Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Mensili: febbraio 2012

Ricordi

Ma indovinate chi e’ che dal 2005 al 2008 ha portato a termine la fase 1 nonché la fase 2 di questo progetto? (notizia di ieri, sul Corriere).

Quando abbiamo iniziato eravamo 7 ingegneri in una stanza senza finestre. Dopo 3 anni ero su uno di questi bestioni col sacco a pelo a farmi le cavalcate da 600Km di notte, mentre il sistema automatico guidava il treno pilota.

Che ricordi. Ogni volta che rivedo uno di quelli che han condiviso quell’esperienza con me, c’e’ qualcosa di magico mentre si parla di quell’esperienza. Dei cicloni, degli intoppi, delle conquiste, del deserto.

(E, scusate se me ne vanto, ma ero io l’unico italiano del progetto).

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Fermi tutti

Gran calma gente, ho finito di lavorare e sto tornando a Sydney. Domani ci racconto com’è andata!

Non ci si annoia mai

Una cosa che mi affascina della mia azienda è il metodo schizofrenico con cui mi prenotano gli hotel.

Cioè, in teoria la regola vorrebbe che si vada tutti in 4 stelle. Ok. Solo che a Melbourne mi hanno prenotato un 5 stelle a mia insaputa, mentre qui a Brisbane mi hanno cazzato su un motel delle puttane.

Che valga la legge del contrappasso alberghiero?

2012, Ritorno a Brisbane

Con questa settimana si conclude il mio febbraio vagabondo. E finalmente, aggiungerei. Ho passato 3 weekend su 4 via da Sydney, e ben 3 settimane tra Tokyo, Melbourne e (da oggi fino a fine mese) Brisbane. (A marzo, si spera, me ne resto qui tranquillo a godermi un po’ di pace e la fine dell’estate).

Oggi alle 16 arriva a prendermi l’ennesimo taxi per l’aeroporto. Destinazione Brisbane, come dicevo. La mia vecchia città’ dove ho passato 4 anni della mia vita, da ottobre 2005 a ottobre 2009.

Devo confessare di essere un po’ (parecchio) emozionato. Non vedo l’ora di vedere i vecchi posti, respirare la vecchia aria. Con tutti i suoi difetti, Brissy resta sempre un posto da sogno, e devo dire che mi e’ mancata un po’ in questi anni. Non dimentichiamo che la vista dal mio balcone di casa nel passaggio da Brissy alla Metropoli tentacolare e’ diventata da così’

A cosi’:

(cosa non si farebbe per le giappine, ahn?)

Naturalmente il volo di oggi lo faccio rigorosamente in infradito e pantaloni corti, come vogliono i costumi del luogo.

Queensland, sto arrivando!

albino vs i tassisti di Sydney

Premessa. Ieri sono tornato a Sydney col volo delle 18. Ho avuto talmente da fare che nella foga di prendere il taxi per l’aeroporto ho dimenticato il trolley nella macchina a noleggio del mio collega. Fortuna che lo rivedo lunedì a Brisbane. Arrivato a Sydney, in coda al taxi sono capitato davanti a un maleducatissimo cafone italiano vestito da picciotto in gessato blu e con l’accento del centro Italia, Abruzzo-Molise forse, che per risparmiare la chiamata al telefono ha chiamato la mamma in viva voce con l’ipad, disturbando (ovviamente senza curarsene) una buona cinquantina di persone intorno a lui, e raccontando alla mamma una serie di cose assolutamente inutili pensando che nessuno lo capisse. Tipo che questo weekend va a guidare le ferrari e poi ha una festa e poi un aperitivo e poi va in spiaggia e poi ha un compleanno, o che si trasferisce a Perth e gli ultimi giorni dorme da un’amica per risparmiare sull’affitto. E poi a tranquillizzare la mamma dicendole che nono figurati, a Perth non ci sono i coccodrilli. Tutte cose che interessavano a tutti e cui tutti hanno partecipato loro malgrado, soprattutto quando ha attaccato il video per far vedere la fila di gente alla mamma. Roba da arresto, o per lo meno da calci in culo.

Poi finalmente arriva il mio turno di salite in taxi.

taxi driver (con accento mediorientale): where do you wanna go mate?
albino: to (indirizzo di albino) please.
td: Hey bro, can I ask you a favor?
albino: Sure.
td: Do you mind if on the way to your place I pick up a friend that want to go to Chatswood?
albino: Yes, I do mind.
td: …what!
albino:
I had a tough day today, I’m tired and I just want to go home.
td: Hey bro, you are not the only one, I had a tough working day too!
albino: Yes, but the difference is that I am the one who’s paying.
(segue breve serie di imprecazioni in arabo, chiamata a una tipa apparentemente incazzata, sempre in arabo, e cinque minuti di silenzio).

td: …Hey bro, where is your accent from?
albino: I’m Italian.
td: Ah! Italiano! Mafioso!
albino: No, I’m not mafioso, I’m from the north, and I hate Italians. Drive.

Dalla stanza della meditazione

Stavo pensando che ci sono cose che vorrei condividere dei miei ultimi giorni qui a Melbourne, tipo qualche considerazione sulla citta’, i posti, le cose. O anche sulla mia situazione lavorativa, chiuso in una stanza senza finestre dall’alba al tramonto, quando fuori ci sono cieli azzurri, e oggi 35 gradi. Robe da spiaggia.

Ma purtroppo fra due minuti devo scendere a fare il check-out, salire in macchina, farmi l’ultimo giorno di lavoro nella stanzetta senza finestre. Alle 6 ho l’aereo per Sydney (evvai, con questo prendo la carta Gold di Qantas = posso fare il check-in dalla business class con tutte le linee di Oneworld + 10 chili di sovrappeso nel bagaglio + entrare nelle lounges anche quando volo in economy).

(Ah, ovviamente la stanza della meditazione significa che sto scrivendo questo post seduto al cesso.)

Doccia fredda

Hotel 5 stelle, tre notti 1000$ (colazione esclusa, ma tanto non pago io).

Messaggio sotto la porta: ci scusiamo, purtroppo la caldaia e’ rotta.

Adesso vado giu’ in reception e gli tiro quattro porchi.

albino vs i tassisti di Melbourne

taxi driver: where do you wanna go mate?
albino: Como hotel please (con "Como" pronunciato sovrappensiero come la citta’ italiana)
td: Where?
albino: Como! (pronunciato con pronuncia aussie)
td: Where?
albino: Como! (alta voce, stessa pronuncia)
td: Ah! Como! (Pronunciato in maniera diversa, come se fosse scritto "chiuoumo", piu’ o meno).
albino:
(tua madre quella…) …yes. Please.
td: Where are you from? Germany?
albino: No, I’m Italian.
td: Bullshit! You are blond!
albino: Yes. I’m Italian.
td: Ohh… ciao, paisa’!
albino: No. I’m not paisa’. I come from the north. Drive.

La noia, la noia, la noia

Io sinceramente il senso di esistere di twitter faccio ancora fatica a capirlo. (A parte che mi sembra un doppione dello status di facebook, ma vabbe’). Vi faccio un esempio simulando a caso cosa avrei potuto scrivere negli ultimi giorni.
E’ da un paio di giorni che fa bel tempo qui a Sydney. Tanto che oggi mi sono dimenticato a casa l’ombrello, e infatti ora all’orizzonte vedo nuvole di tempesta. #edmondo_bernacca

Visto che faceva bellissimissimo, sabato sono pure andato al mare, a Manly Beach… c’era un’acqua che sembrava di essere in piscina. #figata

gnegnegne sabato sono andato al mare, e voi a ghiacciarvi il culo. #ghghgh

domani vado a Melbourne per lavoro. Torno venerdi sera. #ilviaggiatore

Domenica vado a Brisbane per lavoro. Torno mercoledi della settimana dopo. #ilviaggiatore

…Ecco. Io non so cosa ci trovi la gente. Sul serio. Viene da dire chissenefotte pure a me che li ho scritti, figurarsi a chi li legge. Qualcuno mi spiega che senso ha leggere quello che qualcuno sta pensando o facendo, in 140 (o quanti sono) caratteri?

Boh.

Il fascino macabro dell’ignoranza

Ogni volta che guardo le news italiane da telefonino, mi tornano in mente le parole di Steve Jobs quando nel 2007 ha introdotto per la prima volta l’iphone. In quell’occasione Steve ha presentato un dispositivo mobile che non navigava tra riproduzioni (tipo WAP) delle pagine internet per telefonino, ma dava l’opportunità’ di navigare l’internet “vero”, di vedere le stesse pagine che si vedono da computer. (a parte quel ricettacolo instabile di malware mangiabatteria chiamato Adobe Flash, che giustamente e’ stato escluso – ma questo e’ un altro discorso).

Ma purtroppo, all’epoca Steve non aveva fatto i conti con l’ingordigia di alcune testate italiane. Nel 2012, a distanza di cinque anni, ci ritroviamo con il mondo intero che naviga spensierato da smartphone. E’ ormai naturale che uno si svegli la mattina e vada a guardarsi le news da smartphone, magari mentre sta seduto al cesso. O si metta a leggere le ultime mentre va al lavoro, o in pausa caffè’, o mentre fa la fila dal dottore. Eccetera, eccetera.

Eppero’, a volte che capita che il malcapitato essere umano sia italiano, e voglia vedere le news italiane. Allora apre google news e inizia a scorrere le varie notizie. Quando ne trova una interessante, la clicca e diciamo che giustamente si aspetta di essere reindirizzato alla notizia. Giusto?

Anche no. Perche’ se la notizia proviene da alcune grosse testate come Il corriere, Repubblica, la gazzetta, eccetera… si ritrova nella versione per iphone della testata. Capiamoci: non l’internet vero che Steve Jobs aveva presentato nel 2007: la testata “legge” il tuo collegamento, sa che ti colleghi da iphone, e ti reindirizza alla versione ottimizzata per iphone. Fin qui niente di male, lo fanno in molti… se non che queste versioni italiane delle testate sono… a pagamento!

Ci rendiamo conto? Questi ladri farabutti, non contenti di prendere la pubblicità’ e i sussidi pubblici, ti vogliono pure far pagare per vedere le notizie da smartphone!

Devo ammettere che la cosa ha un certo fascino, almeno ai miei occhi. Il fascino macabro dell’ignoranza. Il non capire che internet nel 2012 dev’essere libera e fruibile da tutti, l’essere disposti a perdere lettori da mobile pur di raccattare quattro soldi dagli afficionados disposti a pagare. E anche il fatto di chiedere i soldi con un sistema ormai trapassato e destinato presto a scomparire come l’sms. Pazzesco. Ma il fascino macabro dell’ignoranza e dell’arretratezza non e’ solo in queste testate. Sta pure nella versione italiana gestita da italiani di google news, che non oscura questi siti. Sta pure nei caproni che mandano l’sms e si abbonano a queste testate per leggere le notizie, invece di mandarli giustamente a fanculo e migrare ad altri migliori lidi.

E’ evidente che gli editori di queste testate mancano di visione d’insieme, e ignorano o fanno finta di ignorare il fatto che la connessione da mobile e’ il futuro. Si accontentano di fare il loro sporco interesse spremendo il più’ possibile l’utente-capra di oggi, che evidentemente preferisce pagare l’abbonamento.

La cosa più agghiacciante e’ il pensiero che la rete mobile italiana sia piena di questi utenti-capra. Me li immagino. Sono l’uomo di mezza eta’ che legge il corriere da trent’anni, e una volta che si fa l’iphone la prima pagina che si aggiunge ai bookmarks e’ quella del corriere. Inforca l’occhiale da presbite, legge dell’sms, fa spallucce e clicca. E’ lo studentello di buona famiglia e di sinistra borghese che legge Repubblica. Sotto la kefiah c’ha il suo bell’iphone 4s regalato dal papi, e che volete che sia per lui privarsi di una minima parte della mancia per leggere la sua testata borghese di sinistra ufficiale preferita? E’ il tele-rimbambito, che bene istruito in anni di campagne televisive e televoti, e’ ormai assuefatto a inviare sms a vanvera senza quasi rendersi conto che sta spendendo soldi. E’ il tifoso idiota che legge la gazzetta e non può’ farne a meno neppure da telefonino, anche se e’ a pagamento.

Le parole Italia e tecnologia dovrebbero apparire alla stessa voce, nel dizionario dei sinonimi e dei contrari. Come contrari, logicamente.

Quando meno te lo aspetti, lo Spettacolo

Quando vivi qui in downunder ci sono delle immagini tipicalmente australiane che ti piombano tra capo e collo come fulmini a ciel sereno. E non mi riferisco ad aborigeni che suonano il didgeridoo ai bordi della strada o a koala sugli alberi: no.

Questa mattina sopra la citta’ c’era un cielo alto e azzurro, cristallino. L’aria era fresca e pura come quella di montagna, ma e’ cosi’ che si respira da queste parti, anche in citta’. Seduto sul mio sedile d’autobus, ad un certo punto sono passato davanti al solito parco che attraverso ogni mattina. Frenata, fermata, gente che scende e gente che sale.

Mi sono messo a guardar fuori, e a qualche metro da me c’erano quattro tipe che si rincorrevano sul prato. Avranno avuto una ventina d’anni o giu’ di li’ (o forse meno). T-shirt con le maniche arrotolate, pantaloncini corti, capelli lunghi stretti in coda di cavallo, corpi tonici, magre, gambe affusolate, e soprattutto: due bocce cosi’, cadauna (x4 tipe = 8 bocce). Giocavano a rugby, alle 8 e mezza del mattino, sul prato del parco, lanciandosi la palla e rincorrendola e saltandosi addosso.

Cioe’, immaginate quattro veline che giocano a rugby su un prato. Le avete immaginate? Ecco, piu’ o meno cosi’. E poi immaginate me, sul mio sedile d’autobus, con la bocca spalancata a guardare questa immagine bucolica, ma piu’ che bucolica la definirei bocciofila, cosi’ esterrefatto da non avere neanche il tempo di tirar fuori il telefono per fare una foto (che poi mi pareva anche un po’ brutto, con tutto il bus che mi guardava).

Pazzesco.

Il Principio di Peter

Correva l’anno 2000 o giu’ di li’, e io ero impegnato con l’inizio della mia tesi e uno dei miei ultimi esami. Era uno di quegli esami tipo Elettronica Applicata 2, di quelli facoltativi che puoi sceglierti agli ultimi anni di corso, in quel brevissimo periodo in cui quello che studi e’ veramente interessante (anche perche’ ti scegli quello che ti piace). Il prof era prossimo al milione di anni d’eta’ (e infatti oggi e’ passato a miglior vita, pace all’anima sua), una di quelle figure monumentali tipiche delle facolta’ di ingegneria: ingegnere per passione col regolo in tasca, abito con panciotto e cipollone per controllare l’ora, barbetta e capello bianchissimi, aria bonacciona da nonno, vecchio stampo, conti a mano e pedalare.

L’esame lo chiamavamo in gergo “elettronica bellica“, perche’ il prof. amava raccontare aneddoti di applicazioni pratiche e storie di come certe tecniche e tecnologie fossero state inventate (guarda caso, spesso in tempo di guerra). Era uno di quegli esami con ore di laboratorio in cui dovevi metterti a creare in pratica quello che avevi calcolato e progettato. Utilissimo soprattutto perche’ dopo quell’esame avevi finalmente acquisito abbastanza esperienza manuale da poter zittire i periti elettronici e la loro tendenza a dire che gli ingegneri non sanno distinguere un transistor da una resistenza. Vabbe’.

Uno dei ricordi piu’ nitidi di quel vecchio prof e’ il fatto che ci ha introdotto per la prima volta alla Legge di Peter, o meglio (avrei scoperto poi) al Principio di Peter: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.

Cosa significa il principio di Peter? Semplice: in una scala gerarchica tipo quella aziendale, se sei bravo a fare il tuo lavoro col tempo ti promuovono. Se sei bravo nella mansione successiva ti promuovono ancora, e cosi’ via fino a quando raggiungi il tuo livello di incompetenza: ovvero fino a quando ti danno una posizione in cui non sai quello che stai facendo, fai male il tuo lavoro e quindi non ti promuovono piu’.

L’esempio che riportava il mio prof  era piu’ o meno come quello citato da wikipedia: c’e’ un operaio bravissimo a usare il tornio, che quindi viene promosso a capoturno con mansioni di responsabilita’, e questo implica che deve iniziare a gestire il personale sottoposto. Pero’ lui e’ stato formato e ha esperienza solo ad usare il tornio: non ha idea di come si gestiscano la sicurezza e le ferie e tutte queste cose qui. Quindi una volta raggiunto quello che e’ il suo livello di incompetenza, l’operaio una volta divenuto responsabile smette di essere promosso.

La teoria e’ questa. Poi la vita in realta’ ci insegna che, come in ogni sistema non ideale, il tutto e’ influenzato da nepotismi e spintarelle varie che fanno andar su gente ben al di sopra del suo livello di incompetenza. O, come sembra stia succedendo a me in questi giorni, alle volte sei cosi’ bravo in quello che stai facendo che l’azienda ti dice che non puo’ permettersi (ma sembra non voler) farti salire di livello, senno’ ti perde. E ti ritrovi a dover combattere con egoismi di managers che non vogliono lasciarti andare, diritti acquisiti di gente che e’ in azienda da prima di te, insostituibilita’ apparente, ecc. ecc. ecc.

Ma d’altronde il mio prof era un vecchio barone di famiglia, e lui la vita vera probabilmente non l’aveva mai vissuta in vita sua. E Laurence Peter, pure lui, da buon psicologo che minchia volete ne capisse di condizioni al contorno? Perche’ il Principio in realta’ dovrebbe essere una Legge, come suggeriva il mio vecchio prof, e dovrebbe cominciare con “in una societa’ ideale e perfettamente meritocratica…

Freddo elenco di ricordi da ricordare

Di questo viaggio in Giappone ricorderò sempre:

– La tristezza di Shimbashi la domenica pomeriggio, quando ciò che incontri sono solo tristi salaryman che fumano davanti ai combini.

– La megaazienda giapponese di fantozziana memoria, protetta come Fort Knox. L’ultimo piano superprotetto da guardie dove abbiamo fatto il meeting. Il giro finale del piano quando ci hanno portato a vedere la collezione aziendale di quadri. Il pezzo forte della collezione, un Botticelli che quando l’ho visto a mezzo metro dal mio naso non ci volevo nemmeno credere.

– Shibuya, la bellezza di Shibuya, il mio amore sconsiderato per Shibuya. Gotanda, i vecchi posti, la vecchia casa. Ebisu, che in fondo a ben guardare e’ il posto più bello che c’e’ a Tokyo, e dove vorrei vivere se dovessi tornare.

– La malinconia di scoprire che i miei amici a Tokyo sono sempre meno, sempre più impegnati. Il sentirmi a mio agio solo con quei soliti due o tre, e per il resto lo scoprire che in fondo la vita va avanti anche senza il buon albino. Un po’ com’e’ successo in Italia (ma quelli che restano sono quelli speciali, e forse in fondo in fondo uno dei vantaggi più importanti dell’emigrare e’ che ti si scremano le amicizie e quel che ti resta e’ solo il Meglio).

– La figata di essere spesato di tutto dall’azienda, treno compreso, pranzo e cena compresa. La libertà di potermene tornare a casa in taxi la sera anche prima dell’ultimo treno. Dall’altro lato, il culo così che mi sono fatto coi clienti giappi, robe da mattina a notte inoltrata. Mi sono scavato i miei 3-4 sacrosanti giorni per me, ma a ben vedere e’ la mia azienda che ha fatto l’affare a mandarmi li’.

– Il fatto che un misero weekend e mezzo a Tokyo sono nulla, anche se ci si deve accontentare. In tutta onesta’, se potessi scegliere non so mica se preferirei essere mandato li’ una settimana ogni tre mesi come succede adesso, o un mese all’anno in un’unica soluzione con cui ti togli lo sfizio e ti metti il cuore in pace fino alla prossima (anche se devo dire che con l’opzione tre mesi faccio un disastro di miglia, contando che volo in business).

– Che ho passato dieci giorni a Tokyo e non sono mai andato a Roppongi. Peggio dell’ultimo dei fricchettoni nippofili che vanno a templi e non si vogliono mischiare ai gaijin (ma in realtà non ci sono andato semplicemente perché non c’e’ stata la situazione giusta, la gente giusta, il vibe giusto).

Ah, se non l’avevate capito sono tornato in Australia. In quanto a Tokyo, mi sa che ci rivediamo ai primi di maggio.

Che bello

Che bello essere rappresentati da un presidente che sa parlare, benche’ accentato e non esente da imperfezioni, un ottimo inglese.

Che bello essere rappresentati da un presidente che dice apertamente che in due anni non sara’ piu’ li’ a occupare quella sedia.

Che bello essere rappresentati da un presidente che non sembra un pagliaccio.

Mi viene tristezza a pensare che da 2013 saremo rappresentati ancora da politici di professione.

Corollario al post di ieri

C’e’ poi un’altra categoria che si aggiunge ai lamentini, ovvero quelli che usano il Mondo intero e la Societa’ come scusa per i loro fallimenti.

Ha ragionissima Travaglio quando dice che Martone (o come minchia si chiama) dal basso del suo essere un raccomandato della specie piu’ becera e’ l’ultimo che dovrebbe parlare. Pero’ il buon Martone ha detto una cosa vera: l’italiano medio (non mediocre: medio, statisticamente parlando) se inizia l’universita’ a 19 anni e la finisce a 28, magari ha sbagliato mestiere (quello del laureato).

Poi, potete venirmi a dire quello che volete. C’e’ caso e caso, lo so benissimo, come lo sa benissimo Martone, come lo sa benissimo Travaglio. Se uno ritarda la laurea a 28 anni a causa di lutti, malattie gravi, problemi economici, o qualsiasi altra disgrazia, allora… beh, non e’ l’italiano medio. Tutto qua.

Il problema, e qui torniamo a parlare dell’italiano non-medio che si lamenta delle generalizzazioni, e’ che Martone non si riferiva a queste sottocategorie: si riferiva allo stronzo studente medio mantenuto, coccolato, che pensa solo a farsi l’aperitivo con gli amici, che chiede il deca di benza al papi a un’eta’ in cui il papi gia’ aveva moglie e figli a carico, che si sveglia la mattina e va in biblio a studiacchiare tra una pausa sigaretta e l’altra, che il weekend porta la morosa in camporella perche’ non ha la casa libera, che si paga le ferie con le mance della nonna, che appena mamma esce di casa accende la playstation, che eccetera eccetera. Sapete di che tipo di persona stiamo parlando; lo siamo stati un po’ tutti fino a una certa eta’, e alcuni la tirano un po’ troppo lunga. Martone diceva semplicemente che in media se la tiri lunga fino ai 28 anni con questa vita, allora sei un po’ sfigato. Come dargli torto?

Il fatto e’, cari lettori, che ci sono casi e casi, situazioni e situazioni, e l’arte di generalizzare (o approssimare, o arrotondare) puo’ sembrare una cosa limitante e a volte un po’ becera. Cio’ non toglie pero’ che carpire la regola generale in un mare di caos e’ quello che ci ha fatto evolvere, quello che ha dato vita a molte delle nostre scoperte scientifiche o soluzioni ingegneristiche piu’ avanzate. E dal punto di vista sociologico e politico, magari un po’ aiuta a spiegare la societa’ in cui stiamo vivendo.

Perche’ in fondo quando uno individua il problema allora puo’ iniziare a lavorare per risolverlo, no?

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