Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Tokyo dal cielo

Cari lettori, mi scuso per la prolungata assenza. Ad alcuni sembrerà che io non abbia più niente da dire, quando invece… Sono l’uomo più incasinato del continente asiatico.

Praticamente è successo che ho il piede in due scarpe (lavorativamente parlando). Al momento lavoro in pianta stabile una settimana a Tokyo e una a Hong Kong, facendo avanti e indietro come un qualsiasi pendolare… Volante.

Per quello non posto più da fine settembre. A parte adesso, e questo post per dire lo sto scrivendo dal telefono. Argh.

Curiosando in giro – Wan Chai

Visto che a Hong Kong non ho ancora una casa, sono andato per lo meno a informarmi su dove si trovi il mio ufficio. Ebbene, si trova a Wan Chai, che se chiedete all’Internet sembra essere un po’ il quartiere a luci rosse della citta’… ma un quartiere un po’ strano, perche’ di giorno sembra trasformarsi magicamente in un discreto quartiere commerciale (perche’ mi ricorda Gotanda questa cosa?).

Insomma, per chi avesse dimestichezza della Metropoli Tentacolare, diciamo che mi trovero’ a lavorare in un misto tra Marunouchi e Yurakucho, che di notte sembra trasformarsi in un misto tra Shinjuku e Roppongi. Praticamente, saro’ casa e bottega.

Ma vediamo un po’ che foto ci mostra l’Internet. Dunque, ecco a voi:

Marunouchi. Anzi: Maru Chai (celo)

Yurakucho, particolarmente se pensiamo a ガード下 (celo)

Shinjuku… o meglio, Wan-juku (celo)

Roppon… chai (celo)

…E poi, per finire, qualcosa di completamente nuovo, che fa molto sud-est Asiatico.

(Gia’ mi piace, questo posto.)

Fermo un giro, senza passare dal Via

Ahi quanto e’ dura andarsene da un ufficio anche se sei in buoni rapporti con tutti.

Il problema sembrano essere gli uffici del personale, chissa’ come mai. Non so se ricordate cos’e’ successo quando sono andato via dal Giappone, si sono inventati tasse inesistenti e non pagavano porzioni di mese quasi per farmi dispetto. Questa volta, diciamo… e’ molto peggio. Solo che per ora non ne posso parlare perche’ ci sono ancora in mezzo e non voglio rischiare che qualcuno legga questo blog. Ne parleremo a breve in un post protetto da password.

Rileggevo alcuni vecchi post di quando me ne sono andato dal Giappone. Adesso come avrete ben notato l’atmosfera e’ ben diversa: non gia’ malinconia ma un sentimento del tutto differente. E diciamolo, cazzo: non vedo l’ora di andarmene da qua anche per tornare a raccontare (/vivere) qualche aneddoto decente. Sui cinesi questa volta, sui quali a spanne ci sara’ ancora piu’ da raccontare che sui giappi.

All’epoca scrissi: sono sceso dalla giostra prima che fosse troppo tardi. Ora aggiungo: e sono stato fermo un giro. Questo e’ quello che ho pensato quando ho riletto quel vecchio post linkato qui sopra.

E in effetti ero tornato in Australia per uscire dalla strada che avevo imboccato nella realta’ aziendale giapponese, fatta di 10 giorni l’anno di ferie e zero possibilita’ di carriera. A un anno di distanza ho di nuovo la mai carriera in mano e sono pronto a tornare nel mondo vero, alla vita vera, al casino di una metropoli vera.

Quando ho lasciato il giappone ero come un diciassettenne innamorato che lascia la sua ragazza per motivi che capira’ solo poi. Ora mi sento piu’ come uno che e’ tornato assieme ad una vecchia ex perche’ sentiva che la storia non era finita; e si ritrova dopo un po’ a rendersi conto del perche’ ci si era lasciati la prima volta. Finalmente chiuso il capitolo Australia, mi sento pronto e carico per la nuova avventura. E anche a ritornare nella top-20 dei blogger italiani di wordpress, da cui manco da troppo tempo.

Forse chiamero’ il nuovo blog “Il Ritorno di Mondoalbino”. O magari lo intitolero’ a Bruce Lee, chi lo sa.

Populismo gaijin

Oggi vorrei aggiungere due parole al post di ieri, e in particolare al link che Fabio ha postato nei commenti.

Il blog e’ indubbiamente ben scritto, anche se tratta dei classici di quello che io definisco populismo gaijin. Sono quei temi su cui e’ facile cadere quando si capita in un blog di emigranti che vivono in Giappone (qualunque sia la loro nazionalita’, anche se noto che gli anglosassoni sono la netta maggioranza). Sono quei temi che vengono notati in continuazione dagli stranieri, e riportati nei blog come evidenza del fatto che i giapponesi sono intrinsecamente razzisti al midollo.Ecco una breve carrellata dei cavalli di battaglia del populismo gaijin:

I giappi non mi si siedono vicino in treno, ergo sono razzisti.
Certo, perche’ l’Italiano/ francese/ inglese/ tedesco medio che sale in autobus e ha la scelta tra il sedersi vicino a un connazionale o lo stare spalla a spalla con un extracomunitario di razza diversa, naturalmente non avrebbe alcuna inconscia preferenza, vero? (eh ma dice: il cinese puzza d’aglio, il musulmano ha il barbone e la bomba sotto la tunica, e il negro mi rapina. Eh beh, come darvi torto. Gli americani-europei in Giappone invece, tutti santi, tutti puliti, tutti vestiti Gucci e Prada).

I giappi mi fanno domande razziste tipo se so usare le bacchettine, anche se vivo li’ da 20 anni.
Contestualiziamo un secondo, perche’ il populismo non contestualizza mai. La situazione al contorno e’ questa: sei in ristorante e ti sei trovato di fianco a uno cui non sai che cazzo dire, e allora peschi uno stereotipo dal mazzo, oppure giochi la carta dell’ovvio. Metti che ti si siede di fianco uno vestito da giocatore di basket. Alzi la mano chi non gli chiederebbe: “giochi a basket?” (risposta: graziealcazzo). Beh: lo stesso vale per il giappo di turno, per il quale – lo ricordiamo – giocare la carta dell’ovvio equivale a giocare sul sicuro e iniziare una conversazione del piu’ e del meno.

Detto questo, se alcuni di voi hanno l’iphone e come me sono iscritti all’apple store giapponese, avranno notato che ci sono tantissimi manuali nello store: come avvicinare le ragazze, come comportarsi al primo appuntamento, come comportarsi al love hotel, come farsi le pippe, come essere simpatici, come comportarsi durante un meeting di lavoro, come comportarsi in tintoria. Sapete che ai giapponesi piace avere bene chiare le regole su come comportarsi. Allora, chi vi dice che se tutti i giappi dicono le stesse cose non voglia dire che da qualche parte ci sia anche un prontuario di frasi fatte da dire allo straniero quando ne incontri uno?

(nota a posteriori: e’ successa anche a me questa storia delle bacchettine. Una volta mi hanno chiesto se le sapevo usare e io, noncurante, ho continuato a mangiare usandole e ho risposto “いいえ、箸は全然使えません” (no, le bacchette non le so usare per nulla). L’ironia li seppellira’: Il tipo prima ha fatto una faccia da wrong input – system error, poi quando ho sorriso l’ha capita e si e’ piegato in due dal ridere).

I vicini giappi controllano se riciclo correttamente la spazzatura.
A me a sentire queste cose viene in mente la classica casalinga italiana di mezza eta’ che controlla ogni mossa dei condòmini cinesi appena trasferitisi al piano di sotto. Ce ne sarebbe da scrivere un romanzo.

I colleghi giappi mi chiamano per nome proprio e non per cognome.
Vedi sopra la storia del prontuario: pure questo viene da li’, dallo stereotipo su come comportarsi coi gaijin. Ma d’altronde anche noi occidentali in inglese mettiamo il suffisso -san dietro al nome dei giapponesi, no? E se ci troviamo in mezzo a un meeting di lavoro con 10 americani e 1 giapponese, non verrebbe anche a noi da chiamare tutti gli americani col nome proprio e il giapponese per cognome?

La polizia giappa mi discrimina perche’ sono straniero.
In Europa e America invece la polizia tratta gli extracomunitari esattamente come i locali, vero?

Ma allora, alla fine dei conti e’ vero che i giapponesi sono intrinsecamente xenofobi e (in)consciamente razzisti? Certo che e’ vero: nessuno lo puo’ negare – ne’ io sono qui a cercare di negarlo. Se provate a chiederglielo nemmeno loro tentano di negarlo! Ma se ricordate oggi non siamo qui a parlare di razzismo, bensi’ dei blog che parlano di razzismo: blog che come dicevamo piu’ o meno si ripetono tutti, pescando un po’ tutti nel calderone del populismo gaijin.

Questi blog rispecchiano, a mio avviso, un certo disagio dell’uomo bianco che e’ abituato a discriminare e non a sentirsi discriminato. La verita’ nuda e cruda e’ questa cocchi belli, altro che i sedili del treno lasciati vuoti: ai nostri occhi va bene lasciare libero il sedile a fianco a un senegalese, ma ci sembra un affronto se un asiatico lascia libero il sedile accanto a noi caucasici, profumati & ben vestiti come siamo.

Ditemi che sbaglio se ne avete il coraggio; e pensate a quanto i giapponesi che vivono in Italia ne avrebbero da raccontare, in fatto del razzismo nostro.

PS: anch’io ho fatto i miei bei post di populismo gaijin, ma se l’ho fatto e’ per due motivi: (1) io sotto sotto sono un populista, e (2) in quei giorni non avevo di meglio da scrivere. Ah, e (3): alle volte sfogarsi in un blog ti fa sentire meglio. E (4): io ho ragione.

Il paradiso della giappina

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo in cui bisogna smetterla di scendere a compromessi. Mettere la testa a posto. Pensare al futuro.

Leggevo ieri mattina questo bellissimo articolo riportato dal blog dirittogiapponese. Questa e’ una delle innumerevoli testimonianze di stranieri che sono stati abusati dalla polizia giapponese. Lo dico sinceramente: mi si rivolta lo stomaco quando leggo queste cose e mi si scopre davanti il midollo razzista del Giappone. Dall’altra parte invece tiro un sospiro di sollievo perche’ me ne sono andato; perche’ ormai non ho piu’ la forza e la passione per accettare certe cose.

I gaijin in Giappone accettano di avere diritti di serie B; accettano che la loro parola o la loro esistenza valga in qualche modo meno di quella di un locale. Accettano di vedersi relegati alla voce “altro” nei documenti ufficiali, accettano di non poter dare il loro cognome a figli nati da una relazione con una giapponese che non abbia cambiato il suo cognome (diventando di fatto gaijin a sua volta). Accettano di non poter affittare un appartamento o avere una carta di credito se non supportati da un locale che garantisca per loro. Accettano il rischio di essere sbattuti in galera per la semplice parola di un giapponese, perche’ la testimonianza di un giapponese agli occhi di un giudice o di un poliziotto ha valore, la loro no. Accettano di perdere automaticamente i figli in caso di divorzio, e di non poterli vedere piu’. Accettano queste e miriadi di altre atrocita’, e io mi chiedo perche’.

Io: gia’, proprio io. Io, lo stesso che le ha viste per anni e le ha cercate di ignorare. Io che pero’ a un certo punto ho smesso di scendere a compromessi. Infatti eccomi qua, in Australia, un paese civile dove i miei diritti sono rispettati. Dove la mia carriera non e’ compromessa. Dove la mia parola vale quanto quella di un locale. Mi guardo indietro, ora, e mi chiedo se varrebbe la pena di tornare in Giappone. Scendere a compromessi ogni giorno, pur di vivere li’. E mi chiedo, ancora una volta, perche’.

Questo e’ quello che ho pensato ieri mattina, e poi durante il giorno. Poi la sera sono tornato a casa, ho aperto facebook e ho visto un post. Questo.

E mi son detto: Ah. Ecco perche’.

Villeggianti in pianta stabile e la Meteora innamorata

E’ passato un anno dal disastro in Giappone. L’avete letto un po’ ovunque nelle ultime 24-48 ore, per cui presumo non abbiate certo bisogno che vi venga a raccontare io com’e’ andata.

Eppero’ un anno fa io in Giappone ci abitavo. Avevo gia’ deciso di licenziarmi, e a dire il vero ero gia’ in parola con la mia attuale azienda (la proposta di assunzione mi sarebbe arrivata il 16 marzo, a cinque giorni dal terremoto, ma io avevo gia’ accettato sin da febbraio). Esattamente un anno fa, il 12 marzo del 2011 ero sul piede di partenza, con un nuovo lavoro e una nuova destinazione gia’ definiti, e con alle spalle un terremoto di proporzioni apocalittiche, una centrale nucleare in procinto di esplodere e una citta’ bloccata dal disastro. Eppure non me ne sono andato, sono rimasto li’ fino al giorno della partenza per l’Australia, tipo soldato giapponese imboscato a Saipan.

Non me ne sono andato a causa dal disastro, come invece hanno fatto alcuni. Leggo in questi giorni un concerto di parole struggenti e lacrime di coccodrillo su facebook, twitter: forse si sono gia’ dimenticati come sono andate le cose l’anno scorso, quando a macerie ancora fumanti erano gia’ in treno o in aereo per mettersi in salvo dalle radiazioni. Comodo piangere il “povero Giappone” col culo al sicuro.

Io no. Io sono rimasto durante tutta l’emergenza. Mi sono fatto le code per l’acqua al supermercato, quando non potevi usare quella di rubinetto neanche per farti una pasta per paura del Cesio. Ho vissuto in prima persona i disagi in treno, le crepe sui muri in ufficio, gli aftershock e le evacquazioni un giorno si e uno anche, le finestre rotte, la scarsita’ di energia elettrica, la vita che pian piano ricominciava. Soprattutto ho vissuto le settimane in cui la notte avvolgeva la Metropoli Tentacolare come in un film dell’orrore, quando non c’era elettricita’ per combattere il buio che scendeva sui grattacieli. Quando ad Hachiko intravedevi sagome in ombra ad aspettarsi, e non c’erano piu’ i lampioni, piu’ i maxischermi, piu’ il Tokyu gigante sopra di te. Non c’era piu’ il 109 in lontananza, piu’ le insegne dei negozi, e le uniche luci che vedevi erano i fari delle macchine e dei taxi che passavano.

Ecco. A un anno di distanza io vorrei andare un po’ contro corrente e uscire dal coro di quelli che ricordano il “povero Giappone”. Vorrei ricordare a tutti che il Giappone e i giapponesi si sono tirati su da soli e non hanno certo avuto bisogno delle nostre parole di circostanza per farlo. Quello di cui avevano bisogno da noi stranieri che eravamo li’, era che facessimo la nostra piccola parte alzandoci la mattina e andando al lavoro. Era che facessimo il nostro dovere senza sbroccare, senza lamentarci, senza farci prendere dal panico. Era che remassimo tutti nella stessa direzione.

Questo per dire che a distanza di un anno credo di non essere ancora riuscito a perdonare del tutto quelli che nel momento del bisogno hanno solo pensato solo a se stessi. Un anno fa ho scritto questo, forse un po’ ingenuamente. Mi chiedevo come mi chiedo adesso, come sia stato possibile per alcuni vivere anni e anni in un posto e non averlo in fondo mai cercato di capire, non averlo assimilato nemmeno un pochino.

Alcuni mi sono sembrati dei turisti a lungo termine, dei villeggianti in pianta stabile. E io, una meteora che a Tokyo in fondo c’ha vissuto per nemmeno due anni, dal mio piccolo li guardavo andarsene come topi che abbandonano la nave che affonda. Ma forse per me e’ stato piu’ naturale, chi lo sa. Io che Tokyo l’avevo scelta non per calcoli d’interesse o d’opportunita’ ma in fondo, beh… per amore della citta’ e dei suoi abitanti.

Me ne sono andato pure io alla fine, certo. Alcuni potrebbero obiettarmi che ora sto qui a pigiar tasti dall’Australia, bene al sicuro in terra antisismica e nuclear-free. Ma questa e’ una scelta che ho dovuto fare (e a malincuore) per ben altri motivi legati al mio progetto di vita; tutti i miei amici e conoscenti sanno bene che se il Giappone avesse potuto offrirmi le possibilita’ di carriera cui aspiro ora sarei ancora li’. Ne e’ prova il fatto che me ne sono andato solo a luglio, chiedendo all’azienda nuova di aspettarmi per ben quattro mesi. (se avessi potuto me ne sarei andato anche piu’ in la’, tipo novembre).

Pero’ tornando a quei giorni posso confermare senza paura di essere smentito che non ho mai vacillato, non ho mai pensato una sola volta di abbandonare quel posto nel momento del bisogno, perche’ per me sarebbe stato come tradire quel popolo, come ammettere di aver usato quella citta’ senza averne capito lo spirito. Mentre io, meteora che ha avuto la gaijin card per nemmeno due anni, quel posto l’ho vissuto e l’ho amato sul serio, dal primo all’ultimo giorno.

Queste sono le parole che mi sento di dire a un anno dalla tragedia. Tutto qua.

Freddo elenco di ricordi da ricordare

Di questo viaggio in Giappone ricorderò sempre:

– La tristezza di Shimbashi la domenica pomeriggio, quando ciò che incontri sono solo tristi salaryman che fumano davanti ai combini.

– La megaazienda giapponese di fantozziana memoria, protetta come Fort Knox. L’ultimo piano superprotetto da guardie dove abbiamo fatto il meeting. Il giro finale del piano quando ci hanno portato a vedere la collezione aziendale di quadri. Il pezzo forte della collezione, un Botticelli che quando l’ho visto a mezzo metro dal mio naso non ci volevo nemmeno credere.

– Shibuya, la bellezza di Shibuya, il mio amore sconsiderato per Shibuya. Gotanda, i vecchi posti, la vecchia casa. Ebisu, che in fondo a ben guardare e’ il posto più bello che c’e’ a Tokyo, e dove vorrei vivere se dovessi tornare.

– La malinconia di scoprire che i miei amici a Tokyo sono sempre meno, sempre più impegnati. Il sentirmi a mio agio solo con quei soliti due o tre, e per il resto lo scoprire che in fondo la vita va avanti anche senza il buon albino. Un po’ com’e’ successo in Italia (ma quelli che restano sono quelli speciali, e forse in fondo in fondo uno dei vantaggi più importanti dell’emigrare e’ che ti si scremano le amicizie e quel che ti resta e’ solo il Meglio).

– La figata di essere spesato di tutto dall’azienda, treno compreso, pranzo e cena compresa. La libertà di potermene tornare a casa in taxi la sera anche prima dell’ultimo treno. Dall’altro lato, il culo così che mi sono fatto coi clienti giappi, robe da mattina a notte inoltrata. Mi sono scavato i miei 3-4 sacrosanti giorni per me, ma a ben vedere e’ la mia azienda che ha fatto l’affare a mandarmi li’.

– Il fatto che un misero weekend e mezzo a Tokyo sono nulla, anche se ci si deve accontentare. In tutta onesta’, se potessi scegliere non so mica se preferirei essere mandato li’ una settimana ogni tre mesi come succede adesso, o un mese all’anno in un’unica soluzione con cui ti togli lo sfizio e ti metti il cuore in pace fino alla prossima (anche se devo dire che con l’opzione tre mesi faccio un disastro di miglia, contando che volo in business).

– Che ho passato dieci giorni a Tokyo e non sono mai andato a Roppongi. Peggio dell’ultimo dei fricchettoni nippofili che vanno a templi e non si vogliono mischiare ai gaijin (ma in realtà non ci sono andato semplicemente perché non c’e’ stata la situazione giusta, la gente giusta, il vibe giusto).

Ah, se non l’avevate capito sono tornato in Australia. In quanto a Tokyo, mi sa che ci rivediamo ai primi di maggio.

Il giapponese, questo sconosciuto

*premessa: la cosa positiva del post di oggi e’ che parla di Giappone e di giappine; quella negativa e’ che immagino** richieda un minimo di conoscenza della lingua giapponese, quindi se navigate nell’ignoranza mi dispiace ma potreste trovare queste righe un po’ noiose.
**dico immagino perche’ non l’ho ancora scritto e quindi non so come andra’ a finire. Vediamo.

In giro per Tokyo qualche mese fa mi e’ capitato di incrociare in un negozio una coppia di signori sulla sessantina, lui occidentale e lei giapponese. I due parlavano in giapponese, e ricordo che ho sono quasi scoppiato a ridere nel sentire la parlata di lui. Il tipo finiva ogni frase con かしら (kashira, con l’accento sull’ultima a), che per chi non lo sapesse e’ un modo terribilmente effemminato (forse il piu’ effemminato di tutti) di terminare una frase. La persona tipica che finisce le frasi con kashira in Giappone e’ la donna di mezza eta’, ovvero la moglie del tipo che ho incrociato quel giorno. Facendo due piu’ due, si puo’ intuire che i due siano sposati da un bel pezzo, e che lui abbia imparato il giapponese da lei, un po’ come lo straniero medio che va a vivere a Torino e dopo un po’ inizia a mettere il ne’ alla fine delle frasi.

Il problema, cari lettori, e’ che il giapponese inteso come lingua universale parlata dai giapponesi non esiste. Un po’ come l’italiano parlato, che varia da regione a regione, dove il veneto non usa il passato remoto neanche sotto tortura, il toscano dice babbo invece di papa’, il napoletato dice “sto” invece di “sono” per indicare lo stato in luogo, il romano e’ allergico alla particella “re” dei verbi all’infinito anche quando parla in italiano, e via di seguito.

La lingua giapponese segue per certi versi la stessa sorte dell’italiano, solo che laddove l’italiano e’ una lingua a varianza prevalentemente geografica, il giapponese e’ una lingua che varia soprattutto a seconda del contesto sociale. Cosa significa tutto cio’? Significa in parole povere che la signora di mezza eta’ parla un giapponese diverso dalla ragazzina, la quale parla un giapponese diverso dal ragazzino, il quale parla un giapponese diverso rispetto all’uomo di mezza eta’, e dall’anziano, e dal bambino.

Ma non e’ finita. Tutte (o quasi) queste categorie cambiano il modo con cui parlano a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte o della situazione (casual, amici, famiglia, lavoro, ecc.). E’ un po’ quello che succede in italiano quando diamo del Lei, solo che in giapponese cambiano le particelle, cambiano le desinenze verbali, cambiano i tipi di verbi, cambia parte della struttura grammaticale… insomma, cambia tutto.

Questo modo di esprimersi del giapponesi ha svariate conseguenze nei loro rapporti interpersonali: l’ammontare di informazione non detta nei loro discorsi e’ impressionante, e una grossa fetta di quello che dici lo esprimi nel modo in cui lo dici. Un paio di luoghi comuni sui giapponesi e’ che si dice non abbiano un modo ben definito di dire si e no, e che non dicano parolacce. Beh: tutto questo non e’ altro che una conseguenza della loro struttura linguistica. E’ un po’ difficile da spiegare senza dare esempi concreti, ma un giapponese puo’ dire si e no senza bisogno di doverlo dire (o meglio, puo’ dirti di si e allo stesso tempo farti capire che e’ in realta’ e’ un no), a seconda di come si esprime, e anche se non ti manda a fanculo a parole, e’ in grado di ferirti e offenderti molto di piu’ dei nostri vaffanculo, a seconda di come ti parla e del rispetto che ti porta. Parlando poi dei modi di scambiarsi informazione quando si mente o ci si inventa una scusa, sui giapponesi piu’ che un post se ne potrebbe scrivere un’enciclopedia.

Un esempio classico e’ l’approccio uomo-donna. Nel locale italiano il tipo va dalla tipa, inizia a parlarci, e ci fa conversazione. Poi dopo un po’ ci prova, e lei ci sta o non ci sta, e finisce li’. La tipa sa che il tipo e’ interessato a lei, e risponde di conseguenza. Entrambi non sanno cosa vuole veramente l’altro: se la tipa sia alla ricerca di una storia seria lui non lo puo’ sapere, mentre lei non sa se gli piace veramente o se e’ li’ solo per portarsi a letto la prima che capita. Tattica impone pero’ a lui di non dire esplicitamente che vuole sesso (di solito) per non bruciarsi subito, mentre a lei di non dimostrarsi troppo disponibile, per non rischiare di apparire troppo facile.

In Giappone l’ammontare di informazione sottintesa e’ notevolmente maggiore. Uno straniero che ascoltasse una conversazione da locale tra un giapponese e una giapponese non ci capirebbe niente: il tipo si avvicina, inizia a parlare del piu’ e del meno, lei risponde e poi… magicamente, lui se ne va. Oppure, caso due, lui continua a insistere senza sosta anche se lei lo manda via. Oppure, caso tre, se ne va lei. Oppure, caso quattro, se ne vanno insieme… al love hotel.

Cosa succede tra giapponesi? Lui la approccia usando una forma colloquiale, per accorciare la distanza tra loro. Le dice: ti voglio, anche se le ha solo chiesto l’ora. Lei risponde in maniera ultra-formale, per ripristinare la distanza. Gli risponde non mi piaci, anche se gli ha solo detto che sono le nove meno un quarto.

Oppure: lui l’approccia usando un tono di rispetto. Le dice che e’ un gentiluomo, anche se le ha solo chiesto come si chiama. Lei gli risponde in maniera ultra-formale per dirgli che non si fida di lui. Allora lui scopre le carte e parla in maniera diretta, dicendole che ma che in realta’ vuole solo quello. Lei risponde in maniera diretta a sua volta, facendogli capire che va meglio cosi’, che non e’ venuta in quel bar alla ricerca di una storia seria. Da li’ al materasso il passo e’ breve. A uno straniero che ascoltasse la traduzione simultanea della loro conversazione pero’ tutto questo non verrebbe comunicato, e gli sembrerebbe solo un breve scambio di ciao mi chiamo X, come ti chiami, dove vivi, dove lavori, ecc.

La cosa che mi fa ridere in tutto cio’ e’ che poi quelli che passano per essere persone dirette siamo noi latini, anche se l’ammontare di informazione che ci scambiamo e’ molto inferiore, e siamo costretti a chiedere le cose esplicitamente perche’ non abbiamo altri mezzi per farlo. Per loro invece e’ tutto sottinteso, e per questo ai nostri occhi ignoranti passano per… timidi! (e chiunque abbia avuto a che fare con il Giappone per abbastanza tempo sa bene che timidi proprio non sono, anzi… silenziosi, forse. Riservati, sicuramente. Ma timidi…!).

Questo sistema, capirete, e’ croce e delizia dei gaijin che vivono in Giappone. Delizia perche’ con le tipe a momenti non serve neanche provarci: vai li’, dici due frasi due, e sai gia’ dopo tre secondi se c’e’ trippa per gatti o no. Se ti risponde diretta sai gia’ che e’ praticamente orizzontale, se ti risponde usando verbi troppo formali sai gia’ che te la devi sudare, o che proprio non c’e’ storia. La croce sta invece nel fatto che all’inizio non ci si capisce veramente niente (e non so se ricordate i miei vecchi post del 2008 quando ero io quello che non capiva…). E che anche quando inizi a districarti in questa miriade di regole, capita che sei fottuto in partenza e non lo sai (lo straniero medio ci mette un’eternita’ anche solo a capire quando e come usare i modi di dire “io”, con watashi, boku e ore che in teoria sembrano di facile applicazione ma poi dipende da chi, come, quando, dove, perche’, con chi, da chi, per chi, a chi…).

Sei fottuto in partenza e non lo sai: riuscite a capire perche’? Il motivo, cari lettori, e’ molto semplice: i giapponesi parlano in modi totalmente diversi a seconda di genere ed eta’, e lo straniero impara da loro senza sapere bene cosa sta imparando. Esattamente come il signore che ho incrociato quel giorno, appena apre bocca lo straniero medio indica al suo interlocutore giapponese (1) da chi ha imparato il giapponese e (2) con chi passa la maggior parte del suo tempo.

Gli esempi sono molteplici, ma uno mi fa sorridere. Ripenso al solito locale che ho citato prima. Uno straniero approccia una giappina e le chiede qualcosa. Dopo un po’ che sta parlando le sbatte nella conversazione espressioni come kawaii ne, usa deshou invece di darou, finisce qualche frase di troppo con “no” e magari sovrappensiero (orrore!) addirittura con “nano”!

La giappina a quel punto lo guarda e fa il sorriso dei vincitori. Infatti sa gia’ che il pirlotto ha moglie e figli che lo aspettano a casa, e che comunque ha imparato il giapponese grazie a lunghe e profonde frequentazioni con nipponici di sesso femminile. L’evidenza e’ che lui e’ abituato a usare quel tipo di espressioni per emulazione quando parla con la sua giappina abituale, quella che gli ha insegnato il giapponese (e non s’e’ curata , per tattica o per disinteresse, di fargli notare che quando parla in giapponese usa espressioni femminili al punto di sembrare quasi un ricchione – anzi, magari per la sua donna lui quando parla cosi’ e’ kawaii….).

Poi, badate: a quel punto chi lo sa come va a finire tra i due. Mica e’ detto che lui vada in bianco, anzi alla giappina del bar potrebbe anche andar bene cosi’. Ma questa e’ un’altra storia, un’altra situazione, che magari tratteremo un’altra volta.

USCITA B2

Un semplice cartello.

Puo’ scaturire infinite emozioni.

Per chi sa cosa rappresenta.

 

Il mio posto nel mondo

Parte 1 – il mio lavoro.

Spesso la gente mi chiede cosa faccio nella vita, e io rispondo “il consulente”, che vuol dire tutto e niente. E infatti la gente non capisce.

Iniziamo a spiegare mettendo i puntini sulle i: c’e’ consulente e consulente. Il consulente di solito viene identificato come una persona che lavora in proprio, mentre io lavoro in azienda. Il mio caso e’ un po’ un misto tra la figura del libero professionista e quella dell’impiegato d’azienda.

La cosa ha dei bei vantaggi: uno su tutti, ho la liberta’ del consulente, e contemporaneamente la sicurezza economica dell’impiegato. Per esempio, io non ho cartellini da timbrare, ne’ ho l’obbligo di stare in ufficio 8 ore al giorno. Pero’ prendo lo stipendio a fine mese come ogni dipendente. Se ho bisogno di andare da qualche parte per lavoro ci vado, mi prenoto hotel e aerei senza problemi e senza bisogno di autorizzazioni perche’ tanto poi la mia azienda carica le spese sui clienti. Nessuno mi controlla, nessuno mi dice cosa devo fare, pero’ allo stesso tempo se ho bisogno di qualcosa posso chiamare l’ufficio del personale, o l’assistenza informatica aziendale. Alcuni dei miei colleghi lavorano direttamente da casa, mentre io preferisco venire in ufficio per disciplina personale, perche’ so che a casa non farei una sega.

Ma come funziona, cos’e’ che faccio da mattina a sera? Dipende. Il mio lavoro di solito e’, come si dice, “80% billable“. Nel senso che per l’80% del mio tempo (per esempio, quattro giorni a settimana) devo lavorare per clienti. Clienti che l’azienda mi ha trovato, e che mi sono stati assegnati. (Ecco un’altra differenza tra me e il consulente che lavora in proprio: io ricevo il lavoro da altri, mentre il libero professionista se lo deve cercare da solo). Il restante giorno a settimana che avanza (in media) lo posso spendere a seconda delle necessita’ facendo aggiornamenti, training, e naturalmente col cosiddetto business development: ovvero, cercando di espandere il business. Quindi posso organizzare presentazioni, meeting, etc.

Ecco la spiegazione dei miei viaggi in Giappone. Il Giappone fa parte del 20% del mio tempo che devo dedicare alle presentazioni e alla ricerca di nuovi clienti. Ho proposto il Giappone, e l’azienda mi ha detto si. La cosa e’ molto interessante, perche’ ho una liberta’ d’azione notevole. E qui passiamo alla parte 2.

Parte 2 – Ho cambiato in meglio

Se potessi dare un voto alla mia vita lavorativa ai tempi del Giappone, da 1 a 10 gli darei un 3. Un 3 dovuto al fatto che ero sottoutilizzato in quanto non sapevano cosa farmi fare, sottoutilizzato perche’ ero ritenuto troppo giovane per fare certe cose (quello che faccio adesso a un giapponese in Giappone glielo fanno fare a 45 anni, e anche anche). Essendo sottoutilizzato ero sottopagato (secondo gli standard del mio valore “internazionale”, ovvero secondo quello che sarei stato pagato come espatriato in altre nazioni, tipo in Cina, o in Corea, o in America. In pratica mi pagavano come un giapponese della mia eta’, ma io – se permettete – valevo di piu’, perche’ nel mio curriculum avevo piu’ esperienze e piu’ skills del salaryman medio). Il voto assolutamente negativo e’ dovuto anche al fatto che le condizioni lavorative della mia vecchia azienda erano atroci: un minuto di ritardo la mattina mi costava mezza giornata di ferie, ogni pretesto era buono per sanzionare chi usciva dalle regole (le regole piu’ assurde, non sto qui ad elencarle ma credetemi sulla parola), lo straordinario era pagato a scaglioni di ore, le ferie erano 10 giorni l’anno, compresa malattia. Terribile per un emigrante che bene o male ha radici e famiglia in un altro continente. Se proprio devo trovare un pregio al mio lavoro in Giappone, e’ il fatto che avevo molto tempo libero (essendo sottoutilizzato), e potevo permettermi il lusso di scrivere post chilometrici su questo blog. E’ quello che mi manca adesso, purtroppo, e non ci posso far nulla. Io sono ancora io: solo, non ho piu’ il tempo materiale per mettere la mia vita su blog.

Se potessi dare un voto alla mia vita lavorativa attuale, gli darei un 9. Il dieci non lo do perche’ la perfezione non esiste, e poi perche’ bene o male ogni tanto qualcosa di noioso mi tocca farlo (tipo negli ultimi due giorni ho dovuto fare un audit della qualita’, e io odio la qualita’ in ogni sua forma).

Parte 3 – il mio posto nel mondo

L’altro giorno qualcuno ha scritto un commento che mi accusava di “elemosinare” viaggi in Giappone. Il fatto e’, come ho spiegato nella parte 1, che i miei viaggi in Giappone fanno parte delle mie attivita’ di business development. Volendo potrei andare in altri posti, ma avendo agganci e contatti a Tokyo la mia azienda e’ ben contenta di mandarmi li’, perche’ sa che io so come trattare con i giapponesi, conosco l’intricatissimo mercato ferroviario come pochi gaijin al mondo, parlo la lingua quel tanto che basta, e via di seguito.

Vedete, non e’ che elemosino. Come ho detto piu’ e piu’ volte, io ho fatto la mia scelta. Ho scelto di andarmene da un posto che mi dava pochissime soddisfazioni lavorative. Ho deciso di crescere una buona volta. Ora a Tokyo ci torno per lavoro: che male c’e’? Finche’ ho opportunita’ da sfruttare ci dovrei tornare magari due o tre volte l’anno. Viaggiando in business class, soggiornando negli hotel del centro, cenando nei ristoranti di lusso a spese non mie. In quei momenti avro’ l’opportunita’ di ritrarmi coi vecchi amici, di farmi la seratina a Roppongi o al mitico Hub di Shibuya, e poi ciao ragazzi alla prossima. A Tokyo, come ho scritto piu’ volte, ci tornerei a vivere solo in grande stile. Appartamenti da 30mq, orari assurdi e burocrazia folle: ho gia’ dato grazie. Se torno, voglio essere uno degli espatriati che vivono negli appartamenti di hiroo o di azabu a spese aziendali, voglio condizioni lavorative all’occidentale. Senno’ ci torno solo per viaggi di lavoro e vaffanculo.

Chiamatemi scemo. E la sapete una cosa? Appena mi riesce mi faccio spedire pure a Hong Kong, e a Shanghai, e a Singapore, e a Seoul, e a Bangkok. E naturalmente, perche’ no, se ci scappa, in Italia. E poi torno alla base, sotto il sole di Sydney. Altro che elemosina.

mango a go-go.

Cari lettori sprovvisti di un blog, ricordate: se mai dovesse venirvi l’ispirazione di aprire un blog, e allorquando vi venisse un’idea per un post,  ricordate sempre di scrivervela giu’, altrimenti potrebbe succedere l’irreparabile. Tipo com’e’ successo a me: Ieri sera ero a cena quando sono stato folgorato da una idea fantastica per un post fichissimo. Ho pensato: “la scrivo?” e naturalmente mi sono risposto: “naaaaah, tanto me la ricordo“.

Come no. Oggi, naturalmente, ricordo solamente di aver avuto un’idea fichissima. Ricordo che trattava di Australia e di Giappone (non di Italia), ma oltre a questo l’argomento dell’idea e’ andato, dimenticato, perso chissa’ dove.

Andiamo a tentativi, in tempo reale, e vediamo se mi viene in mente.

Facciamo mente locale. Ieri dopo essere tornato dal mare e prima di cena ho fatto una torta di albicocche. Dovete sapere che io ogni tanto mi rompo le palle di fare colazione con gli scotch finger o le porcherie varie che fanno qui, e in mancanza di biscotti del mulino bianco mi faccio le torte da solo, magari bevendomi un vinello prima di cena quando non ho niente da fare.

Ieri mentre facevo la mia torta ricordo di aver pensato a quanto facciano cagare le albicocche australiane. Perche’ dovete sapere, cari lettori, che la disgrazia che accomuna Australia e Giappone e’ il fatto che uno si riduce a mangiare sempre la stessa cazzo di frutta.

In Giappone il motivo e’ uno solo: il prezzo. La frutta giapponese e’ buonissima (a parte le fragole che di solito sono acquose – quelle da pochi soldi che compravo io, almeno lo erano. Spiacente ma venti euro per un cestino di fragole non glieli ho mai voluti dare). In Giappone mangiavo solo banane (2-3 euro per cinque banane), kiwi o mele (1-2 euro l’una), o pompelmi, arance, e naturalmente mandarini. Tutto il resto di solito era proibitivo, e io cinque o sei euro per un caco o per una pesca (no un chilo, una) non avevo alcuna intenzione di spenderli.

Bisogna dire che in genere le mele giappe sono piu’ buone di quelle italiane, di solito (e se ve lo dice uno che viene dal Veneto, credeteci), e anche i pompelmi non sono niente male. I kiwi invece secondo me erano un po’ insipidi, ma qui sto confrontando l’inconfrontabile. E ripeto, tutto il resto della frutta era assurdamente troppo costoso.
Ultimi due commenti sulla frutta giappa: e’ stranissimo che nel paese dei fiori di ciliegio… non ci siano ciliege! Di solito sono carissime, uno scandalo. Restando sempre in tema di frutta, sottolineerei pure che i pomodori giapponesi sono emme-e-erre-di-a: merda. Sono rosetta, acquosi, senza gusto. Osceni. Fateci una pasta voi, se siete in grado.

Poi uno cambia paese e va in Australia: e tu dici ohhhhhhh, finalmente un paese pieno di sole e di spazio e naturalmente di frutt….. NO. No,perche’ per una ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi (la terra? il modo di coltivare? Il clima? Boooh), pure qui con tutto lo spazio che c’e’ e con tutte le latitudini e i climi che ci sono, come in Giappone ci si riduce a mangiare sempre la stessa roba. Le mele sono mediocri, di solito troppo aspre. Le pere sono decenti, mentre i kiwi sono come quelli giapponesi: niente in confronto a quelli che si mangiano in Italia. Banane: troppo care, come l’uva del resto. Col cazzo che vi do 10$ per un grappolo d’uva, e scusate.

Ma il bello arriva quando si provano pesche, albicocche, e naturalmente fragole, ciliege, che oltre ad essere abbastanza care sono solitamente prive del benche’ minimo gusto. E’ una cosa vergognosa. Insomma, in Australia uno si riduce a mangiare solo Ananas, arance, e naturalmente manghi, come dice il titolo del post: mango a go-go che fa anche rima. I manghi in Australia, almeno quelli, sono di tutto rispetto.

Ah, e un’altra cosa che accomuna i Australia e Giappone e’ la totale mancanza di fichi (e quando li trovi sono orendi, con una ere sola). Questa cosa non me la so spiegare… forse non piacciono?

…Ma non era questo il tema del post del giorno. Porca puttana non mi ricordo cosa dovevo scrivere… uff.

Risposta ai commenti di ieri

E’ una cosa che non faccio mai, ma visti i tanti spunti, oggi ho deciso che rispondo ai commenti via post, cosi’ faccio prima ed e’ tutto piu’ visibile.

A S che mi chiedeva se non devo rendere conto a nessuno. Non e’ vero, bisogna sempre rendere conto a qualcuno. L’importante e’ circondarsi di persone che ti capiscono e che possibilmente siano simili a te.

A Fabiusli, grazie per il bel commento. Su una cosa non sono d’accordo: hai scritto che la noia patologica porta anche solitudine. Semmai e’ il contrario. Io credo che ci siano due modi per rispondere a certi stimoli: uno e’ cadere nella depressione, e l’altro e’ andarsi a prendere il mondo. E quando uno viaggia, credimi, incontra tantissimi Viaggiatori come lui. Non importa chi siano e da dove provengano. In Giappone uscivo coi Viaggiatori piu’ disparati: un americano ex soldato che ora fa l’attore, un francese di Nizza, cameriere, che e’ passato dai 5000 euro al mese di Montecarlo al condividere la stanza con una cilena, perennemente al verde. Un filippino mandato in Giappone da sua madre dopo una rissa a scuola. Un rumeno con la famiglia che vive in Italia. Una cinese alla seconda laurea. Una giapponese perennemente in viaggio che lavora in nero pur di avere abbastanza ferie per girare. Eccetera, eccetera.
Con questo voglio dire due cose. La prima: gli italiani che vanno all’estero e pigliano i loro simili (italiani che escono con italiani, colletti bianchi che escono con colletti bianchi, ecc.) non sono viaggiatori. Conosco tantissimi italiani in Giappone come in Australia che si sono creati la loro piccola “casetta” all’estero – quello non e’ certo “stay foolish”: quello e’ andare a vivere all’estero, full stop. Quelli sono andati via per i motivi piu’ disparati (soldi, lavoro, amore), non certo perche’ dovevano. Quelli se gli dai un bel lavoro e 5000 euro al mese tornano in Italia domani (io no).

Quindi: non certo solitudine, al contrario. Sono nato e cresciuto con amici d’infanzia che sono gente splendida, che amo e con cui sono costantemente in contatto: mi conoscono alla perfezione, ne abbiamo passate tantissime insieme… ma non sono come me. Per trovare i miei simili ho dovuto viaggiare.

A Ivan: Per stare in Giappone sei mesi sono entrato due volte nel paese con visti turistici da tre mesi, e fatto due livelli della ARC Academy a Shibuya, da tre mesi ciascuno. Vivendo a Brisbane, sono partito il 29 Settembre 2008, con un biglietto andata e ritorno Australia-Italia con la JAL, con stop-over di tre mesi a Tokyo sia all’andata che al ritorno. Ho fatto 29/09 – 22/12 a Tokyo, poi Italia fino al 12/01/2009, e poi Giappone fino al 12/04. Le prime tre settimane ho vissuto in un ryokan economico, poi ho trovato casa in condivisione con due giappi, pagavo 70,000 yen al mese (ma si puo’ trovare a meno). I due corsi a scuola mi sono costati intorno ai 1200 euro a corso, mi par di ricordare. Uscivo praticamente tutte le sere con i compagni di scuola e amici vari che mi sono fatto nel frattempo, e ho fatto un paio di viaggetti interni in Giappone.
In totale, compresi voli e scuola, credo di aver speso qualcosa piu’ di 15000 euro. E’ difficile da dire perche’ all’epoca c’e’ stato il crollo della valuta a causa della crisi economica e lo yen era diventato fortissimo (ad esempio, ricordo che la seconda rata della scuola costava uguale in yen, ma io ho pagato la prima volta 1700 dollari, la seconda 2300! – questo perche’ il dollaro australiano all’epoca era andato a rotoli).
Bisogna comunque dire che io lavoravo e prendevo bene, per cui non mi sono fatto mancare piu’ o meno nulla durante quei sei mesi.
Esauriente come risposta?

Il backpacker in giacca e cravatta

Diceva Schopenhauer che la vita’ e’ come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia. Diceva albino, invece, che La vita e’ come un rotolo di carta igienica. Ma se vogliamo tirare le somme, cari lettori, si puo’ dire anche che la vita di albino e’ come un pendolo che oscilla tra la vita spericolata e la pianificazione malata.

Nel post di ieri abbiamo raccontato fino ai primi 2008. A quel tempo vivevo a Brisbane, ero innamorato perso di una che viveva a Tokyo (e che non mi cagava, ndA), ero tornato da poco dalla mia esperienza lavorativa nell’outback australiano, e non avevo particolari stimoli. E ci sono ricaduto di nuovo, nel tunnel della pianificazione intendo.

A quell’epoca cercavo lavoro in Giappone. Un po’ per la tipa, un po’ perche’ mi ero rotto i coglioni di Brisbane, un po’ perche’ vedevo che in azienda da me venivano premiati piu’ o meno solo i leccaculo incapaci (azienda italiana, manco a dirlo)… ma soprattutto perche’ ero andato in vacanza in Giappone ed ero tornato indietro follemente innamorato della Metropoli Tentacolare.

Se voi voleste andare a vivere in Giappone, che fareste? Vi dico cosa ho fatto io: dopo analisi fredda e ingegneristica (ho intersecato le mie aspettative lavorative, il mio curriculum e la mia scarsa conoscenza del giapponese, piu’ sei-nove mesi di tentativi di ricerca di colloquio andati a vuoto) ho concluso che non avevo la mimissima possibilita’. Quindi mi sono inventato la storia dell’orso e ho chiesto sei mesi di aspettativa non pagata al lavoro. Ho comprato un biglietto aereo, mi sono iscritto ad una scuola di giapponese a Shibuya… e sono partito. (Tra la decisione, l’ottenimento dell’aspettativa e l’acquisto di scuola e biglietto sono passati credo tre o quattro giorni, non di piu’).

Ora, cari lettori. Facciamo rewind e guardiamo di nuovo l’evolversi della cosa. In Italia ho fatto ingegneria (Pianificazione), poi ho vissuto anni fregandomene del futuro (Vita Spericolata), ma ho trovato lavoro nel settore pubblico (Pianificazione), poi sono partito per l’Australia (Vita Spericolata), e ho iniziato a pensare alla mia carriera (Pianificazione), con un processo che mi ha portato ad accettare sette mesi di trasferta nel deserto australiano (Vita Spericolata), per poi tornare e studiare la mia dipartita per il Giappone (Pianificazione). A quel punto il mio processo di pianificazione ha deliberato che in Giappone non ci sarei potuto andare neanche nel mondo dei sogni… cosi’ ho mandato a fanculo la pianificazione, ho preso e sono partito lo stesso: ed eccola di ritorno, la (Vita Spericolata).

A quel punto sono iniziati i miei sei mesi da studente a Tokyo, nei quali il pendolo e’ sempre stato nella zona della Vita Spericolata. In quel periodo mi sono divertito tantissimo, ho conosciuto gente fantastica con cui sono in contatto ancora adesso. E poi, dal nulla, mandando CV a caso, mi e’ arrivata una richiesta di colloquio. Ho trovato lavoro per caso, due giorni prima di tornare in Australia, cercandolo a tempo perso e un po’ a caso, primo ingegnere straniero assunto da un’azienda di segnalamento ferroviario giapponese (primo, ho sempre detto, perche’ a nessun ingegnere ferroviario probabilmente e’ mai venuta l’idea malata di mollare tutto e partire per il Giappone a imparare la lingua, per poi cercare lavoro in un settore totalmente privo di stranieri).

Quando il mio periodo di studente di giapponese in aspettativa e’ finito (siamo nell’Aprile del 2009), sono ritornato in Australia e ho ricominciato a pianificare: tra le altre cose dovevo ottenere il visto da permanent resident australiano, e poi dovevo preparare il trasloco per il Giappone (vendere mobili, organizzare un po’ tutto insomma). Alla fine sono partito (ottobre 2009) per Tokyo, ho iniziato a vivere li’, e sono iniziati due anni Giapponesi in cui tutto e’ stato un oscillare tra noia e divertimento, conquiste e follie (in Giappone si oscilla di piu’, questo e’ sicuro, e perdere la direzione e’ un attimo).

Ed ecco che siamo arrivati alla famosa Illuminazione Siddharthiana che mi e’ venuta l’altra notte. Tirando le somme del passato mi sono reso conto che ho la tendenza naturale a pianificare e a “sedermi”, e che questa tendenza mi porta a diventare insoddisfatto. A quel punto, la pianificazione malata diventa pianificazione positiva: cerco di uscire da situazioni di stallo usando la testa. Quando ci riesco resto nello stato di “pianificazione” e tendo a fare conquiste ma a rimanere o a ritornare molto velocemente insoddisfatto.

E’ quando l’insoddisfazione raggiunge un certo limite che “faccio follie”. Chi mi conosce lo sa: sono un raro caso di ingegnere imprevedibile, di persona quadrata fuori ma impazzita dentro, cotone fuori lana sulla pelle, un backpacker in giacca e cravatta. Uno che non si tufferebbe mai da una scogliera per paura di farsi male, ma che adora andare venti metri sott’acqua con bombole e maschera: come a dire che mi piace l’avventura, non il pericolo. Io che non ho paura di fare scelte azzardate quando non c’e’ hazard (e infatti lavoro principalmente nel settore della sicurezza).

Chiudiamo il cerchio. Quando faccio la follia di turno, passo dallo stato di pianificazione a quello di vita spericolata. Questo mi regala di solito un sei-dodici mesi di divertimento atroce, amicizie intense, amori folli, conquiste lavorative. Ma la mia tendenza naturale e’ quella di pianificare e annoiarmi, come un ciclo stagionale primavera-estate-autunno-inverno. Naturale come il mio colpo di follia, tendo a ritornare naturalmente alla quotidianita’ che in fondo mi piace (a piccole dosi), fino a quando non mi rompo nuovamente le palle e tiro fuori qualcosa di nuovo dal cilindro.

Quando nel 2005 sono partito per l’Australia, la mia ex dell’epoca mi ha profetizzato una vita da insoddisfatto cronico. Non e’ stato cosi’: anzi, sarei stato insoddisfatto se fossi rimasto (con lei). Invece e’ proprio partendo che sono riuscito a capire e ad accettare la mia natura di annoiato patologico. Una natura che combatto senza problemi e con nonchalance perche’ so di essere libero di dare una scossa al pendolo, quando voglio vivere una nuova avventura e uscire dalla quotidianita’. (E questo in fondo e’ un concetto molto semplice che entra in testa a pochissimi: lo vogliamo capire o no che gli unici limiti che abbiamo sono quelli che diamo a noi stessi?)

Questa credo sia stata l’illuminazione che mi ha regalato Tokyo nel mio recente viaggio. Ho capito che sono libero, e che sono venuto in Australia perche’ ora e’ il periodo di pianificazione, di carriera e di vita tranquilla. Ma quando arriva il momento della follia e della vita spericolata, cari lettori, lo leggerete tra queste pagine. E state certi che arriva.

Oh se arriva.

Racist mind

In diretta dalla Sakura Lounge dell’aeroporto di Narita, mi hanno appena fatto girare le palle. Tutti, in concerto.

Dovete sapere che io provo un certo fastidio per l’aeroporto di Tokyo, perche’ qui parlano tutti inglese, e si rivolgono a me in inglese.

Prima eravamo in 20 in autobus, io e 19 giappi. Controllo passaporto: il poliziotto dice 19 arigatou gozaimasu e un thank you very much. E riceve 19 inchini e un “va’ a mangiarte na merda” dissimulato da un sorriso.

Check-in, controllo passaporti, security, ingresso alla lounge, duty free. Tutta la stessa solfa: mi accolgono in inglese, rispondo in giapponese, mi rispondono in giapponese. Ma anche quando saluto io per primo in giapponese, loro vedono la mia faccia gaijin e proprio non ci riescono a salutarmi in giappo. E’ piu’ forte di loro: la prima frase, anche in quei casi, e’ sempre in inglese.

E io sta cosa, non ci posso far niente ma mi manda in bestia proprio. La trovo di un razzista schifoso. Mi sento trattato come un diverso solo perche’ ho la faccia diversa, come uno che non parla giapponese solo perche’ non e’ giapponese. Perche’ se saluti in maniera diversa a seconda della persona che ti si para davanti significa che stai dividendo tra giapponesi e gaijin, in primo luogo. Tra cliente e cliente. Tra お客様 e turista straniero. 

Ma la cosa che mi urta di piu’ e’ che mi sento trattato come uno stupido: perche’ anche uno che non parla giapponese sa benissimo cosa vuol dire konnichi wa, cosa vuol dire uno stronzo arigatou. Sono parole come “ciao”: non serve essere fluenti in italiano per saperle. Ma quando mi sento dire questi sankyu beri much in inglese con giusto quel filino di accento giappo, mi sento come se di fronte a me ci fosse uno che non mi reputa neanche adatto a capire un semplice arigatou. Vuol dire che quella persona sta pensando che il suo inglese sia superiore al mio giappo (tsk). 

E poi questa cosa che siccome sei uno sporco gaijin allora PER DEFINIZIONE devi parlare inglese, mi manda fuori di testa. Peggio dei peggiori leghisti che etichettano tutti gli asiatici come cinesi, stessa cosa: noi siamo tutti americani forse? Crediateci o no, e’ tutto il pomeriggio che quando mi parlano in inglese rispondo:  すみません、イタリア人ですから英語が分かりません。(chiedo scusa ma sono italiano: non parlo inglese).

Perche’ se proprio vuoi discriminarmi, almeno fallo usando la mia lingua madre, stronzo/a!

Il gelo della Metropoli Tentacolare

Scrivo dalla mia camera d’albergo al 27esimo piano di un non precisato grattacielo della Metropoli Tentacolare. Uno dei tanti il cui unico paesaggio e’ un mare sterminato di cemento, e la Tokyo Tower rossa che spicca nello sfondo altrimenti grigio.

Cazzate a parte, il weekend e’ andato benone. Solite cose: uscite con gli amici, bevute in compagnia, shopping. Le solite cose che si fanno a Tokyo. Pero’.

Pero’ ritornare mi ha fatto una strana impressione. Sebbene vivessi qui fino a soli tre mesi fa, mi sento un turista. Sento che la gente mi guarda in treno, o per strada, come si guardano i turisti americani. Mi danno il menu in inglese al ristorante, sebbene gli abbia parlato in giapponese prima. Tre mesi fa niente di questo sarebbe successo: sapevo che la gente sapeva che abitavo li’. Non so spiegarla questa cosa, la gente ora mi guarda in modo diverso.

(Sabato un vecchio mi ha redarguito in inglese, in treno, perche’ stavo scrivendo un messaggio seduto nei sedili in cui bisogna spegnere il cellulare. In due anni e passa non mi era mai successo niente del genere. Il vecchio aveva puntato il turista straniero: ma tre mesi fa so che non l’avrebbe fatto, come non l’avrebbe fatto con un qualsiasi giappo al posto mio. Indispettito, mi sono alzato davanti a tutti e gli ho detto “ちょっと、うるさい!” ad alta voce, e ho cambiato vagone.)

O forse sono io che mi sento diverso. Fuori posto forse, perche’ ora non ho una casa, non posso navigare in internet dal sedile del treno, non ho un lavoro giapponese. Ecco, mi sento come quando ero uno studente: una crosta, uno a clessidra, una cosa temporanea nell’infinita’ spaziotemporale di Tokyo. Ma la cosa strana e’ che e’ come se la Metropoli lo sapesse, che ora sono un semplice passante, uno a tempo determinato.

La Metropoli e’ spietata. Uno si aspetterebbe un po’ di affetto, dopo tutti questi anni in cui sono venuto, e poi tornato, e poi ritornato ancora e ancora, sempre qui. O una piccola nostalgia, in ricordo di quando si viveva insieme, di quante ne abbiamo passate. O un qualche risentimento per averla abbandonata, che ne so. O per lo meno un sorriso ironico, come a dirmi che eccoti, sei ancora qua che bussi alla mia porta, drogato di giappine che non sei altro.

Invece no. La Metropoli m’ignora bellamente, come se fossi uno qualsiasi. Come a dirmi che la vita e’ andata avanti senza di me, come se niente fosse. albino chi?

Ora mi vesto, ritorno nel mio vestito giaccaecravattato da salaryman. Per una settimana lavoro all’ufficio di Yokohama. Ho il treno che mi aspetta, la ventiquattrore in mano. Chissa’ se allora la Metropoli si ricordera’ di me, e mi perdonera’ per averla lasciata.

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