Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Mensili: aprile 2012

Triangoloni e sparatorie

Quando anni fa mi sono trasferito in Giappone, mi si chiedeva spesso com’e’ l’Australia. All’epoca scherzavo coi miei amici americani: ‘it’s like the U.S., only with no guns"

Come no.

Qua a Sydney ogni due per tre mi sveglio e/o arrivo a casa dal lavoro e/o leggo le news e si parla di una nuova sparatoria. Guardare questa mappa per credere.

Io per la cronaca vivo a Crows Nest, cioe’ uno dei pochi posti dove non vedete il triangolone rosso.

Se uno di questi giorni vi accorgete che non vi scrivo da un po’, sappiate che mi hanno sparato.

(ma non era meglio quando gli unici triangoloni di cui parlavo nel blog erano i Tomare giapponesi?)

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Mmmillemila

Causa hungover le trasmissioni di oggi andranno in onda in forma ridotta.

Perche’ quando esci al venerdì sera in Australia non ti fanno tornare a casa prima del millemillesimo drink.

25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Sposerebbe compaesana illibata…

Sapete cosa? Io stasera Bello Onesto Emigrato Australia non lo scrivo.

Me lo guardo.

Gli hooligans della politica

Leggo giustamente che tra i commenti mi si chiede di parlare dello scandalo sessuale appena spuntato tra i banchi della politica australiana. Ma davvero volete farvi del male cosi’?

Non so se vi ricordate che stiamo parlando dell’Australia, un paese al cui confronto anche i tedeschi impallidiscono. Da queste parti anni fa un aereo che ha fatto un atterraggio di emergenza per un malfunzionamento a un carrello, e dopo analisi la causa dell’incidente e’ stata imputata ad alcune mancanze in fase di manutenzione. Risultato: si e’ dimesso il ministro dei trasporti. Da noi invece crollava Pompei e Bondi non faceva una piega.

Ma parliamo del caso Slipper, cosi’ si chiama il deputato aussie indagato. Il tipo non viene accusato di violenza sessuale ma di sexual harassment, quello che voi in Italia chiamate mobbing. E i giornali non e’ che si chiedono se si dimette: parlano gia’ di chi andra’ a sedere al posto suo dopo le sue dimissioni!

Perche’ qua o si dimette lui o lo dimettono a forza quelli del suo partito, perche’ se lo lasciano li’ perdono le elezioni seguenti. Semplice e automatico.

Mentre io l’altro giorno ho cancellato da facebook un coglione italiano, ex compagno di scuola che mi aveva fatto prima girare e poi cadere le palle. Di quelli che aggiungi su facebook perche’ di si, perche’ e’ un nome conosciuto, uno che non vedi e non senti da anni, e anni, e anni… e se non lo vedi e non lo senti ci sara’ un motivo, no?
Scandalo Lega Nord: diamanti, tanzania, lauree fantasma, autisti bancomat, fondi pubblici per comprare BMW e sistemare terrazzi… e questo pirla cosa commenta su facebook? "il solito caso di Woodcock che si risolvera’ in una bolla di sapone. Tanto rubano tutti".

Traduco in italiano la frase di costui: Io ho le mie "idee" politiche, ho il mio partito che voto perche’ sono un tifoso da stadio, da curva sud, di quegli hooligan che tifano come pretesto per odiare il loro prossimo. Io sono qui e da qui non mi smuovo, non esiste null’altra verita’ che quella che mi dettano quelli della mia parte.

E allora sapete che vi dico? La situazione politica in Italia e’ un disastro proprio a causa di gente come questo qua, e di gente come i suoi omologhi che votano per gli altri partiti, da destra a sinistra. E i politici italiani sono quello che sono proprio a causa di questi hooligan della politica. Quelli con la mentalita’ di una volta dove mezzi votavano DC per paura di andare all’inferno, e mezzi votavano PCI perche’ tutti gli altri erano i partiti dei padroni.

In Australia un politico anche solo sfiorato dal dubbio si dimette in automatico, si difende e poi, eventualmente, ritorna dopo aver dimostrato la sua innocenza. In Italia non si puo’ per due motivi: il primo perche’ il fango viene usato per togliere l’avversario di mezzo, perche’ coi tempi della giustizia italiana se ti va bene ti ci vogliono 10 anni per dimostrare la tua innocenza. E allora un politico inquisito resta al suo posto, perche’ tanto sa che gli hooligans non votano lui ma votano il suo partito, e se si schifano poco male, perche’ mal che vada non vanno a votare (perche’ dall’altra parte non si vota, mai e poi mai).

E allora, io se fossi il Legislatore italiano sapete che farei? (1) obbligo per gli italiani di andare a votare, come in Australia: se non voti ti arriva la multa. Cosi’ sei obbligato a scegliere. (2) obbligo per i politici di essere giudicati per direttissima. Altro che tribunale dei ministri e prescrizione: se Berlusconi va a puttane minorenni l’Italia aveva il diritto di saperlo SUBITO, per motivi di emergenza nazionale. Il processo doveva avvenire nel giro di sei mesi al massimo, e nel frattempo Berlusconi doveva farsi da parte in automatico. Cosi’ funziona un paese civile. Ora sapremmo com’e’ andata, Berlusconi assolto potrebbe tornare a governare il paese, o Berlusconi colpevole sarebbe dietro le sbarre. Cosi’ per questo e per tutti gli altri processi che l’hanno chiamato in causa e di cui non sapremo mai l’esito perche’ e’ stato prescritto.

E poi, cazzo: gli italiani devono imparare a votare senza le solite fette di ideologia sugli occhi. Basta essere leghisti a vita, destrorsi a vita, comunisti a vita. Che noia queste etichette: basta con gli hooligan. Lo volete capire o no?

La cara Famiglia Bossi

Prima che mi dimentichi, ho una cosa da dire sulla Spett.le famiglia Bossi.

Non so se abbiate avuto occasione di vedere questo servizio andato in onda su Servizio Pubblico della settimana scorsa.

Non so se abbiate notato cos’hanno in comune i due figli di Bossi intervistati. A parte che guidano macchine pagate da voi.

Guardate bene: entrambi non indossano la cintura di sicurezza.

E il bello e’ che poi dicono dei terroni.

Bushwalk in Sydney National Park

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu’; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

Funziona?

Sembra che non si riescano più postare commenti su questo blog.

Qualcuno ci riesce? Se ci siete battete un colpo…

Basta training!

Scusassero i lettori, ma sono impegnato in una due giorni di corso su “coaching and managing of performance“. In pratica, siccome a breve divento managgger, mi tocca studiare tecniche sopraffine del tipo come licenziare la gente col sorriso sulle labbra, o come non dare gli aumenti a gente che se li merita.

…Scherzo naturalmente. Comunque mi stanno facendo fare troppo training secondo me. Roba che sono indietro col lavoro per studiare cosa fare nella mansione successiva. Boh.

 

Crowdsourcing e cervelli in fuga

Leggevo questo articolo, sul crowdsourcing e sui cervelli in fuga. L’articolo dice che bisogna valorizzare l’immenso patrimonio perso, mettendo insieme le potenzialità delle migliaia di scienziati, ricercatori, innovatori italiani sparsi per il mondo, senza cercare di combattere una battaglia persa per farli ritornare a casa.

Battaglia persa, giusto. Parlo per me ad esempio, che se non torno a lavorare in Italia e’ per due ragioni fondamentali: la prima e’ che se tornassi in Italia adesso dovrebbero darmi in mano un ufficio con doppio ficus, poltrona in pelle umana, acquario dipendenti, ma soprattutto con responsabilità superiori rispetto a gente più vecchia e con più anni di esperienza di me (ma io l’esperienza me la sono fatta, se permettete, sul campo. Non e’ che un anno dietro a una scrivania a menarsi il ciccio valga come un anno a dirigere un progetto all’estero).

Il secondo motivo, poi, naturalmente, e’ che sono fuori mercato. Una famosissima ditta tedesca che comincia con Siem e finisce con ns qualche anno fa per una posizione a Roma mi ha offerto la bellezza di 1700 euro al mese (mi par di ricordare), dicendomi che “ingegnere, alla sua eta’ non possiamo pagarla più di così“. Ecco, manteniamo quella stessa cifra e trasformiamola in stipendio settimanale e possiamo cominciare a parlarne. Perché se mi arriva qualcosa di decente in Italia sono anche disposto a fare qualche sacrificio.

Ora il go-go-go-governo ci viene a dire, a noi emigranti studiati: eccoci qua, siamo arrivati, siamo i tecnici, non siamo più quella manica di incompetenti e Gasparri vari che c’erano prima. Noi sappiamo che non riusciamo a riportarti a casa. Bene, caro emigrante: resta li’, ma dacci una mano dall’estero.

Va bene. Io pero’ non e’ che ci abbia (thanks Aka) capito molto. Volete l’aiuto dei ricercatori in fuga, o anche di quelli che fanno parte del mondo dell’industria? No, perché a me pare che in Italia ci sia un problema legato alla ricerca, ma anche uno (e bello forte) nel settore della grande industria, dove la meritocrazia e’ azzerata e il livello di competitività nel mercato globale e’ praticamente nullo, fatte salve forse le aziende che esportano cibo, moda e design.

Senza offesa per i ricercatori sparsi per il pianeta e impegnati a scalare le gerarchie accademiche di mezzo mondo; ma quanti ingegneri trentacinquenni ci sono in Italia in grado di gestire gare internazionali multimilionarie in inglese perfetto con documentazione allegata? Quanta gente sa prendere in mano un sistema e andarlo a vendere agli indiani, ai giapponesi, ai cinesi, agli australiani?

Io me li ricordo nel 2009 quando in Australia sono atterrati gli italiani di quella famosa ditta di Finmeccanica. Me li ricordo con la loro scarpa perfetta, vestito perfetto, cravatta perfetta, tutto perfettamente fuori posto per il contesto. Me li ricordo in mezzo agli australiani in maniche corte e pantaloncini corti. Me li ricordo parlare in inglese con un accento spaventoso. Me li ricordo saper tutto loro senza sapere un cazzo dell’ambiente in cui erano entrati.

Ora pero’ arriva il governo, che mi mette a disposizione il crowdsourcing. Bello, ma io che me ne faccio? Mi date un bel forum su cui diffondere le mie conoscenze maturate all’estero? Ma vi pare che io abbia tempo da perdere?

Ma non e’ meglio, per chi come me e’ impegnato nel settore industriale, il ricorrere al buon vecchio sistema della lobby? Magari automatizzato, magari centralizzato. Così magari diamo una sponda amica e familiare a chi sta in Italia e cerca di esportare oltreoceano?

Cosicché magari la prossima volta che un gruppo industriale italiano manda gente in giro per il mondo evita di fare figure di merda?

Azz

Un mio amico (british domiciliato in Giappone) ha postato su facebook alcune foto del suo recente viaggio in Thailandia. Avete presente il film “The Beach”, con Di Caprio? Stessa roba. Anche Bangkok. Guardate che roba.

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Mmhh… una parte del mio cervello sta valutando l’insana possibilita’ di farmi trasferire all’ufficio di Bangkok.

Peccato che abbia appena dato disponibilita’ per aprire l’ufficio di Perth, e i miei capi non mi lascerebbero andare mai e poi mai, e poi mai.

Azz.

Zuppa di pesce – domenica nuvolosa

Avevo cominciato un post sulla Minetti che prende 12k euro al mese ed e’ un giorno si e uno si a Formentera, ma poveretta non ha i soldi per pagarsi l’avvocato. Poi pero’ l’ho interrotto… il discorso ha annoiato pure me che lo scrivevo; ormai l’argomento e’ passato, andato, fuori moda.

Stamattina ho messo la pizza a lievitare. Oggi pomeriggio non contento ho sfilettato il pesce, tolto le teste agli scampi, fatto un brodino di pesce con gli avanzi mentre passavo cozze, molluschi vari, snapper, salmone, pesce spada ecc. su una base d’olio-aglio-peperoncino-olive nere-capperi-basilico. Poi ho spruzzato di vino bianco, e bollito il tutto con passata di pomodoro (italiana), e infine unito il tutto al brodino filtrato delle lische e delle teste. Et voila’, la mia zuppa di pesce e’ pronta.

Poi pero’ mi e’ venuto il dubbio: stasera mi mangio la zuppa o e congelo la pizza per domani, oppure mi mangio la pizza e mangio la zuppa domani?

Certo che non mi passa proprio un cazzo oggi eh.

Questa voglia di scrivere cagate

Figata. Dopo mesi e mesi e mesi di inattività, finalmente mi sono messo di buona lena a fare ‘sta benedetta edizione del mio romanzo per ebook.

Ho deciso di fare una revisione generale del testo, aggiungendo alcuni particolari qua e la’, migliorando il testo la’ e qua, eccetera.

Il romanzo in ebook uscira’ con tanto di nuova copertina, nuova introduzione, nuova nota dell’autore. Sono indeciso se inserire anche uno special, o una storia breve alla fine. In fondo molti lettori della versione cartacea mi hanno chiesto di saperne di più sulle vicende di Alex & Viola (ma anche del Turbo e della Giu’).

Riprendere in mano quella vecchia storia mi ha dato delle belle sensazioni, devo dire. So di aver interrotto per cause di forza maggiore (ho una carriera da portare avanti al momento, non posso più stare alzato fino alle 3 ogni notte a scrivere), ma ciò non toglie che la vena artistica sia ancora viva e pulsante dentro di me. La sento fortissima, questa voglia di scrivere cagate.

Comunque sia. Il romanzo uscirà’ a breve per kindle. Tramite Amazon sara’ possibile ordinarne anche una versione in cartaceo, probabilmente, forse. Devo ancora decidere. Poi mi dedicherò alla versione per ibook/ipad. Il prezzo di copertina varierà tra gli 0.99 e gli 1.99, a seconda della valuta, del momento, del supporto.

Tempo di finire la revisione e ci siamo, quindi.

Vivere dall’altra parte

Sto guardando i voli per tornare a casa quest’estate. Lo sono che sono tornato solo a dicembre, ma ci tenevo a riprendere il giro dei ritorni quando e’ estate in Italia. E poi sto pensando che si vive una volta sola. E poi come scrivevo ieri, sono in piena nostalgia d’autunno.

Solo che… oh, e’ una valle di lacrime.

A giugno non si trova niente per meno di 2500$, che sono circa 2000 euro: mica spiccioli. E mica stiamo parlando di premium seats o business class: questi sono i prezzi della piu’ bassa e scontata Economy. Anzi no, a dire il vero ho trovato un biglietto a 1850$ con Malaysian in congiunzione con KLM. Sydney – Kuala Lumpur – Amsterdam – Venezia. Praticamente un’odissea, o piuttosto una discesa agli inferi. Roba da farsi venire le piaghe a star seduto sul sedile dell’aereo.

Contando poi che a Maggio sono sempre in giro (4-15 maggio -> Giappone; 21-25 maggio-> Perth) mi sa che non avro’ tanta voglia di salire in aereo di nuovo a giugno. Boh.

Oppure potrei partire da Perth il 25 maggio, nel qual caso sarebbe piu’ corta. Sempre che il capo accetti. Sempre che si trovi un’occasione decente. Sempre che costi meno.

Com’e’ dura a volte vivere dall’altra parte.

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