Alle porte di Tannhäuser

mondoalbino sbarca a Hong Kong

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Di stress e stanze dei bottoni

Ultimamente ci sono due novitá nella mia vita. La prima e’ che sembra io sia arrivato “nella stanza dei bottoni”, come si suol dire, e la seconda e’ che mi dimentico le cose. Anzi no, ce n’e’ pure un’altra: ho smesso di interessarmi di cosa succede in Italia.

Partiamo dall’inizio. Cosa intendo per “la stanza dei bottoni”? Beh, semplicemente che ho raggiunto quel certo livello di anzianita’ che mi offre accesso alle riunioni che contano, dove si decide, dove si forgia il futuro dell’azienda. Potrei dirvi che sono una noia mortale, che si parla e basta, non si decide un bel niente, tutt’al piú magari si viene a sapere qualcosa su come vanno le cose veramente. Potrei dire questo, ma in realtá devo ammettere che la cosa in fondo mi piace, che in fondo e’ meglio cosí piuttosto di subire le decisioni degli altri e non sapere un cazzo fino a cose fatte, che e’ un po’ lo stress che capita al mid-manager quando viene lasciato fuori da certe stanze.

Vien da se’ naturalmente che la cosa mi sta portando via un quantitativo industriale di tempo, al punto che non ho piú un secondo libero. Questo ha un impatto che potete toccare con mano, visto che oramai scrivo un post ogni morte di papa, e altri che non sospettereste mai. Tipo il mio ultimo viaggio in Giappone, nel quale sono stato cosi’impegnato che in 5 giorni a Tokyo ho mangiato 2 volte in camera a cena, tutti i pranzi sono stati piu’ o meno un sandwich al combini o poco piu’, non ho visto un amico che sia uno e ho praticamente lavorato e basta. Ormai andare a Tokyo per me e’ sinonimo di lavoro, lavoro, lavoro. Sono arrivato al punto in cui se potessi me ne starei quasi quasi a casa. Questo per capire come sono ridotto.

La seconda cosa e’ un po’ il corollario della prima. Aumentati gli impegni, aumentato lo stress, eccomi qui: sono arrivato al punto di dimenticarmi le cose. Di punto in bianco. Ne sto facendo cosi’ tante che a volte vedo documenti firmati da me, o email con mie risposte dentro… ed e’ la prima volta che le vedo. Nel senso che non solo le ho dimenticate, ma per quanto mi sforzi non ho nemmeno memoria di aver mai fatto certe cose. Cancellate dal cervello proprio. Sembra una cosa da ridere, ma inizio a preoccuparmi. O forse e’ naturale: ditemi che e’ naturale vi prego.

Terza cosa, per finire. L’altro giorno mi hanno chiesto cosa ne pensassi dell’elezione di Napolitano. Lí per lí devo dire che non sapevo che rispondere. Per intenderci, guardo ancora le news, guardo ancora Ballaró e Servizio Pubblico in streaming. Solo che… ho smesso di preoccuparmi. Ho smesso di incazzarmi. Forse ho perso la speranza, o sará che mi sono accorto che la mia vita va avanti indipendentemente da cosa succede in Italia. O forse ho solamente troppi cazzi miei di cui occuparmi per avere altre preoccupazioni di cui interessarmi. Boh.

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L’anima nera dell’Australia

Continente australiano. Superficie: 7.617.930 Kmq. Popolazione: 22.618.521. A spanne fa 2, 67 abitanti per chilometro quadrato. Ovvero, una persona ogni quadrato di 610 metri di lato. Di questo ipotetico quadrato, all’incirca il 70% e’ arido o desertico, e il resto e’ coltivabile. L’Australia e’ un paese vuoto, nel senso che la maggior parte della popolazione e’ concentrata nei (pochi) centri urbani, e per il resto e’ tutto incolto e pressoche’ disabitato.

L’Australia e’ ricchissima di minerali e risorse varie, tra cui oro, diamanti, alluminio, ferro, uranio, petrolio, gas naturale, terre rare, eccetera. Si puo’ dire che l’Australiano medio deve la sua ricchezza a quello che scava dal sottosuolo. Il paese e’ ricco (non ha quasi debito pubblico), isolato e sottopopolato: in altre parole non c’e’ quasi traccia di disoccupazione, e per questo la risorsa umana e’ sopravvalutata (e sopra-retribuita). Oltre a questo non c’e’ quasi traccia nemmeno di immigrazione clandestina (da una parte c’e’ il pacifico, dall’altra l’Antartide, dall’altra L’Indiano – unica porta verso il resto del mondo e’ la parte di oceano infestata di squali e coccodrilli a nord).

Soprattutto, molti degli attuali abitanti dell’Australia sono giunti qui via nave nell’ultimo secolo o due, sotto forma di conquistatori quando il continente era in mano agli aborigeni, sotto forma di carcerati quando il paese era in mano a Sua Maesta’, sotto forma di emigranti disperati quando ci si rese conto che il continente andava popolato in qualche modo.

Ciononostante, qua in Australia nel 2012 non si parla d’altro che di come fermare quei due o tre barconi di disperati che saltuariamente fanno capolino nel paese. Come se i suddetti disperati cambiassero qualcosa nel conto totale dei 2.67 abitanti per chilometro quadrato. Dovreste vedere i toni: il sentimento medio del paese sembra essere quello di prendere le barche a cannonate e affondare tutti.

Una cosa inaccettabile.

Eh ma dite, anche i leghisti in Italia. Si: solo che in Italia c’e’ crisi. C’e’ disoccupazione. C’e’ un problema di gestione degli immigrati. C’e’ un sistema politico-giuridico e di ordine pubblico inefficiente, per cui gli immigrati che sbarcano poi finiscono diretti in mano alle organizzazioni criminali, e te li ritrovi a spacciare per le strade e a dormire in stazione. Questi i problemi in Italia. Ma in Australia, dove c’e’ ricchezza, spazio, opportunita’, e un sistema che funziona: che bisogno hanno di essere cosi’ cinici, cosi’… cattivi?

Perche’ in fondo c’e’ giustizia a questo mondo

Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto che le aziende prendano ispirazione le une dalle altre, e l’ufficio brevetti americano e’ una presa per il culo alla ragione umana.

L’esagerazione americana e’ inconcepibile. Di piu’: inaccettabile. E’ stupido che un’azienda possa brevettare una forma, un modo di muovere le dita, un marchio o un nome di uso comune o universale. Perche’ allora io vado all’ufficio brevetti e brevetto il fatto di sedersi davanti al PC, e da domani alla Apple il prossimo iphone lo programmano tutti stando in piedi. Che idiozia.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
E’ non solo giusto ma addirittura sacrosanto che Samsung sia stata condannata a pagare per aver copiato Apple. Che cazzo, uno perde anni a creare un’idea rivoluzionaria, e poi ti arriva il primo stronzo coreano che in tre mesi ti copia anni di Ricerca e Sviluppo e grazie a questo riesce ad essere piu’ economico di te e ti ruba fette di un mercato che tra l’altro hai creato tu! (e tutto questo tacendo del fatto che se non fosse per l’iphone probabilmente saremmo ancora qui a smanettare con le tastierine di plastica dei nokia…).

Ma non esiste proprio! Guardate le macchine coreane, le tv coreane, le lavatrici coreane: sembrano macchine a volte giapponesi, a volte tedesche, a volte… beh, ce n’e’ una qua in Australia che ha lo stesso i-den-ti-co culo della Giulietta. Ma si puo’?

D’altronde la differenza sostanziale tra un coreano e un cinese, e’ che il cinese di fronte all’evidenza ammette candidamente che i cinesi copiano, mentre quando parli coi coreani-dal-cervello-lavato, a sentirli sono loro che inventano e gli altri che copiano. Ben gli sta questa volta. In fondo, ricordiamolo, Apple non aveva niente contro il design di Samsung, a patto che Samsung “partecipasse delle spese di ricerca” pagando una licenza, ovvero un tot a telefonino venduto. Tanto per giocare ad armi pari. Un po’ come i produttori di automobili pagano la licenza per il tetto rigido retrattile che la Mercedes ha inventato per la SLK.

(Non per nulla, dopo essere stata copiata per anni dai coreani di Samsung e LG, Sony ha tagliato i fondi allo sviluppo delle nuove tecnologie AMOLED, dichiarando che e’ ora che i coreani prendano lo scettro della ricerca nel settore TV. Che e’ un po’ come dire: questa volta lo smazzo per inventare la nuova generazione di prodotti ve lo pagate voi, stronzi, e noi voi copiamo a suon di reverse engineering come fate voi da anni. Ovvero come i giappi stessi facevano negli anni sessanta con gli americani, tra parentesi – perche’ non tutti sanno che i coreani hanno copiato anche il modo di copiare).

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Nel mondo perfetto dove uno sta a guardare ai principi e ai valori
E’ giusto quello che dice Zeman, ovvero che quando uno viene squalificato non dovrebbe allenare.
E’ giusto quello che dice Petrucci, ovvero che la gente in Italia dovrebbe imparare ad accettare le sentenze e commentare solo a sentenza definitiva.

Nel mondo reale, dove i nodi vengono al pettine
Mi piace che Conte, condannato senza uno straccio di prova, possa allenare durante la settimana e la domenica sedersi comodamente in tribuna VIP, e comandare la squadra via cellulare.
Perche’ ricordiamolo: se Conte fosse l’allenatore dell’Inter la sua posizione sarebbe stata archiviata gia’ dalla prima udienza.

Il senso delle cose

Ci sono dei momenti nella vita di un uomo (o di una donna) in cui ci si rende conto di aver perso il senso delle cose. Ieri per me e’ stato uno di quei momenti.

Recentemente mi sono fatto prendere la mano dal lavoro. Il fatto e’ che mi piace di brutto quello che sto facendo, e se non e’ la prima questa e’ forse la terza o quarta volta che mi capita. E poi qua si fa carriera velocemente, tanto velocemente che sembra una cosa dovuta. Come dice un mio collega, “every time I am becoming accountable for something I get promoted” Nel senso: non faccio in tempo a dover rispondere di quello che faccio (es: se ho raggiunto o no i miei obiettivi alla fine dell’anno fiscale) che mi promuovono (e quindi si azzera tutto e non ne devo rispondere piu’, perche’ ho nuovi obiettivi, nda).

Risultato: sono cambiato. Non so chi di voi si ricorda i miei primi quattro anni d’Australia (e prima, in Italia, e dopo, in Giappone) quando lavoravo il minimo necessario e poi, all’uscita del lavoro, vivevo.

Lentamente qualcosa e’ cambiato. Ora rispondo alle mail di lavoro alle 10 di sera, se me ne appare una nell’iphone. O di sabato, o di domenica. E soprattutto penso al lavoro fuori dall’orario di lavoro, mi viene in mente cosa fare per superare un problema, magari prima di andare a letto. A me, proprio a me che una volta andavo fiero della mia doppia vita: al lavoro si lavora, e fuori orario il lavoro non esiste a meno che non si venga pagati minuto per minuto.

Ieri a causa di certi casini ho realizzato di aver perso la dimensione delle cose. Ho vissuto un pomeriggio di fuoco a causa di una bega di lavoro, e una volta tornato a casa mi sono reso conto di essermi portato a casa i problemi. E’ li’ che ho capito che c’e’ qualcosa che non va.

In fondo, posso dirlo? Sono in una situazione privilegiata, forse la migliore possibile: quel mid-level management nel quale non hai praticamente alcuna responsabilita’ ma prendi appena meno del tuo capo, o del tuo direttore, i quali se ci sono casini al lavoro non ci dormono la notte. Non ha senso rompere questa situazione per smania di essere promossi. E per cosa poi, una manciata di 100 dollari in piu’ a fine mese?

Credo che un giorno mi manchera’ questo periodo che forse non sto vivendo adeguatamente, nel quale esco alle 5 del pomeriggio e ho tutto il resto della giornata davanti.

Peccato che Sydney sia Sydney, ma di questo magari parlero’ nel prossimo post.

Come andare a puttane coi soldi degli altri

Caro albino,

Te la ricordi Nicole Minetti? Vai a leggerti le news: deve durare fino a ottobre in consiglio regionale per assicurarsi il vitalizio da 1000 euro al mese. Si, perche’ apparentemente in Italia si concede il vitalizio pure all’esercito dei consiglieri regionali. Per quale motivo poi non si sa, ma non siamo qui a parlare di questo.

Non so se ti rendi conto che Nicole ha 27 anni, esattamente 9 meno di te. Non so se ti ricordi che alla sua eta’ il tuo stipendio era un decimo del suo, e pure oggi di soldi ne prendi molti, ma molti meno di lei. Alla sua eta’, te la ricordi la prospettiva di una vita senza prospettive, il conto in banca semiprosciugato, la polo diesel scassata con cui giravi?

Ma sono paragonabili le cose? Non so se ricordi che per arrivare dove sei arrivato tu hai dovuto farti un culo cosi’ a studiare ingegneria in una delle facolta’ piu’ dure d’Italia. Non so se ricordi che poi per ottenere qualcosa a livello di carriera hai dovuto lasciare l’Italia. Quanto ti e’ costato, quanto ti costa vedere i tuoi genitori, i tuoi amici una volta l’anno?

E lei? Vai, vai a riascoltarti le intercettazioni. Il livello e’ quello del Trota, anzi peggio: il Trota in fondo non e’ altro che un bambinone un po’ indietro di QI, mentre lei e’ proprio il peggio, del peggio, del peggio, dello schifo. Talmente inascoltabile che va ascoltata, con tanto di pelle d’oca e nonostante i conati di schifo. Ma alcuni non vogliono ascoltare i discorsi, si tappano le orecchie, dicono che se li ascolti scendi al livello dei forcaioli come un Travaglio o un Santoro qualsiasi. Meglio non ascoltare allora, meglio non sapere, meglio far finta che sia tutta una balla dei comunisti, e che Nicole sia “bravissssima e preparatissssima” come diceva il Banana da Vespa.

Come se non bastasse, caro albino, dopo tutto quello che e’ successo ora leggi sui giornali che una parte degli italiani sarebbero pure disposti a ri-votare per quel maiale ultrasettantenne che l’ha messa nel listino bloccato del consiglio lombardo. Una parte di italiani disposti a ingoiare ogni tipo di merda pur di evitare che vinca l’altra parte, il nemico, quello che vuole i matrimoni dei ghei, quello che ci farebbe invadere il paese di extracomunitari. E allora meglio il male minore, dicono. Pur di fare un dispetto al nemico, meglio mangiare la merda.

E gli italiani. Che buffi gli italiani. I pompini lei li ha fatti a lui, mentre ora il suo stipendio lo stanno pagando loro. Che buffi eh, gli italiani.

Con affetto,
testesso.

La vita e’ un rotolo di carta igienica

Un paio di mesi fa e’ scaduto il contratto biennale di pubblicazione del mio contratto. Quando l’editore mi ha chiesto di rinnovarlo ho negato l’autorizzazione, per motivi che ho spiegato in altri post.

A quel punto ho pensato di pubblicarlo per iBooks e Kindle, in formato elettronico, e venderlo a 0.99c.

Ma poi mi son detto che in fondo non ne vale la pena. Diciamocelo: non e’ certo questo libro che mi farà diventare ricco. E allora ho deciso di regalarvelo.

Ho creato una nuova pagina qui nel blog, chiamata “Il Romanzo di albino”. Da li’ potete scaricare la versione elettronica de La vita e’ un rotolo di carta igienica.

E a questo punto direi che non ho altro da aggiungere, se non: Buona lettura! (e mi raccomando, fatemi pubblicità!)

Naruhodo

Si dà il caso che io lavori nello stesso grattacielo del consolato italiano. Diciamo qualche piano sotto. E che nello stesso grattacielo ci sia pure una grossa azienda giapponese. Diciamo qualche piano sopra.

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con italiani, giapponesi, australiani, o una combinazione delle tre. Essendo io biondo ovviamente nessuno sospetta che sia italiano (da queste parti mi confondo coi locali, a parte quando notano che il mio accento e’ straniero e mi danno del finlandese, o al limite del tedesco).

Ogni tanto mi capita di trovarmi in ascensore con questa gente, dicevo. Australiani che parlano in inglese, giappi che parlano in giappo, italiani che parlano in romanesco, veneto, sardo, napoletano – a volte perfino in italiano. E io – accenti terronici esclusi – sono in grado di capire quello che si dicono tutti, mentre a parte gli australiani nessuno sospetta che io possa capire quello che stanno dicendo.

I giapponesi diciamo che parlano mediamente del nulla. Emettono rumore di fondo, piu’ che altro. Per chi non conoscesse il giapponese, dovete sapere che questa lingua permette di pronunciare intere frasi di senso compiuto che non esprimono alcun concetto. E’ tutto un soudesune / naruhodo / yapparisoudatoomotteimashita* e via dicendo. Un po’ come certi australiani che si salutano dicendosi how are you – how are you e nessuno dei due dice come sta, perche’ e’ solo un saluto, i giapponesi si trovano ad essere d’accordo con l’interlocutore anche se l’interlocutore non ha detto nulla.

Gli australiani parlano poco e raramente. Piu’ che altro ascoltano musica nell’ipod, bisbigliano pacatamente, magari ridono di qualche discorso iniziato fuori dall’ascensore.

Gli italiani invece sembrano una collezione di stereotipi. Si perche’ ogni tanto ti entra in ascensore la coppia di tamarri del centroitalia, faccia da capitan Schettino e occhiale da sole inforcato, che si piazzano dietro alle tipe a commentare “aho’ guarda quella checculo checcia’!”, o la coppia d’anziani malfidenti veneti che mentre l’ascensore sale si chiede “ma se me manca a corente restemo qua blocai? . Li vedi, sono italiani dalla testa ai piedi, dall’acconciatura al modo di vestire al modo di muoversi.

Le tipe che parlano al telefono con la mamma o con il fidanzato, tengono tutte la borsetta allo stesso modo. Gli emigranti anziani che parlano mezzo in dialetto e mezzo in inglese. Gli emigranti anziani che parlano in dialetto ai nipoti, i quali rispondono in australiano stretto. E’ una carrellata di facce gia’ viste, tutte uguali, tutte incasellabili in una categoria. I “cervelli in fuga” con una laurea in materie umanistiche e un visto working holiday, faccia da intellettuale ma vestiti da due soldi perche’ non riescono a trovare un impiego a lungo termine. Gli vedi la faccia dell’apprensione in faccia, perche’ il visto dura un anno solamente e se non trovi un lavoro che ti sponsorizzi per un visto ti tocca tornare a casa, in Italia, nel bel mezzo della crisi piu’ nera e con la disoccupazione a due cifre. Gli italiani degli anni ’60 emigravano in Australia con la terza elementare e un visto permanente, quelli del 2010 hanno la laurea o il PhD e una clessidra in mano, della durata di un anno, e quando la sabbia e’ finita si torna a casa. La disperazione sembra uguale, ma per motivi diversi.

E poi ci sono i migliori nella carrellata degli stereotipi: i traffichini, quelli che parlano d’affari in ascensore convinti che nessuno li capisca. Hanno tutti accento romanesco o romaneggiante, dai discorsi lavorano nel pubblico o semipubblico, di solito, e parlano tutti della stessa roba: conoscenze, spintarelle, aumma aumma.

E io li’, italiano in incognito, a pensare: soudesune, naruhodo, yapparisoudatoomotteimashita.

Un altro cerchio

Non so cosa mi sia venuto in mente, ma ho avuto la sciagurata idea di guardarmi in streaming qualche pezzo di puntate recenti di Porta a Porta. Vomito.

A parte gli ospiti di caratura politica e intellettuale di spicco (Lupi, Cicchitto, BelPietro, Bocchino, per non parlare della sinistra e del centro), quello che mi ha impressionato di piu’ sono alcune sparate di Vespa. Tipo questa: “dopo l’esploit del movimento 5 stelle, abbiamo capito che cosa Grillo non vuole, ma non abbiamo ancora capito cosa vuole“.

Ora, io mi chiedo. Per quanto abbia la faccia come il culo Vespa e’ pur sempre un giornalista, giusto? Il programma di Grillo e’ disponibile nel suo blog in formato pdf da anni, e io non ci credo che  nello staff di Porta a Porta nessuno ne sia al corrente. Allora io dico… un minimo di onesta’ intellettuale, fa proprio cosi’ schifo? Basta scaricarsi il pdf per sapere cosa propone e come si pone il M5S, fin nei piu’ minimi stronzi dettagli. Si puo’ essere d’accordo oppure no, oppure come me si puo’ essere d’accordo in parte si, in parte no, e in parte in parte. Se volete vi dico anche dove.

Allora mi chiedo: cosa vogliono gli altri schieramenti politici, quelli dei partiti, quelli della casta? Governare, certo. Potere, certo. Soldi, certo. E poi? I programmi dove sono? Come cambiano? Il PD e’ a favore o contro gli inceneritori? Il PDL e’ a favore o contro i camorristi in parlamento? Il PD e’ a favore o contro le coppie di fatto? Il PDL e’ a favore o contro il taglio dei parlamentari? Il PD e’ a favore o contro il taglio delle province? I partiti tutti sono a favore o contro il Porcellum elettorale?

Io Grillo e il M5S so per filo e per segno cosa vogliono fare. Gli altri schieramenti, sinceramente no: perche’ o dicono cose e poi le smentiscono il giorno dopo, oppure le dicono e le smentiscono coi fatti. E allora, chi e’ l’antipolitica? Il fatto e’ che il M5S non e’ antipolitica: e’ antipolitici, e questo la casta l’ha capito benissimo, ma cerca di nasconderlo per non perdere anche i voti dei nonnetti che guardano Porta a Porta e non si informano tramite internet.

Riguardo a Vespa ho un solo pensiero: eh ma arriva il giorno della resa dei conti, prima o poi. Come ho scritto ieri, i cerchi prima o poi tendono sempre a chiudersi.

Segreti e bugie

Tenere un blog per alcuni (per me) e’ una sfida. Una sfida tra la voglia di raccontare e il bisogno di mantenere la propria privacy. Perche’ le strade da scegliere sono due e due soltanto: o blocchi tutto con una password, oppure eviti di raccontare la tua vita privata. Perche’ l’internet e’ aperto e accessibile a tutti – colleghi di lavoro presenti passati e futuri, amici presenti passati e futuri, e poi amici degli amici, conoscenti dei conoscenti, di tutto di piu’.

Alcuni diranno che c’e’ pure una terza via: cercare di restare anonimi. Cambiare nomi, situazioni, confondere le acque, non collegare il tuo blog ai social network, non dire ai tuoi conoscenti che tieni un blog. Ma se parli della tua vita viene comunque fuori chi sei, prima o poi, e il giorno che ti beccano devi comunque rispondere di quello che hai scritto – perche’ io lo so bene che l’anonimato ti spinge a scrivere tutto, a creare iperboli di sentimenti e situazioni legate allo stato d’animo del momento, cui poi magari nemmeno tu credi fino in fondo.

E allora, che si fa.

Che si fa quando sai che ti leggono conoscenti, ex colleghi, amici d’infanzia, parenti? Che si fa quando sai che potrebbe leggerti in teoria anche il tuo capo, il tuo direttore generale, il collega della scrivania a fianco, il vicino di casa dei tuoi?

Sotto varie forme e situazioni io tengo un blog dal lontano 2004 (o 2003?). Nel corso degli anni ho imparato a mie spese che quello che scrivo resta, indelebile (o quasi). E’ tutto li’, nero su bianco: altro che la timeline di facebook. Nei blog puoi scavare nel passato di una persona, leggerne i pensieri e le opinioni indietro di anni, di lustri. Per quel che ne so un giorno i miei figli magari leggeranno le cagate che scrivo adesso.

E nel corso degli anni ho imparato che non fare nomi non e’ sufficiente a garantire l’anonimato. Era forse il 2004 quando, forte dell’anonimato del mio piccolo proto-blog da 10 lettori la settimana, mi son messo a criticare in maniera troppo dura e “romanzata” alcuni amici (senza scriverne i nomi pero’, come se nessuno potesse capire di chi si trattasse) e questi dopo essersi riconosciuti nelle mie parole sono venuti a suonarmi il campanello di casa, (giustamente) furibondi.

E nel corso degli anni ho imparato che l’uso della lingua italiana non e’ una barriera per gli stranieri. Come ai tempi in cui uscivo con due tipe contemporaneamente e forte della barriera linguistica lo raccontavo sul vecchio Bello Onesto (non so chi si ricorda la saga di femmina1 e femmina2, era tipo il 2007 o giu’ di li’), fino a quando una delle due dopo aver trovato il mio blog e averlo schiaffato nel traduttore di google mi ha chiamato alle 2 di notte, in lacrime.

Purtroppo e’ cosi’, cari lettori. Alcuni di voi si lamentano del fatto che questo blog e’ diventato meno brillante da quando ho lasciato il Giappone. Il fatto pero’ e’ che e’ il rapporto tra la mia vita e questo blog ad essere cambiato, e questo e’ stato indipendente dal Giappone. Ora sono connesso su twitter e su facebook – chi mi conosce sa dove leggermi. Ho scritto un romanzo firmato col mio nome e il mio cognome e l’ho pubblicizzato sul blog. In teoria il blog potrebbe influire sulla mia carriera, se qualche pezzo piu’ o meno grosso della mia compagnia si sognasse di andarselo a leggere e non lo trovasse di suo gusto. E col passare del tempo il mio bacino di utenti si espande, e con esso i potenziali “curiosi” che mi conoscono e vengono a sbirciare cio’ che scrivo.

Non per nulla ora mi trovo qui a Tokyo, e ancora non posso raccontare quello che sto vivendo.

Ieri mi e’ successa una cosa terribile. Scioccante. Allucinante. Tre ore prima mi trovavo in un pub con due giappine, risate chiacchiere e birra a fiumi. Tre ore dopo tornavo a casa sotto la pioggia, in silenzioso shock, quasi con la voglia di piangere. Pero’ purtroppo quello che e’ successo in quelle tre ore non lo posso scrivere, ne’ qui e ne’ altrove, ne’ ora ne mai. E pure se questo blog fosse stato anonimo o l’avessi scritta dietro la protezione di una password, forse non mi avrebbe creduto nessuno.

25 Aprile vs 25 Aprile

Una delle pochissime cose in comune tra Italia e Australia e’ il fatto che il 25 Aprile e’ festa nazionale. Curiosamente, gli italiani ricordano la liberazione dal nazifascismo, e quindi la seconda guerra mondiale, mentre gli aussie il 25 di aprile ricordano la prima guerra mondiale, e’ piu’ in dettaglio la battaglia di Gallipoli, avvenuta in Turchia. Il giorno e’ conosciuto da queste parti come ANZAC day (Australian and New Zealand Army Corps) e nel tempo e’ diventato il giorno in cui si commemorano i caduti sotto le armi d’Australia – appunto – e Nuova Zelanda.

25 Aprile in Australia
Per commemorare l’ANZAC day gli australiani hanno inventato gli Anzac cookies. Il 25 aprile la gente si ritrova prima del sorgere del sole per ricordare lo sbarco a Gallipoli avventuto prima dell’alba. In quei momenti si canta e si prega tutti insieme per i caduti. Il primo ministro quest’anno e’ volata a Gallipoli assieme al solito stuolo di australiani e neo zelandesi che vanno ogni anno in Turchia per commemorare l’evento.

La gente comune il 25 aprile si ritrova nei pub a giocare a two-up, le famigliole fanno i pic-nic, la nazione e’ in festa, i telegiornali fanno collegamenti da tutte le parti (cimiteri militari / campi di battaglia in Francia, Turchia, etc, piu’ varie citta’ aussie etc) per commemorare l’evento.

25 Aprile in Italia
Il 25 Aprile in Italia e’ a parole la festa con cui gli italiani ricordano la liberazione dalla dittatura, l’inizio di fatto della democrazia. In teoria si dovrebbero piangere i caduti e ricordare le sofferenze passate, ringraziare il cielo di essere finiti dalla parte “fortunata” del mondo e di non aver fatto la fine dell’ est Europa che dopo la guerra e’ finito sotto la morsa di regimi comunisti.

In teoria si dovrebbe ricordare con onesta’ che c’e’ stato un periodo (l’ennesimo) in cui abbiamo seguito l’uomo forte, far tesoro dell’esperienza e capire che non e’ con il messia di turno che si risolvono i problemi. In teoria si dovrebbe ricordare con orgoglio che l’Italia non solo ha perso la guerra: l’ha anche vinta, perche’ ad un certo punto L’Italia s’e’ desta, e’ scoppiata la guerra civile, i nostri nonni hanno capito che si stava seguendo l’uomo sbagliato, ci si e’ accorti che gli italiani sono gente buona, che le teorie della razza sono buone solo per i crucchi di merda.

In pratica invece, una parte del paese ha trasformato negli anni la festa della liberazione in una festa di partito. Meta’ della popolazione non ci sta, ma non perche’ si rispecchi ancora nel fascismo: solo perche’ non ci sta a scendere in piazza con le falci e i martelli svolazzanti sopra la testa. Tutto qua. Perche’ il 25 aprile meta’ della popolazione vorrebbe ricordare i caduti senza dividerli in quelli buoni e quelli cattivi; vorrebbe ricordare che il paese si e’ salvato il culo sia durante la guerra ma anche dopo, perche’ se i comunisti prendevano il potere dopo la guerra col cazzo che entravamo nel G8. E invece no: si canta Bella Ciao, si maledice il nemico immaginario, si fomenta l’odio. Bene cosi’.

Si dovrebbe ricordare, in conclusione, che non ha vinto una parte o perso una parte, ma abbiamo vinto tutti, insieme, partecipando chi prima e chi dopo. Abbiamo vinto, ci siamo tolti dai coglioni il re, abbiamo avuto gli anni del boom, abbiamo dato al mondo la Vespa e la nutella, la dolcevita e i paparazzi, le auto piu’ belle del mondo e la moda che tutti ci invidiano, la pizza e il tiramisu’. Immaginate se i partigiani comunisti avessero vinto le elezioni dopo la guerra invece.

E allora, invece di mettersi una mano sul cuore e cantare l’inno, ricordando gli errori passati e cercando di non ripeterli, in Italia come sempre scoppia il caos e la si butta nella solita baruffa da teatro. I telegiornali raccontano degli sfregi, degli scontri, del sindaco che non vuole partecipare, dei partigiani che non vogliono il sindaco, e tutto finisce come al solito con tutti che mandano a fanculo tutti.

Morale
Queste sono le due facce del 25 aprile, ai due capi del pianeta. Uno e’ il 25 aprile di una decadente cultura millenaria cui tutto il mondo deve qualcosa ma che nel 2012 e’ simbolo di banana, mentre l’altro e’ il 25 aprile di un paese che non avra’ storia, certo, ma almeno, beati loro, e’ un paese civile.

Contromorale
(poi, beh. Facile parlare quando le guerre le vai a combattere a casa degli altri. Ci fosse stata una guerra in Australia, vorrei vedere).

Crowdsourcing e cervelli in fuga

Leggevo questo articolo, sul crowdsourcing e sui cervelli in fuga. L’articolo dice che bisogna valorizzare l’immenso patrimonio perso, mettendo insieme le potenzialità delle migliaia di scienziati, ricercatori, innovatori italiani sparsi per il mondo, senza cercare di combattere una battaglia persa per farli ritornare a casa.

Battaglia persa, giusto. Parlo per me ad esempio, che se non torno a lavorare in Italia e’ per due ragioni fondamentali: la prima e’ che se tornassi in Italia adesso dovrebbero darmi in mano un ufficio con doppio ficus, poltrona in pelle umana, acquario dipendenti, ma soprattutto con responsabilità superiori rispetto a gente più vecchia e con più anni di esperienza di me (ma io l’esperienza me la sono fatta, se permettete, sul campo. Non e’ che un anno dietro a una scrivania a menarsi il ciccio valga come un anno a dirigere un progetto all’estero).

Il secondo motivo, poi, naturalmente, e’ che sono fuori mercato. Una famosissima ditta tedesca che comincia con Siem e finisce con ns qualche anno fa per una posizione a Roma mi ha offerto la bellezza di 1700 euro al mese (mi par di ricordare), dicendomi che “ingegnere, alla sua eta’ non possiamo pagarla più di così“. Ecco, manteniamo quella stessa cifra e trasformiamola in stipendio settimanale e possiamo cominciare a parlarne. Perché se mi arriva qualcosa di decente in Italia sono anche disposto a fare qualche sacrificio.

Ora il go-go-go-governo ci viene a dire, a noi emigranti studiati: eccoci qua, siamo arrivati, siamo i tecnici, non siamo più quella manica di incompetenti e Gasparri vari che c’erano prima. Noi sappiamo che non riusciamo a riportarti a casa. Bene, caro emigrante: resta li’, ma dacci una mano dall’estero.

Va bene. Io pero’ non e’ che ci abbia (thanks Aka) capito molto. Volete l’aiuto dei ricercatori in fuga, o anche di quelli che fanno parte del mondo dell’industria? No, perché a me pare che in Italia ci sia un problema legato alla ricerca, ma anche uno (e bello forte) nel settore della grande industria, dove la meritocrazia e’ azzerata e il livello di competitività nel mercato globale e’ praticamente nullo, fatte salve forse le aziende che esportano cibo, moda e design.

Senza offesa per i ricercatori sparsi per il pianeta e impegnati a scalare le gerarchie accademiche di mezzo mondo; ma quanti ingegneri trentacinquenni ci sono in Italia in grado di gestire gare internazionali multimilionarie in inglese perfetto con documentazione allegata? Quanta gente sa prendere in mano un sistema e andarlo a vendere agli indiani, ai giapponesi, ai cinesi, agli australiani?

Io me li ricordo nel 2009 quando in Australia sono atterrati gli italiani di quella famosa ditta di Finmeccanica. Me li ricordo con la loro scarpa perfetta, vestito perfetto, cravatta perfetta, tutto perfettamente fuori posto per il contesto. Me li ricordo in mezzo agli australiani in maniche corte e pantaloncini corti. Me li ricordo parlare in inglese con un accento spaventoso. Me li ricordo saper tutto loro senza sapere un cazzo dell’ambiente in cui erano entrati.

Ora pero’ arriva il governo, che mi mette a disposizione il crowdsourcing. Bello, ma io che me ne faccio? Mi date un bel forum su cui diffondere le mie conoscenze maturate all’estero? Ma vi pare che io abbia tempo da perdere?

Ma non e’ meglio, per chi come me e’ impegnato nel settore industriale, il ricorrere al buon vecchio sistema della lobby? Magari automatizzato, magari centralizzato. Così magari diamo una sponda amica e familiare a chi sta in Italia e cerca di esportare oltreoceano?

Cosicché magari la prossima volta che un gruppo industriale italiano manda gente in giro per il mondo evita di fare figure di merda?

Hanami 2012

Negli anni a venire sono certo che guarderò con soddisfazione alla mia scelta, nel 2011, di tornare a vivere in Australia. Lavorativamente parlando sono sparato a mille verso la classica carriera da sogno di ogni studente d’ingegneria. Vivo in un posto fantastico, sono libero, felice, ho un futuro brillante davanti.

Pero’.

In Giappone i fiori di ciliegio stanno fiorendo, e solo chi c’e’ stato può’ sapere quanto mi manca Tokyo in questi giorni. Come l’aria, o poco più.

Villeggianti in pianta stabile e la Meteora innamorata

E’ passato un anno dal disastro in Giappone. L’avete letto un po’ ovunque nelle ultime 24-48 ore, per cui presumo non abbiate certo bisogno che vi venga a raccontare io com’e’ andata.

Eppero’ un anno fa io in Giappone ci abitavo. Avevo gia’ deciso di licenziarmi, e a dire il vero ero gia’ in parola con la mia attuale azienda (la proposta di assunzione mi sarebbe arrivata il 16 marzo, a cinque giorni dal terremoto, ma io avevo gia’ accettato sin da febbraio). Esattamente un anno fa, il 12 marzo del 2011 ero sul piede di partenza, con un nuovo lavoro e una nuova destinazione gia’ definiti, e con alle spalle un terremoto di proporzioni apocalittiche, una centrale nucleare in procinto di esplodere e una citta’ bloccata dal disastro. Eppure non me ne sono andato, sono rimasto li’ fino al giorno della partenza per l’Australia, tipo soldato giapponese imboscato a Saipan.

Non me ne sono andato a causa dal disastro, come invece hanno fatto alcuni. Leggo in questi giorni un concerto di parole struggenti e lacrime di coccodrillo su facebook, twitter: forse si sono gia’ dimenticati come sono andate le cose l’anno scorso, quando a macerie ancora fumanti erano gia’ in treno o in aereo per mettersi in salvo dalle radiazioni. Comodo piangere il “povero Giappone” col culo al sicuro.

Io no. Io sono rimasto durante tutta l’emergenza. Mi sono fatto le code per l’acqua al supermercato, quando non potevi usare quella di rubinetto neanche per farti una pasta per paura del Cesio. Ho vissuto in prima persona i disagi in treno, le crepe sui muri in ufficio, gli aftershock e le evacquazioni un giorno si e uno anche, le finestre rotte, la scarsita’ di energia elettrica, la vita che pian piano ricominciava. Soprattutto ho vissuto le settimane in cui la notte avvolgeva la Metropoli Tentacolare come in un film dell’orrore, quando non c’era elettricita’ per combattere il buio che scendeva sui grattacieli. Quando ad Hachiko intravedevi sagome in ombra ad aspettarsi, e non c’erano piu’ i lampioni, piu’ i maxischermi, piu’ il Tokyu gigante sopra di te. Non c’era piu’ il 109 in lontananza, piu’ le insegne dei negozi, e le uniche luci che vedevi erano i fari delle macchine e dei taxi che passavano.

Ecco. A un anno di distanza io vorrei andare un po’ contro corrente e uscire dal coro di quelli che ricordano il “povero Giappone”. Vorrei ricordare a tutti che il Giappone e i giapponesi si sono tirati su da soli e non hanno certo avuto bisogno delle nostre parole di circostanza per farlo. Quello di cui avevano bisogno da noi stranieri che eravamo li’, era che facessimo la nostra piccola parte alzandoci la mattina e andando al lavoro. Era che facessimo il nostro dovere senza sbroccare, senza lamentarci, senza farci prendere dal panico. Era che remassimo tutti nella stessa direzione.

Questo per dire che a distanza di un anno credo di non essere ancora riuscito a perdonare del tutto quelli che nel momento del bisogno hanno solo pensato solo a se stessi. Un anno fa ho scritto questo, forse un po’ ingenuamente. Mi chiedevo come mi chiedo adesso, come sia stato possibile per alcuni vivere anni e anni in un posto e non averlo in fondo mai cercato di capire, non averlo assimilato nemmeno un pochino.

Alcuni mi sono sembrati dei turisti a lungo termine, dei villeggianti in pianta stabile. E io, una meteora che a Tokyo in fondo c’ha vissuto per nemmeno due anni, dal mio piccolo li guardavo andarsene come topi che abbandonano la nave che affonda. Ma forse per me e’ stato piu’ naturale, chi lo sa. Io che Tokyo l’avevo scelta non per calcoli d’interesse o d’opportunita’ ma in fondo, beh… per amore della citta’ e dei suoi abitanti.

Me ne sono andato pure io alla fine, certo. Alcuni potrebbero obiettarmi che ora sto qui a pigiar tasti dall’Australia, bene al sicuro in terra antisismica e nuclear-free. Ma questa e’ una scelta che ho dovuto fare (e a malincuore) per ben altri motivi legati al mio progetto di vita; tutti i miei amici e conoscenti sanno bene che se il Giappone avesse potuto offrirmi le possibilita’ di carriera cui aspiro ora sarei ancora li’. Ne e’ prova il fatto che me ne sono andato solo a luglio, chiedendo all’azienda nuova di aspettarmi per ben quattro mesi. (se avessi potuto me ne sarei andato anche piu’ in la’, tipo novembre).

Pero’ tornando a quei giorni posso confermare senza paura di essere smentito che non ho mai vacillato, non ho mai pensato una sola volta di abbandonare quel posto nel momento del bisogno, perche’ per me sarebbe stato come tradire quel popolo, come ammettere di aver usato quella citta’ senza averne capito lo spirito. Mentre io, meteora che ha avuto la gaijin card per nemmeno due anni, quel posto l’ho vissuto e l’ho amato sul serio, dal primo all’ultimo giorno.

Queste sono le parole che mi sento di dire a un anno dalla tragedia. Tutto qua.

Se diventassimo dei tedeschi qualunque

Oggi ho avuto a che fare con questo tipo nordeuropeo, diciamo olandese, esperto in sicurezza. Parla con un’altra tipa di human errors, e cita il naufragio della Costa Concordia, frutto a suo avviso della cultura italiana del pressapochismo e della sottovalutazione sistematica dei rischi, dovuta a suo dire alla cultura del machismo imperante in Italia. Insomma, sembra che questo “esperto” proprio non rieasca a togliersi dalla testa il classico stereotipo che identifica l’italiano come un terruncello in canotta e occhiale a specchio, capelllo nero impomatato, vespa senza casco mentre cerca di abbordare ad alta voce le tipe che passano per strada.

Io a sentire quelle frasi mi sarei quasi quasi intromesso, ricordandogli magari che dopo il Giappone l’Italia ha la seconda rete ferroviaria piu’ sicura al mondo (sebbene sgangerata). O magari ricordandogli che uno dei market leader nella produzione di elicotteri e’ italiano, e se vendiamo gli elicotteri in giro per il mondo magari di sicurezza qualcosa ne sappiamo anche noi. O magari avrei potuto buttarla in rissa, dal basso della mia italianita’ di buono a nulla, chiedendogli quand’e’ che una macchina olandese ha vinto l’ultimo campionato di F1. Cosi’, tanto per sapere. O l’ultimo mondiale di rally, o mondiale motogp.

Invece mi sono morso la lingua e non ho risposto. Anche se sapeva che sentivo e sapevo che si aspettava una reazione, visto che parlava di fronte a un italiano che e’ la cosa piu’ lontana al mondo rispetto allo stereotipo che aveva presentato lui.

Non ho reagito perche’ in fondo, beh… ha ragione lui. Siamo cosi’, noi italiani. una parte di noi, di ognuno di noi, grande o piccola che sia, e’ cosi’. E’ vero: l’italiano che descrive lui esiste e si comporta esattamente cosi’. Ma allo stesso tempo, c’e’ anche l’italiano che e’ meccanico della ferrari, o ingegnere nella multinazionale. C’e’ l’italiano che sbaglia i congiuntivi, e contemporaneamente abbiamo l’azzeccagarbugli di professione. Abbiamo inventato il diritto e siamo la nazione sviluppata che infrange di piu’ la legge. Abbiamo inventato sia i mafiosi che i martiri di mafia. Abbiamo il nobile con la erre moscia che non ha mai lavorato un giorno in vita sua ridotto a vendersi i quadri di famiglia per ripagarsi i debiti, e il miliardario veneto con la quinta elementare che ci ficca la bestemmia una parola si e una no, lavora 87 ore la settimana solo di straordinario ed e’ andato in vacanza l’ultima volta nel 1982.

Abbiamo l’operaio siciliano che si fa un culo cosi’ per arrivare a fine mese e gli chiudono la fabbrica, e il dipendente pubblico lombardo che si fa timbrare il cartellino a scrocco dai colleghi ma poi vota lega perche’ secondo lui Roma e’ ladrona. Perche’ in Italia siamo cosi’: genio e merda, Ferrari GTO e Fiat Duna sfornate dallo stesso gruppo, eccellenza e ignoranza, gente vestita di Armani che fuma sigarette di contrabbando, architettura divina e abusivismo terreno, l’Opera di Verdi e Gigi d’Alessio. Abbiamo una nazionale di calcio che tutti criticano (noi per primi) e che nessuno rispetta, ma le sue belle quattro coppe del mondo in bacheca ce le ha, e tutti noi sappiamo che non saranno certo le ultime che portiamo a casa. Gli olandesi sono sempre visti come quelli che fanno il bel calcio, mentre noi siamo i catenacciari… pero’ poi guarda caso la coppa l’alziamo noi, e loro sucano.

Siamo bravi a parlare, noi Italiani. Quello si. Abbiamo le caste e le lotte interne, i dibattiti in TV e i giornali di partito. E poi abbiamo l’omertà e il doppiopesismo, Lucio Dalla col funerale in chiesa solo perché non aveva mai rivelato di essere gay. La vita in Italia e’ un’eterna lotta tra il bene e il male, con bene e male che si scambiano le parti di continuo. Abbiamo milanisti di sinistra che maledicono le leggi ad personam ma tirano un sospiro di sollievo ogni volta che Berlusconi viene prescritto, perche’ sanno bene che il giorno in cui smette di staccare l’assegnino a fine anno il Milan finisce in B senza passare dal Via. Abbiamo Peppone e Don Camillo: un esercito di chiesaroli che pontifica contro l’uso del preservativo, ma poi quando gli capita vallo a sapere quante sono quelle che vanno ad abortire in segreto. Dall’altra parte la moltitudine degli atei e degli agnostici, e vallo a sapere quanti di questi sul letto di morte chiameranno il prete per dirgli che ci han ripensato, che in fondo si scherzava, che mi raccomando padre ci metta una buona parola per me.

E io che credevo di essere in una societa’ multiculturale, qui in Australia. Perche’ certo, qui ci sono i cinesi e gli indiani, gli italiani e i greci, gli aborigeni e gli ex-galeotti britannici. Tutti sotto le stesse regole, tutti piatti e uniformi come giapponesi che saltano la corda. Ma in Italia… ci sono gli italiani: piu’ multiculturali di cosi’! C’e’ la regola e il caos, l’eccellenza e il paraculo, il Trota e l’esercito dei cervelli in fuga, il Bravo e il Fortunato, Fantozzi e il visconte Cobram, Schettino con la moldava in cabina e la scialuppa pronta per fuggire mentre dall’altra parte abbiamo riempito e riempiamo il mondo di Viaggiatori con due palle cosi’. Il tamarro in scooter che abborda le tipe e il Montessori usato in ogni paese come metodo d’educazione.

Cosa c’e’ di piu’ multiculurale di questo? E cosa puoi dire a un olandese se non che ha ragione, che siamo cosi’, o che per lo meno lo e’ una delle nostre mille facce? Ma guai a toccarcela, questa faccia, perche’ se la perdessimo potremmo perfino rischiare di non essere piu’ noi, di perdere il nostro genio, la nostra imprevedibilita’, e magari trasformarci – vuoi mai! – in dei banali, freddi, perfetti, mediocri tedeschi qualunque.

Australia Day 2012

Come raccontavo, qui in Australia oggi e’ Australia Day. E’ un po’ come la nostra festa della repubblica del 2 giugno, e in effetti qui il 26 gennaio in teoria dovrebbe essere estate.

In teoria.

In pratica, piove e qua non si vede il sole da per lo meno una settimana. Non vi dico il weekend che sta per arrivare: siamo in attesa di inondazioni! Alla faccia del downunder che in teoria dovrebbe essere il paese piu’ arido del mondo.

Leggiucchiavo prima alcuni blog di italiani in Australia, e sono capitato nelle foto di facebook di una tipa italiana “amica di amici” che conosco, e che abita a Brisbane sin dai tempi in cui a Brisbane vivevo pure io. Faccia e fisico da bonazza ma espressione da persona superficiale e un po’ vuota, diciamo. Avete presente il tipo no, occhialone da sole costante, espressione di repertorio provata allo specchio, pose da figa. E le foto in tema: feste, surf, spiaggia, sorrisoni, festoni.

Alcune sembrano le foto che facevo io… 5 anni fa. Quando a Brisbane era tutto festa e casino e spiaggia e vita spensierata.

Io nel frattempo pero’ sono cambiato. Sono andato e sono tornato, e mi sono un po’ svegliato da questo sogno australiano. Certo, sono tornato a vivere qui perche’ qui si sta bene, la vita e’ facile, il tempo libero e’ tanto, il lavoro e’ splendido e la paga e’ alta.

Pero’. Se mi togli il sole e non vado in spiaggia, e’ come togliere lo sfondo a una bella cartolina. Quello che resta e’ la vera Australia, un paese che anche i suoi cittadini definiscono spesso con la parola “shallow“. Come l’italiana di Brisbane di cui raccontavo, che sembra una miss: bel sorriso e faccia da stupida, occhi grandi ma poco profondi.

Ma io, che non ho un bel sorriso ma neanche la faccia da stupido, in questi giorni piovosi di vacanza non faccio altro che ritrovarmi a guardar fuori dalla mia finestra, e dirmi che qui si sta benone, certo… ma purtroppo o per fortuna, nel mio destino sta scritto che prima o poi dovro’ rifare il bagaglio, e tornare alla civilta’.

Alla vita vera.

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