Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Cos’è successo nel frattempo

Dall’ultimo post:

Vado in Giappone una settimana si e una no. Mi accorgo ora del cambio di stagione (nella stagione si) e mi sa che quella passata e’ l’ultima settimana da maniche corte anche la sera. A Hong Kong invece mi sa che per altri 2 mesi pieni si va in spiaggia…

Sono stato in un bar in strada di comunistoni giapponesi, un po’ surfisti, un po’ pancabbestia. Tutti maschi tranne una tipa, fighissima tra parentesi, che cmq non era manco giappina (filippina in realta’). Ma si sa, alla donna giappa piace il dandy effemminato con le unghie laccate, il ciuffo sparato e che gira con Louis Vuitton e cardigan tinta pastello sulle spalle.  

Tra parentesi al lettore che non sia mai stato in Giappone non puo’ che sfuggire il significato di “bar in strada” accostato al Giappone. Dove anche in piena estate praticamente tutti i locali sono al chiuso.

Ho passato l’esperienza del mio primo tifone asiatico (ma colpito in pieno proprio, stile occhio-del-ciclone, mica come al solito che passano a 400km di distanza e viene solo una pioggia forte). Risultato? Una pioggia forte con vento.

Mi sono innamorato follemente di almeno due spiagge di Hong Kong. La prima, Long Ke (sotto) e’ un paradiso terrestre a 30 minuti dai grattacieli. La seconda, Shek O, e’ una spiaggia pulita e a volte con onde divertenti (tipo Gold Coast in Australia) a 10 minuti dai grattacieli. Vale la pena di aggiungere niente?

long-ke

Long Ke

shek-o

Shek O

Shek_O_Beach

Shek O

 

Viaggio a Shanghai

Tanto per ricordare ai lettori che ultimamente sono un filino impegnato, vorrei sottolineare che sto scrivendo questo post in multitasking. Da seduto. Sulla tazza.

Come avete potuto notare a fine marzo sono andato a Tokyo per il mio viaggio mensile (il prossimo verso la meta’ di aprile, poi a inizio maggio dopo la golden week). Ovviamente non avendo i giappi la Pasqua, sono dovuto tornare sabato, fottendomi di conseguenza il venerdi di festa (Good Friday (=venerdi santo) e’ festa nazionale nei paesi anglosassoni, e di riflesso anche in alcune ex-colonie britanniche tipo Hong Kong) e naturalmente il sabato.

La cosa da ridere e’ che il lunedi di pasquetta (= altra festa nazionale) dovevo essere a Shanghai per un corso (training vendite ultra-avanzato, ovvero tecniche e strategie per vendere ghiaccio agli eschimesi). Morale: ho volato la domenica, percio’ di questo weekend lungo di Pasqua sono stato libero e a casa per circa una decina d’ore.

Tokyo e’ stata… beh, come al solito. Lavoro, izakaya con gli amici, fiori di ciliegio, pulizia & ordine ovunque, mezza stagione, allergia al スギ di merda, riunioni con salaryman che non capiscono una tega, albergo fighissimo in solitudine tipo lost in translation (a parte che conosco la lingua, ma l’atmosfera di solitudine a volte a Tokyo e’ proprio come quella del film).

Vorrei pero’ parlare un attimo di Shanghai. E’ stata la mia prima volta in Cina (terraferma Cina – ero stato a Taiwan e naturalmente vivo a HK, ma nella Cina comunista non c’ero mai stato. Poi dire che HK e’ Cina e’ come dire che Montecarlo e’ Francia, o che Singapore e’ Malesia).

Shanghai, devo dire, me l’aspettavo diversa. Piu’ sgarruppata, tanto per cominciare. Piu’… cinese.

Punti positivi: il centro e’ pulito, ordinato, senza poi tutto questo traffico. E’ pieno di posti interessanti, la metro e’ fighissima (ma d’altronde e’ quasi tutta certificata dalla mia azienda, ghghgh), ristoranti ottimi a prezzi convenienti, piena di vita. Niente male. Inoltre l’impressione generale e’ che il posto sia vivo, vibrante. La senti l’economia che tira, quasi fosse palpabile. Senti odore di opportunita’, un feeling positivo. Come se fosse li’ che succedono le cose, che si fanno le esperienze, (e perche’ no?) i soldi. Senti che a far carriera – in qualche modo – a Shanghai magari si potrebbe far prima.

Punti negativi /1: in centro c’e’ una troia ogni 5 metri e ti ferma un magnaccia ogni 4 passi. (passo – passo – passo – “do you want sexy massage?” – passo – passo – passo – “do you want sexy lady?” – passo – passo – passo – eccetera…).

2. L’acqua e’ non solo imbevibile, ma addirittura tossica credo. Dopo la doccia ti senti la pelle che “tira”. Il mio hotel mi dava 2 bottiglie d’acqua al giorno e in bagno c’era la scritta “usa l’acqua in bottiglia anche per lavarti i denti”.

3. Sono tornato da 4 giorni e ancora mi bruciano gli occhi. Quanto cazzo inquinata e’ l’aria?

4 (soprattutto). Credo ci siano due modi di “vivere” in Asia, a seconda del posto dove vivi. C’e’ il vivere sereno dei posti ultrasicuri dove la gente e’ fondamentalmente “onesta”, ricca o povera che sia. I posti dove giri per la strada senza il pensiero che qualcuno potrebbe sfilarti il portafogli (Giappone, Sudcorea, Hong Kong, Singapore, Malesia se vogliamo, Taiwan, ecc.). E poi ci sono i posti dove sei sei da solo di notte in citta’ ti guardi le spalle, perche’ non sai chi potresti avere dietro. Tipo Manila, o tipo… beh, Shanghai. Questa almeno e’ l’impressione che ha dato a me.

Aggiungo qualche foto tanto per.

L’impatto visivo di Hong Kong

Credo ci siano piu’ o meno tre modi di vedere Hong Kong. Tre immagini, diciamo. La prima e’ di notte, i grattacieli, la citta’ che ricorda molto la scena iniziale di Blade Runner (ciminiere sputafuoco e macchine volanti a parte). La seconda e’ sempre di notte, i vicoli, la pioggia, la citta’ che ricorda molto… Blade Runner (olala’ che originalita’!), la scena in cui Harrison Ford si ciuccia un ramen (o quello che e’) al ristorante. Presente no?

La terza immagine invece e’ questa. La meno conosciuta, diciamo. Domenica pomeriggio, miliardi di persone in giro a fare shopping. Le insegne spente che fanno un po’ tristezza, i condomini da 80 piani scrostati e sporchi (che fanno altrettanta tristezza), la gente ovunque, in ogni angolo, peggio di un formicaio all’ora di punta.

Quando i miei amici giappi mi chiedono com’e’ HK, gli rispondo di solito che HK e’ la versione sporca di Tokyo. E’ un po’ vero, diciamo.

Anche se comunque questa sgrarrupposita’ (sgarruppaggine? sgarruppevolezza?) di HK ha il suo fascino, diciamo. Lo spiegheremo un’altra volta, spero presto. (ah quanto mi mancano i tempi di Brisbane quando non facevo un cazzo da mattina a sera al lavoro e avevo tempo di tenere un blog…).

La regola del sospetto (aziendale)

Ricapitolando. Mondoalbino lascia l’Australia e sbarca a Hong Kong – o per meglio dire si arena a Hong Kong, viste le frequenze atrocemente basse con cui aggiorno il blog.
(saremo mica passati dal giornalmente giapponese, al bisettimanalmente aussie, e adesso…bimestralmente?)

Comunque sia. In questi giorni sto capendo un po’ a mie spese come funziona la vita (lavorativa) da queste parti. Sembra un posto piu’ “europeizzato” rispetto all’Australia (che mi par di capire lavora piu’ a stile americaneggiante). C’e’ anche un pizzico di giapponese oltre che di europeo, nel senso che al lavoro qua sei colpevole fino a quando non dimostri il contrario (quindi si controllano le ricevute al centesimo, si contano le ore al secondo, ecc. In barba al concetto americano dell’impiegato contento = impiegato operativo = azienda che ci guadagna. No, qua anche chi guadagna 10.000 euro al mese quando torna da un viaggio di lavoro deve perdere una cazzo di mezzagiornata a spiegare anche come ha speso pure le cento lire. (e fatevi un po’ i conti di quanto costa all’azienda un’ora di uno che prende 10k netti….)).

In Giappone era cosi’ che funzionava la faccenda. E al lavoro mi facevano girare le palle in maniera atroce, perche’ magari avevo scadenze improrogabili, ma niente. L’azienda rischia di perdere 20 milioni se ritardiamo alla gara d’appalto? Ma chissenefrega: spiegami un po’ invece perche’ il conto del ristorante e’ alle 4 del pomeriggio… devo contare questo come pranzo o come cena?

Non per rivangare continuamente i vecchi tempi di cui ho gia’ ampiamente scritto, ma ricordo che mi arrivavano alla mia scrivania dicendomi cortesemente che avevo sbagliato a fare qualcosa, contravvenendo a una regola magari non scritta di cui non avevo ricevuto notizia ne’ avvertimento alcuno. Cose tipo rimborsi spese, o giorni di ferie, o cose del genere.

Tipo per esempio, in Giappone nessuno mi aveva detto che non si potevano prendere ferie per i primi sei mesi dall’assunzione (e se mi fossi organizzato le ferie nel frattempo? cazzi miei!). E non vorrei entrare neppure nel merito dei rimborsi spese, un labirinto di regolette che nessuno ti spiega ma che vengono fuori man mano che vai in missione e poi chiedi i rimborsi. Naturalmente un “non me l’avevate detto” non viene accettato maiepoimai, se contravviene a una qualsiasi regola, foss’anche una scritta a matita dietro una piastrella del bagno. Dietro, dalla parte del muro intendo.

(A un certo punto in Giappone ti viene pure il sospetto che certe regole vengano inventate al momento solo per farti dispetto e/o farti smettere di fare cose che un giapponese non farebbe).

In Australia al contrario funziona cosi’: puoi far tutto a parte quello che ti viene espressamente detto che non puoi fare. In Giappone funziona al contrario: non puoi fare niente a parte quello che ti viene detto espressamente che puoi fare.

E Hong Kong? Al momento sembra funzionare un po’ come un ibrido, nel senso che puoi fare tutto a parte quello che non ti viene detto che non potevi fare, e allo stesso tempo dipende dalla persona cui lo chiedi. E la cosa, se possibile, mi fa incazzare ancora piu’ che in Giappone, dove almeno per quanto iniqua sai qual e’ la regola (mai chiedere, mai aspettarsi nulla che non sia IL peggio) e sai cosa aspettarti. Qua invece no: sono giapponesi travestiti da americani. Ti fanno il sorrisino e te lo mettono proprio li’ dove immaginate voi.

E cosi’ resto qui, a guardare mentre l’azienda spende i miliardi per mandarmi in Giappone a hotel costosissimi e dove volendo potrei fare colazioni da 50 euro a botta (per non parlare di pranzi e cene) e nessuno mi direbbe nulla (mentre io, coscienzoso come sono, vado a far le spese al combini), ma nel contempo non mi lasciano scaricare le mail dal telefonino (con un piano di roaming da – udite udite – 7 euro al giorno!), perche’ c’e’ una policy aziendale scritta 10 anni fa di cui non ero al corrente che dice che all’estero per le mail o usi il blackberry aziendale o ciccia. E io che ho l’iphone aziendale, me lo prendo teoricamente nel culo (o per meglio dire, non posso usare internet mentre sono all’estero, con un chiaro danno all’azienda stessa, visto che in teoria dovrei essere raggiungibile alla mail aziendale a ogni momento). Il tutto per 7 euro al giorno…

Comunque sia, paese che via, facce da culo all’ufficio personale che trovi. ‘Tacci sua.

Chiuso per trasloco

…Tanto per cambiare.

Domani mi arriva la mobilia dall’Australia e mi danno le chiavi dell’appartamento nuovo. Allo stesso tempo. Tipo che mi danno le chiavi mentre il camion dei mobili (e dei 55 scatoloni) ci va di clacson dalla strada.

PS. I romani del consolato non erano quelli allo sportello (anzi, c’e’ una honkina niente male con un accento italiano perfetto allo sportello. Roba che ti vien voglia di rifarti il passaporto solo per rifarti gli occhi). Il problema erano quelli in coda!

Mi chiedo: perche’ gli italiani non sanno stare in fila? Perche’ le organizzazioni italiane non sanno organizzare le code? Perche’ non transennano in modo da farti stare in fila indiana, ma tengono le sale d’aspetto tipo salottino del cazzo dove uno non sa mai chi e’ prima e chi e’ dopo?

Maledetti.

E poi. Perche’ entri in sala d’aspetto e ci sono i divani dove uno si siede, e non esiste una fila? Perche’ cazzo devo entrare e dover chiedere “chi e’ l’ultimo?” e passare la mezz’ora seguente col culo al comodo ma il cervello in allarme a stare attento che nessuno si intrufoli tra me e quello prima di me???

Torniamo al tipo in coda (“coda” per modo di dire). C’e’ una tipa (asiatica) (cesso) che sta compilando un modulo, e lui seduto sul divano. Lo vedi che e’ impaziente, lo stallone della ciociaria. Alla fine si decide: si alza e va da lei, di fronte a tutta la sala d’aspetto che sta in silenzio religioso a gustarsi questa figura di merda. In un inglese ORRENDO con accento atroce le chiede qualcosa che il mio cervello si rifiuta di ricordare (a me il suono degli italiani che tentano di parlare inglese stride alle orecchie come le unghie su una lavagna). Lei lo guarda e gli risponde qualcosa, e lui allora la guarda stupito, e con un sospiro di sollievo le chiede se parla italiano (ovviamente si, genio).  “Aho, mi madre e’ dde Taiuuan!” gli fa lei con voce caciarosa e accento ancora piu’ burino del suo.

Al che albino pensa – appposto semo, ghesboro – e si mette una mano sugli occhi. Segue conversazione a due con altre 20 persone che li guardano allibiti; e tutto un “eddai bella, stasera annamo a farcie unaperitivo, su“, e cose del genere. Albino a quel punto ha due scelte, o vomita o se ne va. Tra il giramento di coglioni della fila inesistente e questa scena da di bovari campagnoli che si parlano in burinese, la scelta e’ scontata.

Morale: il giorno dopo sono tornato all’orario di prima apertura (tanto il consolato e’ l’edificio di fronte al mio ufficio…) quando non c’era nessuno. A parte una tipa con passeggino che registrava il figlio e che e’ riuscita a passarmi davanti – la zoccola – perche’ mentre io compilavo il mio modulo nell’apposito spazio, lei si e’ messa a compilarlo direttamente allo sportello. La troia. Sposata con francese poi, che e’ tutto un dire. Che il fantasma di Materazzi perseguiti voi e tutta la vostra stirpe nei secoli dei secoli.

Vado, che la notte e’ giovane. E spero di non incontrare italiani questa sera.

Schizofrenia climatica

A Hong Kong sono malati. Di mente. Sul serio.

Tipo, sono cosi’ abitutati ad avere temperature brutali (minime sopra i 25 gradi per buoni 9 mesi l’anno) che appena lil termometro scende sotto il livello di guardia da giungla pluviale qua inizi a vedere cose dell’altro m ondo. Tipo ieri a pranzo, un bel sole, venticello e temperatura sui 24 gradi, io in manica di camicia e una a fianco a me in maglione, giacca invernale, braccia conserte a battere i piedi e i denti dal freddo.

Poi dovreste vedere le vetrine dei negozi… collezione autunno-inverno degna di Anchorage. Colli di pelliccia e stivali pesanti da neve (??), e te sempre in maniche di camicia che ti guardi intorno e ti chiedi, ma quanto cazzo di freddo fara’ mai questo inverno? Forse sara’ la deriva dei continenti, magari Hong Kong e’ un pezzo di Siberia e nessuno se n’era accorto?

Aspetto con ansia di vedere quanto freddo fara’ qua a dicembre-gennaio, quando l’inverno arrivera’ sul serio (l’internet riporta minime di, uditeudite: +15… tsk).

Ma soprattutto, aspetto con ansia di vedere quanto cazzo di caldo fara’ la prossima estate. In me si risvegliano ricordi sopiti dei due mesi passati a Kuala Lumpur, e non e’ un ricordo piacevole. Che l’ascella pezzata sia con me.

Curiosando in giro – Wan Chai

Visto che a Hong Kong non ho ancora una casa, sono andato per lo meno a informarmi su dove si trovi il mio ufficio. Ebbene, si trova a Wan Chai, che se chiedete all’Internet sembra essere un po’ il quartiere a luci rosse della citta’… ma un quartiere un po’ strano, perche’ di giorno sembra trasformarsi magicamente in un discreto quartiere commerciale (perche’ mi ricorda Gotanda questa cosa?).

Insomma, per chi avesse dimestichezza della Metropoli Tentacolare, diciamo che mi trovero’ a lavorare in un misto tra Marunouchi e Yurakucho, che di notte sembra trasformarsi in un misto tra Shinjuku e Roppongi. Praticamente, saro’ casa e bottega.

Ma vediamo un po’ che foto ci mostra l’Internet. Dunque, ecco a voi:

Marunouchi. Anzi: Maru Chai (celo)

Yurakucho, particolarmente se pensiamo a ガード下 (celo)

Shinjuku… o meglio, Wan-juku (celo)

Roppon… chai (celo)

…E poi, per finire, qualcosa di completamente nuovo, che fa molto sud-est Asiatico.

(Gia’ mi piace, questo posto.)

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