Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

Archivi Categorie: Mannaggia il comunismo

La regola del sospetto (aziendale)

Ricapitolando. Mondoalbino lascia l’Australia e sbarca a Hong Kong – o per meglio dire si arena a Hong Kong, viste le frequenze atrocemente basse con cui aggiorno il blog.
(saremo mica passati dal giornalmente giapponese, al bisettimanalmente aussie, e adesso…bimestralmente?)

Comunque sia. In questi giorni sto capendo un po’ a mie spese come funziona la vita (lavorativa) da queste parti. Sembra un posto piu’ “europeizzato” rispetto all’Australia (che mi par di capire lavora piu’ a stile americaneggiante). C’e’ anche un pizzico di giapponese oltre che di europeo, nel senso che al lavoro qua sei colpevole fino a quando non dimostri il contrario (quindi si controllano le ricevute al centesimo, si contano le ore al secondo, ecc. In barba al concetto americano dell’impiegato contento = impiegato operativo = azienda che ci guadagna. No, qua anche chi guadagna 10.000 euro al mese quando torna da un viaggio di lavoro deve perdere una cazzo di mezzagiornata a spiegare anche come ha speso pure le cento lire. (e fatevi un po’ i conti di quanto costa all’azienda un’ora di uno che prende 10k netti….)).

In Giappone era cosi’ che funzionava la faccenda. E al lavoro mi facevano girare le palle in maniera atroce, perche’ magari avevo scadenze improrogabili, ma niente. L’azienda rischia di perdere 20 milioni se ritardiamo alla gara d’appalto? Ma chissenefrega: spiegami un po’ invece perche’ il conto del ristorante e’ alle 4 del pomeriggio… devo contare questo come pranzo o come cena?

Non per rivangare continuamente i vecchi tempi di cui ho gia’ ampiamente scritto, ma ricordo che mi arrivavano alla mia scrivania dicendomi cortesemente che avevo sbagliato a fare qualcosa, contravvenendo a una regola magari non scritta di cui non avevo ricevuto notizia ne’ avvertimento alcuno. Cose tipo rimborsi spese, o giorni di ferie, o cose del genere.

Tipo per esempio, in Giappone nessuno mi aveva detto che non si potevano prendere ferie per i primi sei mesi dall’assunzione (e se mi fossi organizzato le ferie nel frattempo? cazzi miei!). E non vorrei entrare neppure nel merito dei rimborsi spese, un labirinto di regolette che nessuno ti spiega ma che vengono fuori man mano che vai in missione e poi chiedi i rimborsi. Naturalmente un “non me l’avevate detto” non viene accettato maiepoimai, se contravviene a una qualsiasi regola, foss’anche una scritta a matita dietro una piastrella del bagno. Dietro, dalla parte del muro intendo.

(A un certo punto in Giappone ti viene pure il sospetto che certe regole vengano inventate al momento solo per farti dispetto e/o farti smettere di fare cose che un giapponese non farebbe).

In Australia al contrario funziona cosi’: puoi far tutto a parte quello che ti viene espressamente detto che non puoi fare. In Giappone funziona al contrario: non puoi fare niente a parte quello che ti viene detto espressamente che puoi fare.

E Hong Kong? Al momento sembra funzionare un po’ come un ibrido, nel senso che puoi fare tutto a parte quello che non ti viene detto che non potevi fare, e allo stesso tempo dipende dalla persona cui lo chiedi. E la cosa, se possibile, mi fa incazzare ancora piu’ che in Giappone, dove almeno per quanto iniqua sai qual e’ la regola (mai chiedere, mai aspettarsi nulla che non sia IL peggio) e sai cosa aspettarti. Qua invece no: sono giapponesi travestiti da americani. Ti fanno il sorrisino e te lo mettono proprio li’ dove immaginate voi.

E cosi’ resto qui, a guardare mentre l’azienda spende i miliardi per mandarmi in Giappone a hotel costosissimi e dove volendo potrei fare colazioni da 50 euro a botta (per non parlare di pranzi e cene) e nessuno mi direbbe nulla (mentre io, coscienzoso come sono, vado a far le spese al combini), ma nel contempo non mi lasciano scaricare le mail dal telefonino (con un piano di roaming da – udite udite – 7 euro al giorno!), perche’ c’e’ una policy aziendale scritta 10 anni fa di cui non ero al corrente che dice che all’estero per le mail o usi il blackberry aziendale o ciccia. E io che ho l’iphone aziendale, me lo prendo teoricamente nel culo (o per meglio dire, non posso usare internet mentre sono all’estero, con un chiaro danno all’azienda stessa, visto che in teoria dovrei essere raggiungibile alla mail aziendale a ogni momento). Il tutto per 7 euro al giorno…

Comunque sia, paese che via, facce da culo all’ufficio personale che trovi. ‘Tacci sua.

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25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Delocalizzare… in Italia?

Stamattina mi sono svegliato con una strana idea in testa. Non so se vi e’ mai capitato di ritrovarvi in quello stato di dormiveglia, quando sei sveglio ma dormi allo stesso tempo, sei cosciente ma non sei ancora pronto ad aprire gli occhi. E non so se vi siete mai ritrovati a pensare in quei momenti, quando tutto ha un senso perche’ in effetti state ancora mezzo sognando. A me capita.

Stamattina, dicevo, ho avuto una folgorazione. Solo che questa volta non e’ che mi sono svegliato del tutto ed e’ andata via – anzi, più ci penso e più mi sembra essere sensata. Poi magari e’ una stronzata e mi beccherò i soliti commenti idioti tipo “sei andato via da troppo tempo“.

Pensavo. Al momento uno dei grossi problemi dell’Italia e’ che non c’e’ lavoro. Giusto? Questo e’ dovuto alle varie difficoltà che conosciamo tutti, tasse, corruzione, incapacità di competere con altri paesi, e poi il fatto che siamo dei quaqquaraqua’ e non si combina mai niente perche’ tutti hanno voce in capitolo, eccetera eccetera. Molte aziende per questo si trovano costrette a spostare la produzione altrove, tipo in Cina, India, Polonia, Romania, Bulgaria, sciatalgia*.

A parte il solito disco rotto di certi comunistoni fermi al ’68, le aziende e gli imprenditori non provano alcun piacere sadico nel delocalizzare all’estero. Il motivo per cui lo fanno e’ essenzialmente uno: produrre in Italia non conviene piu’; c’e’ necessita’ di produrre a prezzo inferiore per essere competitivi e in Italia con tutte queste tasse e tutti questi diritti acquisiti non e’ piu’ fattibile.

Dall’altra parte i contro sono molteplici, ma evidentemente nessuno di questi ostacoli e’ insormontabile, altrimenti le aziende non se ne andrebbero. Citiamone alcuni: problemi logistici e infrastrutturali nelle aree di produzione e dovuti alla distanza dalla sede italiana, controllo qualità scandalosamente piu’ difficile, barriere culturali e linguistiche tipo cinesi che non capiscono un cazzo, indiani che vogliono fare come dicono loro, romeni che si fottono anche le penne biro; e poi trasferimento di parte del personale italiano che non sognava altro che di doversi spostare in Sri Lanka, sindacato e lavoratori italiani incazzati neri, cattiva pubblicità, scoop di Santoro, petizioni su facebook, perdita “potenziale” del marchio made in Italy (se poi alcuni lo mantengono e’ solo col trucco – certo e’ che per altri non si scappa: e non ditemi che un paio di Diesel con scritto made in Bangladesh in piccolissimo fa lo stesso effetto di un paio di Diesel con scritto made in Italy grande così’).

Ora, pensavo. E se dessimo a queste aziende la possibilita’ di delocalizzare non all’estero, ma nelle aree d’Italia con alto tasso di disoccupazione? Pensateci un attimo.
Quali sono i problemi del produrre in Italia? Alcuni li abbiamo già elencati, ma li riassumerei in un paio di gruppi: “troppi costi” e “troppe chiacchiere”. E se creassimo delle zone franche dove si minimizzano i costi e vengono bandite le chiacchiere? Dei piccoli paradisi produttivi magari al al sud, dei lotti industriali dove delocalizzare in Italia?
Sentite la minchiata del giorno: abbiamo le Regioni a statuto speciale, perche’ non iniziare a creare delle zone industriali a statuto speciale?

Pensate a delle zone industriali fuori da alcune città’ ad alto tasso di disoccupazione del sud Italia, delle zone franche con semplici regole, tipo:
(1) L’imprenditore che sposta la produzione li’ non paga tasse. Zero tasse, e non per un anno o cinque anni: a tempo indeterminato.
(2) Il contratto nazionale non viene applicato, l’articolo 18 non esiste. Il sindacato italiano non ha diritto di metter piede in queste aree industriali.

Questo sarebbe, evidentemente, un patto tra l’imprenditoria italiana e il governo italiano, senza intermediari e senza che nessun altro possa metterci il becco. In cambio di queste agevolazioni l’imprenditore dovrebbe garantire dei requisiti obbligatori, tipo ad esempio:
a. se produce al nord o in altre zone del sud, la produzione delle “zone franche” non deve comportare la chiusura delle fabbriche già’ esistenti.
b. se produce all’estero, l’imprenditore si impegna a riportare la produzione in Italia.
c. l’azienda deve garantire al governo condizioni di lavoro da paese sviluppato e non da paese del terzo mondo. Quindi un contratto di lavoro da 8 ore e non da 16, una paga decente, niente straordinario a meno di eccezioni, niente lavoro il sabato e la domenica a meno di compensazione, poche regole e semplici tipo contratto all’australiana in cui il lavoratore sa che lavora 8 ore al giorno, sa che ha 20 giorni di ferie all’anno, sa che se gli chiedono di lavorare il sabato ha un giorno di ferie compensativo, e basta.

Sembra una vacata irrealizzabile (pure a me, se mi tolgo per un attimo gli occhiali da visionario), ma pensateci un attimo. Ci sono aree al sud o in Sardegna col 20% e oltre di disoccupati. Se aprissero delle “zone franche” piene di fabbriche e iniziassero ad assumere, immaginate che a questa gente importerebbe qualcosa dell’articolo 18, quando può portare a casa il 1000 euro al mese che prima si sognava?
Pensate all’aumento dei consumi, alle infrastrutture e a tutti i vantaggi che questo modello comporterebbe.

E sul fatto delle tasse. Il governo ora quanto prende da questi disoccupati? ZERO. Quanto prende dalle aziende che sono all’estero? ZERO. Quanto prenderebbe se lavorassero in regime tax-free? Prenderebbe l’indotto dovuto all’aumento del tenore di vita e dei consumi della gente che prima non lavorava e ora lavora e spende.

Cos’ha da guadagnarci l’imprenditore? Tutto: mantiene il made in Italy, non deve farsi 10 ore di volo per andare a controllare la produzione. L’operaio che prende 1000 euro al mese costa all’imprenditore 1000 euro lordi, niente di piu’ e niente di meno.
Cos’hanno da guadagnarci gli abitanti delle zone depresse? Tutto: arriva il lavoro! Sottolineiamo anche una cosa: il disoccupato non ha diritti e non ha pensione. Cosa cambierebbe per lui se non lo stipendio a fine mese con cui sfamare la sua famiglia?
Cos’ha da guadagnarci il Paese? Tutto. Again. Soprattutto il sud: il lavoro porta infrastrutture, uccide l’illegalità, porta benessere, consumi, tutto quello che non si e’ mai riusciti a fare in certe aree. E non dimentichiamo l’indotto: al di fuori delle zone franche molto probabilmente inizierebbero a formarsi aziendine “normali” dell’indotto (quelle si le dovrebbero pagare, le tasse).

Immaginate ora una citta’ X. Prendete una zona di periferia vicino all’autostrada o a un porto. Recintate un tot di chilometri quadrati e chiamate quell’area “zona industriale franca di produzione in regime speciale“. Create dei lotti per le aziende italiane che vogliono produrre a regime speciale tax-free. Fuori dal recinto si paga tutto normale, dentro al recinto e’ zona franca. Guardie armate nordcoreane sparano a vista appena vedono una bandiera della CGIL.

Ora io dico: Facciamo una prova in una città e vediamo come va. Ditemi pure che farnetico, ma questa secondo me questa sarebbe una soluzione a tanti problemi. Dolorosa, triste finche’ volete, ma l’alternativa e’ continuare a vedere i paesi del terzo mondo che crescono a due cifre e l’Italia che continua il suo mesto cammino sul viale del tramonto della recessione. Perché e’ li’ che andate a finire se non riportate il lavoro in Italia.

(*colta citazione)

NO TAV, SI TAV, FORSE TAV

Mi fanno sorridere gli argomenti dei No-TAV quando sfagiolano numeri e statistiche per spiegare l’inutilità’ del corridoio. Tipo che le merci su rotaia sono in discesa costante da anni (grazie al c, se la linea non c’e’ ovvio che non viene usata). Tipo che a nessuno interessa andare da Torino a Lione in treno (grazie al c, il tutto fa parte di un disegno molto più’ grande. Chissenefrega di Lione). Tipo che la montagna e’ piena di amianto (grazie al c, e’ il mondo che va così’ – quando scavi la terra e’ ovvio che trovi qualcosa).

Devo dire pero’ che mi fanno sorridere anche certi argomenti dei Pro-TAV. A sentir loro quest’opera e’ fondamentale per l’inserimento e lo sviluppo dell’Italia in Europa. Ma basta dare un’occhiata alla cartina ferroviaria e stradale europea per rendersi conto che l’Italia al solito e’ divisa in due, con il nord che sembra la Germania, e il sud che sembra la Tunisia. E’ così’ ovvio che non servirebbe nemmeno dirlo: prima della TAV l’Italia ha bisogno di unire il versante tirrenico a quello adriatico, e dare un minimo di sviluppo infrastrutturale alla Calabria Saudita.
Le tratte Reggio Calabria-Napoli, Bari-Napoli, Ancona-Roma non dovrebbero durare più’ di un’ora e mezza o due in treno. Per non parlare delle autostrade. Una bella Salerno-RC a tre corsie e a pagamento, quanto cazzo ci vuole a farla?

Un’altra cosa ridicola sono le cifre sui costi che vedo girare, tutte rigorosamente buttate lì alla cazzo per supportare le proprie argomentazioni. Tutti argomentano e poi ti sparano alla fine la cifra, tipo colpo di grazia, segno di Vultus, chiusura del cerchio. I No-TAV sparano altissimo, arrivano perfino a 8 miliardi di euro e oltre. I Pro-TAV invece minimizzano, bofonchiano lì un cosavoletechesia, quattro spiccioli ecco. Si parla di appena 135 milioni di cui solo 35 milioni a carico dell’Italia. Ciao.
Travaglio
dice che se rinunciassimo alla TAV potremmo cablare l’intera nazione a 100Mbit, o eliminare i tagli all’università’ della Gelmini (certo: e riaprire i rubinetti ai Baroni. Mi passano davanti all’occhi immagini apocalittiche di assegni e cattedre a pioggia ai paraculati, e briciole ai meritevoli). Dall’altra parte invece 35 milioni, come a dire che Moratti l’anno prossimo al posto del solito noioso centravanti potrebbe comprarsi la TAV, e tinteggiarla di nerazzurro.

Se volete saperlo, io per inciso non ho ancora deciso se sono pro-TAV o contro-TAV. Come scrivevo mesi fa, dovrei aver accesso alla documentazione di progetto per capire bene. Da addetto ai lavori so per certo che la linea serve, e che i freight corridors sono il futuro del trasporto via terra (e infatti ne stanno costruendo ovunque nel mondo). Di certo la TAV fa parte di un disegno più’ grande.

Ma e’ certo pure che in Italia abbiamo altre urgenze. Molte, altre, urgenze.

PS. Parlando d’Australia, oggi vado a farmi un giro al Mardi Gras di Sydney. E’ l’evento del mese da queste parti, praticamente un misto tra il carnevale di Viareggio e un gay pride. C’e’ pure il concerto di Kylie Minogue. Pazzesco vedere come le news ne hanno dato spazio ieri sera, e come ne stanno parlando stamattina. Anche in Italia succederà’, fra 2 o 300 anni, lol.

PS.2. Recentemente qualche idiota si e’ iscritto a questo blog e mi spara costantemente qualche 0-stelle o 1-stella non appena pubblico un post. C’ho lo stalker pure io, come Madonna o la Hunzinker: ma che volete farci, sono cose che capitano quando diventi famoso, ghghgh.

E diciamo qualcosa di destra!

Ultimamente viene tacciato come “comunista” chiunque abbia da ridire contro Berlusconi o dica qualcosa che non suona razzista o ultraconservatore. Vedi cos’e’ successo a Fini, ma non solo: vedi cosa viene detto a tutti quelli che hanno scoperto che essere di destra non vuol dire per forza che devi avere con gli stranieri lo stesso rapporto che ha Borghezio, o che devi condividere in toto l’etica di Buttiglione. Sono come quelli dei centri sociali, che danno del fascio a tutti quelli che non sono dei centri sociali.

Ciononostante, si e’ di destra. Anche se si e’ contro questo governo del (fare finta di) Fare. E lo ribadiamo con orgoglio, perche’ le nostre idee sono nostre e non ci vengono dettate da nessuno, e se ci sentiamo appartenere ad una parte non vuol dire che abbiamo una tessera di partito o del tifoso in tasca, ne’ tantomeno che siamo obbligati a votare per quella parte, se i politici che la compongono non ci piacciono. Ne’ che siamo sordi alle altre campane, ne’ che accettiamo un programma di partito ad occhi chiusi. Noi siamo noi, con le nostre idee, siamo di parte ma non apparteniamo a nessuna parte.

Per questo, tanto per fare un esempio, da destra non ho nessun problema a dire che condivido la visione del “fine vita” di Vendola: ognuno deve poter decidere del proprio destino. E’ una concezione laica che sostengo, come sostengo il diritto ad abortire, sebbene io sia contrario all’aborto. Perche’ credo nella liberta’, quella vera, di decidere secondo coscienza, cosi’ come allo stesso tempo rivendico con forza il mio diritto a provare schifo e orrore all’idea che una donna uccida il feto che sta crescendo in lei.

E sono pur cosciente di non sembrare neanche di destra, perche’ in fondo io sono io, ed e’ difficile dare un’etichetta a chi in fondo non se la vuole dare. Anche se a volte, e mi scuseranno i lettori di sinistra, qualcosa di destra la devo pur dire. Quando mi esce dal cuore per esempio, tipo adesso.

E’ l’anniversario dei fatti di Genova. Dieci anni fa un pankabbestia emarginato sociale pensava bene di mettersi un passamontagna in testa e assaltare un Defender dei Carabinieri con un estintore in mano. Si e’ beccato una pallottola, e da allora e’ diventato nell’ordine: martire in croce, santo subito, figlio modello, ragazzo d’oro, cittadino esemplare, vittima incompresa della societa’, Supergiovane, vigile del fuoco in pausa caffe’, bandiera di un movimento che secondo gli organizzatori era poco piu’ di qualcosa di bucolico, spensierato giovinetto che a Genova lanciava fiori per le strade e cantava inni di pace. Poverino. In fondo era un semplice passante che non avendo un cane si accontentava di portare a spasso l’estintore, e siccome era una fredda giornata di giugno, non potendosi permettere un cappello si era messo un passamontagna in testa.

Ricordo cosa successe in quei giorni del 2001, giusto dieci anni fa. Ero in giro per Padova, citta’ dove tutti sono politicizzati, tifosi estremisti di una parte o dell’altra. Qualcuno aveva scritto con lo spray su un cassonetto: “Carlo vive“. E qualcun altro aveva aggiunto: “sotto terra, coi vermi“. Come per dire a tutti quelli che si battevano il petto per il povero martire: ragazzi, se l’era cercata.

L’ultima serata all’HUB

Femminismo asessuante
Stamattina leggevo questo articolo. Penso che questo sia un classico esempio di femminismo esasperato e bacchettone, di quello un po’ acido e vendicativo, avete presente? Io trovo che questa immagine sia fresca, simpatica e innocente, e se devo essere sincero l’idea che mi viene e’ piu’ quella di una ragazza che sta uscendo con le amiche il sabato pomeriggio che quella di un’olgettina sul palo di palazzo Grazioli. Non ci vedo nulla di discriminatorio, nulla di sessuale.
Io capisco tutto, ma adesso in nome della parita’ dei sessi vediamo di non passare dai culi al vento delle veline all’asessuare le donne pur di non discriminarle. Voto 2 all’articolo, suggerisco alla giornalista di farsi una bella seduta terapeutica per scoprire i suoi traumi nascosti, o in alternativa una sana scopata per scaricare la tensione.

Siam pronti alla morte, l’Italia chiamo’
Ieri tanto per cambiare sono finito all’HUB di Shibuya con gli amici, per l’ultima grande serata a birrozze e cuba libre. Fantastici i giappi che ci hanno provato con le tipe sedute di fianco a noi, si sono stretti a coorte e poi le hanno accerchiate. Entrambe guardavano in basso mentre loro le incalzavano di domande. Poi naturalmente se ne sono andati con le pive nel sacco.

Le trombogiappine.
Nel frattempo noi si parlava della notizia del giorno, tipo del mio amico che ha deciso di smettere di tradire la morosa. L’ultima volta che siamo stati allo stesso hub aveva una lista di ben 12 trombogiappine 12, ma (dice) ha chiuso con tutte. Sono tre settimane che non esce dal seminato: resistera’? (secondo me, no). Grandissima quella di venticinque anni che il giorno uno gli aveva detto “voglio solo trombare”, il giorno due gli ha detto “ti amo”, e ieri sera dopo mesi in cui lui se l’era data a gambe gli ha scritto (in diretta) “you are not that into me, are you?”. Get the fuck out of here, lol.

Striscia di Gaza.
Notabile anche la disquisizione ad alta voce e in inglese di albino sulla depilazione pubica delle asiatiche, salvo poi scoprire che una tipa che stava a poca distanza era piegata in due dal ridere. A volte mi capita di dimenticare che all’hub tutti e tutte parlano inglese. Belli soprattutto i confronti tra i vari slang, tipo per lo stile che io chiamo “striscia di Gaza”, e che il mio amico americano invece chiama “Hitler”.

Poi verso mezzanotte e mezza sono tornato verso casa a recuperare il sacco della terra, e mi sono fatto una camminata lungo il Meguro river camminando lungo l’aiuola e incrociando solo salaryman alticci e barcollanti. Un bel buco sul fondo e via, la terra non e’ piu’ un problema. Missione compiuta.

Vado a pulire il frigo va’, che oggi pomeriggio se lo vengono a portar via.

Meno un giorno al trasloco, by the way. Da oggi – credo – non ho piu’ internet, posto solo via iphone. E dal 27 al 30 mi sa che non posto del tutto.

Cittadini o ultras?

Visti i commenti di ieri, forse vale la pena di mettere un paio di puntini sulle i, che e’ meglio. Mi ha fatto piacere il commento di John, chiunque egli sia, perche’ ha raccontato la mia evoluzione senza darmi del quaqquaraqua’ o del voltagabbana. Sarebbe stato facile dirmi che cambio casacca a seconda di come tira il vento, perche’ io sono nato Berlusconiano, e ne sono stato fervente tifoso: non ho alcun problema ad ammetterlo. Cresciuto in ambienti tradizionalmente democristiani moderati, mi sono affacciato all’arena della politica in piena tangentopoli, quando imperava lo schifo per i vecchi partiti. E’ stato in quel periodo turbolento che ho formato le mie idee politiche, e ho capito di credere nei valori della destra (parlo di AN, non di Forza Italia, nda).

Ho compiuto 18 anni appena un paio di settimane prima del 27 marzo 1994, le famose elezioni della “discesa in campo”. All’epoca devo dire che Berlusconi mi stava pure sulle palle, in quanto presidente del Milan (e io sono juventino – non so se ricordate gli anni di Gullit e Van Basten, quando il milan vinceva scudetti e coppe dei campioni come ridere, mentre alla Juve giocavano zappatori del rango di Rui Barros e Zavarov, e se si vinceva la coppa italia era tanto…). Pero’… beh, mi sono fatto conquistare, e l’ho votato. Come tanti, ho sperato nel nuovo, nell’imprenditore vincente, ecc. ecc. E da AN ho iniziato a seguire Lui, il Salvatore della Patria.

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Quo usque tandem, Berlusconi

Non so se avete letto o sentito, ma mentre il nostro premier e’ intento a raccontare barzellette, quello giapponese ha rinunciato al suo stipendio da primo ministro fino a quando la situazione a Fukushima non sara’ risolta. E’ un po’ come se Iervolino e Bassolino avessero rinunciato ai loro stipendi fino alla soluzione della crisi dei rifiuti di Napoli (e questa no, non e’ una barzelletta).

Inoltre, il governo giapponese si e’ impegnato a rivedere totalmente la propria strategia energetica, la quale – lo ricordiamo – prevedeva di portare il nucleare a coprire il 50% del fabbisogno del paese entro il 2030. Ora invece hanno cambiato rotta (e vorrei vedere): via il nucleare e massimo investimento nelle energie rinnovabili. Finalmente. Ricordiamolo: stiamo parlando dei giapponesi, gli stessi che dopo il terremoto hanno ricostruito un pezzo di autostrada in sei giorni. Questi nel giro di due giorni se ne sono gia’ venuti fuori con un piano alternativo al nucleare, che prevede la costruzione di centrali eoliche nelle ventosissime e semideserte coste a nord dell’Hokkaido, dove spira tanto vento da superare l’attuale produzione derivata dal nucleare. Ci voleva tanto?

Nel frattempo, a Bananaland che succede? Beh, a Bananaland il presidente del consiglio infuoca il dibattito politico con dichiarazioni azzeccatissime, quando afferma che i magistrati sono un cancro e che gli oppositori non si lavano. Ah, e poi avanti con la solita solfa della patrimoniale, questi nemici immaginari che bisogna sempre tirar fuori per buttarla in rissa. Ormai ricorda Wanna Marchi quando prevedeva il malocchio alle vecchiette per vendere rametti d’edera e sali magici.

Ma meglio di lui per una volta sono riusciti a fare altri suoi alleati, tipo il sempre pacato Bossi, che non sapendo che altro dire ha dato dello stronzo a Fini, oppure il grandissimo La Russa, il quale ha scambiato il parlamento col concorso di Miss Italia, dichiarando che le parlamentari di sinistra sono dei cessi. Che tra l’altro se la bellezza fosse un requisito per la politica, lui sarebbe il primo a levare le tende.

…Dimentico qualcuno? Ah, la Moratti ieri mi pare abbia dato del ladro a Pisapia. Giusto, si. E dire che una volta ci si lamentava perche’ i politici parlavano troppo in “politichese”: Ora invece raccontano barzellette, inventano storielle, ma soprattutto si esprimono come vecchi da bar di paese (bestemmie comprese, apprezzamenti sulle donne compresi). Mi sa che era meglio prima.

E dire che io sarei di destra, in teoria. Ma come si fa a sopportare certa gente finta, di plastica, certo schifo populista, certo opportunismo becero, vuotezza di idee e pochezza di intenti, bassezza morale e ingordigia di casta? Cioè, la Santanché la prenderei a schiaffi io, figurarsi uno di sinistra.

Non so a voi, ma a me si spezza il cuore quando penso che siamo passati da “quo usque tandem abutere” a “Fini e’ uno stronzo”, e da “Cartago delenda est” alla barzelletta sulla Bindi.

Pazza idea

Avevo pensato di gettare la maschera, oggi. Scoprire le carte, sputare il sacco, vuotare il rospo, dire tuttalaverita’, nientaltrochelaverita’, dicaloggiuro – loggiuro. Insomma: e’ da un po’ di tempo che mi balena in testa questa idea: smettere i panni di albino e raccontare gli eventi che mi stanno capitando (stanno capitando a me, io sottoscritto medesimo: quello vero) in questo periodo.


sopra: albino prima di gettare la maschera (ma in realta’ non sono io, nda)

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La rivolta degli anziani in kefiah

Non so se ve ne siete accorti, ma in Europa e in particolare in Italia i giovani stanno protestando. A Roma per esempio, non so se avete visto ma e’ andato in scena il campionato italiano del Lancio del Sampietrino. Ora, molti di voi penseranno che sono cose che succedono solo li’, solo in Europa, o magari solo in Europa e in America, o magari solo in Europa in America e in Africa, o…

Niente di tutto questo. In realta’, protestano pure qui in Giappone. Sembra incredibile, sembra pazzesco, ma pure qui nel paese delle gabbie sociali, pure qui nel paese in cui non esiste nemmeno la parola “no”… ebbene si, protestano. Sfilano. Gliele cantano di brutto, al governo. Unica differenza… beh. In realta’, qua in Giappone protestano… solo i vecchi. Gli anziani. In tv alle manifestazioni, di giovani, non se ne vede l’ombra.

Siete stupiti? Non ne capite il motivo? State alzando lo sguardo al cielo e vi chiedete come mai in Giappone vada sempre tutto al contrario rispetto al resto del mondo?
Bravi. Allora siete venuti nel posto giusto, perche’ adesso vi faccio un’analisi sociopsicopegadoggica delle mie e vi spiego come mai. Per capire il perche’ di questa cosa, analizziamo innanzitutto alcune differenze tra Italia e Giappone.

Dunque. In Italia i vecchi hanno la loro bella pensioncina, la loro casetta, i loro acciacchi di cui parlare con gli amici al mercato del paese. E se l’Italia va a puttane si limitano a scuotere la testa e a sibilare a fil di dentiera: “eh, non sshono piu’ i tempi di una volta”, mentre pensano che in fondo, beh, il riscaldamento globale o la precarieta’ sono dei bei problemi… da affrontare quando loro non ci saranno piu’.
Al contrario in Italia i giovani non vedono futuro, si sento precarizzati, lasciati da parte, senza sbocchi. Solite cose, le sapete meglio di me: i giovani sono incazzati. Alcuni poi sono anche un po’ comunisti, che non fa mai male nell’ambiente della skuola. A loro tutto fa brodo e gli fa anche piacere ogni tanto di scendere in piazza a sgranchirsi le gambe e tirar giu’ un paio di cori e due-tre bellaciao. Che poi mentre si sfila gira qualche bel ceppo, si fuma aggratis, e se mi vede qualche tipa carina mentre ho il megafono in mano poi magari ci scappa anche una linguainbocca.
Solite cose.
Chi manca? Ah, quelli di mezza eta’. Quelli di mezza eta’ si fanno i conti in tasca. Mentre guardano i giovani in piazza magari ricordano con nostalgia le proteste che facevano quando erano studenti, le loro occupazioni dell’universita’, e il loro ceppo che girava mentre le tipe carine, linguainbocca eccetera. Ma poi si fanno i conti per vedere quanto manca alla pensione e si dicono che si, dai, e’ quasi ora anche per me di diventare classe dirigente. Diamo man forte ai giovani, a parole, ma solo con le dita incrociate dietro la schiena, e speriamo che non crolli tutto proprio quando sara’ la mia ora di incassare. Classico copione all’italiana, insomma.

In Giappone invece funziona cosi’: I vecchi, dal punto di vista sociale, non valgono un cazzo. Nel momento in cui vai in pensione, in Giappone, sei a casa a fare la calzetta. E quando hai vissuto tutta la vita a lavorare 18 ore al giorno senza la minima pausa, tornando a casa a notte fonda dopo la consueta cena coi colleghi, ti guardi intorno. Sei a casa, con tua moglie, quella che hai sposato quarant’anni fa… solo che te la ricordavi piu’ giovane. Sara’ perche’ sono trent’anni che non la guardi in faccia, boh.
Poi giri per casa, non hai niente da fare. Hai gia’ ritinteggiato tre volte, hai cambiato i tatami, hai fatto tutti i lavoretti del mondo. Hai provato a tornare in azienda almeno cinquanta volte ma non ti rivogliono, ti tengono fuori dal cancello, non gli servi, e’ politica aziendale che dopo i sessanta l’impiegato e’ out, via, fuoridaicoglioni, perche’ bisogna dar spazio ai piu’ giovani. Dal cancello vedi i tuoi colleghi di cinquantanove anni che ora sono all’apice della carriera, direttori generali come lo eri tu fino a qualche mese fa… con le redini dell’azienda in mano, a godersi li mejo anni della loro vita, spensierati mentre fingono di ignorare l’imminente calcio in culo che li aspetta di li’ a poco, quando verra’ il loro turno per il golden retirement.

I giovani invece sono delle macchine col coltello fra i denti, altro che gli italiani con la kefiah e i linguainbocca. Abito o tailleur nero e signorsi, questo e’ il Giappone dei venticinquenni. Quello che sognano e’ di entrare nel Sistema, di diventare matricole, di fare la loro scalata per anzianita’ e non per meriti personali, fino a diventare direttori poco prima della pensione. I giovani sono nati e cresciuti col mito del salaryman, l’uomo in giacca e cravatta che si alza la mattina, va in ufficio a fare riunioni inutili, cazzeggia in quantita’ e poi a sera esce coi colleghi, si ubriaca, fa la sua scalata sociale un po’ imboscato, da’ la la vita all’azienda in cambio di qualche cena, qualche hostess, qualche rimborso spese sotto banco. Un po’ come il mito del Cumenda nella Milano da bere, solo in versione lavoratore dipendente, quindi piu’ sfigato.
Per il giovane giappo essere un salaryman a tempo indeterminato significa tutto, significa avere la posizione, quindi trovare una bella moglie, mettere al mondo un paio di bimbi, farsi un mutuo. Tutte cose di cui e’ assolutamente disinteressato, ma cosi’ fan tutti, da secoli, e quindi bisogna fare lo stesso, per non essere lasciati fuori dalla societa’ di cui si fa parte nella ragione in cui si partecipa al consumo, alla produzione, anche in termini di figliazione. I giovani, in sostanza, sono i primi a volere lo status quo.
Anzi no, ci correggiamo. I primi sono quelli di mezza eta’. Quelli che si son fatti gia’ mezza scalata, che hanno passato esami di ammissione all’universita’, che hanno fatto le notti in bianco in ufficio, che hanno dato la vita all’azienda di cui fanno parte, che hanno dovuto umiliarsi di fronte ai vecchi e che ora, finalmente, inziano ad avere qualche scampolo di potere e di liberta’ d’azione. E dicono, giustamente: eh no cazzo, son vent’anni che mi faccio il culo, adesso voglio diventare direttorone aziendale di Gran Croc Gran Figl di Put pure io!

Ecco perche’ in piazza si vedono solo i vecchi giapponesi. Hanno sessant’anni, settant’anni, non valgono piu’ niente. Sono fuori dal sistema, quel sistema che hanno contribuito loro stessi a creare, quel sistema che hanno sorretto col loro lavoro per tutta la vita.
La maggior parte di loro e’ andata in pensione e ora fa spallucce, dice vabbe’, lasciatemi in pace, e’ andata cosi’. Ma altri invece si fanno delle domande… dovranno pur chiedersi qualcosa nel corso della loro esistenza, no? Ecco, questo e’ il momento. Si chiederanno, probabilmente: ne valeva la pena?

Ed e’ forse questo, oppure il fatto di non avere un emerito cazzo da fare, che li spinge in piazza a protestare contro il sistema che li ha sfruttati, poi li ha lusingati, poi li ha idolatrati, e infine li ha scaricati. Chissa’ se si guardano intorno e mentre sfilano ripensano a tutte le ore di straordinario, e alle ferie non fatte, e ai figli che hanno fatto ma non hanno visto crescere. Chissa’ se forse si sentono vivi mentre mandano educatamente a fanculo il governo. Magari vivi, per la prima volta.

(Nota a margine: naturalmente i fatti ivi narrati sono frutto della mia inventiva… insomma, ho scritto quattro minchiate. In realta’ in Giappone esiste il rispetto per l’anziano e per la societa’, e per lo status quo. Per quello i giovani non protestano ma si adeguano: per rispetto. E gli adulti per lo stesso motivo seguono con rispetto i dettami degli anziani, mentre gli anziani, quelli saggi, rispettano le anime dei morti. Ma fanno anche contemporaneamente un po’ quel cazzo che gli pare, in fondo, e da quel che so sembra che i morti fino ad ora non si siano ancora lamentati di questo comportamento irrispettoso).

Nella foto: Proteste durante il corteo contro la base Dal Molin giapponese.

La follia

Scusate l’assenza, ero impegnato nel campionato del mondo di ramen qui a Tokyo. A magna’, non a cucina’, ovviamente.

Volevo segnalare il seguente documentario. Se avete 53 minuti liberi ve lo consiglio, e’ illuminante per capire in che situazione folle sono messi in Corea del Nord, e in quale costante pericolo sono Corea del Sud e Giappone.

Nota finale per me stesso: scrivi un articolo sulle differenze Giappone vs Resto del Mondo. In settimana, con calma.

 

On my way

Scrivo dalla Lounge ANA dell’aeroporto di Narita, in Giappone, pronto per partire per nuove ed entusiasmanti avventure in India. Ho le pasticche contro la diarrea sempre con me, quindi se non mangio e n0n bevo niente per 12 giorni dovrei essere quasi sulla strada buona per sperare di sopravvivere. Forse.

Nota a me stesso: la prossima settimana devo fare un post sulla conformazione del cervello femminile e su come il remapping delle sinapsi influisca sul comportamento della gente molto piu’ di, per dire, una mestruazione.

Un altro post che vorrei fare riguarda la mia situazione nei confronti dell’universo femminile, ma non lo posso fare neppure dietro protezione di password perche’ scripta manent, come si dice, e non si puo’.

Un altro post che vorrei fare riguarda la mia situazione lavorativa, ma vedi sopra.

Quindi in sostanza dovrete accontentarvi del post sul cervello femminile, piu’ magari uno sul come cazzo sia possibile che i finiani contemporaneamente approvino il lodo Alfano e dicano “mai piu’ leggi ad personam”, e poi altri vari ed eventuali su India, giappine, Giappone, banane, lampone, chi c’era, stasera.

Chiudo qui, prima che mi ci mandi da solo.

E poi si scropri’

che quegli sciacalli di imprenditori che ridevano del terremoto dell’Aquila alla fine non hanno preso gli appalti. Cioe’, erano due stronzi qualsiasi che sono entrati in gara e l’hanno pure persa. Che sfigati.

Gianni Letta, oggi: «Tutti abbiamo sentito un brivido di orrore – ha detto Letta – rispetto a quelle brutte persone che stavano a lucrare qualcosa sulla disgrazia dell’Aquila. Nessuna di quelle persone, nessuna di quelle imprese, ha messo mai piede a l’Aquila nè ha avuto un euro di lavori nella prima fase e nè l’ avrà nella seconda»

Dispiace vedere questa triste storia usata in maniera politica. In queste ore mezza rete sta tirando merda a Bertolaso e a Berlusconi per cose dette da ‘sti due sfigati intercettati, vedi il blog di Grillo per esempio. La rete e’ la vaselina del populismo, falsificare la verita’ in rete e’ molto piu’ facile che nei quotidiani (checche’ se ne dica. Grillo dice: se dici cazzate in rete ti sputtanano in 5 minuti. No caro Grillo, tu hai un milione di contatti al giorno che ti legge e che crede ciecamente a quello che scrivi loro. Se tu scrivi una cazzata nessuno ti sputtana, e se qualcuno ti sputtana tu ribatti detenendo la posizione di potere del tuo auditel, e vinci lo stesso).

Questo succede quando si crede ciecamente ad una sola fonte, naturalmente. Nessuno dei grillini va a verificare quello che dicono Grillo o Travaglio. E ve lo dice uno che legge Grillo e Travaglio ogni giorno, ma non solo loro. E pensa, e si informa, e controlla.
Leggete Antefatto: li’ Berlusconi e’ il gia’ mandante e Bertolaso e’ gia’ condannato in via definitiva. Altro che processo breve.
Per la proprieta’ transitiva (la gente non conosce, la gente vuole personalizzare gli eventi) l’italiano medio, che e’ non informato o volutamente disinformato (perche’ di parte) e’ portato a pensare che al capo di una delle due cornette di quella telefonata ci fosse Bertolaso – e per un’altra proprieta’ transitiva, al di la’ del filo Berlusconi. Non avete avuto anche voi questa sensazione, che B&B in qualche modo ci fossero in mezzo? Per forza ci sono in mezzo, ce li tirano in mezzo (soprattutto uno) ogni volta!

Auguri per le regionali ora, con un 20% di indecisi che leggono ‘ste notizie. Attendiamo fiduciosi la puntata di Anno Zero in cui parleranno di questi eventi mettendo la faccia di Berlusconi subliminalmente sullo sfondo. Attendiamo inoltre la dichiarazione del pentito di turno, e lo scoop di qualcuno che verra’ a dire che quei due  erano i migliori amici di Bertolaso e – perche’ no – che partecipavano ai festini a palazzo Grazioli. Nevvero?

E ve lo dice uno che e’ assolutamente contrario agli attacchi di Berlusconi contro la magistratura. Berlusconi secondo me dovrebbe andare a casa. Facciamo altre elezioni, mandiamo su Tremonti o Letta, e poi vediamo. Tanto non e’ che se Berlusconi cade la destra non vince: ricordiamocelo molto bene questo cari compagni.

Solo una cosa vorrei, per favore. A parte le polemiche politiche. Possiamo scrivere sempre, e bene, i nomi di quei due idioti che ridevano a poche ore dal terremoto? Dirli al telegiornale per giorni, e giorni, e giorni… in modo che la gente non se li dimentichi piu’? Non devono mai piu’ trovare lavoro in vita loro, per favore. Basta parlare di Bertolaso, basta buttarla in politica.

Faccio la mia parte.

Francesco Maria De Vito Piscicelli

Gianfranco Gagliardi

Fate schifo.

Torno in Italia (ma solo nel blog)

Leggendo dei fatti di Rosarno sono incappato nell’intervista al ministro Brunetta fatta da TgCom. Dice Brunetta:

“Dire razzismo non vuol dire nulla. Bisogna smetterla con le ipocrisie. Non sono accettabili parentesi di legalità, non si può dire che nessuno sapeva. Chi sono i proprietari dei terreni dove i 1500 stranieri lavoravano? Dov’era l’Inps? E la Asl? e la Guardia di Finanza? Vanno bene i cortei ma anche quei cittadini non possono dire che non lo sapevano in che condizioni vivevano quegli immigrati”.

Questa frase mi ha colpito particolarmente. Dire che ha ragione Brunetta e’ fuori discussione, sono sicuro che tutti da destra a sinistra siano d’accordo con questa frase. La struttura di ogni paese democratico e’ semplice: c’e’ un parlamento o un governo che legifera e poi ci sono degli organi preposti all’attuazione e al controllo della legalita’.

Il problema pero’ e’ che in Italia si tende a politicizzare tutto, ed ecco quindi che da destra (o da sinistra quando la sinistra e’ al governo) ci si fregia dei successi degli “applicatori” delle leggi (vedi i mafiosi arrestati recentemente), mentre da sinistra si incolpa il governo di non aver fatto in modo che i fatti di Rosarno fossero evitati.

Ma il discorso e’ sbagliato in entrambi i sensi. Semplicemente, un governo non ha il compito di andare a controllare cosa succede nel paesino calabrese o nell’azienda vicentina. Il governo fa le leggi, buone o cattive che siano, ma poi sono altri che le devono applicare. Ecco quindi i colpevoli della situazione a Rosarno: l’amministrazione locale e provinciale, la Regione, l’inps, la Asl, la Guardia di finanza, il comando dei carabinieri del comune, eccetera.

Poi, seconda questione. Si dice che in Italia siamo razzisti. Ma leggiamo cosa dice Brunetta: “Quanti erano regolari? Chi erano i datori di lavoro? chi sono quelli che dovevano fare i controlli ?. I cittadini non possono dire che non sapevano. Il lassismo e il buonismo producono il razzismo. Se c’è gente che lavora bisogna offrire le tutele del caso. E’ troppo comodo dire che si fa il nero perché altrimenti non si sta sul mercato”.

Il buonismo produce il razzismo? Si, sono assolutamente d’accordo. L’ho vissuto sulla mia pelle in Australia: regole ferree ci vogliono. E’ l’unica soluzione per avere una societa’ multiculturale.
Gli Italiani (a parte qualche idiota) non sono razzisti quando vedono il marocchino che lavora in azienda, in regola, che la domenica gira per la citta’ con moglie e figli, vestito bene. Sono razzisti quando vedono il vu cumpra’ che non si lava da quattro giorni e sale in autobus senza pagare il biglietto.
Gli italiani non sono razzisti quando vedono il cinese che lavora e si tira su la sua azienda o il suo ristorante. Sono razzisti quando si vedono portar via il lavoro in maniera illecita dall’azienda cinese che sfrutta gli schiavi 20 ore al giorno.
Eccetera.

Ho un amico romeno, lui e la sua famiglia sono perfettamente integrati in Italia. Lavorano tutti, hanno una vita onesta. Sono come noi, nessuno li discrimina. Ma lui stesso prova fastidio quando vede i rom che chiedono la carita’ o girano in mercedes con la pistola sotto la giacca. Come in Australia (o in Giappone, illegali sudamericani e africani che lavorano per la Yakuza a parte): chi ha lavoro resta, chi non ce l’ha torna a casa sua. Stop. Senza se e senza ma. E’ solo allora che si crea una societa’ multirazziale: un po’ alla volta. Aprire le frontiere e’ buono, e’ cristiano, ma farlo senza vera integrazione e’ uno shock per qualsiasi societa’, e questo che lo vogliate o no crea solo una cosa: razzismo.
(E per integrazione non parlo di concetti astratti o di togliere il crocefisso dalle aulee. Parlo di lavoro, di capacita’ di vivere una vita onesta e dignitosa).

Ora, senza generalizzare troppo, concludo. Kama a questo punto avra’ di che ribattere, ma gli do il contentino cosi’ vediamo se si placa un po’.

Ecco come conclude il Brunetta: “Servono più cose: la semplificazione, che comprende anche l’abbassamento delle aliquote, e anche spostare la tassazione dai redditi ai consumi. Non è possibile che, per tornare alla Calabria, ci siano paesini pieni di suv, telefonini e motorini e poi si dichiari il 40% di disoccupazione. Non è possibile che i porti italiani siano pieni di barche e poi chi rientra nella fascia di reddito tassato con l’aliquota del 43% siano solo lo 0,8% della popolazione. Spostare la tassazione dai redditi ai consumi è una soluzione che va nella direzione della equità”.

Ecco. Esattamente come diceva Bertinotti qualche anno fa (e io, e tanti a destra approvavamo). E’ una cosa veramente socialista da dire, ma allo stato attuale delle cose credo sia l’unica cosa da fare per ripristinare equita’ sociale e distruggere la piaga del nero. Tagliamo le tasse (anche e soprattutto ai redditi alti, cosi’ non distruggiamo le aziende che oggi boccheggiano e sopravvivono proprio grazie al nero!) ma allo stesso tempo andiamo a contare le barche al porto. Contiamo i SUV immatricolati, le case intestate. Chiediamogli di renderci conto.

E per piacere, per piacere. Togliamo i fondi alle amministrazioni del sud.

Lo Sciacallo – The Jackal

Certo che la TV italiana è sempre la stessa eh. Il balletto durante il quiz, tettecculi & gossip. Tronisti e stronzate, ma per fortuna c’è Geo&Geo su Raitre al pomeriggio.

I film e telefilm americani doppiati in italiano. Che fastidio vedere la bocca muoversi in maniera diversa dal parlato, e poi le voci senza senso. Bah. Ieri facevano The Jackal su Rete4, l’avevo già visto 2 volte ma questa era la prima volta in italiano. Mi faceva venire un po’ di nervoso con quelle voci tutte sbagliate.

Giro su Raidue, c’è Annozero col solito disco rotto. Puttane, Tarantini, attacchi a Berlusconi, bla bla bla. Solita minestra. Travaglio in primo piano dice che Berlusconi ha dato 10000 euro ad una ragazza. Si dimentica di aggiungere da dove viene la notizia: dalla ragazza in questione, la quale aveva raccontato della cosa per far capire quanto Berlusconi secondo lei sia una persona splendida – le aveva regalato 10000 euro per aiutarla, visto che aveva problemi economici. Classica tecnica Travaglio: prendere la notizia ed estrarla dal contesto per stravolgerla a favore delle sue tesi.

Ho cambiato canale. Meglio vedere The Jackal doppiato in italiano che sentire Sciacallate adattate da Travaglio.

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