Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Cos’è successo nel frattempo

Dall’ultimo post:

Vado in Giappone una settimana si e una no. Mi accorgo ora del cambio di stagione (nella stagione si) e mi sa che quella passata e’ l’ultima settimana da maniche corte anche la sera. A Hong Kong invece mi sa che per altri 2 mesi pieni si va in spiaggia…

Sono stato in un bar in strada di comunistoni giapponesi, un po’ surfisti, un po’ pancabbestia. Tutti maschi tranne una tipa, fighissima tra parentesi, che cmq non era manco giappina (filippina in realta’). Ma si sa, alla donna giappa piace il dandy effemminato con le unghie laccate, il ciuffo sparato e che gira con Louis Vuitton e cardigan tinta pastello sulle spalle.  

Tra parentesi al lettore che non sia mai stato in Giappone non puo’ che sfuggire il significato di “bar in strada” accostato al Giappone. Dove anche in piena estate praticamente tutti i locali sono al chiuso.

Ho passato l’esperienza del mio primo tifone asiatico (ma colpito in pieno proprio, stile occhio-del-ciclone, mica come al solito che passano a 400km di distanza e viene solo una pioggia forte). Risultato? Una pioggia forte con vento.

Mi sono innamorato follemente di almeno due spiagge di Hong Kong. La prima, Long Ke (sotto) e’ un paradiso terrestre a 30 minuti dai grattacieli. La seconda, Shek O, e’ una spiaggia pulita e a volte con onde divertenti (tipo Gold Coast in Australia) a 10 minuti dai grattacieli. Vale la pena di aggiungere niente?

long-ke

Long Ke

shek-o

Shek O

Shek_O_Beach

Shek O

 

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Dieci piccole indiane

Un gruppo di giappine di mia conoscenza questa settimana e’ in vacanza in Italia. Classica combo Roma-Firenze-Venezia, tour de force con meno di due giorni a citta’, secoli di storia e arte, guerre e conquiste, morti e pestilenze condensati nel solito set fotografico precostituito e formato pressappoco da: Colosseo, Fori, Vaticano, Cappella Sistina, Fontana di Trevi, Uffizi, Torre di Giotto, David col Pistulino di Fuori, Ponte Vecchio, Ponte di Rialto, Canal Grande, Palazzo Ducale, Ponte dei Sospiri, giretto in gondola e fuori dai coglioni.

Poi ovviamente menu a prezzo fisso organizzati dalle agenzie, costituiti da pasta (a Roma carbonara e/o amatriciana a volonta’, a Firenze un bel ragú di selvaggina con spruzzata di tartufo che ad agosto con 40 gradi e’ la morte sua (dei giappi), a Venezia il solito nero di seppia che loro vanno matti, o una bella spaghetti bongore (*) che a Tokyo quando esci con una tipa e’un biglietto assicurato per il love hotel, aglio permettendo), poi pizza a go-go, gelato a secchiate e poco altro.

(Apro veloce parentesi: per una buona parte degli asiatici con cui parli alla fine la cucina italiana risulta pesante, noiosa e per niente meglio dell’italiano che si mangia a casa loro. Sfido io: immaginate se capitasse a voi di andare in Giappone con viaggio organizzato e che lí vi facessero mangiare solo sushi e sashimi a colazione pranzo e cena, in menu preconfezionato e senza mostrarvi null’altro della cucina locale! Anche a voi verrebbe dopo un po’ da dire che la cucina locale e’ un cincinnin noiosa, no?! Chiusa parentesi, come promesso).

Torniamo alle giappine in viaggio preconfezionato. Una non ha fatto nemmeno a tempo a scendere dalla scaletta dell’aereo a Fiumicino che – taaaaak! – le hanno subito fatto il portafoglio. Me le vedo come se fossi stato li’, ‘ste tre ignave a traballare col tacco dodici sui sanpietrini e la Louis Vuitton aperta spalancata a braccetto. Vatti un po’ a pensare che ti derubano, te giappina che a Tokyo lasci l’iphone sul tavolo da Starbucks per tenerti il posto occupato mentre vai a ordinare il frappuccino! (giuro, fanno cosí! Visto gente lasciare Iphone, ipad, portafoglio, borsetta…).

Ecco allora che in pieno stile Dieci Piccoli Indiani (son tre ma vabbe’…), la prima se n’e’ tornata a casa triste e affranta dopo un sol giorno. Non so se le agenzie viaggi giapponesi provvedano a risarcire i derubati (immagino di no, altrimenti tra Italia e Spagna andrebbero in rovina), ma per lo meno sembra provvedano al rimpatrio immediato. Buon per loro. Io comunque questa tipa me la immagino in aereo mentre singhiozza in silenzio accusando se stessa per non essere stata abbastanza attenta, invece di prendersela con quel paese di malandrini e scippatori dove ha avuto l’incauta idea di passare le ferie. Classica reazione giapponese per cui se quando ti succede una sfiga o qualcuno ti fa del male in fondo e’ colpa tua (che hai scelto quel paese, che non sei stata attenta, che eri lí in quel momento, che esisti), non di chi ti ha fatto un torto. Tutto il contrario della reazione vigliacca italiana per cui quando ti capita qualcosa di brutto o fai uno sbaglio e’ sempre colpa degli altri, della sfiga, del governo, mai tua. Mai.

Torniamo alle turiste per caso. Mi giunge voce che al momento una tra le due giappine sopravvissute sia terrorizzata a manetta dalla gente maleducata, aggressiva, incazzosa che incontra a Roma. Sfido io che hanno paura: non so se avete letto il copione della storia, ma il livello 2 narra che una tra lei e l’altra sia destinata a diventare la Seconda Piccola Indiana. Quella che torna a casa incinta.

Interessante notare come entrambe al momento si chiedano come mai un popolo come l’Italia che vive molto di turismo tratti cosi’ male i turisti. E parlano non sapendo ancora cosa le aspetta quando saranno arrivate a Venezia (livello 3 del girone dantesco), citta’ che a differenza delle altre due vive nonmolto” ma proprio “esclusivamente” di turismo. Aspettino di arrivare a Venezia e di sentirsi bestemmiare in faccia dagli educatissimi veneziani che salgono in vaporetto facendo a gomitate coi turisti, ovvero con quelli che gli danno da mangiare. Perfino i mandriani trattano meglio i loro capi di bestiame.

(Venezia meriterebbe di affondare solo perche’ i veneziani moderni se lo meritano proprio, di andarsi a trovare un lavoro vero, una volta nella loro triste vita).

Io me lo chiedo da anni, cari lettori: come abbiamo fatto a ridurci cosi’? Chi li ha creati quei monumenti, noi o un’altra civilta’ diversa dalla nostra?

(*): spaghetti bongore per chi non l’ha capita se la vada a cercare su google. O si studi un po’ di katakana, cribbio!

Viaggio a Shanghai

Tanto per ricordare ai lettori che ultimamente sono un filino impegnato, vorrei sottolineare che sto scrivendo questo post in multitasking. Da seduto. Sulla tazza.

Come avete potuto notare a fine marzo sono andato a Tokyo per il mio viaggio mensile (il prossimo verso la meta’ di aprile, poi a inizio maggio dopo la golden week). Ovviamente non avendo i giappi la Pasqua, sono dovuto tornare sabato, fottendomi di conseguenza il venerdi di festa (Good Friday (=venerdi santo) e’ festa nazionale nei paesi anglosassoni, e di riflesso anche in alcune ex-colonie britanniche tipo Hong Kong) e naturalmente il sabato.

La cosa da ridere e’ che il lunedi di pasquetta (= altra festa nazionale) dovevo essere a Shanghai per un corso (training vendite ultra-avanzato, ovvero tecniche e strategie per vendere ghiaccio agli eschimesi). Morale: ho volato la domenica, percio’ di questo weekend lungo di Pasqua sono stato libero e a casa per circa una decina d’ore.

Tokyo e’ stata… beh, come al solito. Lavoro, izakaya con gli amici, fiori di ciliegio, pulizia & ordine ovunque, mezza stagione, allergia al スギ di merda, riunioni con salaryman che non capiscono una tega, albergo fighissimo in solitudine tipo lost in translation (a parte che conosco la lingua, ma l’atmosfera di solitudine a volte a Tokyo e’ proprio come quella del film).

Vorrei pero’ parlare un attimo di Shanghai. E’ stata la mia prima volta in Cina (terraferma Cina – ero stato a Taiwan e naturalmente vivo a HK, ma nella Cina comunista non c’ero mai stato. Poi dire che HK e’ Cina e’ come dire che Montecarlo e’ Francia, o che Singapore e’ Malesia).

Shanghai, devo dire, me l’aspettavo diversa. Piu’ sgarruppata, tanto per cominciare. Piu’… cinese.

Punti positivi: il centro e’ pulito, ordinato, senza poi tutto questo traffico. E’ pieno di posti interessanti, la metro e’ fighissima (ma d’altronde e’ quasi tutta certificata dalla mia azienda, ghghgh), ristoranti ottimi a prezzi convenienti, piena di vita. Niente male. Inoltre l’impressione generale e’ che il posto sia vivo, vibrante. La senti l’economia che tira, quasi fosse palpabile. Senti odore di opportunita’, un feeling positivo. Come se fosse li’ che succedono le cose, che si fanno le esperienze, (e perche’ no?) i soldi. Senti che a far carriera – in qualche modo – a Shanghai magari si potrebbe far prima.

Punti negativi /1: in centro c’e’ una troia ogni 5 metri e ti ferma un magnaccia ogni 4 passi. (passo – passo – passo – “do you want sexy massage?” – passo – passo – passo – “do you want sexy lady?” – passo – passo – passo – eccetera…).

2. L’acqua e’ non solo imbevibile, ma addirittura tossica credo. Dopo la doccia ti senti la pelle che “tira”. Il mio hotel mi dava 2 bottiglie d’acqua al giorno e in bagno c’era la scritta “usa l’acqua in bottiglia anche per lavarti i denti”.

3. Sono tornato da 4 giorni e ancora mi bruciano gli occhi. Quanto cazzo inquinata e’ l’aria?

4 (soprattutto). Credo ci siano due modi di “vivere” in Asia, a seconda del posto dove vivi. C’e’ il vivere sereno dei posti ultrasicuri dove la gente e’ fondamentalmente “onesta”, ricca o povera che sia. I posti dove giri per la strada senza il pensiero che qualcuno potrebbe sfilarti il portafogli (Giappone, Sudcorea, Hong Kong, Singapore, Malesia se vogliamo, Taiwan, ecc.). E poi ci sono i posti dove sei sei da solo di notte in citta’ ti guardi le spalle, perche’ non sai chi potresti avere dietro. Tipo Manila, o tipo… beh, Shanghai. Questa almeno e’ l’impressione che ha dato a me.

Aggiungo qualche foto tanto per.

L’impatto visivo di Hong Kong

Credo ci siano piu’ o meno tre modi di vedere Hong Kong. Tre immagini, diciamo. La prima e’ di notte, i grattacieli, la citta’ che ricorda molto la scena iniziale di Blade Runner (ciminiere sputafuoco e macchine volanti a parte). La seconda e’ sempre di notte, i vicoli, la pioggia, la citta’ che ricorda molto… Blade Runner (olala’ che originalita’!), la scena in cui Harrison Ford si ciuccia un ramen (o quello che e’) al ristorante. Presente no?

La terza immagine invece e’ questa. La meno conosciuta, diciamo. Domenica pomeriggio, miliardi di persone in giro a fare shopping. Le insegne spente che fanno un po’ tristezza, i condomini da 80 piani scrostati e sporchi (che fanno altrettanta tristezza), la gente ovunque, in ogni angolo, peggio di un formicaio all’ora di punta.

Quando i miei amici giappi mi chiedono com’e’ HK, gli rispondo di solito che HK e’ la versione sporca di Tokyo. E’ un po’ vero, diciamo.

Anche se comunque questa sgrarrupposita’ (sgarruppaggine? sgarruppevolezza?) di HK ha il suo fascino, diciamo. Lo spiegheremo un’altra volta, spero presto. (ah quanto mi mancano i tempi di Brisbane quando non facevo un cazzo da mattina a sera al lavoro e avevo tempo di tenere un blog…).

La regola del sospetto (aziendale)

Ricapitolando. Mondoalbino lascia l’Australia e sbarca a Hong Kong – o per meglio dire si arena a Hong Kong, viste le frequenze atrocemente basse con cui aggiorno il blog.
(saremo mica passati dal giornalmente giapponese, al bisettimanalmente aussie, e adesso…bimestralmente?)

Comunque sia. In questi giorni sto capendo un po’ a mie spese come funziona la vita (lavorativa) da queste parti. Sembra un posto piu’ “europeizzato” rispetto all’Australia (che mi par di capire lavora piu’ a stile americaneggiante). C’e’ anche un pizzico di giapponese oltre che di europeo, nel senso che al lavoro qua sei colpevole fino a quando non dimostri il contrario (quindi si controllano le ricevute al centesimo, si contano le ore al secondo, ecc. In barba al concetto americano dell’impiegato contento = impiegato operativo = azienda che ci guadagna. No, qua anche chi guadagna 10.000 euro al mese quando torna da un viaggio di lavoro deve perdere una cazzo di mezzagiornata a spiegare anche come ha speso pure le cento lire. (e fatevi un po’ i conti di quanto costa all’azienda un’ora di uno che prende 10k netti….)).

In Giappone era cosi’ che funzionava la faccenda. E al lavoro mi facevano girare le palle in maniera atroce, perche’ magari avevo scadenze improrogabili, ma niente. L’azienda rischia di perdere 20 milioni se ritardiamo alla gara d’appalto? Ma chissenefrega: spiegami un po’ invece perche’ il conto del ristorante e’ alle 4 del pomeriggio… devo contare questo come pranzo o come cena?

Non per rivangare continuamente i vecchi tempi di cui ho gia’ ampiamente scritto, ma ricordo che mi arrivavano alla mia scrivania dicendomi cortesemente che avevo sbagliato a fare qualcosa, contravvenendo a una regola magari non scritta di cui non avevo ricevuto notizia ne’ avvertimento alcuno. Cose tipo rimborsi spese, o giorni di ferie, o cose del genere.

Tipo per esempio, in Giappone nessuno mi aveva detto che non si potevano prendere ferie per i primi sei mesi dall’assunzione (e se mi fossi organizzato le ferie nel frattempo? cazzi miei!). E non vorrei entrare neppure nel merito dei rimborsi spese, un labirinto di regolette che nessuno ti spiega ma che vengono fuori man mano che vai in missione e poi chiedi i rimborsi. Naturalmente un “non me l’avevate detto” non viene accettato maiepoimai, se contravviene a una qualsiasi regola, foss’anche una scritta a matita dietro una piastrella del bagno. Dietro, dalla parte del muro intendo.

(A un certo punto in Giappone ti viene pure il sospetto che certe regole vengano inventate al momento solo per farti dispetto e/o farti smettere di fare cose che un giapponese non farebbe).

In Australia al contrario funziona cosi’: puoi far tutto a parte quello che ti viene espressamente detto che non puoi fare. In Giappone funziona al contrario: non puoi fare niente a parte quello che ti viene detto espressamente che puoi fare.

E Hong Kong? Al momento sembra funzionare un po’ come un ibrido, nel senso che puoi fare tutto a parte quello che non ti viene detto che non potevi fare, e allo stesso tempo dipende dalla persona cui lo chiedi. E la cosa, se possibile, mi fa incazzare ancora piu’ che in Giappone, dove almeno per quanto iniqua sai qual e’ la regola (mai chiedere, mai aspettarsi nulla che non sia IL peggio) e sai cosa aspettarti. Qua invece no: sono giapponesi travestiti da americani. Ti fanno il sorrisino e te lo mettono proprio li’ dove immaginate voi.

E cosi’ resto qui, a guardare mentre l’azienda spende i miliardi per mandarmi in Giappone a hotel costosissimi e dove volendo potrei fare colazioni da 50 euro a botta (per non parlare di pranzi e cene) e nessuno mi direbbe nulla (mentre io, coscienzoso come sono, vado a far le spese al combini), ma nel contempo non mi lasciano scaricare le mail dal telefonino (con un piano di roaming da – udite udite – 7 euro al giorno!), perche’ c’e’ una policy aziendale scritta 10 anni fa di cui non ero al corrente che dice che all’estero per le mail o usi il blackberry aziendale o ciccia. E io che ho l’iphone aziendale, me lo prendo teoricamente nel culo (o per meglio dire, non posso usare internet mentre sono all’estero, con un chiaro danno all’azienda stessa, visto che in teoria dovrei essere raggiungibile alla mail aziendale a ogni momento). Il tutto per 7 euro al giorno…

Comunque sia, paese che via, facce da culo all’ufficio personale che trovi. ‘Tacci sua.

Chiuso per trasloco

…Tanto per cambiare.

Domani mi arriva la mobilia dall’Australia e mi danno le chiavi dell’appartamento nuovo. Allo stesso tempo. Tipo che mi danno le chiavi mentre il camion dei mobili (e dei 55 scatoloni) ci va di clacson dalla strada.

PS. I romani del consolato non erano quelli allo sportello (anzi, c’e’ una honkina niente male con un accento italiano perfetto allo sportello. Roba che ti vien voglia di rifarti il passaporto solo per rifarti gli occhi). Il problema erano quelli in coda!

Mi chiedo: perche’ gli italiani non sanno stare in fila? Perche’ le organizzazioni italiane non sanno organizzare le code? Perche’ non transennano in modo da farti stare in fila indiana, ma tengono le sale d’aspetto tipo salottino del cazzo dove uno non sa mai chi e’ prima e chi e’ dopo?

Maledetti.

E poi. Perche’ entri in sala d’aspetto e ci sono i divani dove uno si siede, e non esiste una fila? Perche’ cazzo devo entrare e dover chiedere “chi e’ l’ultimo?” e passare la mezz’ora seguente col culo al comodo ma il cervello in allarme a stare attento che nessuno si intrufoli tra me e quello prima di me???

Torniamo al tipo in coda (“coda” per modo di dire). C’e’ una tipa (asiatica) (cesso) che sta compilando un modulo, e lui seduto sul divano. Lo vedi che e’ impaziente, lo stallone della ciociaria. Alla fine si decide: si alza e va da lei, di fronte a tutta la sala d’aspetto che sta in silenzio religioso a gustarsi questa figura di merda. In un inglese ORRENDO con accento atroce le chiede qualcosa che il mio cervello si rifiuta di ricordare (a me il suono degli italiani che tentano di parlare inglese stride alle orecchie come le unghie su una lavagna). Lei lo guarda e gli risponde qualcosa, e lui allora la guarda stupito, e con un sospiro di sollievo le chiede se parla italiano (ovviamente si, genio).  “Aho, mi madre e’ dde Taiuuan!” gli fa lei con voce caciarosa e accento ancora piu’ burino del suo.

Al che albino pensa – appposto semo, ghesboro – e si mette una mano sugli occhi. Segue conversazione a due con altre 20 persone che li guardano allibiti; e tutto un “eddai bella, stasera annamo a farcie unaperitivo, su“, e cose del genere. Albino a quel punto ha due scelte, o vomita o se ne va. Tra il giramento di coglioni della fila inesistente e questa scena da di bovari campagnoli che si parlano in burinese, la scelta e’ scontata.

Morale: il giorno dopo sono tornato all’orario di prima apertura (tanto il consolato e’ l’edificio di fronte al mio ufficio…) quando non c’era nessuno. A parte una tipa con passeggino che registrava il figlio e che e’ riuscita a passarmi davanti – la zoccola – perche’ mentre io compilavo il mio modulo nell’apposito spazio, lei si e’ messa a compilarlo direttamente allo sportello. La troia. Sposata con francese poi, che e’ tutto un dire. Che il fantasma di Materazzi perseguiti voi e tutta la vostra stirpe nei secoli dei secoli.

Vado, che la notte e’ giovane. E spero di non incontrare italiani questa sera.

Ho visto cose che voi umani

Qui da Tokyo in questo nebbioso sabato mattina, in un raro momento di pace e calma ho finalmente trovato il tempo di cambiare la testata al blog. Curioso che per poterlo fare sia dovuto venire fino in Giappone.

Ma facciamo un passo indietro, prima di spiegare. Come ben sapete tra queste pagine (pagine per modo di dire) Tokyo l’abbiamo chiamata la Metropoli Tentacolare, data la sua dimensione spropositata che sembra non avere inizio ne’ fine, tanto che anche dall’edificio piu’ alto della citta’ il grigio dei palazzi continua senza interruzioni fino all’orizzonte. Tokyo e’ e restera’ per noi la Metropoli.

Ok. Ma ora che siamo a Hong Kong, che si fa? Come minchia la raffiguriamo al lettore di Voghera? Beh, so benissimo che la cosa e’ stata detta e ripetuta in mille salse, ma il paragone quello e’, non c’e’ niente da fare: Blade Runner. Hong Kong e’ la citta’ di Blade Runner. Ho messo una foto qui sotto ma non credo renda abbastanza l’idea. Dovreste andare a vedere coi vostri occhi per capire.

So che alcuni di voi a questo punto storceranno un po’ il naso, dato che in passato ho gia’ paragonato Tokyo alla citta’ di Blade Runner. (in un post che tra parentesi modestamente ha spaccato – ma erano altri tempi e ora non sono piu’ er ghepardo de na vorta, o piu’ che altro non lavoro piu’ in un’azienda giappa che mi tiene giornate intere a non fare un cazzo perche’ non sa come utilizzare un gaijin… vabbe’, sto andando fuori tema).

Diciamocelo. Ammettiamocelo, su. L’idea non e’ poi cosi’ originale. Per nulla direi. Ma basta che vi veniate a fare un giro da queste (e quelle) parti per capire cosa intendo dire. Venite a Tokyo, salite su un grattacielo di notte e ammirate la Metropoli. Vi troverete di fronte allo spettacolo di mille luci a 360 gradi, da voi all’orizzonte, ovunque voi guardiate, come se la citta’ fosse tutto e non finisse mai. Ma se guardate bene e aguzzate la vista, noterete che che la citta’ non e’ tutta uguale. Vi accorgerete che e’ formata da varie parti, a chiazze – ci sono zone con case basse, zone di condomini a 6-10 piani, zone di grattacieli (facilmente riconoscibili pure: Shinjuku, Marunouchi, perfino Yokohama in lontananza) che spuntano qua e la’ in mezzo a un continuo quasi piatto.

Hong Kong invece e’ totalmente diversa. Se ne vede la fine, eccome, e poi c’e’ la baia in mezzo che risalta come una macchia scura. E poi la citta’ e’ piu’ piccola, visto che in fondo ci vivono ammassati “solamente” 8 milioni di persone. Eppure HK ha piu’ luci (molte piu’ luci), edifici piu’ alti (molto piu’ alti), condomini di 50-70 piani che svettano come torri, grattacieli molto piu’ numerosi e molto piu’ concentrati di Tokyo. Di notte, se possibile, HK e’ uno spettacolo ancora piu’ bello da vedere.

Come nella foto che ho “rubato” in rete per l’intestazione (il cui autore spero mi perdonera’), e che ripropongo qui sotto in tutta la sua maestosita’.


P.S. Io ora vivo in una di quelle torri… (un po’ a destra di quella piu’ alta…)

Taiwan

Allora. Taiwan sembra un mix perfetto tra Cina e Giappone.

Tipo che la spiaggia (vista dall’alto) è fangosa e fa cagare tipo Kamakura, tipo che l’hotel aveva la washlet (finalmente!!!!) con bidet incorporato. Tipo che è pieno di familymart e 7eleven, che quando ci entri ti senti in Giappone. Tipo che la città sembra terribilmente giapponese, gli edifici, le scritte, i ristoranti, le stazioni. Tipo che ci sono tutte le catene giappe del mondo, e la gente è vestita bene come in Giappone. Tipo che i salaryman sono vestiti in pantalone-nero camicia-bianca-maniche-corte.

E in tutto questo, dov’è la Cina? Beh, La cina la trovi nel linguaggio usato, ovviamente. E in quel senso generale di sgarruppatezza cinese (tipo nelle autostrade interrotte a metà), ma non solo cinese direi. Immaginate di dare in mano Tokyo per un paio d’anni ad un’amministrazione (sud-)italiana: ecco che ottenere Taipei.

Un tratto di unicità comunque l’ho notato in questo posto. È pieno – e quando dico pieno intendo proprio PIENO – di tipe alte dai 1.65 agli 1.75, magre, culo perfetto, gamba affusolata, bel visetto e DUE BOMBE COSÌ.

Meglio che me ne vado va’, prima che vada a finire che resto…

(p.s. No foto, non ho avuto tempo…)

Freddo campionario della gente che mi chiama per la macchina

In riferimento a questo annuncio della mia Corolla messa in vendita, ricevo le seguenti chiamate:

– Indiani.
– Indiani col numero bloccato.
– Indiani col numero bloccato che mi dicono che la macchina gli serve domani mattina per andare al lavoro.
– Indiani col numero bloccato che offrono meta’ del prezzo che chiedo, pero’ cash: schei in bocca, dannati e subito.
– Tipe che non si presentano, mi chiedono “qual e’ la tua ultima offerta?” Io: “quella che c’e’ scritta nel sito?” e poi mi mettono giu’.
– Uno che dopo avermi fatto il terzo grado e dopo mezz’ora di telefonata in cui a momenti mi chiede pure quanti mm e’ alto il battistrada, conclude dicendo “vabbe’ dai, vengo a vederla sabato” con lo stesso tono da prof di Teoria dei Segnali che dopo un’interrogazione selvaggia in cui ti ha chiesto il Mondo ti sbatte il libretto universitario addosso con uno sporco 18 e ti dice “vabbe’ dai, fuori dai coglioni“.

Il senso delle cose

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo (o di una donna) in cui ci si rende conto di aver perso il senso delle cose. Ieri per me e’ stato uno di quei momenti.

Recentemente mi sono fatto prendere la mano dal lavoro. Il fatto e’ che mi piace di brutto quello che sto facendo, e se non e’ la prima questa e’ forse la terza o quarta volta che mi capita. E poi qua si fa carriera velocemente, tanto velocemente che sembra una cosa dovuta. Come dice un mio collega, “every time I am becoming accountable for something I get promoted” Nel senso: non faccio in tempo a dover rispondere di quello che faccio (es: se ho raggiunto o no i miei obiettivi alla fine dell’anno fiscale) che mi promuovono (e quindi si azzera tutto e non ne devo rispondere piu’, perche’ ho nuovi obiettivi, nda).

Risultato: sono cambiato. Non so chi di voi si ricorda i miei primi quattro anni d’Australia (e prima, in Italia, e dopo, in Giappone) quando lavoravo il minimo necessario e poi, all’uscita del lavoro, vivevo.

Lentamente qualcosa e’ cambiato. Ora rispondo alle mail di lavoro alle 10 di sera, se me ne appare una nell’iphone. O di sabato, o di domenica. E soprattutto penso al lavoro fuori dall’orario di lavoro, mi viene in mente cosa fare per superare un problema, magari prima di andare a letto. A me, proprio a me che una volta andavo fiero della mia doppia vita: al lavoro si lavora, e fuori orario il lavoro non esiste a meno che non si venga pagati minuto per minuto.

Ieri a causa di certi casini ho realizzato di aver perso la dimensione delle cose. Ho vissuto un pomeriggio di fuoco a causa di una bega di lavoro, e una volta tornato a casa mi sono reso conto di essermi portato a casa i problemi. E’ li’ che ho capito che c’e’ qualcosa che non va.

In fondo, posso dirlo? Sono in una situazione privilegiata, forse la migliore possibile: quel mid-level management nel quale non hai praticamente alcuna responsabilita’ ma prendi appena meno del tuo capo, o del tuo direttore, i quali se ci sono casini al lavoro non ci dormono la notte. Non ha senso rompere questa situazione per smania di essere promossi. E per cosa poi, una manciata di 100 dollari in piu’ a fine mese?

Credo che un giorno mi manchera’ questo periodo che forse non sto vivendo adeguatamente, nel quale esco alle 5 del pomeriggio e ho tutto il resto della giornata davanti.

Peccato che Sydney sia Sydney, ma di questo magari parlero’ nel prossimo post.

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

it’s raining, government thief!

Qua a Sydney siamo chiusi in casa da due giorni, causa piogge torrenziali imperterrite e senza fine che ci affliggono da due giorni. Fortuna che domani vado a Perth (dove piove as well, sembra).

11 giugno: oggi qui si festeggia il compleanno della Vagina Elisabetta II d’Inghilterra, per cui e’ festa nazionale. Ma per i motivi di cui sopra sono chiuso in casa, per cui mi sono dato alla cucina. Ieri ho fatto, nell’ordine: pizza radicchio e funghi, crostata di frutta di cui allegherò la foto a breve, e… basta.

Stanotte sono riuscito a svegliarmi alle 2am per vedere l’Italia, e per fortuna non le abbiamo prese. Sono abbastanza soddisfatto dai: vuol dire che bene o male siamo tornati. Un altro paio di inquisiti e li vinciamo, ‘sti europei.

Tra parentesi notavo (scusate il tocco di populismo, ma quando ci vuole ci vuole) che pur con tutti i problemi economici degli spagnoli, lo stadio era pieno di casacche rosse. Come direbbe Berlusconi: gli stadi son pieni, non c’e’ la crisi. lol.

La notizia del giorno e’ che forse, ma dico forse, il mio viaggio in Giappone di luglio salta. E a me già girano le palle, perche’ non so se si e’ notato dal tenore del post, ma qua (causa tempo di merda) mi sto annoiando da mo-ri-re e non vedo veramente l’ora di tornare nella Metropoli Tentacolare.

Torno nella mia catacomba, ad maiora. Ci si sente nei prossimi giorni in collegamento dal Western Australia.

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Sindrome da depressione invernale

E’ arrivato giugno, e come ad ogni giugno da 7 anni a questa parte io mi mangio una merda.

In 5 di questi anni me la sono mangiata al barbeque perche’ ero in Australia, e come ben sapete qua giugno = dicembre = inverno.

In 2 di questi anni me la sono mangiata con le bacchettine perche’ ero in Giappone, e si era nel bel mezzo dello 梅雨, la famigerata stagione delle piogge.

Giugno in Italia invece mi ricorda la fine delle scuole, le giornate lunghissime, il sole, la spiaggia, le giappine in minigonna… ah no, mi sa che mi sono confuso un attimo. Comunque sia, a giugno negli anni 201x ci si collega nell’etere e si vedono gli amici bastardi che postano foto di quando vanno al mare, mentre qua sono le 16:39 e fa quasi buio. Argh.

(eh ma poi mi vendico, aspettate ottobre-novembre).

Chiudo qua perche’ mi viene la tristezza. Se siete miei amici su facebook, vi prego, non postate foto al mare che mi viene la saudade.

Segreti e bugie

Tenere un blog per alcuni (per me) e’ una sfida. Una sfida tra la voglia di raccontare e il bisogno di mantenere la propria privacy. Perche’ le strade da scegliere sono due e due soltanto: o blocchi tutto con una password, oppure eviti di raccontare la tua vita privata. Perche’ l’internet e’ aperto e accessibile a tutti – colleghi di lavoro presenti passati e futuri, amici presenti passati e futuri, e poi amici degli amici, conoscenti dei conoscenti, di tutto di piu’.

Alcuni diranno che c’e’ pure una terza via: cercare di restare anonimi. Cambiare nomi, situazioni, confondere le acque, non collegare il tuo blog ai social network, non dire ai tuoi conoscenti che tieni un blog. Ma se parli della tua vita viene comunque fuori chi sei, prima o poi, e il giorno che ti beccano devi comunque rispondere di quello che hai scritto – perche’ io lo so bene che l’anonimato ti spinge a scrivere tutto, a creare iperboli di sentimenti e situazioni legate allo stato d’animo del momento, cui poi magari nemmeno tu credi fino in fondo.

E allora, che si fa.

Che si fa quando sai che ti leggono conoscenti, ex colleghi, amici d’infanzia, parenti? Che si fa quando sai che potrebbe leggerti in teoria anche il tuo capo, il tuo direttore generale, il collega della scrivania a fianco, il vicino di casa dei tuoi?

Sotto varie forme e situazioni io tengo un blog dal lontano 2004 (o 2003?). Nel corso degli anni ho imparato a mie spese che quello che scrivo resta, indelebile (o quasi). E’ tutto li’, nero su bianco: altro che la timeline di facebook. Nei blog puoi scavare nel passato di una persona, leggerne i pensieri e le opinioni indietro di anni, di lustri. Per quel che ne so un giorno i miei figli magari leggeranno le cagate che scrivo adesso.

E nel corso degli anni ho imparato che non fare nomi non e’ sufficiente a garantire l’anonimato. Era forse il 2004 quando, forte dell’anonimato del mio piccolo proto-blog da 10 lettori la settimana, mi son messo a criticare in maniera troppo dura e “romanzata” alcuni amici (senza scriverne i nomi pero’, come se nessuno potesse capire di chi si trattasse) e questi dopo essersi riconosciuti nelle mie parole sono venuti a suonarmi il campanello di casa, (giustamente) furibondi.

E nel corso degli anni ho imparato che l’uso della lingua italiana non e’ una barriera per gli stranieri. Come ai tempi in cui uscivo con due tipe contemporaneamente e forte della barriera linguistica lo raccontavo sul vecchio Bello Onesto (non so chi si ricorda la saga di femmina1 e femmina2, era tipo il 2007 o giu’ di li’), fino a quando una delle due dopo aver trovato il mio blog e averlo schiaffato nel traduttore di google mi ha chiamato alle 2 di notte, in lacrime.

Purtroppo e’ cosi’, cari lettori. Alcuni di voi si lamentano del fatto che questo blog e’ diventato meno brillante da quando ho lasciato il Giappone. Il fatto pero’ e’ che e’ il rapporto tra la mia vita e questo blog ad essere cambiato, e questo e’ stato indipendente dal Giappone. Ora sono connesso su twitter e su facebook – chi mi conosce sa dove leggermi. Ho scritto un romanzo firmato col mio nome e il mio cognome e l’ho pubblicizzato sul blog. In teoria il blog potrebbe influire sulla mia carriera, se qualche pezzo piu’ o meno grosso della mia compagnia si sognasse di andarselo a leggere e non lo trovasse di suo gusto. E col passare del tempo il mio bacino di utenti si espande, e con esso i potenziali “curiosi” che mi conoscono e vengono a sbirciare cio’ che scrivo.

Non per nulla ora mi trovo qui a Tokyo, e ancora non posso raccontare quello che sto vivendo.

Ieri mi e’ successa una cosa terribile. Scioccante. Allucinante. Tre ore prima mi trovavo in un pub con due giappine, risate chiacchiere e birra a fiumi. Tre ore dopo tornavo a casa sotto la pioggia, in silenzioso shock, quasi con la voglia di piangere. Pero’ purtroppo quello che e’ successo in quelle tre ore non lo posso scrivere, ne’ qui e ne’ altrove, ne’ ora ne mai. E pure se questo blog fosse stato anonimo o l’avessi scritta dietro la protezione di una password, forse non mi avrebbe creduto nessuno.

Da Perth al Margaret River

Oggi sono tornato al lavoro e sono subissato di cose da fare. Ciononostante, per chi volesse avere un po’ di notizie sul Western Australia (regione del paese di cui si parla veramente troppo poco), ecco un paio di notizie tratte dal mio recentissimo viaggetto.

1) L’impressione su Perth e’ stata piu’ che positiva. Per chi non lo sapesse, la capitale del Western Australia ospita il 65% della popolazione dello stato (WA fa 2,6 milioni di abitanti, di cui 1,6 a Perth. Dai numeri e dall’estensione dello stato si puo’ ben capire che il WA e’ praticamente disabitato). Il clima sembra essere splendido (20 gradi d’inverno, fate un po’ voi…), la citta’ e’ ordinatissima, pulitissima, e inoltre la spiaggia e’ fa-vo-lo-sa. I trasporti pubblici sono ottimi (cosa strana per l’Australia) e il traffico e’ gestito bene (cosa impensabile per l’Australia, dove c’e’ meno di un terzo del traffico italiano ma sembra ce ne sia il doppio, visto quanto sono inetti alla guida e quanto sono incapaci a pianificare). Visto che il CBD la sera e’ morto (come nel resto delle citta’ Australiane, tolta forse Melbourne) ho visitato alcune parti della citta’ tipo Subiaco e Northbridge e mi sono sembrate vive, piene di ristoranti e di locali. Niente male. In complesso Perth sembra essere una citta’ ricca, in fermento, in espansione, giovane. Bello.

2) A soli 25 minuti di treno a sud c’e’ Fremantle, una localita’ di mare molto carina. Sembra di essere in Sardegna, sia per la vegetazione che per alcuni dettagli delle case. La cittadina sembra niente male, un posto delle vacanze (= pieno di locali e ristoranti) con una spiaggia da sogno e a distanza tale da Perth da permetterti, volendo, di vivere al mare e lavorare tra i grattacieli. Cosa volere di piu’ dalla vita?

3) Margaret River. 300 Km a sud di Perth si trova questa regione dove il mio amico ha deciso di sposarsi. Beh, devo dire che il posto mi ha lasciato senza fiato. Sembra di essere tra i colli della Toscana, solo con il clima della Sicilia e il mare che a volte e’ quello delle spiagge piu’ belle che si trovano nel sud Italia, a volte e’ oceano aperto da surf con onde alte, ma un colore che sembra sempre di essere alle Maldive. Una cosa da restare senza parole. Se passate per l’Australia e volete farvi un giro a Perth, questa e’ una zona da vedere.

Tirando le somme: attualmente l’area attorno a Perth e’ una delle zone piu’ economicamente attive del mondo (Perth, per dire, cresce in media piu’ della Cina). I prezzi sono esorbitanti, ma cosi’ lo sono gli stipendi. La cultura e’ niente male (e gli italiani emigranti hanno fatto la loro parte in tutto cio’: si sente dal cibo o dal vino). La zona e’ una meta di emigrazione interna tra gli Australiani (ovvero: sempre piu’ emigranti arrivano a Perth, ma la maggior parte degli emigranti sono australiani di altre citta’ – questo a dimostrare che qua girano i soldi e le opportunita’).

Per fare un paragone col resto dell’Australia, Perth ha un mare e un clima che sembrano quelli della gold Coast / Sunshine Coast in Queensland. A volte sembra di essere a Surfers Paradise. Come citta’ sembra avvicinarsi piu’ di tutte a Melbourne, sia per i parchi che per il modo in cui e’ strutturata, e per la presenza palpabile dell’emigrazione italiana. A Sydney e’ accomunata per il fatto di affacciarsi sulla foce di un fiume / baia, ma soprattutto per il punto di vista economico: i prezzi sono in linea con Sydney mentre gli stipendi all’apparenza sono un filo piu’ alti, come si puo’ vedere qui.

Per chi volesse emigrare in Australia, il mio consiglio e’ quello di andare in citta’ piu’ “facili” per gli stranieri, come Sydney, Melbourne o Brisbane. Poi, quando vi siete ambientati, avete fatto un po’ di esperienza, inglese ecc, solo allora valuterei l’opzione Perth, tanto per far felice il conto in banca mentre si prende una bella tintarella. Fateci un giro per credere.

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