Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Freddo campionario della gente che mi chiama per la macchina

In riferimento a questo annuncio della mia Corolla messa in vendita, ricevo le seguenti chiamate:

– Indiani.
– Indiani col numero bloccato.
– Indiani col numero bloccato che mi dicono che la macchina gli serve domani mattina per andare al lavoro.
– Indiani col numero bloccato che offrono meta’ del prezzo che chiedo, pero’ cash: schei in bocca, dannati e subito.
– Tipe che non si presentano, mi chiedono “qual e’ la tua ultima offerta?” Io: “quella che c’e’ scritta nel sito?” e poi mi mettono giu’.
– Uno che dopo avermi fatto il terzo grado e dopo mezz’ora di telefonata in cui a momenti mi chiede pure quanti mm e’ alto il battistrada, conclude dicendo “vabbe’ dai, vengo a vederla sabato” con lo stesso tono da prof di Teoria dei Segnali che dopo un’interrogazione selvaggia in cui ti ha chiesto il Mondo ti sbatte il libretto universitario addosso con uno sporco 18 e ti dice “vabbe’ dai, fuori dai coglioni“.

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Piccola quotidianita’ di un Traslocatore seriale

Niente di nuovo dal fronte, se non che sono stra-impegnato nei preparativi (lavorativi e non) in vista del trasloco. Tipo mille moduli da compliare, mille visti da fare, mille ambasciate da avvertire, mille preventivi da chiedere, mille rimborsi da esigere. Cose di ordinaria amministrazione per noi Traslocatori Internazionali Seriali e Compulsivi (TISC, sembra il nome di una malattia in effetti).

Oggi ho fatto la gradevole scoperta che ad HK l’azienda non mi dara’ il cellulare aziendale bensi’ si limitera’ a pagarmi la bolletta di quello privato… quindi ho azzerato le spese mensili di telefono, che e’ cosa buona e giusta. E con questa mi sono tolto dai coglioni gli IT che mi braccano ogni mese successivo ai miei viaggi in Giappone rompendomi le palle per la bolletta stratosferica (e di regola le chiamate minatorie dell’IT partono quando la bolletta supera i 500 euro ahah).

A parte questo, sto avendo problemi atroci nel vendere la macchina. Ho messo alcuni annunci on-line, tipo questo ma sembra che li caghino al massimo 4-5 persone al giorno. Boh. Ne ho messo perfino uno a pagamento sul sito piu’ importante in Australia e oggi l’annuncio ha ricevuto… 3 visite! (Ma il problema l’ho capito qual e’: i concessionari mettono le macchine in vendita online, hanno abbonamenti premium e il mio annuncio quindi finisce a pagina 87. Facce di merda).
A proposito, se qualcuno di voi lettori vive in Australia e sta andando in cerca di una macchina, la mia puo’ fare al caso vostro! (e voi potete fare al caso mio!)

Altro problemino logistico che sto vivendo in questi giorni e’ il dilemma frigo-lavatrice. Ho scoperto che al contrario dell’Australia a HK sia frigorifero che lavatrice fanno parte della dotazione di serie degli appartamenti non ammobiliati, quindi devo per forza vendere anche questi due elettrodomestici seminuovi prima di partire. Solo che… quando li vendo? Se li provo a piazzare adesso mi ritrovo senza frigorifero per un mese, mentre se li provo a vendere piu’ tardi e’ facile che mi ritrovi sulla scaletta dell’aereo con una lavatrice come bagaglio a mano. Bel casino, uhm.

Che altro? Ah si, ieri mi ha chiamato un recruiter offrendomi se non una montagna diciamo una discreta collinotta di yen per tornare in Giappone. Posizione aperta dal nostro principale competitor, azienda tedesca che noi stiamo mazzulando ovunque in Asia tranne in Giappone dove sono piu’ grandi loro (nel ferroviario). Sembra siano in cerca di uno di noi rarissssssimi consulenti esperti in sicurezza con conoscenza nel ferroviario e capacita’ di comunicare in giapponese, ed evidentemente (guarda caso!) io ero in cima alla lista (a differenza dei siti di vendita automobili…).

Ovviamente ho detto no grazie, visto che (a) sto andando da un’altra parte con ben altri piani ma soprattutto (b) se cambio di nuovo azienda mi sputtano (verbo sputtanarsi) agli occhi dei miei clienti giappi, e questo sarebbe un po’ come scalpellare il mio nome (in katakana) sulla lapide della mia fine professionale nella Terra del Sol Levante.

(Pero’, devo ammetterlo, mentre dicevo “no grazie” ho sentito una pugnalata al petto e mi e’ calata una lacrimuccia nel pensare a quanto avrei dato per avere un’occasione cosi’ nel 2007-08 quando stavo cercando disperatamente lavoro a Tokyo. But again, se allora non fossi andato a lavorare per i giapponesi ieri non avrei ricevuto quella proposta, quindi e’ un po’ come volere l’uovo oggi e la gallina domani allo stesso tempo, no?).

I talebani della sicurezza

Mmmh… oggi faccio un post sulle scuole di Sydney che vietano ai bambini di fare le capriole, o sul fatto che posso finalmente svelare l’arcano sul luogo dove vado a vivere?
…Ok dai, faccio il primo, e per l’altro vi tengo un’altra giornata sulle spine.

Over-concern, Over-safety, Over-regulation.
Dovete sapere, ma lo sapete gia’, che io in parte approvo ma in altra parte sempre piu’ detesto il Fantastico Mondo Perfetto che gli australiani cercano di creare tramite leggi, regole, politiche e campagne varie. E’ un’utopia malata di mondo risk-free, dove tramite l’analisi di freddi numeri si perde di vista troppo spesso la ragione. Vedi l’idiozia del caschetto obbligatorio per i ciclisti, anche quelli che fanno due metri, o l’obbligo delle cinture in macchina anche dietro e anche a motore spento (basta che le chiavi siano nel quadro). O l’obbligo dell’allarme antincendio in ogni stronzo soffitto di ogni stronza stanza di ogni stronza casa, col Tecnico del Comune che viene a controllarti una volta l’anno per vedere se le batterie sono cariche, e ti tocca prenderti un giorno di ferie per aprirgli la porta perche’ se non lo fai ti prendi la multa.

Un problema che ho trovato nel raffrontarmi con questa realta’ e’ che… non riesco a descriverla. Nel senso che non riesco a comunicarvi con esempi decenti il motivo per cui penso che in Australia si stia esagerando.

Credo sia una situazione simile alle famose microaggressioni che avvengono in Giappone. In Australia sei costantemente sottoposto a una serie di regolette, di usanze, di parole, tutte piccole cose, minuscoli dettagli che ti spingono ad uniformarti a una visione comune che per definizione e’ quella Giusta. E guai a parlare fuori dal coro. E’ una visione della Sicurezza a senso unico, in cui non c’e’ un limite, perche’ secondo il concetto australiano piu’ sicurezza c’e’ e meglio e’. Senza vie di mezzo, senza paletti di buon senso o di liberta’ personale. E’ la parolina qua e la’, tutto a ricordarti e a riportarti allo stesso concetto che “sicurezza non e’ mai abbastanza“, tutti che sbraitano a gran voce che occorre eliminare anche i minimi rischi della vita di tutti i giorni, tutti che ne fanno una battaglia personale dove chi la spara piu’ grossa in materia ha sempre ragione.

Ma non fraintendetemi: la sicurezza e’ importante e guai se non ci fosse (e chi puo’ dirlo meglio di me, che faccio il consulente della sicurezza?). E in Australia non solo sono all’avanguardia ma sono cento, mille volte meglio di noi italiani, che al contrario alla sicurezza ci pisciamo in testa. (Qua, per dire, i dissuasori di velocita’ seri (non quelli patetici alti 2 cm che attraversavo a 80 all’ora con la mia Citroen Visa negli anni ’90) ci sono ovunque e da decenni, l’etilometro l’hanno introdotto loro per primi al mondo, la patente a punti l’hanno inventata loro… tanto di cappello su certe cose). Solo che io sono anche convinto che a tutto c’e’ (e ci deve essere) un limite, e purtroppo qui in Australia a volte il limite viene superato e non di poco.

Vi chiederete a questo punto: cosa succede quando passi il limite? Beh, a me un po’ viene in mente 1984 di Orwell. Solo senza polizia moralizzatrice che brucia i libri, senza manifesti del Grande Fratello, senza farsi vedere, ma con la stessa etica estremista secondo cui tutto e’ ammesso e accettabile in nome del Bene supremo di una non ben precisata salvaguardia della vita umana (o meglio: dell’incolumita’ fisica delle persone). Ecco qui un esempio: in nome della sicurezza malata alcune scuole a Sydney hanno deciso di vietare ai bambini di poter fare la verticale, il ponte o le capriole in giardino durante la ricreazione. Metti mai che i bimbi si facciano male!
Ma io dico… e’ mai possibile? Se uno non si fa male da piccolo, quando minchia deve sbucciarsi le ginocchia o sbattere la capoccia: da vecchio?

Il problema e’ che in fondo siamo tutti esseri umani, e di questo si dimenticano troppe volte i talebani della sicurezza. Sia che siamo indiani, cinesi, europei o australiani. I bisogni primari sono gli stessi, e uno di questi e’ il bisogno di liberta’. Che non e’ solo la liberta’ di votare alle elezioni o la liberta’ di mandarsi a fanculo. E’ anche, badate, la liberta’ di prendersi dei rischi, la liberta’ di cadere e farsi male, la liberta’ di sbagliare e imparare dai propri errori, di correre in bici capelli al vento, di limonare in macchina con la cintura slacciata, di giocare a pallone in strada senza l’adulto che ti controlla e ferma il traffico per farti attraversare la strada, di bersi una birra in spiaggia sotto la luce delle stelle. La liberta’ di sbattere la testa contro il muro per capire come va il mondo.

Quando invece la liberta’ e’ limitata succede come agli australiani, poveretti, che appena li lasci liberi dal recinto si trasformano in animali allo stato brado, come quando si ubriacano a morte nel weekend, o come quando vanno in vacanza all’estero (particolarmente nei paesi poveri dei sud-est asiatico) e fanno piu’ danni di una mandria di bufali. Senza limiti e senza pudore, proprio come quando parlano di sicurezza.

E vorrei vedere io, se fin da piccolo ti tarpano le ali e ti trattano come una persona responsabile, e’ ovvio che poi le cazzate finisci col farle da grande. Come quelli che si sposano la prima morosa e poi li trovi parcheggiati sul Terraglio a puttane perche’ non hanno provato nient’altro quando era il momento. O come gli aussie, che distruggono i locali in Thailandia, poi si prendono la sacrosanta coltellata tra le scapole o vengono pestati/arrestati/condannati all’ergastolo dalla polizia, e a sentire il loro governo e la loro TV poi e’ tutta colpa non di quegli animali ma della Thailandia, perche’ non fa rispettare abbastanza i diritti umani e le norme sulla sicurezza.

Una tal maestria nel ripetere sempre gli stessi errori che sembra quasi l’abbiano imparata da noi italiani.

L’anima nera dell’Australia

Continente australiano. Superficie: 7.617.930 Kmq. Popolazione: 22.618.521. A spanne fa 2, 67 abitanti per chilometro quadrato. Ovvero, una persona ogni quadrato di 610 metri di lato. Di questo ipotetico quadrato, all’incirca il 70% e’ arido o desertico, e il resto e’ coltivabile. L’Australia e’ un paese vuoto, nel senso che la maggior parte della popolazione e’ concentrata nei (pochi) centri urbani, e per il resto e’ tutto incolto e pressoche’ disabitato.

L’Australia e’ ricchissima di minerali e risorse varie, tra cui oro, diamanti, alluminio, ferro, uranio, petrolio, gas naturale, terre rare, eccetera. Si puo’ dire che l’Australiano medio deve la sua ricchezza a quello che scava dal sottosuolo. Il paese e’ ricco (non ha quasi debito pubblico), isolato e sottopopolato: in altre parole non c’e’ quasi traccia di disoccupazione, e per questo la risorsa umana e’ sopravvalutata (e sopra-retribuita). Oltre a questo non c’e’ quasi traccia nemmeno di immigrazione clandestina (da una parte c’e’ il pacifico, dall’altra l’Antartide, dall’altra L’Indiano – unica porta verso il resto del mondo e’ la parte di oceano infestata di squali e coccodrilli a nord).

Soprattutto, molti degli attuali abitanti dell’Australia sono giunti qui via nave nell’ultimo secolo o due, sotto forma di conquistatori quando il continente era in mano agli aborigeni, sotto forma di carcerati quando il paese era in mano a Sua Maesta’, sotto forma di emigranti disperati quando ci si rese conto che il continente andava popolato in qualche modo.

Ciononostante, qua in Australia nel 2012 non si parla d’altro che di come fermare quei due o tre barconi di disperati che saltuariamente fanno capolino nel paese. Come se i suddetti disperati cambiassero qualcosa nel conto totale dei 2.67 abitanti per chilometro quadrato. Dovreste vedere i toni: il sentimento medio del paese sembra essere quello di prendere le barche a cannonate e affondare tutti.

Una cosa inaccettabile.

Eh ma dite, anche i leghisti in Italia. Si: solo che in Italia c’e’ crisi. C’e’ disoccupazione. C’e’ un problema di gestione degli immigrati. C’e’ un sistema politico-giuridico e di ordine pubblico inefficiente, per cui gli immigrati che sbarcano poi finiscono diretti in mano alle organizzazioni criminali, e te li ritrovi a spacciare per le strade e a dormire in stazione. Questi i problemi in Italia. Ma in Australia, dove c’e’ ricchezza, spazio, opportunita’, e un sistema che funziona: che bisogno hanno di essere cosi’ cinici, cosi’… cattivi?

Le due Europe (viste dall’Australia)

Nei miei svariati anni di vita in Australia ho collezionato una serie notevole di incontri e chiacchierate con emigranti o viaggiatori europei. Si va dal collega o cliente, alla gente con cui parli alle feste con un drink in mano, agli incontri piu’ disparati (perfino per strada).

Nei miei incontri ho notato che l’Europa centro-occidentale, se vogliamo, ha bene o male due anime: una latina (=Italia, Spagna, Portogallo, Francia e poco altro) e una “nordica” (Scandinavia, Germania e dintorni, UK e dintorni). Da questo lascio fuori Est Europa, Grecia, Turchia, stati ex-sovietici come Latvia, Bielorussia e tutti quei paesi la’.

Ci sono molte cose da dire su queste due “macro-culture”, o modi di vivere, ed e’ interessante vederle in azione in territorio piu’ o meno neutrale, qui all’estero. Ecco quindi un elenco di differenze e di diversi modi di vedere/vivere l’Australia – un elenco che per sua natura parte dalle mie esperienze personali, quindi generalizza e fa un po’ il riassunto di massima di quello che ho visto da queste parti. Onde per cui non cagatemi il c. con commenti tipo “non e’ vero ho conosciuto un tizio che non si comporta cosi’!“. Chiaro?

In Australia:

(1) I latini si lamentano in continuazione, i nordici no.
Ci sono cose che i latini non riescono a soffrire dell’Australia, e queste sono, nell’ordine: la mancanza di una cultura culinaria (a parte quelle importate), la mancanza di gusto nel vestire della gente, la mancanza di baretti all’aperto dove bere l’aperitivo, la mancanza di bar in spiaggia, il fatto che i negozi chiudono alle sei di sera, il fatto che le citta’ sono deserte durante la settimana e tutti escono solo nel weekend a ubriacarsi.

I nordici invece sembrano non farci caso. Non ho mai sentito un nordico lamentarsi di nulla di tutto cio’, mentre appena incontri un latino dopo due frasi inizia a dirti che qui i pomodori non sanno di niente, il formaggio e’ noioso, il pane una merda, la moda vecchia di due anni, eccetera.

(2) I nordici amano la rilassatezza dei costumi australiani, i latini la deridono.
Se incontri un australiano vestito da australiano, hai due possibilita’: o e’ australiano, o e’ un nordico adattato. I nordici tendono a diventare australiani appena capiscono come vanno le cose.

I latini invece non riescono e non riusciranno mai ad adattarsi ad andare a far la spesa al supermercato a piedi scalzi, e infatti se vedi uno a piedi nudi al supermercato e uno dietro che lo guarda e ride o scuote la testa, sai per certo che quest’ultimo e’ o francese, o italiano, o spagnolo, o portoghese, o di culture/zone limitrofe (svizzero italofrancese, san marinese, ecc).

(3) I latini amano il rispetto delle regole che vige in Australia, i nordici lo ritengono stupido.
Su questo punto la situazione e’ un po’ variegata, perche’ alcuni latini tendono ad essere allergici alle regole, soprattutto quelle ferree e a volte stupide che trovi in Australia (tipo l’esagerata e spesso paradossale mania per la sicurezza, i confini prestabiliti per tutto, le regole naziste alla guida eccetera). Ciononostante, queste regole sembrano irritare molto di piu’ i nordici.

Il nordico medio dice: a casa mia le regole non sono cosi’ atroci e tutto funziona decentemente, quindi non c’e’ bisogno di essere cosi’ rompicoglioni. Il latino invece tende spesso a ripensare a casa sua dove non funziona un cazzo, e vede il sistema australia come un esempio da seguire.

Tipo, classico esempio: se c’e’ scritto che l’ufficio postale chiude alle 17:00 e ti entri in posta alle 17:01 con un pacco da spedire, ti indicano gentilmente la porta e ti dicono di tornare domani. In Italia magari tenderebbero ad essere un filino piu’ flessibili e cordiali, contravvenendo di fatto alla regola per farti un piacere. Eppero’ le poste in Australia funzionano e in Italia no: sara’ perche’ qui seguono le regole alla lettera?

(4) I latini preferiscono Melbourne a Sydney perche’ ha cultura, i nordici preferiscono Sydney a Melbourne perche’ ha la baia.
Non fraintendetemi: gusti sono gusti, e ci sono anche tanti latini che si lamentano atrocemente del clima di Melbourne. Ciononostante, Melbourne ha un amore per la cultura che non ha uguali in Australia, e i latini questo lo notano con piacere. I nordici no, sembra.

In sostanza, il colloquio con un latino di Sydney in linea di massima inizia con “Sydney non ha cultura” e finisce con “Melbourne e’ meglio; peccato abbia un clima di merda”. Il colloquio con un nordico di Sydney invece inizia con “Melbourne mi fa cagare” e finisce con “A Melbourne mai e poi mai”. Con buona pace dei barettini fighissimi di Melbourne, degli open di tennis, della F1 eccetera.

(5) Quando incontri un latino questo ti parla sempre di casa sua e del suo paese, e non vede l’ora di ritornarci. I nordici invece non ne parlano quasi mai.
E vorrei ben vedere. Italia, Francia, Spagna: sole mare buon vino e bella vita. Quando parli con un tedesco di che minchia vuoi che ti parli con nostalgia: della porta di Brandeburgo?

Eppero’. Dall’altra parte, non so chi di voi l’abbia notato, ma i nordici tendono ad essere piu’ nazionalisti. I latini che lasciano i loro paesi si lamentano costantemente della loro terra d’origine (gli spagnoli della mancanza di lavoro, i francesi della puzza sotto il naso dei loro connazionali, gli italiani del sistema-Italia allo sfascio – ma che sia per questo che se ne sono andati?) mentre se parli con un olandese o con un norvegese, ai loro occhi casa loro e’ la terra perfetta. Perfino i giappi o i coreani trovano difetti nei loro paesi d’origine, ma a mia memoria non ho mai sentito un nordico criticare una cosa di casa sua. A parte i britannici devo dire, i quali comunque guardano la loro isoletta con occhio critico: ma trova un olandese che ammetta un difetto nel suo paese se ne sei capace.

Al punto che mi e’ capitato piu’ volte di chiedermi se esista una qual sorta di capacita’ critica nei nordici, o se sia vero come dicono che scelgono il posto dove vivere solo a seconda del clima.

Chiudo il post qui perche’ non ho tempo, ma ne avrei altre da raccontare. Continuate voi nei commenti se volete 🙂

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Il folklore della disonesta’ italica

In questi giorni una coppia di miei amici australiani e’ in Italia in vacanza. Hanno fatto tappa a Napoli, e ovviamente nel giro di due giorni hanno clonato loro la carta di credito. A entrambi.

La cosa pazzesca di questa storia non e’ la rapina: quella purtroppo e’ una cosa abbastanza comune. La cosa interessante e’ il fatto che i due l’hanno presa come una cosa folcloristica e ci hanno pure riso sopra! Naturalmente non hanno perso un centesimo, visto che la carta era protetta da un sistema antifrode (non so neanche perche’ certa gente si metta a clonare le carte, visto che basta fare una chiamata in banca per bloccare e annullare ogni transazione). Ma la cosa che mi ha impressionato e’ che la usavano apposta, la carta, sperando di farsela clonare solo per la soddisfazione di bloccarla e poter poi raccontare in giro: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato!

(Ci sarebbe pure spazio per un business di magliette con su scritto: sono stato a Napoli e mi hanno rapinato. Anzi scommetterei che gia’ le fanno).

E le foto su facebook: dovreste vederle. Lei fotografata sul lungomare che commenta “questo e’ il confine della zona pattugliata dalla polizia. Oltre questo punto inizia la zona selvaggia dove ci hanno sconsigliato di andare”. After this point you are on your own! Ci rendiamo conto? Manco fossero a Mogadiscio, o a Beirut.

Questa storia mi ha riportato alla mente un mio vecchio amico di Perth, il quale anni fa e’ andato in vacanza a Roma e si e’ messo a fare su e giu’ per il mercato con un portafogli che sporgeva in bella vista dalla tasca dei jeans, in attesa di essere rapinato. Il portafogli era vecchio e conteneva solo un biglietto con scritto “fuck you“.

Per certi turisti sembra essere una cosa divertente, da raccontare. Soprattutto quando sei anglosassone e per te l’italiano e’ un malandrino scuro e impomatato che di solito fa il pizzaiolo, allo stesso livello del turco che vende Kebab e dell’indiano che guida i taxi. Sapete com’e’: quando vai in Spagna scappi dai tori a Pamplona, appena atterri ad Amsterdam ti accendi una canna, quando vai in Nuova Zelanda fai rafting, quando vai in Thailandia vai a troie, e quando vai in certe parti d’Italia ti fai rapinare. Ogni paese ha la sua esperienza particolare, no?

Quanto e’ difficile essere italiano nel 2012… abbiamo esportato la civilta’ per millenni, e non ci siamo resi conto che stavamo restando senza noi.

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

it’s raining, government thief!

Qua a Sydney siamo chiusi in casa da due giorni, causa piogge torrenziali imperterrite e senza fine che ci affliggono da due giorni. Fortuna che domani vado a Perth (dove piove as well, sembra).

11 giugno: oggi qui si festeggia il compleanno della Vagina Elisabetta II d’Inghilterra, per cui e’ festa nazionale. Ma per i motivi di cui sopra sono chiuso in casa, per cui mi sono dato alla cucina. Ieri ho fatto, nell’ordine: pizza radicchio e funghi, crostata di frutta di cui allegherò la foto a breve, e… basta.

Stanotte sono riuscito a svegliarmi alle 2am per vedere l’Italia, e per fortuna non le abbiamo prese. Sono abbastanza soddisfatto dai: vuol dire che bene o male siamo tornati. Un altro paio di inquisiti e li vinciamo, ‘sti europei.

Tra parentesi notavo (scusate il tocco di populismo, ma quando ci vuole ci vuole) che pur con tutti i problemi economici degli spagnoli, lo stadio era pieno di casacche rosse. Come direbbe Berlusconi: gli stadi son pieni, non c’e’ la crisi. lol.

La notizia del giorno e’ che forse, ma dico forse, il mio viaggio in Giappone di luglio salta. E a me già girano le palle, perche’ non so se si e’ notato dal tenore del post, ma qua (causa tempo di merda) mi sto annoiando da mo-ri-re e non vedo veramente l’ora di tornare nella Metropoli Tentacolare.

Torno nella mia catacomba, ad maiora. Ci si sente nei prossimi giorni in collegamento dal Western Australia.

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25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Bushwalk in Sydney National Park

Repubblica Delle Aviobanane vs Too Easy, Mate

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, marzo 2005.
Cambio aereo da Venezia a Roma in direzione Australia. Aspettiamo i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti: alleluja! Si muove il nastro. Mezz’ora: eccoli, i tanto sospirati bagagli! Ma che peccato: check-in chiuso, aereo perso, coincidenza andata, Australia adios.
Grazie Roma, cantava Venditti. E pure io, ma con ben altro spirito, tipo quello con cui i nordcoreani pensano ai sudcoreani.

Nastro bagagli, aeroporto di Roma, dicembre 2011.
Aspetto i bagagli per 10 minuti, nastro fermo. 15 minuti, niente. 20 minuti, si muove il nastro, ma io non canto certo vittoria, memore del 2005. Esce una valigia, due, poi si ferma di nuovo.

La gente si spazientisce e inizia ad accalcarsi attorno al nastro: un po’ perche’ stiamo parlando di italiani trogloditi (ciccini belli, non e’ che se vi accalcate sul nastro le valigie arrivano prima), un po’ perche’ ci sono altrettanti trogloditi che non stanno facendo o non sanno fare o non vogliono fare il loro lavoro dall’altra parte del nastro. No, perche’ ad uno a un certo punto viene pure da chiedersi come mai, e forse e’ meglio non specularci sopra troppo, perche’ si sa che in Italia non e’ mai colpa di nessuno. Probabilmente dietro le quinte c’e’ un’azienda che se ne fotte del passeggero (ché tanto di turisti a Roma l’e’ pieno), un subcontractor che taglia sul personale per mangiarci sopra, il poco personale sottopagato, svogliato, in costante pausa sigaretta – e magari la ciliegina sulla torta, a dare il tocco di classe: un bel software antiquato e incriccato di gestione bagagli, di quelli che girano ancora su PC anteguerra col monitor polverosi a tubo catodico – me li vedo come se li avessi davanti, me li vedo…

Nastro bagagli, aeroporto di Tokyo/Melbourne/Brisbane/Perth/Sydney/altrove nel mondo civilizzato
Decine e decine di voli, sia domestici che internazionali, e mai un solo problema, mai un ritardo, mai una pagliuzza fuori posto. Sara’ un caso? Forse si, perche’ a dire il vero non ho mai avuto problemi nemmeno a Venezia. Ma si sa, il veneto c’ha un po’ di sangue austriaco nelle vene, sara’ per quello? (si fa per dire: i problemi all”aeroporto di Venezia ci sono e sono ben altri, tipo per esempio il banco Alitalia, o quell’assurda security con file chilometriche che mescola voli nazionali e internazionali. Tsk).

Nastro bagagli, aeroporto di Sydney, l’altro ieri.
Arrivati a Sydney da Perth, a me e a un’altra ventina di passeggeri non e’ stato consegnato il bagaglio. Prima volta che mi succede in piu’ di un centinaio di voli in Australia. Tempo di accorgercene, e ci siamo diretti allo sportello bagagli. Tempo di dirlo, e l’addetto al banco ha schiacciato un pulsante rosso sul banco.

Tempo di schiacciare il pulsante, e altri DUE addetti sono usciti in tutta fretta a smistare la fila. Gentilezza ed efficienza: 10 e lode.

Tempo di spiegarsi, e hanno fatto un paio di telefonate. Nel giro di un secondo ci hanno dato un modulo da compilare, e ci hanno mandato a casa senza bagaglio dicendoci che per un disguido (rottura dei un nastro) le nostre valigie erano rimaste a Perth, e sarebbero arrivate col volo successivo (erano le 9 di sera, quindi quello che arrivava alle 6 di mattina).

Ore 7:30 del giorno dopo, mi chiamano: il bagaglio e’ qui, mo’ te lo portiamo a casa.

Tornato a casa al sera, mi accorgo che il bagaglio ha una piccola crepa sul fondo. Chiamo il numero verde, mi risponde in due secondi una tipa, la quale mi fa un paio di domande, mi da l’indirizzo di un negozio di valigie in centro e mi dice di portare il bagaglio li’: dopo l’ispezione vedono se possono ripararlo, altrimenti me ne danno uno nuovo in sostituzione.

In Italia, come ben sapete, se avessi chiamato per un bagaglio danneggiato probabilmente sarebbe andata cosi’.

Da Perth al Margaret River

Oggi sono tornato al lavoro e sono subissato di cose da fare. Ciononostante, per chi volesse avere un po’ di notizie sul Western Australia (regione del paese di cui si parla veramente troppo poco), ecco un paio di notizie tratte dal mio recentissimo viaggetto.

1) L’impressione su Perth e’ stata piu’ che positiva. Per chi non lo sapesse, la capitale del Western Australia ospita il 65% della popolazione dello stato (WA fa 2,6 milioni di abitanti, di cui 1,6 a Perth. Dai numeri e dall’estensione dello stato si puo’ ben capire che il WA e’ praticamente disabitato). Il clima sembra essere splendido (20 gradi d’inverno, fate un po’ voi…), la citta’ e’ ordinatissima, pulitissima, e inoltre la spiaggia e’ fa-vo-lo-sa. I trasporti pubblici sono ottimi (cosa strana per l’Australia) e il traffico e’ gestito bene (cosa impensabile per l’Australia, dove c’e’ meno di un terzo del traffico italiano ma sembra ce ne sia il doppio, visto quanto sono inetti alla guida e quanto sono incapaci a pianificare). Visto che il CBD la sera e’ morto (come nel resto delle citta’ Australiane, tolta forse Melbourne) ho visitato alcune parti della citta’ tipo Subiaco e Northbridge e mi sono sembrate vive, piene di ristoranti e di locali. Niente male. In complesso Perth sembra essere una citta’ ricca, in fermento, in espansione, giovane. Bello.

2) A soli 25 minuti di treno a sud c’e’ Fremantle, una localita’ di mare molto carina. Sembra di essere in Sardegna, sia per la vegetazione che per alcuni dettagli delle case. La cittadina sembra niente male, un posto delle vacanze (= pieno di locali e ristoranti) con una spiaggia da sogno e a distanza tale da Perth da permetterti, volendo, di vivere al mare e lavorare tra i grattacieli. Cosa volere di piu’ dalla vita?

3) Margaret River. 300 Km a sud di Perth si trova questa regione dove il mio amico ha deciso di sposarsi. Beh, devo dire che il posto mi ha lasciato senza fiato. Sembra di essere tra i colli della Toscana, solo con il clima della Sicilia e il mare che a volte e’ quello delle spiagge piu’ belle che si trovano nel sud Italia, a volte e’ oceano aperto da surf con onde alte, ma un colore che sembra sempre di essere alle Maldive. Una cosa da restare senza parole. Se passate per l’Australia e volete farvi un giro a Perth, questa e’ una zona da vedere.

Tirando le somme: attualmente l’area attorno a Perth e’ una delle zone piu’ economicamente attive del mondo (Perth, per dire, cresce in media piu’ della Cina). I prezzi sono esorbitanti, ma cosi’ lo sono gli stipendi. La cultura e’ niente male (e gli italiani emigranti hanno fatto la loro parte in tutto cio’: si sente dal cibo o dal vino). La zona e’ una meta di emigrazione interna tra gli Australiani (ovvero: sempre piu’ emigranti arrivano a Perth, ma la maggior parte degli emigranti sono australiani di altre citta’ – questo a dimostrare che qua girano i soldi e le opportunita’).

Per fare un paragone col resto dell’Australia, Perth ha un mare e un clima che sembrano quelli della gold Coast / Sunshine Coast in Queensland. A volte sembra di essere a Surfers Paradise. Come citta’ sembra avvicinarsi piu’ di tutte a Melbourne, sia per i parchi che per il modo in cui e’ strutturata, e per la presenza palpabile dell’emigrazione italiana. A Sydney e’ accomunata per il fatto di affacciarsi sulla foce di un fiume / baia, ma soprattutto per il punto di vista economico: i prezzi sono in linea con Sydney mentre gli stipendi all’apparenza sono un filo piu’ alti, come si puo’ vedere qui.

Per chi volesse emigrare in Australia, il mio consiglio e’ quello di andare in citta’ piu’ “facili” per gli stranieri, come Sydney, Melbourne o Brisbane. Poi, quando vi siete ambientati, avete fatto un po’ di esperienza, inglese ecc, solo allora valuterei l’opzione Perth, tanto per far felice il conto in banca mentre si prende una bella tintarella. Fateci un giro per credere.

Viaggerellando qua e la’

E insomma e’ deciso al 90% che tra 6-9 mesi mi trasferisco a Perth, diventando di fatto il capo assoluto del Western Australia con tanto di statua equestre eretta sulla pubblica piazza in mio onore.

Resta da vedere cosa ne sara’ dei miei viaggi in Giappone – Perth e’ veramente distante da tutto. A parte che il prezzo del biglietto sarebbe piu’ o meno lo stesso, per fare Perth-Tokyo ci vogliono ben 16 ore (minimo) con un cambio obbligatorio. Ma per ora da Sydney di sicuro c’e’ solo che mi si rivedra’ in terra nipponica alla fine della golden Week, cioe’ verso i primi di maggio, per la solita quindicina di giorni. Per quest’anno conto di fare almeno altri 2 viaggi a Tokyo (maggio + settembre-ottobre), piu’ magari un bel luglio in mezzo che non mi farebbe schifo… sempre se riesco a convincere i grandi capi.

All’inizio di aprile devo anche fare una capatina a Kuala Lumpur (in giornata) per un corso. Cioe’, spieghiamoci: volo di 8 ore dal pomeriggio con arrivo alle 8 di sera, notte in albergo, mezza giornata di corso e poi di nuovo in aereo per tornare in Australia. Non male. Per me si tratta di un ritorno: i lettori di vecchia data ricorderanno il periodo in cui mi hanno mandato in Malesia a lavorare nel 2008.

Questo weekend invece vado a Perth ma per ragioni personali (matrimonio di un amico) – 5 ore di volo, noleggio auto e 250 km in macchina per andare qui. Ammazza se e’ remoto come posto… (zoomare per credere).

Niente male come spiaggetta per fare un matrimonio, no? Un po’ in mezzo al nulla, but still

Andiamo in spiaggia va’

Oggi all’una era bello. Mi son detto: andiamo in spiaggia va’.

Non faccio a tempo a scendere in spiaggia che mi ritrovo un cielo così’.

E mi son detto: torniamo a casa a guardarci il gran premio va’.

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