Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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In bagno con Del Piero

Per la serie, questo blog sta diventando un collegamento costante dal mio cesso, va ora in onda la puntata del 21 Marzo 2012.

Visto che ho tolto le stellette e i pollici versi lasciatemi cogliere l’occasione per congratularmi senza paura di essere cazziato per questa Juve. Una Juve operaia come piace a noi gobbi, una Juve che crede nel gruppo e nel gioco di squadra piu’ che nel campione miliardario (ovviamente straniero, vero inter, vero milan?). Una Juve che dall’arrivo di Mr. Conte sta dimostrando di avere (venti-)due palle cosi’.

Stamattina in bagno mi sono portato non Rutelli bensi’ Del Piero: macbook sulla cesta dei panni sporchi, Radio 1 in streaming e via. Momenti di sofferenza durante il secondo tempo, mentre mi vestivo, e poi quando e’ arrivato il momento di uscire sono passato all’app di Radio 1 in streaming da iphone.

Batticuore mentre il bus passava sotto all’Harbour Bridge dove sotto quella gabbia d’acciaio la rete perde segnale e lo streaming si interrompe, per poi tirare un sospiro di sollievo alla fine del ponte a segnale recuperato. Camminata tra i grattacieli tra la fermata dell’autobus e l’ufficio, altro momento buio in ascensore, per poi sentire il fischio finale appena arrivato in scrivania. Pronto per gustarmi i commenti su gazzetta.it.

Morale: Juve a Roma, Milan a casa, albino al lavoro, contento di essere tornato a gioire per il calcio dopo tutti questi anni di purgatorio. Da Sydney e’ tutto, a voi la linea.


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Viaggerellando qua e la’

E insomma e’ deciso al 90% che tra 6-9 mesi mi trasferisco a Perth, diventando di fatto il capo assoluto del Western Australia con tanto di statua equestre eretta sulla pubblica piazza in mio onore.

Resta da vedere cosa ne sara’ dei miei viaggi in Giappone – Perth e’ veramente distante da tutto. A parte che il prezzo del biglietto sarebbe piu’ o meno lo stesso, per fare Perth-Tokyo ci vogliono ben 16 ore (minimo) con un cambio obbligatorio. Ma per ora da Sydney di sicuro c’e’ solo che mi si rivedra’ in terra nipponica alla fine della golden Week, cioe’ verso i primi di maggio, per la solita quindicina di giorni. Per quest’anno conto di fare almeno altri 2 viaggi a Tokyo (maggio + settembre-ottobre), piu’ magari un bel luglio in mezzo che non mi farebbe schifo… sempre se riesco a convincere i grandi capi.

All’inizio di aprile devo anche fare una capatina a Kuala Lumpur (in giornata) per un corso. Cioe’, spieghiamoci: volo di 8 ore dal pomeriggio con arrivo alle 8 di sera, notte in albergo, mezza giornata di corso e poi di nuovo in aereo per tornare in Australia. Non male. Per me si tratta di un ritorno: i lettori di vecchia data ricorderanno il periodo in cui mi hanno mandato in Malesia a lavorare nel 2008.

Questo weekend invece vado a Perth ma per ragioni personali (matrimonio di un amico) – 5 ore di volo, noleggio auto e 250 km in macchina per andare qui. Ammazza se e’ remoto come posto… (zoomare per credere).

Niente male come spiaggetta per fare un matrimonio, no? Un po’ in mezzo al nulla, but still

In bagno con Rutelli

Stamattina seduto sulla tazza guardavo Rutelli dalla Annunziata, incazzato come una biscia (lui) mentre si proclamava vittima di truffa, dichiarava a gran voce di aver querelato e spergiurava (sui suoi figli? ah era quell’altro) di non aver mai preso una lira in vita sua. Un euro, pardon.

Poi sono entrato in doccia e mi son detto che cazzo, sei presidente di un partito e non t’accorgi che ti rubano i milioni sotto il naso. Beh ma certo, mi son risposto, con tutti i soldi di rimborsi elettorali che prendono.

E poi, mi son ri-risposto, ‘sto qua magari e’ vero che non s’e’ intascato niente (stavolta), probabilmente firmava ogni carta che gli passava sotto il naso, come il mio vecchio prof di Informatica II all’uni che ti doveva firmare l’accesso al laboratorio se eri in corso con lui, ma tanto firmava tutto in bianco quindi anche se non eri nel suo corso bastava che gli bussassi in ufficio e lui ti firmava l’accesso senza controllare chi eri. All’epoca girava pure voce che qualcuno della goliardia gli avesse fatto firmare chissà’ quali carte assurde, tipo cambiali o carte con su scritto “sono un idiota” o cose simili.

Tra una insaponata e l’altra, ad un certo punto ho realizzato che Rutelli e’ li’… da sempre. Uno dei tanti “professionisti della politica”, come li definiva giustamente Berlusconi (salvo poi averne mezzi dalla sua parte), tipo Veltronigasparrilarussadini ecc. ecc.

E poi mi son ri-detto che in fondo e’ così che va il mondo: come in ogni professione, in politica l’esperienza e’ un valore, le conoscenze nell’ambiente valgono oro quanto pesano, la gente sa come muoversi bene solo in acque conosciute. Se la cosa vale per un ingegnere, perché non dovrebbe valere a maggior ragione per un politico?

A questo punto avrei dovuto ri-ri-rispondermi, ma purtroppo, beh… la doccia era finita, e con essa lo spazio per le riflessioni mattutine.

(Pero’ dell’autodifesa di Rutelli ho apprezzato che ha ammesso (finalmente!) di prendere un sacco di soldi di stipendio).

Andiamo in spiaggia va’

Oggi all’una era bello. Mi son detto: andiamo in spiaggia va’.

Non faccio a tempo a scendere in spiaggia che mi ritrovo un cielo così’.

E mi son detto: torniamo a casa a guardarci il gran premio va’.

L’amico X e la Proposta indecente

Insomma c’e’ questo mio amico, che con molta fantasia chiameremo X, il quale un paio d’anni fa ha pubblicato un romanzo. Il contratto di edizione aveva durata di due anni, i quali scadono in questi giorni.

A due anni di distanza il mio amico X ha iniziato a discutere con l’editore, dati alla mano, per capire cos’e’ andato e cosa non e’ andato. L’edizione del romanzo e’ stata, senza troppi giri di parole, una piccola Caporetto. Innanzitutto a causa del prezzo: 14 euro per il romanzo di un esordiente, chi cazzo li paga? Il libro e’ bello da vedere, l’edizione e’ solida, fatta bene, per carita’, anche la copertina e’ fica, but still.

Ancor piu’ del prezzo, la vera nota dolente e’ stata la distribuzione. Mettiamocelo in testa: anche nel 2012 la gente in Italietta vuole andare in libreria a comprare i libri. L’acquisto via internet funziona in paesi sviluppati come gli USA o l’Australia, dove le poste non si fottono i pacchi e le carte di credito non vengono clonate a pioggia. Ma in Italia, ferma al Giurassico Tecnologico, chi minchia va a comprare via internet? FAIL.

E poi l’italiano e’ un po’ cosi’ in fondo, gli piace andare in libreria e passeggiare tra gli scaffali, passare il ditino sulle coste dei libri, fermarsi quando vede un titolo interessante, prendere il volume, sfogliarlo, leggere il retro di copertina, guardare il prezzo, decidere di aspettare l’edizione economica da 4.99 prima di comprarlo. E in fondo cosa ne puo’ sapere di come gira in Italia un misero ingegnere che vive a 20.000 Km di distanza? Niente, e infatti via cosi’: libro reperibile solo via internet (cosi’ si risparmia sulle spese di distribuzione) e a prezzo esorbitante (cosi’ lo comprano solo quei quattro gatti che conoscono l’autore di persona – o via blog, nel caso del mio amico X, il quale per una fortuita coincidenza vive all’estero e tiene un blog, proprio come me).

Nel frattempo in questi due anni l’amico X ha scoperto l’ebook. L’ebook e’ il futuro, e nel 2012 questo futuro si scrive kindle, si scrive Amazon, si scrive formato mobi, si scrive pagamento via paypal (nome che ci suona bene in quanto ricorda パイパン). E si scrive anche ibook, si scrive ipad, si scrive formato epub, si scrive pagamento via itunes account. Questi sono i due canali principali: con un click ti compri un libro, e te lo leggi sullo stesso dispositivo e su tutti quelli compatibili (vedi la bellissima applicazione Kindle per iphone o android, che sincronizza dove sei arrivato a leggere tra un dispositivo e l’altro. Io per esempio leggo qualche paginetta la mattina in bus (via iphone) e la sera sul comodino mi trovo il kindle sincronizzato al punto dove sono arrivato con l’iphone, e viceversa la mattina. Fantastico).

Il prezzo? 99 centesimi, non di piu’. Se chiedi di piu’ la gente se lo scarica illegalmente. Non che non avvenga comunque, ma 99 cent  sono il prezzo di un caffe’, e’ ovvio che il pidocchioso lo trovi sempre (io stesso scarico tonnellate di ebooks via torrent). Cio’ non toglie pero’ che alcuni, magari pochi, saranno comunque disposti a cliccare il link e scaricarselo direttamente dal sito, perche’ tanto sono solo 0.99, il costo di un’app per iphone, meno del costo di un giornale, non vale nemmeno la pena di sprecare 5 minuti a cercare il torrent e a farsi l’upload sul kindle. E poi da iphone/ipad basta solo un click, vuoi mettere?

Morale della favola: l’amico X chiede all’editore di chiudere quell’edizione fallimentare in cartaceo e di portare tutto su ebook. Cosi’ gli italiani all’estero che seguono il blog di X possono finalmente leggersi il suo romanzo, cosi’ chiunque abbia un dispositivo android o apple puo’ scaricarsi e leggersi il libro. E pazienza se poi la gente se lo scarica aggratis: tanto X non lo fa certo per soldi, quanto per il piacere di farsi leggere.

L’editore allora fa la sua proposta. Udite udite. Canali di distribuzione: non amazon o apple, non kindle o ibook ma… Rizzoli online, Ibs, Libreria San Paolo, Mediaworld… insomma, una presa per il culo.

Ma attenzione al prezzo, tenetevi forte. 8 euro. Avete capito bene: OTTO euro per scaricare un libro. Ditemi: chi di voi sarebbe disposto a spendere 8 euro per un ebook? La proposta e’ talmente ridicola che non sono riuscito a non scriverla sul post di oggi. Otto euro… mi viene da ridere solo a pensarci. LOL.

Insomma, cari amici, mantenendo l’anonimato su X e sulla sua opera, sappiate che a breve  il romanzo verra’ edito in formato ebook per kindle, piattaforme android e apple. Al prezzo irrisorio di 99 centesimi, e su questo veramente non ci piove. Questo a spese dell’edizione cartacea e a meno che l’editore non accetti di pubblicare via amazon a 99 cent (cosa che a questo punto mi sembra ormai improbabile), ma tanto l’edizione cartacea era comunque troppo cara e troppo difficile da trovare.

Vi terro’ aggiornati – nel frattempo datemi la vostra impressione nei commenti, grazie.

Non tutti sanno che…

A Sydney e’ pieno di ragni. Mai visti tanti ragni in vita mia. Sono ovunque: in casa, fuori casa, sotto gli alberi. Mentre cammini per i marciapiedi capita a volte di ritrovarsi a mangiare ragnatele. Senza contare qualche mese fa, quando mi sono svegliato con un ragno gigante appeso a un filo che pendeva dal soffitto e a 15 cm dal naso.

A Sydney e’ pieno di pappagalli, tanto quanto a Brisbane e’ pieno di pipistrelli. Onestamente: meglio i pipistrelli, almeno non rompono i coglioni la mattina presto. E poi i pipi di Brisbane sono flying foxes, grandi ma vegetariani, quindi innocui. E fanno molto Gotham city.

In Australia la gente paga migliaia di dollari per assicurazioni private inutili (visto che la mutua funziona ESATTAMENTE come le strutture private), perche’  sembra convenga quando ti scarichi le tasse. E ti ci danno sopra tipo 200$ l’anno in occhiali e lenti a contatto, e un paio di sedute aggratis dal dentista. La cosa da ridere pero’ e’ che se usi la tessera della mutua (la Medicare) non paghi niente, mentre se tiri fuori quella privata prima paghi e poi ti ridanno i soldi. Boh. E soprattutto, che anche se hai la privata quella pubblica la devi continuare a pagare lo stesso. Ari-boh.

In Queensland (e non so se anche altrove, spero di no) hanno vietato agli scooter e alle moto di sorpassare ai semafori. Quindi vedi questi con gli scooter che stanno belli in fila ad aspirarsi i fumi di scarico della macchina davanti. Viene da chiedersi: se in citta’ gli scooter devono restare in fila, che cazzo di senso ha comprarsi lo scooter?!

In Australia e’ obbligatorio il caschetto se vai in bici. Ma non se vai in skateboard, che e’ tipo due ordini di grandezza piu’ pericoloso. Quindi al semaforo ti capita di vedere scene tipo: macchina ferma, con dietro uno scooter che aspetta diligentemente, e a fianco uno in bici e caschetto. Sorpassati in velocita’ da uno in skateboard che salta sopra il marciapiede rischiando l’osso del collo a ogni metro. Bello.

A Brisbane non entri nei locali se non hai le scarpe di pelle. A Melbourne non entri nei locali se non hai una maglia/camicia col “collo” (tipo, in t-shirt non entri ma in polo si). Quindi a Brisbane capita di vedere gente che entra nei locali con scarpa di pelle e boxer da mare, mentre a Melbourne entri se hai la polo anche se sotto sei scalzo. Quelli vestiti normali invece li lasciano fuori.

Vista la composizione degli emigranti, in Australia le scritte in lingua straniera di solito sono in italiano, cinese, greco, coreano, giapponese, thai. Il francese lo vedi solo dopo, sotto, in piccolo, e cosi’ il tedesco. Lo spagnolo invece e’ non pervenuto, non se lo caga veramente, ma veramente, ma veramente nessuno qua.

Vista la composizione degli emigranti, probabilmente 20 anni fa il coreano e il thai non c’erano, e probabilmente fra 20 anni italiano e greco non ci saranno piu’. Contando soprattutto che l’eta’ media dell’emigrante italo-greco in Australia e’ attorno ai 70 anni ormai, mentre indo-cino-giappo-korethailandesi arrivano qui a vagonate (alcuni, a barconi) e si riproducono come funghi.

Villeggianti in pianta stabile e la Meteora innamorata

E’ passato un anno dal disastro in Giappone. L’avete letto un po’ ovunque nelle ultime 24-48 ore, per cui presumo non abbiate certo bisogno che vi venga a raccontare io com’e’ andata.

Eppero’ un anno fa io in Giappone ci abitavo. Avevo gia’ deciso di licenziarmi, e a dire il vero ero gia’ in parola con la mia attuale azienda (la proposta di assunzione mi sarebbe arrivata il 16 marzo, a cinque giorni dal terremoto, ma io avevo gia’ accettato sin da febbraio). Esattamente un anno fa, il 12 marzo del 2011 ero sul piede di partenza, con un nuovo lavoro e una nuova destinazione gia’ definiti, e con alle spalle un terremoto di proporzioni apocalittiche, una centrale nucleare in procinto di esplodere e una citta’ bloccata dal disastro. Eppure non me ne sono andato, sono rimasto li’ fino al giorno della partenza per l’Australia, tipo soldato giapponese imboscato a Saipan.

Non me ne sono andato a causa dal disastro, come invece hanno fatto alcuni. Leggo in questi giorni un concerto di parole struggenti e lacrime di coccodrillo su facebook, twitter: forse si sono gia’ dimenticati come sono andate le cose l’anno scorso, quando a macerie ancora fumanti erano gia’ in treno o in aereo per mettersi in salvo dalle radiazioni. Comodo piangere il “povero Giappone” col culo al sicuro.

Io no. Io sono rimasto durante tutta l’emergenza. Mi sono fatto le code per l’acqua al supermercato, quando non potevi usare quella di rubinetto neanche per farti una pasta per paura del Cesio. Ho vissuto in prima persona i disagi in treno, le crepe sui muri in ufficio, gli aftershock e le evacquazioni un giorno si e uno anche, le finestre rotte, la scarsita’ di energia elettrica, la vita che pian piano ricominciava. Soprattutto ho vissuto le settimane in cui la notte avvolgeva la Metropoli Tentacolare come in un film dell’orrore, quando non c’era elettricita’ per combattere il buio che scendeva sui grattacieli. Quando ad Hachiko intravedevi sagome in ombra ad aspettarsi, e non c’erano piu’ i lampioni, piu’ i maxischermi, piu’ il Tokyu gigante sopra di te. Non c’era piu’ il 109 in lontananza, piu’ le insegne dei negozi, e le uniche luci che vedevi erano i fari delle macchine e dei taxi che passavano.

Ecco. A un anno di distanza io vorrei andare un po’ contro corrente e uscire dal coro di quelli che ricordano il “povero Giappone”. Vorrei ricordare a tutti che il Giappone e i giapponesi si sono tirati su da soli e non hanno certo avuto bisogno delle nostre parole di circostanza per farlo. Quello di cui avevano bisogno da noi stranieri che eravamo li’, era che facessimo la nostra piccola parte alzandoci la mattina e andando al lavoro. Era che facessimo il nostro dovere senza sbroccare, senza lamentarci, senza farci prendere dal panico. Era che remassimo tutti nella stessa direzione.

Questo per dire che a distanza di un anno credo di non essere ancora riuscito a perdonare del tutto quelli che nel momento del bisogno hanno solo pensato solo a se stessi. Un anno fa ho scritto questo, forse un po’ ingenuamente. Mi chiedevo come mi chiedo adesso, come sia stato possibile per alcuni vivere anni e anni in un posto e non averlo in fondo mai cercato di capire, non averlo assimilato nemmeno un pochino.

Alcuni mi sono sembrati dei turisti a lungo termine, dei villeggianti in pianta stabile. E io, una meteora che a Tokyo in fondo c’ha vissuto per nemmeno due anni, dal mio piccolo li guardavo andarsene come topi che abbandonano la nave che affonda. Ma forse per me e’ stato piu’ naturale, chi lo sa. Io che Tokyo l’avevo scelta non per calcoli d’interesse o d’opportunita’ ma in fondo, beh… per amore della citta’ e dei suoi abitanti.

Me ne sono andato pure io alla fine, certo. Alcuni potrebbero obiettarmi che ora sto qui a pigiar tasti dall’Australia, bene al sicuro in terra antisismica e nuclear-free. Ma questa e’ una scelta che ho dovuto fare (e a malincuore) per ben altri motivi legati al mio progetto di vita; tutti i miei amici e conoscenti sanno bene che se il Giappone avesse potuto offrirmi le possibilita’ di carriera cui aspiro ora sarei ancora li’. Ne e’ prova il fatto che me ne sono andato solo a luglio, chiedendo all’azienda nuova di aspettarmi per ben quattro mesi. (se avessi potuto me ne sarei andato anche piu’ in la’, tipo novembre).

Pero’ tornando a quei giorni posso confermare senza paura di essere smentito che non ho mai vacillato, non ho mai pensato una sola volta di abbandonare quel posto nel momento del bisogno, perche’ per me sarebbe stato come tradire quel popolo, come ammettere di aver usato quella citta’ senza averne capito lo spirito. Mentre io, meteora che ha avuto la gaijin card per nemmeno due anni, quel posto l’ho vissuto e l’ho amato sul serio, dal primo all’ultimo giorno.

Queste sono le parole che mi sento di dire a un anno dalla tragedia. Tutto qua.

Se diventassimo dei tedeschi qualunque

Oggi ho avuto a che fare con questo tipo nordeuropeo, diciamo olandese, esperto in sicurezza. Parla con un’altra tipa di human errors, e cita il naufragio della Costa Concordia, frutto a suo avviso della cultura italiana del pressapochismo e della sottovalutazione sistematica dei rischi, dovuta a suo dire alla cultura del machismo imperante in Italia. Insomma, sembra che questo “esperto” proprio non rieasca a togliersi dalla testa il classico stereotipo che identifica l’italiano come un terruncello in canotta e occhiale a specchio, capelllo nero impomatato, vespa senza casco mentre cerca di abbordare ad alta voce le tipe che passano per strada.

Io a sentire quelle frasi mi sarei quasi quasi intromesso, ricordandogli magari che dopo il Giappone l’Italia ha la seconda rete ferroviaria piu’ sicura al mondo (sebbene sgangerata). O magari ricordandogli che uno dei market leader nella produzione di elicotteri e’ italiano, e se vendiamo gli elicotteri in giro per il mondo magari di sicurezza qualcosa ne sappiamo anche noi. O magari avrei potuto buttarla in rissa, dal basso della mia italianita’ di buono a nulla, chiedendogli quand’e’ che una macchina olandese ha vinto l’ultimo campionato di F1. Cosi’, tanto per sapere. O l’ultimo mondiale di rally, o mondiale motogp.

Invece mi sono morso la lingua e non ho risposto. Anche se sapeva che sentivo e sapevo che si aspettava una reazione, visto che parlava di fronte a un italiano che e’ la cosa piu’ lontana al mondo rispetto allo stereotipo che aveva presentato lui.

Non ho reagito perche’ in fondo, beh… ha ragione lui. Siamo cosi’, noi italiani. una parte di noi, di ognuno di noi, grande o piccola che sia, e’ cosi’. E’ vero: l’italiano che descrive lui esiste e si comporta esattamente cosi’. Ma allo stesso tempo, c’e’ anche l’italiano che e’ meccanico della ferrari, o ingegnere nella multinazionale. C’e’ l’italiano che sbaglia i congiuntivi, e contemporaneamente abbiamo l’azzeccagarbugli di professione. Abbiamo inventato il diritto e siamo la nazione sviluppata che infrange di piu’ la legge. Abbiamo inventato sia i mafiosi che i martiri di mafia. Abbiamo il nobile con la erre moscia che non ha mai lavorato un giorno in vita sua ridotto a vendersi i quadri di famiglia per ripagarsi i debiti, e il miliardario veneto con la quinta elementare che ci ficca la bestemmia una parola si e una no, lavora 87 ore la settimana solo di straordinario ed e’ andato in vacanza l’ultima volta nel 1982.

Abbiamo l’operaio siciliano che si fa un culo cosi’ per arrivare a fine mese e gli chiudono la fabbrica, e il dipendente pubblico lombardo che si fa timbrare il cartellino a scrocco dai colleghi ma poi vota lega perche’ secondo lui Roma e’ ladrona. Perche’ in Italia siamo cosi’: genio e merda, Ferrari GTO e Fiat Duna sfornate dallo stesso gruppo, eccellenza e ignoranza, gente vestita di Armani che fuma sigarette di contrabbando, architettura divina e abusivismo terreno, l’Opera di Verdi e Gigi d’Alessio. Abbiamo una nazionale di calcio che tutti criticano (noi per primi) e che nessuno rispetta, ma le sue belle quattro coppe del mondo in bacheca ce le ha, e tutti noi sappiamo che non saranno certo le ultime che portiamo a casa. Gli olandesi sono sempre visti come quelli che fanno il bel calcio, mentre noi siamo i catenacciari… pero’ poi guarda caso la coppa l’alziamo noi, e loro sucano.

Siamo bravi a parlare, noi Italiani. Quello si. Abbiamo le caste e le lotte interne, i dibattiti in TV e i giornali di partito. E poi abbiamo l’omertà e il doppiopesismo, Lucio Dalla col funerale in chiesa solo perché non aveva mai rivelato di essere gay. La vita in Italia e’ un’eterna lotta tra il bene e il male, con bene e male che si scambiano le parti di continuo. Abbiamo milanisti di sinistra che maledicono le leggi ad personam ma tirano un sospiro di sollievo ogni volta che Berlusconi viene prescritto, perche’ sanno bene che il giorno in cui smette di staccare l’assegnino a fine anno il Milan finisce in B senza passare dal Via. Abbiamo Peppone e Don Camillo: un esercito di chiesaroli che pontifica contro l’uso del preservativo, ma poi quando gli capita vallo a sapere quante sono quelle che vanno ad abortire in segreto. Dall’altra parte la moltitudine degli atei e degli agnostici, e vallo a sapere quanti di questi sul letto di morte chiameranno il prete per dirgli che ci han ripensato, che in fondo si scherzava, che mi raccomando padre ci metta una buona parola per me.

E io che credevo di essere in una societa’ multiculturale, qui in Australia. Perche’ certo, qui ci sono i cinesi e gli indiani, gli italiani e i greci, gli aborigeni e gli ex-galeotti britannici. Tutti sotto le stesse regole, tutti piatti e uniformi come giapponesi che saltano la corda. Ma in Italia… ci sono gli italiani: piu’ multiculturali di cosi’! C’e’ la regola e il caos, l’eccellenza e il paraculo, il Trota e l’esercito dei cervelli in fuga, il Bravo e il Fortunato, Fantozzi e il visconte Cobram, Schettino con la moldava in cabina e la scialuppa pronta per fuggire mentre dall’altra parte abbiamo riempito e riempiamo il mondo di Viaggiatori con due palle cosi’. Il tamarro in scooter che abborda le tipe e il Montessori usato in ogni paese come metodo d’educazione.

Cosa c’e’ di piu’ multiculurale di questo? E cosa puoi dire a un olandese se non che ha ragione, che siamo cosi’, o che per lo meno lo e’ una delle nostre mille facce? Ma guai a toccarcela, questa faccia, perche’ se la perdessimo potremmo perfino rischiare di non essere piu’ noi, di perdere il nostro genio, la nostra imprevedibilita’, e magari trasformarci – vuoi mai! – in dei banali, freddi, perfetti, mediocri tedeschi qualunque.

albino vs i tassisti di Sydney

Premessa. Ieri sono tornato a Sydney col volo delle 18. Ho avuto talmente da fare che nella foga di prendere il taxi per l’aeroporto ho dimenticato il trolley nella macchina a noleggio del mio collega. Fortuna che lo rivedo lunedì a Brisbane. Arrivato a Sydney, in coda al taxi sono capitato davanti a un maleducatissimo cafone italiano vestito da picciotto in gessato blu e con l’accento del centro Italia, Abruzzo-Molise forse, che per risparmiare la chiamata al telefono ha chiamato la mamma in viva voce con l’ipad, disturbando (ovviamente senza curarsene) una buona cinquantina di persone intorno a lui, e raccontando alla mamma una serie di cose assolutamente inutili pensando che nessuno lo capisse. Tipo che questo weekend va a guidare le ferrari e poi ha una festa e poi un aperitivo e poi va in spiaggia e poi ha un compleanno, o che si trasferisce a Perth e gli ultimi giorni dorme da un’amica per risparmiare sull’affitto. E poi a tranquillizzare la mamma dicendole che nono figurati, a Perth non ci sono i coccodrilli. Tutte cose che interessavano a tutti e cui tutti hanno partecipato loro malgrado, soprattutto quando ha attaccato il video per far vedere la fila di gente alla mamma. Roba da arresto, o per lo meno da calci in culo.

Poi finalmente arriva il mio turno di salite in taxi.

taxi driver (con accento mediorientale): where do you wanna go mate?
albino: to (indirizzo di albino) please.
td: Hey bro, can I ask you a favor?
albino: Sure.
td: Do you mind if on the way to your place I pick up a friend that want to go to Chatswood?
albino: Yes, I do mind.
td: …what!
albino:
I had a tough day today, I’m tired and I just want to go home.
td: Hey bro, you are not the only one, I had a tough working day too!
albino: Yes, but the difference is that I am the one who’s paying.
(segue breve serie di imprecazioni in arabo, chiamata a una tipa apparentemente incazzata, sempre in arabo, e cinque minuti di silenzio).

td: …Hey bro, where is your accent from?
albino: I’m Italian.
td: Ah! Italiano! Mafioso!
albino: No, I’m not mafioso, I’m from the north, and I hate Italians. Drive.

Il Principio di Peter

Correva l’anno 2000 o giu’ di li’, e io ero impegnato con l’inizio della mia tesi e uno dei miei ultimi esami. Era uno di quegli esami tipo Elettronica Applicata 2, di quelli facoltativi che puoi sceglierti agli ultimi anni di corso, in quel brevissimo periodo in cui quello che studi e’ veramente interessante (anche perche’ ti scegli quello che ti piace). Il prof era prossimo al milione di anni d’eta’ (e infatti oggi e’ passato a miglior vita, pace all’anima sua), una di quelle figure monumentali tipiche delle facolta’ di ingegneria: ingegnere per passione col regolo in tasca, abito con panciotto e cipollone per controllare l’ora, barbetta e capello bianchissimi, aria bonacciona da nonno, vecchio stampo, conti a mano e pedalare.

L’esame lo chiamavamo in gergo “elettronica bellica“, perche’ il prof. amava raccontare aneddoti di applicazioni pratiche e storie di come certe tecniche e tecnologie fossero state inventate (guarda caso, spesso in tempo di guerra). Era uno di quegli esami con ore di laboratorio in cui dovevi metterti a creare in pratica quello che avevi calcolato e progettato. Utilissimo soprattutto perche’ dopo quell’esame avevi finalmente acquisito abbastanza esperienza manuale da poter zittire i periti elettronici e la loro tendenza a dire che gli ingegneri non sanno distinguere un transistor da una resistenza. Vabbe’.

Uno dei ricordi piu’ nitidi di quel vecchio prof e’ il fatto che ci ha introdotto per la prima volta alla Legge di Peter, o meglio (avrei scoperto poi) al Principio di Peter: In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza.

Cosa significa il principio di Peter? Semplice: in una scala gerarchica tipo quella aziendale, se sei bravo a fare il tuo lavoro col tempo ti promuovono. Se sei bravo nella mansione successiva ti promuovono ancora, e cosi’ via fino a quando raggiungi il tuo livello di incompetenza: ovvero fino a quando ti danno una posizione in cui non sai quello che stai facendo, fai male il tuo lavoro e quindi non ti promuovono piu’.

L’esempio che riportava il mio prof  era piu’ o meno come quello citato da wikipedia: c’e’ un operaio bravissimo a usare il tornio, che quindi viene promosso a capoturno con mansioni di responsabilita’, e questo implica che deve iniziare a gestire il personale sottoposto. Pero’ lui e’ stato formato e ha esperienza solo ad usare il tornio: non ha idea di come si gestiscano la sicurezza e le ferie e tutte queste cose qui. Quindi una volta raggiunto quello che e’ il suo livello di incompetenza, l’operaio una volta divenuto responsabile smette di essere promosso.

La teoria e’ questa. Poi la vita in realta’ ci insegna che, come in ogni sistema non ideale, il tutto e’ influenzato da nepotismi e spintarelle varie che fanno andar su gente ben al di sopra del suo livello di incompetenza. O, come sembra stia succedendo a me in questi giorni, alle volte sei cosi’ bravo in quello che stai facendo che l’azienda ti dice che non puo’ permettersi (ma sembra non voler) farti salire di livello, senno’ ti perde. E ti ritrovi a dover combattere con egoismi di managers che non vogliono lasciarti andare, diritti acquisiti di gente che e’ in azienda da prima di te, insostituibilita’ apparente, ecc. ecc. ecc.

Ma d’altronde il mio prof era un vecchio barone di famiglia, e lui la vita vera probabilmente non l’aveva mai vissuta in vita sua. E Laurence Peter, pure lui, da buon psicologo che minchia volete ne capisse di condizioni al contorno? Perche’ il Principio in realta’ dovrebbe essere una Legge, come suggeriva il mio vecchio prof, e dovrebbe cominciare con “in una societa’ ideale e perfettamente meritocratica…

Freddo elenco di ricordi da ricordare

Di questo viaggio in Giappone ricorderò sempre:

– La tristezza di Shimbashi la domenica pomeriggio, quando ciò che incontri sono solo tristi salaryman che fumano davanti ai combini.

– La megaazienda giapponese di fantozziana memoria, protetta come Fort Knox. L’ultimo piano superprotetto da guardie dove abbiamo fatto il meeting. Il giro finale del piano quando ci hanno portato a vedere la collezione aziendale di quadri. Il pezzo forte della collezione, un Botticelli che quando l’ho visto a mezzo metro dal mio naso non ci volevo nemmeno credere.

– Shibuya, la bellezza di Shibuya, il mio amore sconsiderato per Shibuya. Gotanda, i vecchi posti, la vecchia casa. Ebisu, che in fondo a ben guardare e’ il posto più bello che c’e’ a Tokyo, e dove vorrei vivere se dovessi tornare.

– La malinconia di scoprire che i miei amici a Tokyo sono sempre meno, sempre più impegnati. Il sentirmi a mio agio solo con quei soliti due o tre, e per il resto lo scoprire che in fondo la vita va avanti anche senza il buon albino. Un po’ com’e’ successo in Italia (ma quelli che restano sono quelli speciali, e forse in fondo in fondo uno dei vantaggi più importanti dell’emigrare e’ che ti si scremano le amicizie e quel che ti resta e’ solo il Meglio).

– La figata di essere spesato di tutto dall’azienda, treno compreso, pranzo e cena compresa. La libertà di potermene tornare a casa in taxi la sera anche prima dell’ultimo treno. Dall’altro lato, il culo così che mi sono fatto coi clienti giappi, robe da mattina a notte inoltrata. Mi sono scavato i miei 3-4 sacrosanti giorni per me, ma a ben vedere e’ la mia azienda che ha fatto l’affare a mandarmi li’.

– Il fatto che un misero weekend e mezzo a Tokyo sono nulla, anche se ci si deve accontentare. In tutta onesta’, se potessi scegliere non so mica se preferirei essere mandato li’ una settimana ogni tre mesi come succede adesso, o un mese all’anno in un’unica soluzione con cui ti togli lo sfizio e ti metti il cuore in pace fino alla prossima (anche se devo dire che con l’opzione tre mesi faccio un disastro di miglia, contando che volo in business).

– Che ho passato dieci giorni a Tokyo e non sono mai andato a Roppongi. Peggio dell’ultimo dei fricchettoni nippofili che vanno a templi e non si vogliono mischiare ai gaijin (ma in realtà non ci sono andato semplicemente perché non c’e’ stata la situazione giusta, la gente giusta, il vibe giusto).

Ah, se non l’avevate capito sono tornato in Australia. In quanto a Tokyo, mi sa che ci rivediamo ai primi di maggio.

Australia Day 2012

Come raccontavo, qui in Australia oggi e’ Australia Day. E’ un po’ come la nostra festa della repubblica del 2 giugno, e in effetti qui il 26 gennaio in teoria dovrebbe essere estate.

In teoria.

In pratica, piove e qua non si vede il sole da per lo meno una settimana. Non vi dico il weekend che sta per arrivare: siamo in attesa di inondazioni! Alla faccia del downunder che in teoria dovrebbe essere il paese piu’ arido del mondo.

Leggiucchiavo prima alcuni blog di italiani in Australia, e sono capitato nelle foto di facebook di una tipa italiana “amica di amici” che conosco, e che abita a Brisbane sin dai tempi in cui a Brisbane vivevo pure io. Faccia e fisico da bonazza ma espressione da persona superficiale e un po’ vuota, diciamo. Avete presente il tipo no, occhialone da sole costante, espressione di repertorio provata allo specchio, pose da figa. E le foto in tema: feste, surf, spiaggia, sorrisoni, festoni.

Alcune sembrano le foto che facevo io… 5 anni fa. Quando a Brisbane era tutto festa e casino e spiaggia e vita spensierata.

Io nel frattempo pero’ sono cambiato. Sono andato e sono tornato, e mi sono un po’ svegliato da questo sogno australiano. Certo, sono tornato a vivere qui perche’ qui si sta bene, la vita e’ facile, il tempo libero e’ tanto, il lavoro e’ splendido e la paga e’ alta.

Pero’. Se mi togli il sole e non vado in spiaggia, e’ come togliere lo sfondo a una bella cartolina. Quello che resta e’ la vera Australia, un paese che anche i suoi cittadini definiscono spesso con la parola “shallow“. Come l’italiana di Brisbane di cui raccontavo, che sembra una miss: bel sorriso e faccia da stupida, occhi grandi ma poco profondi.

Ma io, che non ho un bel sorriso ma neanche la faccia da stupido, in questi giorni piovosi di vacanza non faccio altro che ritrovarmi a guardar fuori dalla mia finestra, e dirmi che qui si sta benone, certo… ma purtroppo o per fortuna, nel mio destino sta scritto che prima o poi dovro’ rifare il bagaglio, e tornare alla civilta’.

Alla vita vera.

Palm Beach, NSW

Al primo timido sprazzo di sole, subito in spiaggia!

PS: Nota di servizio. Visto che il 31/1 Splinder chiude i battenti, ho trasferito il vecchio blog qui su wordpress. Tanto per non perdere i contenuti passati. (Comunque sia, non e’ mia intenzione continuarlo – lo teniamo solo per archivio OK?).

Air China

Air China: se la conosci la eviti. Ora la conosco, e posso dire non solo che la evito, ma proprio col cazzo che mi rivedono ancora. Alla faccia dei 100 euro risparmiati per il volo (1850 euro andata e ritorno versus i 1950 che mi faceva la Emirates).

Oh: ditemi quel che volete, ma in faccia ai pregiudizi verso i cinesi io l’ho voluta provare per vedere com’era. Sapete come siamo fatti noi Viaggiatori: ci piace fare esperienza e non abbiamo preconcetti. Poi quando le cose le tocchiamo con mano, possiamo dire che abbiamo fatto esperienza e sappiamo quello che diciamo, anche se a volte ci tocca beccare i “te l’avevo detto” da voi Stanziali prevenuti.

Ma dicevamo della mia esperienza. Beh, posso dire che a dispetto di altre compagnie, Air China e’ un vero e proprio paradigma del suo paese di appartenenza. Infatti puo’ vantare:

Qualita’ cinese. una (non) certezza. Qualita’ cinese significa aerei sgarruppati, sedili sgarruppati, film sgarruppati, hostess sgarruppate con divise sgarruppate. Negli aerei cinesi le plastiche sembrano aver difficolta’ nel combaciare, le scritte sembrano cancellarsi col tempo, i meccanismi si inceppano, i lavandini si otturano, le pulsantiere dei monitor non funzionano, i menu sono incasinati, i film sono pochi e orendi (con una ere sola). Voto: 4 per la simpatia.

Cibo cinese. Il cibo in aereo e’ il piu’ disgustoso che io abbia mai mangiato (a parte quello della tratta Roma-Pechino, ma vabbe’ era fatto in Italia quindi non conta). Io che ho molti amici cinesi e che con un cinese c’ho pure vissuto, so come funziona con il cibo cinese: e’ delizioso quando si tratta di farlo come si deve, disgustoso in tutte le altre occasioni. I cinesi a casa mangiano bene, mentre nei ristoranti ti rifilano la merda, soprattutto se sei straniero. In aereo la qualita’ scala in proporzione, e io ho ancora gli incubi ripensando a quando mi hanno servito quel pollo grigio topo. Ma ora che mi ci fate pensare… grigio… topo. Uhm. Voto: 2 regalato.

Servizio cinese. Il personale cinese non sorride. Le hostess ti vengono addosso col carrello delle vivande. Ti parlano in modo brusco. Sembrano sopportare a malapena la tua presenza. Si vede che sono stanche, stressate, spossate, malpagate, malgestite. Quando non fanno nulla, le vedi con gli occhi bassi, quasi stessero li’ a pensare di voler essere da un’altra parte. O di voler lavorare per un’altra compagnia. Un po’ come il cinese medio che nasce cinese, vive da cinese, mafieggia da cinese, ma sogna di diventare cinese con passaporto straniero. Voto: 5 perche’ sono magnanimo.

Organizzazione cinese. Volo d’andata Sydney – Roma, con cambio a Pechino. Stop over di 7 ore. Dico, 7 ore. Volo di ritorno, Roma – Sydney, con cambio a Pechino… e a Shanghai. Arrivato a Pechino, mi dicono che devo passare all’aeroporto domestico, volare a Shanghai, ri-passare all’internazionale di Shanghai per volare in Australia. Un contrattempo? Macche’: e’ proprio cosi’ che funziona. Peccato nel biglietto e nella prenotazione non ci fosse scritto (senno’ col cazzo che ne vendevano uno). La gente a bordo era parecchio incazzata, soprattutto per le bellissime 48 ore di volo che ci siamo dovuti sorbire. Voto: 0 e no comment.

Democrazia cinese. I quotidiani in inglese che ti danno a bordo sono quelli approvati dal partito, naturalmente. Con la prima pagina a lettere cubitali per ricordare la morte di Kim Sung Il e le celebrazioni, e paginoni interni a tessere le lodi del Caro Leader. Ma andate a cagare in un campo di cazzi, andate! Voto: 3 per la ridicolaggine.

Cortesia cinese. La maleducazione dei cinesi credo sia seconda solo a quella di un’altra popolazione di cui non faro’ il nome senno’ mi danno dell’antisemita. Davanti a me all’andata c’era una famigliola con una neonata che ha pianto per 7 ore di fila. Ripeto: 7 ore 7 di fila. A parte che io vieterei i voli aerei intercontinentali ai minori di 3 anni (perche’ tu genitore che porti il pupo ai nonni non puoi rompere il cazzo alle altre centinaia di persone che stanno volando con te e che hanno pagato il biglietto come te, proprio ca-te-go-ri-ca-men-te NO), almeno uno sguardo di scusa a me e ai miei vicini avrebbero potuto darlo. Almeno avitare di dar da mangiare alla piccola zoccoletta in mezzo al corridoio, impestandolo di latte in polvere. Almeno evitare di urlarsi da un lato all’altro dell’aereo mentre tutti cercano di dormire. Ora, non dico che sono tutti cosi’: ma in ogni tratta (5 su 5) mi e’ capitato di avere a che fare con gente che urlava senza rispetto, non controllava i bambini e li lasciava far casino, camminava nei corridoi appoggiandosi ai sedili e mi tocchignava il paggiatesta o il monitor quando passava. E poi ancora, le solite cose: quello dietro che ti spinge con le ginocchia sul sedile, quello davanti che abbassa lo schienale in fase di atterraggio, mentre quello in fianco gioca col telefonino quando non si puo’, quello che va alla toilette e ti si siede sul bracciolo mentre aspetta che si liberi. Senza contare  il bagno in stati abominevoli, tipo fogna a cielo aperto. E questo e’ stato il leit motif di ben cinque tratte su cinque da me fatte con questa compagnia. Gente diversa, denominatore comune. Voto: 1 perche’ sono educato io.

Concludendo, se facciamo la media ponderata posso dire che la mia esperienza con Air China vale un vaffanculo pieno, e la morale della favola e’ mai piu’, mai piu’, ma veramente mai piu’.

Bondi beach

Oggi a qualche metro da me distesa sulla sabbia avevo un’italiana con microbikini bianco, gamba spalancata tipo visita ginecologica e, vi assicuro, non l’ombra di pel pubico. In trasparenza le si vedeva l’ombelico. Da dentro.

A qualche metro da questa invece stava seduta sulla sabbia una giappina, con gonna lunga nera, occhiale scuro, cappello e giubbotto di Jeans. Diciamo che italiane-giappine 1-0, quando le italiane giocano in casa (in spiaggia, all’estero). Poi se uno va a farsi un giro a Shibuya il risultato si ribalta tipo goleada, ma quello e’ un altro discorso.

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