Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: albino spara cazzate

Certo che

Certo che come parlo per il c. io non parla veramente nessuno. Scrivo il non italiano venerdì notte, e sabato vado (1) al mare con un amico italiano (l’unico che conosco qui a HK) mentre (2) alla sera vado a un barbecue di… Italiani! (Ma non lo sapevo)

Ora offendetemi, grazie.

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Schizofrenia climatica

A Hong Kong sono malati. Di mente. Sul serio.

Tipo, sono cosi’ abitutati ad avere temperature brutali (minime sopra i 25 gradi per buoni 9 mesi l’anno) che appena lil termometro scende sotto il livello di guardia da giungla pluviale qua inizi a vedere cose dell’altro m ondo. Tipo ieri a pranzo, un bel sole, venticello e temperatura sui 24 gradi, io in manica di camicia e una a fianco a me in maglione, giacca invernale, braccia conserte a battere i piedi e i denti dal freddo.

Poi dovreste vedere le vetrine dei negozi… collezione autunno-inverno degna di Anchorage. Colli di pelliccia e stivali pesanti da neve (??), e te sempre in maniche di camicia che ti guardi intorno e ti chiedi, ma quanto cazzo di freddo fara’ mai questo inverno? Forse sara’ la deriva dei continenti, magari Hong Kong e’ un pezzo di Siberia e nessuno se n’era accorto?

Aspetto con ansia di vedere quanto freddo fara’ qua a dicembre-gennaio, quando l’inverno arrivera’ sul serio (l’internet riporta minime di, uditeudite: +15… tsk).

Ma soprattutto, aspetto con ansia di vedere quanto cazzo di caldo fara’ la prossima estate. In me si risvegliano ricordi sopiti dei due mesi passati a Kuala Lumpur, e non e’ un ricordo piacevole. Che l’ascella pezzata sia con me.

Taiwan

Allora. Taiwan sembra un mix perfetto tra Cina e Giappone.

Tipo che la spiaggia (vista dall’alto) è fangosa e fa cagare tipo Kamakura, tipo che l’hotel aveva la washlet (finalmente!!!!) con bidet incorporato. Tipo che è pieno di familymart e 7eleven, che quando ci entri ti senti in Giappone. Tipo che la città sembra terribilmente giapponese, gli edifici, le scritte, i ristoranti, le stazioni. Tipo che ci sono tutte le catene giappe del mondo, e la gente è vestita bene come in Giappone. Tipo che i salaryman sono vestiti in pantalone-nero camicia-bianca-maniche-corte.

E in tutto questo, dov’è la Cina? Beh, La cina la trovi nel linguaggio usato, ovviamente. E in quel senso generale di sgarruppatezza cinese (tipo nelle autostrade interrotte a metà), ma non solo cinese direi. Immaginate di dare in mano Tokyo per un paio d’anni ad un’amministrazione (sud-)italiana: ecco che ottenere Taipei.

Un tratto di unicità comunque l’ho notato in questo posto. È pieno – e quando dico pieno intendo proprio PIENO – di tipe alte dai 1.65 agli 1.75, magre, culo perfetto, gamba affusolata, bel visetto e DUE BOMBE COSÌ.

Meglio che me ne vado va’, prima che vada a finire che resto…

(p.s. No foto, non ho avuto tempo…)

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Generazione Facebook

In questo periodo di ritorni in Giappone e in Italia, mi ritrovo a contattare vari amici per organizzare uscite, cene, incontri, birrette, sprizzetti e via dicendo.

Vi e’ mai capitato di scrivere una mail a qualcuno e che questi vi risponda via facebook? A me recentemente capita di continuo. E non solo via mail: anche quando lascio messaggi su skype, viber, perfino sms. A volte addirittura capita che scrivo la mail o il messaggio e il destinatario non mi caga. Poi gli/le scrivo un messaggio su facebook e la risposta arriva all’istante. Se poi e’ un messaggio sul muro ancora prima, tempo zeromeno, zak!risposta.

Pensavo alla genialita’ di facebook, dove non sei quello che dici ma puoi essere quello che sei. Via mail sei il tuo alter ego digitale, puoi essere banana58@vattelappesca.it o girolamo@panzetta.co.jp. Quello che vuoi: sei tu che decidi il tuo indirizzo email. Ma proprio perche’ lo decidi tu, l’indirizzo non sei tu. (In fondo noi non abbiamo deciso di essere, siamo e basta).

Ecco. Un indirizzo email o un’applicazione possono essere decise, e per questo cambiate, chiuse, lette oppure no, oppure saltuariamente, oppure ignorate. Su facebook invece no: tu sei tu, con le tue foto e il tuo nome e i tuoi amici. Non puoi cambiare te stesso, a meno che tu non ti iscriva sotto forma di pseudonimo.

Che strumento meraviglioso. Ecco allora che anche la gente più pigra, quella che non risponde mai, pure quelli sono presenti su facebook, e rispondono. Perché scrivi a loro, nome e cognome, e loro rispondono a te, nome e cognome, amico vero in carne ed ossa. Un po’ come farsi una telefonata tra amici ma in formato testo.

Questo per la grandezza di facebook come strumento, se utilizzato come strumento di comunicazione tra amici e conoscenti. La pochezza la vedo in quelli che si iscrivono sotto falso nome: quelli sono proprio poveretti dentro. E quelli che aggiungono amici che non hanno mai visto in vita loro: anche quelli non hanno capito un cazzo della vita.

Per carità’, liberta’ ad ognuno di fare cio’ che vuole, ma su facebook la cosa figa secondo me e’ proprio quando tu sei tu e hai solo gli amici che hai, quelli che hai conosciuto almeno una volta nel mondo reale. Ecco.

Nota: I casi sono due. O questo post e’ stato sponsorizzato da facebook, oppure oggi non avevo una sega da scrivere e avevo bisogno di un riempibuchi. Tappabuchi, come si dice. Quello.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

L’effetto Whitney Houston

Ieri sera sono finito in un live club a Manly Beach, una festa in maschera dove tutti erano vestiti in uniforme delle superiori (si, la marinaretta tipo giapponese. No, non ho fatto foto).

E’ salita sul palco ad un certo punto una cantante che mi ha lasciato allibito: era la copia sputata della Santanche‘. Una quindicina d’anni più giovane, toh. Brava a cantare per carità, ma non e’ quello il punto. Ho provato a scattarle qualche foto ma sono venute da schifo. Ne metto due, spero si capisca.

Qualcuno di voi ora si starà’ chiedendo di certo come mai io mi sia messo a scattar foto alla Santanche’ invece di scattarle alle marinarette. Ma sapete che mentre scrivo queste righe me lo sto chiedendo pure io?

Ad un certo punto nella serata la Santanche’ ha tolto le tende, non prima di deliziarci con un pezzo di chiusura d’altri tempi, I wanna dance with somebody di Whitney Houston. E io sono rimasto li’ a guardarla, la Santanche’ che cantava Whitney. E mi sono messo a pensare che nella vita non si arriva proprio mai, infatti guarda quelli “arrivati” come vanno a ridursi. Parlo di Whitney, non della cantante di ieri.

Certo che i momenti di riflessione filosofeggiante mi vengono proprio nei momenti più assurdi eh.

Sindrome da depressione invernale

E’ arrivato giugno, e come ad ogni giugno da 7 anni a questa parte io mi mangio una merda.

In 5 di questi anni me la sono mangiata al barbeque perche’ ero in Australia, e come ben sapete qua giugno = dicembre = inverno.

In 2 di questi anni me la sono mangiata con le bacchettine perche’ ero in Giappone, e si era nel bel mezzo dello 梅雨, la famigerata stagione delle piogge.

Giugno in Italia invece mi ricorda la fine delle scuole, le giornate lunghissime, il sole, la spiaggia, le giappine in minigonna… ah no, mi sa che mi sono confuso un attimo. Comunque sia, a giugno negli anni 201x ci si collega nell’etere e si vedono gli amici bastardi che postano foto di quando vanno al mare, mentre qua sono le 16:39 e fa quasi buio. Argh.

(eh ma poi mi vendico, aspettate ottobre-novembre).

Chiudo qua perche’ mi viene la tristezza. Se siete miei amici su facebook, vi prego, non postate foto al mare che mi viene la saudade.

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu’; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

Azz

Un mio amico (british domiciliato in Giappone) ha postato su facebook alcune foto del suo recente viaggio in Thailandia. Avete presente il film “The Beach”, con Di Caprio? Stessa roba. Anche Bangkok. Guardate che roba.

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Mmhh… una parte del mio cervello sta valutando l’insana possibilita’ di farmi trasferire all’ufficio di Bangkok.

Peccato che abbia appena dato disponibilita’ per aprire l’ufficio di Perth, e i miei capi non mi lascerebbero andare mai e poi mai, e poi mai.

Azz.

In bagno con Del Piero

Per la serie, questo blog sta diventando un collegamento costante dal mio cesso, va ora in onda la puntata del 21 Marzo 2012.

Visto che ho tolto le stellette e i pollici versi lasciatemi cogliere l’occasione per congratularmi senza paura di essere cazziato per questa Juve. Una Juve operaia come piace a noi gobbi, una Juve che crede nel gruppo e nel gioco di squadra piu’ che nel campione miliardario (ovviamente straniero, vero inter, vero milan?). Una Juve che dall’arrivo di Mr. Conte sta dimostrando di avere (venti-)due palle cosi’.

Stamattina in bagno mi sono portato non Rutelli bensi’ Del Piero: macbook sulla cesta dei panni sporchi, Radio 1 in streaming e via. Momenti di sofferenza durante il secondo tempo, mentre mi vestivo, e poi quando e’ arrivato il momento di uscire sono passato all’app di Radio 1 in streaming da iphone.

Batticuore mentre il bus passava sotto all’Harbour Bridge dove sotto quella gabbia d’acciaio la rete perde segnale e lo streaming si interrompe, per poi tirare un sospiro di sollievo alla fine del ponte a segnale recuperato. Camminata tra i grattacieli tra la fermata dell’autobus e l’ufficio, altro momento buio in ascensore, per poi sentire il fischio finale appena arrivato in scrivania. Pronto per gustarmi i commenti su gazzetta.it.

Morale: Juve a Roma, Milan a casa, albino al lavoro, contento di essere tornato a gioire per il calcio dopo tutti questi anni di purgatorio. Da Sydney e’ tutto, a voi la linea.


Fermi tutti

Gran calma gente, ho finito di lavorare e sto tornando a Sydney. Domani ci racconto com’è andata!

Capitano che fa, va a casa?

So che non c’entra niente, ma la conversazione tra Schettino e la guardia costiera mi ricorda un altro scambio di battute che ormai e’ passato alla storia.

Peccato che quello di Schettino non faccia ridere (soprattutto dopo aver letto che al posto di buttar via la chiave l’hanno mandato ai domiciliari, e che invece dell’ergastolo d’ufficio che si meriterebbe rischia solo 15 anni – quindi, in realta’, ne fara’ molti meno).

– Allora ragioniere che fa, batti?
– Ma… mi dà del tu?
– No, no! Dicevo: batti, Lei?
– Ah, congiuntivo!
– Sì!

 

Comunicazione di servizio

Stamattina stavo leggendo la posta del blog, quando mi sono chiesto per l’ennesima volta perche’ diavolo io continui a tenere la corrispondenza del blog su hotmail, visto e considerato che sia l’interfaccia che la velocita’ che il servizio di hotmail mi fanno non solo schifo ma addirittura orrore. (sapevatelo, ma io con i prodotti microsoft ho un rapporto di odio-odio sin dai tempi in cui hanno tolto MS-DOS da Windows, e sono un orgoglioso possessore di Mac windows-free a casa sin dal 2008).

Tagliando corto con le stronzate, ho aperto un nuovo indirizzo (mondoalbino@gmail.com) , e non contento ho pure colto l’occasione per aggiornare la pagina dei contatti.

(Il nuovo indirizzo ora tra parentesi lo leggo pure da iphone, cosi’ da oggi posso darvi la password e/o illuminarvi con le mie pillole di saggezza anche quando sto seduto al cesso. Fico eh?).

Dubbi amletici di un rompicoglioni

In sostanza sembra che mi ri-spediscano in Giappone per un paio di settimane. Mi direte che sono un lamentino (e in effetti un po’ lo sono), ma quasi quasi mi finirei l’estate australe prima di partire… qua sono in manica di camicia, e Tokyo oggi fa 0 gradi di minima. Va bene tutto, ma Tokyo non e’ che scappa se ci vado fra un paio di mesi eh…
Autocommento: che rompicoglioni, mai contento. E Giappone si, e Giappone no. Deciditi!

L’altro dubbio amletico che mi attanaglissima in questo weekend di mezza estate e’ se prendere il Kindle o l’ipad per leggere e-books. Siccome e’ ormai appurato che trasloco con frequenza biennale, e constatato ormai che solitamente non e’ che cambio casa o citta’, e neanche nazione ma proprio continente… beh, ho pensato che forse e’ il caso di smetterla di comprare libri e optare per la soluzione digitale.
Autocommento: Che poi va a finire che a ogni trasloco i libri mica me li porto dietro: no, li spedisco a casa in Italia “in attesa di mettere radici da qualche parte”, per la gioia di mia madre che deve cuccarsi gli scatoloni – e le tavole da surf.

In sostanza, il problema dell’ipad e’ che non c’ho voglia di comprarlo adesso: voglio aspettare la versione 3. Il problema del Kindle e’ che io l’ipad 3 quando esce me lo compro in ogni caso, e non c’ho tanta voglia di riempirmi la casa di gadgets elettronici. Che poi quando viaggio non e’ che mi porto dietro tutti e due. Quindi a quel punto il kindle mi diventerebbe un doppione, facendo la fine della PSP che era utilissima per giocare quando stavo seduto sulla tazza, ma che non ho mai piu’ usato da quando ho preso l’iphone.
Autocommento: Come vedete da buon ingegnere specializzato in sistemi di sicurezza non e’ che guardo ai pro ma mi focalizzo sul minimizzare i contro. E’ un po’ una filosofia di vita, la chiamerei albinismo se albinismo non volesse dire qualcosa di totalmente diverso…

Comunque sia, gran bel post del cazzo ho fatto oggi.
Autocommento: eh gia’.

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