Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

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15 risposte a “Naruhodo

  1. hagane80 venerdì 22 giugno 2012 alle 3:23 pm

    Ah, i giapponesi e i loro discorsi lunghissimi di vuoto pneumatico! 😄
    Io in ascensore di solito faccio come gli australiani: ho PERENNEMENTE le cuffie dell’ipod nelle orecchie e parlo pochissimo. E ascolto i discorsi altrui, ovviamente. Lo faccio anche in treno. 😉

  2. Alberto venerdì 22 giugno 2012 alle 6:34 pm

    Fantastico, veramente fantastico, hai una posizione “socioantropologica” veramente stimolante. Qui urge un e-book dedicato.

  3. S venerdì 22 giugno 2012 alle 7:18 pm

    😀
    capita anche a me che non pensino che sia italiana e parlino credendo che non capisca.
    ma la cosa che mi diverte di più è quando parlo ai giapponesi in giapponese. reagiscono come in un cartone animato 😄 sono VERAMENTE comici

    comunque dev’essere davvero interessante studiare i vari tipi di “umanità” e i relativi atteggiamenti 😉

    e cavolo, hai troppo ragione, i giapponesi hanno un range di frasi e parole che non significano assolutamente nulla, secondo me create appositamente allo scopo di non rimanere semplicemente in silenzio

    che forse il silenzio li imbarazzi?
    che strano.

  4. Fabio venerdì 22 giugno 2012 alle 9:10 pm

    Proprio l’altro giorno leggevo un post di un blog che consiglio a tutti:

    http://thisjapaneselife.org/2012/06/14/japan-microaggressions/

    che tratta anche la “compulsività” giapponese nel trovare qualcosa di non-significativo su cui poter andare di comune accordo.
    Personalmente l’ho trovato interessante..soprattutto alcuni dei commenti.

    • Tonari sabato 23 giugno 2012 alle 11:01 pm

      Eh le microaggressions… e soprattutto il loro labile confine con la “coda di paglia”.

    • Bea domenica 24 giugno 2012 alle 4:04 am

      Tò, ma è quello che stavo notando da un po’ di tempo a questa parte! Praticamente pensavo che i giapponesi danno sempre per scontato che qualsiasi cosa ci sia o si faccia SOLO in Giappone, mentre noi occidentali tendiamo più a dare per scontato che quello che si fa da noi, si faccia più o meno dappertutto.
      Questa ipotesi l’avevo definita però così: “il Giappone pensa che ce l’ha solo lei”.

      (pensieri in seguito alla domanda di molti giapponesi: “ma anche in Europa avete l’allergia ai pollini????” con tanto di occhi sgranati e visibile sorpresa al mio dire “sì, dato che abbiamo gli alberi anche noi”)

  5. Akanishi sabato 23 giugno 2012 alle 3:07 pm

    interesting. potresti postare 3 dialoghetti esemplificativi…

  6. Alice venerdì 20 luglio 2012 alle 6:35 am

    Ciao,
    ho letto un pò di post a ritroso e sei simpatico.. e stai attento ai romani! 😉

  7. angela sabato 21 luglio 2012 alle 5:18 pm

    cosa intendi per “– accenti terronici esclusi –”?????

    • Massimo martedì 12 marzo 2013 alle 12:51 am

      Intende che non li decifra, almeno penso. Del resto io 20 anni fa quando andai a lavorare in Veneto spostandomi da Catania non è che capissi tanto dei dialoghi in dialetto stretto dei miei colleghi in fabbrica.

  8. elisa domenica 26 agosto 2012 alle 6:45 pm

    hahhaha bellissimo…quasi quasi mi imparo anch’io quella frase dal non senso…

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