Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu’; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

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26 risposte a “Delocalizzare… in Italia?

    • Ninphe sabato 21 aprile 2012 alle 10:10 am

      per il resto: boh, un po’ troppo utopico in un Italia che sta diventando un po’ come i rumeni che dicevi.
      A me basta trovare un lavoro e potermi fare una famiglia. Non avrò la pensione? Non è che pensavo di riceverla….da come va avanti, manca poco che la levano e pace. Al massimo si va di pensione integrativa, o un fondo fermo per tot anni…boh.
      Se dico castronerie, perdonatemi. Io non capisco un caspio di ‘ste cose.

  1. Akanishi sabato 21 aprile 2012 alle 11:36 am

    Finalmente uno che fa una proposta. fin adesso ho solo sentito dire “bisogna la crescita, la crescita, la crescita e impegnarsi per la crescita”.
    In un certo senso è simile a quello che hanno fatto in Cina per passare dal comunismo ortodosso alla crescita a due cifre. Lo Stato ha denominato alcune regioni e città “aree speciali” con regole a parte, per fare affluire i capitali (inizialmente giappi e honkonghesi). Lì hanno concentrato le infrastrutture e ovviamente hanno messo sotto stretto controllo l’immigrazione interna.
    In un certo senso anche in Germania, certe aree dedicate all’industria pesante sono state riconvertite a settori ad tecnologia con la collaborazione dello Stato.
    In un certo senso è quello che hanno fatto anche in Italia quando hanno fondato parchi industriali in giro, tipo termini imerese, tipo Melfi, l’alfasud, l’ilva di Taranto (!) E guarda il petrolio in Basilicata, se vuoi un caso recente: scempio ambientale e quattro centesimi di euro di royalties. Queste aree sono però rimaste delle specie di oopart, che hanno creato benessere molto limitato, classiche cattedrali nel deserto.

    Ora, a parte l’astio inveterato contro i comunisti, la CGIL e l’articolo 18.
    1) se i problemi dell’italia sono quelli che hai nominato, come pensi che questi problemi non li ritroverai anche nelle zone franche? la CGIL la potrai anche fermare ai cancelli, se è questo che ti preme. La ndrangheta, no. Né i vizi italici di cui sopra.
    2) come faresti per impedire che queste zone franche si trasformino in ghetti dove si sfruttano i lavoratori in condizioni cinesi? In fondo di questi tempi è più Marchionne che la CGIL che detta legge.
    3) I Paesi del 3° mondo crescono a 2 cifre perché c’è qualcosa da far crescere. La produzione, il tenore di vita, la classe media, le infrastrutture, le reti di telefonia, etc. In Cina stanno già buttando giù i palazzi appena costruiti per ricostruirli, tanto non sanno dove mettere i soldi. In un’economia avanzata come la nostra è più complicato, devi andare a riconvertire settori con altri a più alto valore aggiunto, sempre più alto. scarpe e borsette made in italy per quanto uno si sforzi, non aumentano molto il loro contenuto di innovazione.
    4) l’australia ha materie prime e con quelle, “che sia franza o spagna”, si magna.

    azz quanto ho scritto. potevo almeno farlo sul mio blog.

  2. isabella sabato 21 aprile 2012 alle 3:36 pm

    Bravo albino! è una bella proposta ma temo si scontri con lo sconforto generale e l’atteggiameno rinunciatario che ormai contraddistingue noi italiani.Per iniziare una riorganizzazione di questo genere occorrerebbe secondo me una partenza dal basso. Un folto gruppo di imprenditori, anche piccoli, ma illuminati,dovrebbe crederci fortemente, impegnarsi per poterlo realizzare iniziando dalla sensibilizzazone in ambito politico.

  3. destinazioneestero sabato 21 aprile 2012 alle 4:42 pm

    Bellissime idee, purtroppo qualcuno ha già pensato a qualcosa del genere, tipo abbassare gli stipendi al sud per favorire le industrie, ma i sindacati ci si sono messi di mezzo. Si preferisce che la gente si sposti, anche all’interno dell’Italia, sostenendo spese ancora più eccessive che non una riduzione di stipendio…

  4. cristina sabato 21 aprile 2012 alle 6:20 pm

    ma non ti ricordi la “cassa del mezzogiorno” nata negli anni 50 creata apposta per lo sviluppo economico e sociale del sud fallita miseramente nei primi anni 90 per tutte le ragioni da te menzionate ?

  5. cristina sabato 21 aprile 2012 alle 6:38 pm

    a proposito ho fatto il riso prima di leggere la tua risposta ..bleah che schifo proprio colla.riproverò

  6. Gimmo sabato 21 aprile 2012 alle 6:54 pm

    Albi, e con le infrastrutture come fai?
    Rifacciamo come Termini Imerese? Mandiamo i lamierati da Torino, facciamo assemblare le auto, e le rifacciamo spedire in nord Italia / Europa?
    Facciamo un polo industriale in Sardegna, e poi e’ un casino portare via la roba?

  7. Gruk sabato 21 aprile 2012 alle 10:35 pm

    Argentina pre-default:

    – cambio fisso peso argentino-dollaro
    – iperinflazione a tre zeri
    – utilizzo valute regionali e locali
    – inutilizzo peso argentino a favore di dollaro americano e valute sopra citate
    – tasso di disoccupazione al 50%

    DEFAULT

    Argentina post-default:

    – richiesta consulenza team formato da docenti di economia americani di pensiero post-keinesiano, attualmente a lavoro per consulenze nuove riforme economiche per il governo Obama
    – strutturazzione piano salva-Argentina denominato piano Jefes
    – rifiuto aiuti governo americano e Fondo Monetario Internazionale
    -spesa dello Stato in investimenti per il cittadino e le imprese
    -lavoro garantito per i capi-famiglia
    – primi anni di forche caudine

    Situazione economica argentina a dieci anni dal default:

    – secondo paese al mondo per Pil (8-9%) dopo la Cina, primo se considerati rapporto popolazione/infrastrutture
    – i mercati tornano a investire in Argentina, la sovranità monetaria garantisce la restituzione dei capitali investiti

    Situazione zona Euro

    -i paesi non hanno più una sovranità monetaria sulla moneta usata, l’Euro non è moneta di nessuno e nei fatti non differisce da monete usate da altri paesi
    – la moneta viene messa in circolo dalla BCE ai mercati privati, che a loro volta la danno in prestito con interessi ai paesi zona Euro
    – i paesi zona Euro non hanno più libertà di quanto denaro immettere nel sistema economico nazionale, l’autonomia economica è quasi annullata
    -aumento di imposte, tasso d’interessi su BDT, IVA ecc. riducono il volume monetario in circolo nel sistema economico (ultimi tre anni equivalente di 10 finanziarie perse)
    – rapporto CIA primi anni 2000 dichiara la moneta euro “fallimentare”, si prevede collasso definitivo sistema Euro entro 2020
    -i mercati esteri non hanno fiducia nell’investire in zona Euro, non garantisce rimborso investimenti
    -“Nessuno Stato è in grado di ripagare i propri debiti. D’altro canto, gli Stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i loro debiti. I debiti degli Stati, da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli.” (Prof. Luca Fantacci, università Bocconi)
    -“Dobbiamo arrivare al pareggio di bilancio” (Vari)
    -“Lo Stato deve spendere come una familia” (Vari)
    -“Il periodo di crisi sta finendo”(Mario monti prima di divenire premier)
    -“Il successo più grande dell’Euro è la Grecia” (Mario Monti)
    -“Ma che cosa credeve la plebaglia europea, che l’Euro fosse stato fatto per la loro felicità?” (Jaques Attalì- consigliere di Mitterand)

    P.S
    Ambasciator non porta pena

  8. Atestaingiù sabato 21 aprile 2012 alle 10:43 pm

    A me manco dispiace la tua proposta, anzi potrebbe dare dei buoni risultati imo.
    È l’inattuabilità che la ammazza: un “patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano” prevede che da nessuna delle due parti si facciano i furbi.

    E non mi sembra molto probabile…

  9. Emanuela domenica 22 aprile 2012 alle 3:13 am

    Il problema sono proprio quei 1000 euro a operaio che non vogliono sganciare…
    Noi ci campiamo a malapena, ma per loro sono troppi da pagare.
    Così preferiscono pagare un indiano dall’altra parte del mondo a bho, 10 euro al giorno?
    Prima che mi mandassero via dal mio ultimo lavoro (8 ore 1000 euro) mi hanno detto “guarda, proprio perché sei te, per farti rimanere, ti posso offrire un’altra mansione, però devi lavorare un paio d’ore in più e vieni pagata di meno (10 ore 800 euro)”.
    Ho stampato in faccia il mio sorriso alla “ti mando a cagare cordialmente” e me ne sono andata.
    Dopo 1 anno da disoccupata, quasi quasi mi pento di non aver accettato 😉

    • mario lunedì 23 aprile 2012 alle 11:44 pm

      Lo sai quanto costi all’ azienda?….. il problema non sono i mille euro che pagano a te …. ma tutto ciò’ che gira intorno ai tuoi mille euro…….. se vuoi ti spiego meglio….

  10. mat domenica 22 aprile 2012 alle 3:55 am

    il problema del socialismo è lo status quo,e loro non molleranno mai.tira fuori come spazzarli via e sei due volte un grande!!

  11. lucka1995 domenica 22 aprile 2012 alle 4:14 am

    Io quando mi sveglio non ricordo nemmeno come mi chiamo 😀
    Comunque è una bella idea però solo con le parole non si va avanti…:(

  12. Lorenzo Petrone domenica 22 aprile 2012 alle 6:48 pm

    Idea carina ma non si risolvono i problemi creando “eccezioni”, altrimenti complichi solamente il sistema nel suo complesso e ne esci ancora più caotico di prima.

    • albino lunedì 23 aprile 2012 alle 7:48 am

      Vabbe’ che vuol dire? La regola di regola deve avere tante regole (e questa e’ la rovina dell’Italia, basti guardare come si calcola l’imu!). Invece l’eccezione può essere semplice, diretta, non dover per forza far contenti tutti e proprio per questo essere efficace!
      In fondo anche con i casino’ e’ cosi’: in Italia i casino’ sono vietati, a parte a Venezia, Sanremo, Campione d’Italia e Saint Vincent…

      • Akanishi lunedì 23 aprile 2012 alle 10:51 am

        sono abbst d’accordo con Lorenzo. più eccezioni = più variabili = più arbitrio potenziale = più regole = più variabili = più spinta centrifuga. è un loop. soprattutto in italia in cui la regola deve essere a prova di s*ron*o, sennò viene subito aggirata e/o forzata.
        ma c’è un altra cosa: che cosa vogliamo rilanciare con queste zone franche? la produzione industriale? ok, domanda: per fare cosa? roba che serve, settori tecnologici di punta, settori strategici per l’energia, per la qualità di vita? oppure stampelle per industrie agonizzanti, merce a marchio made in italy di lusso da esportare in Asia, etc? i cinesi questi ragionamenti li fanno, o li facciamo anche noi o ci ritroviamo con altre cattedrali nel deserto, in più con il valore del lavoro ulteriormente svalutato e genuflesso al capitale.

  13. ivabellini lunedì 23 aprile 2012 alle 3:12 am

    niente diritti, articoli, sindacati….ottimo! io ci sto, per 3000 euro mensili di un operaio non specializzato, andrebbe bene 😉

  14. elicarmi lunedì 23 aprile 2012 alle 8:20 am

    l idea mi piace il problema secondo me e proprio ilvgoverno…figurati se tolgono lectasse…oramai sonovtalmentecalte che fatichi ad arrivar a fine mese con 1000 euro…e un macello…i politici sono troppo ingordi ahime…

  15. Alberto lunedì 23 aprile 2012 alle 7:37 pm

    L’idea di aggiornare le “gabbie salariali” al XXI secolo, se ben pensata, potrebbe anche funzionare. Magari come gabbia salariale al contrario, ossia essendoci meno ritenute il lavoratore percepisce perfino di più, e potrebbe avrebbe anche successo. Ma resta sempre l’assunto iniziale: “se ben pensata”. Noi italiani non credo siamo in grado di fare tutto ciò, finirebbe in un pasticcio senza senso. Ma non è mica detto che si debba puntare a imitare la produzione di basso livello. L’Ikea sta per (ri)portare in Italia la produzione di cucine, causa scarsa qualità ottenuta con delocalizzazione in estremo oriente. Porterà in Piemonte addirittura 1 MILIARDO (!!) di euri di produzione:
    http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2012-04-10/ikea-sposta-produzione-miliardo-144415.shtml?uuid=Ab5FgvLF

  16. Lorenzino lunedì 23 aprile 2012 alle 8:47 pm

    c’è un dettaglio che sfugge. molto spesso la statistica di disoccupazione al 20% è perché dentro c’è già un buon 15% di lavoro in nero.

    e la storia è la stessa del sud negli anni 70: in cina ci stanno gli aiuti. come quando si apriva la fabbrica al sud e lo stato di dava gli incentivi, più o meno.

    quindi non devi battere il gratis, ma il negativo. e abbiamo già visto che non funziona (fai un giro a vedere quanti capannoni vuoti ci sono di imprenditori che hanno preso incentivi e son scappati)

    e lo dico da abitante del nord ricco.

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