido ciecamente e se mi capita cerco di mettere in pratica!

  4. Akanishi lunedì 9 gennaio 2012 alle 4:05 pm

    dai albino hai una certa età, mi stai ancora a disquisire su come approcciare giappine nei locali. tsx, itariajin…

  5. destinazioneestero lunedì 9 gennaio 2012 alle 5:30 pm

    Non conosco il giapponese, ma sei stato chiarissimo. Grazie per questa pagina sulla lingua giapponese, è molto interessante.

  6. max puliero lunedì 9 gennaio 2012 alle 5:46 pm

    auhauhauhauh, oooooo quanto hai ragione…. Ma il “nano” lo usano spesso anche i maschi daaaiiiiiiii !

  7. Liven martedì 10 gennaio 2012 alle 1:10 am

    Post interessantissimo!!! Non parlo una parola di giapponese ma sei stato impeccabile nella spiegazione^^ Cmq un tempo una situazione vagamente simile succedeva anche da noi…Il tipo di morfologia, la sequenza linguistica e la scelta lessicale davano informazioni molto precise sul messaggio, sui suoi sottintesi e anche su chi stava parlando ( parliamo dell’italiano “puro” fino all’800). Credo che da noi si sia perso più che altro per una questione sociale.
    Mi pare di aver capito, durante la lettura dei tuoi post, che ci sono degli status piuttosto rigidi nella società giapponese e che quindi anche il modo di parlare ne sia fortemente indicativo ma non ho compreso bene una cosa…Credo sia “molto comodo” per un approccio capire subito le intenzioni del parlante ma in altri ambiti non comporta anche una forte demarcazione della propria posizione sociale? Un po’ come un popolano del nostro quattrocento che parla con un conte? In parole povere la giappina da come parla il suo interlocutore può comprendere il suo “740”, oppure è più una questione di sola intenzione? Un salutone

  8. The Witch Of Oz martedì 10 gennaio 2012 alle 1:50 am

    bellissimo post!!! mi sono divertita un sacco a leggerlo e lo trovo verissimo! 😀
    finalmente qualcuno che dice qualcosa di vero sui giapponesi!

  9. from uk martedì 10 gennaio 2012 alle 2:03 am

    molto molto interessante, certo che sono complicati.

  10. The Witch Of Oz martedì 10 gennaio 2012 alle 2:08 am

    albino però adesso sono curiosa… a posteriori, la storia di Momoka e dell’amica, sapresti rivalutarla, capirla, osservarla con occhi giappici? 😀 cos’era davvero successo quel sabato notte? 😀
    potresti farci un post a parte 😉

  11. majin martedì 10 gennaio 2012 alle 2:09 am

    interessante ma le cose non girano sempre cosi,se sei kakkoi, in Giappone come nel resto del mondo puoi parlare anche in aramaico ma le tipe le porti dove vuoi.

  12. Mr. Spectator martedì 10 gennaio 2012 alle 2:49 am

    Molto interessante questo articolo. Sapevo che il giapponese fosse una lingua molto complicata, ma non così tanta. Probabilmente è proprio questo fattore che la rende intrigante! E comunque penso anche io che alla fine le giappine ci stanno anche se si parla aramaico AHAH

  13. Anonymous martedì 10 gennaio 2012 alle 5:24 am

    Mi sei sempre stato simpatico, e ti leggo da anni.
    Ma ora che hai usato il termine “ricchione” credo che ti seguirò un pò meno. Mi sei calato davvero tanto.

    • albino martedì 10 gennaio 2012 alle 7:48 am

      Su su, non esageriamo! Non avevo certo intenzioni offensive: se avessi scritto che così si ha una parlata da omosessuale non avrebbe retto il pathos comico/cinico del momento!
      Era una frase ad effetto, mica una presa di posizione! È vero, i gay in Giappone parlano usando espressioni femminili (quando vogliono). Ma come potevo rendere il concetto altrimenti?!

  14. Emanuela martedì 10 gennaio 2012 alle 6:47 am

    In pratica il discorso che mi ha fatto il sensei alla prima lezione di giapponese.
    Anche se lui non ha fatto l’esempio del rimorchio nei locali, ma devo dire che così è più semplice capire il concetto! 🙂

  15. Ivan Mrankov martedì 10 gennaio 2012 alle 8:22 am

    Credo questo sia il tuo miglior post di sempre. Forse ne hai scritti di piu’ divertenti ma come post divulgativo e’ IL MIGLIORE. Bravo.

    In quanto al ricchione, almeno in nord Italia da decenni ormai non e’ espressione usata con l’intenzione di offendere. Per dare del gay in maniera dispregiativa si usano altri termini. E’ vero che a volte ci sono persone piu’ sensibili di altre a certi epiteti ma anche queste dovreberro guardare al fine ultimo dello scrittore che palesemente non sono intenazionalmente offensive. Il politically correct a ogni costo e’ palloso e si finisce con le abberrazioni USA dove ormai in TV hanno paura di dire Buon Natale e devono usare Buone Feste. A propsito come sono messi a riguardo in Australia?

  16. supernella martedì 10 gennaio 2012 alle 8:49 am

    Ho trovato questo tuo raccontino stupendo, non conosco praticamente nulla del Giappone tranne il nome della Capitale e i cartoni di Miyazaki…e mi hai quasi aperto un nuovo mondo…(già la prospettiva era cambiata davanti al primo piatto di sushi quando ho scoperto che le cose da mangiare dei cartoni animati, esistevano DAVVERO!).

  17. elicarmi giovedì 12 gennaio 2012 alle 1:58 am

    anche se non capisco il senso delle parole giappe che hai scritto,il concetto è chiaro e pure divertente…e mi è venuto in mente il mio ex titolare che andava spesso in giappone per delle fiere e mi aveva parlato anche lui di sta cosa, ma me ne aveva detta anche un’altra di interessante, a livello sessuale, sul fatto che anche in treno, o nei sottopassi molti uomini provavano a mettere le mani sotto la gonna di ragazzini, le quali venedvano la frittolina per prendersi la borsa firmata o cose simili…ma magari di questa cosa ce ne parlerai in un altro post…ma lo sai che ho scoperto che una cosa simile (del linguaggio vario ed eventuale) c’è anche in inghilterra…

  18. mimi mercoledì 18 gennaio 2012 alle 4:24 pm

    premessa: sono arrivata al tuo blog tramite ricerca di roba da giappine ma non sono un otaku ^^

    detto questo…ma che bel blog!!!sto iniziando la mia vita da gaijin e ci sono ancora taaaanti aspetti della vita giapponese che non capisco, devo dire che i tuoi post aiutano molto (tra l’altro ho in ballo anche un viaggetto in australia quindi capiti proprio a fagiolo…). Questo post in particolare mi ha fornito diversi elementi utili per capire certe situazioni… ^^ ora so che il giappino che dopo cena mi ha invitato al love hotel, con il risultato di farmi scappare via inorridita e scandalizzata perchè era la nostra prima cena insieme e per me lui era un “maschio amico”, non voleva darmi apertamente della pu**ana ma si stava comportando in modo del tutto standard. fantastico. XD

    sappi che inizierò a seguirti con religiosa costanza.

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