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Il Principio di Peter

Correva l’anno 2000 o giu’ di li’, e io ero impegnato con l’inizio della mia tesi e uno dei miei ultimi esami. Era uno di quegli esami tipo Elettronica Applicata 2, di quelli facoltativi che puoi sceglierti agli ultimi anni di corso, in quel brevissimo periodo in cui quello che studi e’ veramente interessante (anche perche’ ti scegli quello che ti piace). Il prof era prossimo al milione di anni d’eta’ (e infatti oggi e’ passato a miglior vita, pace all’anima sua), una di quelle figure monumentali tipiche delle facolta’ di ingegneria: ingegnere per passione col regolo in tasca, abito con panciotto e cipollone per controllare l’ora, barbetta e capello bianchissimi, aria bonacciona da nonno, vecchio stampo, conti a mano e pedalare.

L’esame lo chiamavamo in gergo “elettronica bellica“, perche’ il prof. amava raccontare aneddoti di applicazioni pratiche e storie di come certe tecniche e tecnologie fossero state inventate (guarda caso, spesso in tempo di guerra). Era uno di quegli esami con ore di laboratorio in cui dovevi metterti a creare in pratica quello che avevi calcolato e progettato. Utilissimo soprattutto perche’ dopo quell’esame avevi finalmente acquisito abbastanza esperienza manuale da poter zittire i periti elettronici e la loro tendenza a dire che gli ingegneri non sanno distinguere un transistor da una resistenza. Vabbe’.

Uno dei ricordi piu’ nitidi di quel vecchio prof e’ il fatto che ci ha introdotto per la prima volta alla Legge di Peter, o meglio (avrei scoperto poi) al Principio di Peter: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.

Cosa significa il principio di Peter? Semplice: in una scala gerarchica tipo quella aziendale, se sei bravo a fare il tuo lavoro col tempo ti promuovono. Se sei bravo nella mansione successiva ti promuovono ancora, e cosi’ via fino a quando raggiungi il tuo livello di incompetenza: ovvero fino a quando ti danno una posizione in cui non sai quello che stai facendo, fai male il tuo lavoro e quindi non ti promuovono piu’.

L’esempio che riportava il mio prof  era piu’ o meno come quello citato da wikipedia: c’e’ un operaio bravissimo a usare il tornio, che quindi viene promosso a capoturno con mansioni di responsabilita’, e questo implica che deve iniziare a gestire il personale sottoposto. Pero’ lui e’ stato formato e ha esperienza solo ad usare il tornio: non ha idea di come si gestiscano la sicurezza e le ferie e tutte queste cose qui. Quindi una volta raggiunto quello che e’ il suo livello di incompetenza, l’operaio una volta divenuto responsabile smette di essere promosso.

La teoria e’ questa. Poi la vita in realta’ ci insegna che, come in ogni sistema non ideale, il tutto e’ influenzato da nepotismi e spintarelle varie che fanno andar su gente ben al di sopra del suo livello di incompetenza. O, come sembra stia succedendo a me in questi giorni, alle volte sei cosi’ bravo in quello che stai facendo che l’azienda ti dice che non puo’ permettersi (ma sembra non voler) farti salire di livello, senno’ ti perde. E ti ritrovi a dover combattere con egoismi di managers che non vogliono lasciarti andare, diritti acquisiti di gente che e’ in azienda da prima di te, insostituibilita’ apparente, ecc. ecc. ecc.

Ma d’altronde il mio prof era un vecchio barone di famiglia, e lui la vita vera probabilmente non l’aveva mai vissuta in vita sua. E Laurence Peter, pure lui, da buon psicologo che minchia volete ne capisse di condizioni al contorno? Perche’ il Principio in realta’ dovrebbe essere una Legge, come suggeriva il mio vecchio prof, e dovrebbe cominciare con “in una societa’ ideale e perfettamente meritocratica…

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9 risposte a “Il Principio di Peter

  1. Gimmo mercoledì 15 febbraio 2012 alle 12:51 pm

    Ce ne avevi gia’ parlato, carissimo. Non ricordi? 😛

    • albino mercoledì 15 febbraio 2012 alle 2:34 pm

      ah giusto e’ vero. Praticamente un anno fa. Inizio a ripetermi, e’ l’alzheimer che avanza.
      O e’ che ogni volta che penso alla meritocrazia ferita mi viene in mente Peter e la solita vecchia storia.

      Mi sento come i vecchi che ripetono le cose…

      • Gimmo mercoledì 15 febbraio 2012 alle 2:45 pm

        Tranquillo, la malattia di Mose’ (l’ “alza i mer”) ogni tanto prende anche me!
        Non ero sicurissimo che avessi gia’ trattato l’argomento, pensavo di averlo letto altrove. Invece se non erro ne parlavi rispetto alle aziende giapponesi.
        Che poi… pensandoci… d’accordo che uno arriva fin dove riesce a destreggiarsi, ma c’e’ sul serio un limite? Quando raggiungo il mio livello di incompetenza, la teoria di Peter non prevede che io faccia un corso di aggiornamento, che mi metta a studiare, in sostanza che “cresca” in modo da poter ambire ad un livello superiore?

        • Stila mercoledì 15 febbraio 2012 alle 9:42 pm

          L’ultima cosa che hai scritto è la stessa domanda che mi stava girando per la testa. Ci sarà un’evoluzione del livello di incompetenza, no? Certo dipenderà dal singolo, ma insomma se un’azienda vuole promuovermi a caporeparto o dirigente che sia, farà pure qualcosa per assicurarsi che io riesca a svolgere bene il mio lavoro…

          • Gimmo giovedì 16 febbraio 2012 alle 12:24 am

            Wiki dice che non c’e’ speranza…
            “L’incompetenza non dipende dal fatto che la posizione gerarchica elevata è legata a compiti più difficili di quelli che l’impiegato è in grado di svolgere, ma più semplicemente perché i compiti sono di natura diversa da quelli svolti in precedenza e richiedono, di conseguenza, esperienze lavorative che l’impiegato solitamente non possiede.”

  2. elisa mercoledì 15 febbraio 2012 alle 10:51 pm

    bel post, e sinceramente non ricordavo che l’avessi trattato,ma si sa che la mia memoria non è proprio elefantina, anzi…cmq l’ho trovato interessante, e credo che forse ai tempi che furono poteva anche essere applicabile…oggigiorno bisognerebbe cambiar il nome del principio visto che sono subentrati nepotismi e menate varie che permette a persone incompetenti dalla base di crescere…ma hai già spiegato tutto molto bene quindi non aggiungo altro!

  3. Fedelma giovedì 16 febbraio 2012 alle 9:11 am

    Detesto questi principi: non fanno una piega, hanno sempre ragione e non mi danno nemmeno l’illusione di poter riuscire a confutarli! Per una donna è un disastro non poter provare a cambiare le cose. Ce l’abbiamo di nostro. Te guarda con gli uomini: dimmi una che non c’ha provato a rigirarli secondo la sua idea di maschio perfetto. Arriviamo fino ad un certo punto, alla soglia del mutamento e poi…. patatrack! Il maschio recede al suo originario stato di naturalezza (o quasi). Forse anche in questo caso noi femmine andiamo avanti nel cambiamento fintanto che non si giunge ad uno step in cui non sappiamo più come muoverci e diventiamo incompetenti nella trasformazione della povera vittima.
    Comunque Al mi hai aperto un mondo. Denghiù!

    Ps. Tranqui se l’hai già trattato il Principio di Peter: Repetita iuvant.

    • Grip giovedì 16 febbraio 2012 alle 7:12 pm

      ma perché cavolo poi è necessario tentare di cambiare una persona? rabbrividisco solo al pensiero alla “idea di maschio perfetto”!

      • Fedelma giovedì 16 febbraio 2012 alle 10:52 pm

        Speta…
        Io non voglio cambiare nessun uomo, so che è una partita persa. Io stessa col piffero riuscirei a farmi cambiare: la vita ti trasforma, non la persona che ti sta accanto e ti vuole plasmare a suo piacimento.
        Quindi l’idea di maschio perfetto non mi sfiora minimamente, anzi la aborro. La perfezione è in sé imperfetta: un qualcosa che non necessita di alcuna modifica perchè ottimamente composto non ti verrebbe a noia? Non ti si confronterebbe mettendoti nella condizione di capire quanto tu sia imperfetto? Finiresti per annoiarti o odiarla o peggio ancora.
        Pertanto, vade retro perfezione.

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